Creato da lukyll il 19/08/2008
GIRO INTORNO AL MONDO IN BARCA A VELA
 

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NEW ZEALAND -- ISOLE FIJI

Post n°68 pubblicato il 22 Giugno 2009 da lukyll
Foto di lukyll

Sabato 20 Giugno    (Leggete da dove siete rimasti l'ultima volta)

 

La sera vado a letto presto, verso le 8 ma poco dopo si sente un  violento sbattere di vele. Il rumore è assordante. Balzo dal letto e mi precipito, giacca in mano, nel pozzetto. Contemporaneamente anche Peter salta su. Si è rotta la scotta della trinchetta. Vibrava a tal punto che si è rotta strusciando appena nel bozzello della rotaia. Sven va a prua con 35 nodi di vento e sostituisce la scotta. Io lo aiuto dal pozzetto.  Il vento aumenta ancora ma ormai ai 40 nodi siamo abituati. Torno a letto e mi addormento. L’inizio del mio turno arriverà alle 3 di mattina. Dormo, sicuramente, ma l’orecchio è teso ai rumori della barca. Il vento soffia nella sartie producendo il caratteristico sibilo, che si confonde con il rumore del mare ed il frangere delle onde sulla barca. Alle volte mi sembra di sentire della musica o addirittura delle voci. Tendo l’orecchio per sentire meglio ma tutto si risolve nel rumoreggiare del mare. Almeno Ulisse quando sentiva  una musica lontana si fermava e trovava Nausica, o la maga Circe, insomma cadeva sempre bene! A parte il Ciclope ..!  Dormo, tanto è vero che non sento che anche la ritenuta che tiene la randa tesa lungo il boma si rompe e Sven va a cambiarla. Mi sveglia Peter alle 3 e mezzo. Facciamo il cambio. Sto adesso nel pozzetto, di guardia, Dana-Felicia sembra che voli. La luce di poppa illumina l’acqua che esce dalla poppa e la si vede schizzare da tutte le parti, come motoscafo. Il rumore è assordante, come tanti tuoni che si susseguono in continuazione mentre la barca si inclina e si raddrizza ogni 5 secondi. Un infinito valzer accompagnato dai violini che il vento produce sulle sartie. Mi tengo bene stretto alla maniglia ma l’imbarcazione procede sicura ed infonde fiducia anche a me.

Torno a letto verso le 6,30. Si balla, come ormai da giorni. Mi alzo come al solito verso le 9. Colazione pronta. Il vento è sempre sui 40 ed arriva di tanto in tanto ai 45 nodi. Le onde si fanno un po’ più alte ma soprattutto più ripide e fastidiose. Non lavo le tazze e non preparo il cappuccino, il mare è troppo mosso ed in barca è difficile spostarsi. Siamo con i calzini e si scivola quando la barca si inclina e questo avviene in continuazione. Bisogna reggersi forte e spesso, purtroppo si perde la presa e si battono delle sacrosante botte, da tutte le parti. Se apri uno stipetto ti cade addosso ogni cosa da quanto la barca è inclinata. Alle volte si cerca di camminare, non più di due metri, ma diventa impossibile. Si fa un metro, la barca si inclina ancora e si scivola indietro e si deve ricominciare tutto daccapo, camminando in salita e cercando di tenersi da qualche parte per non scivolare di nuovo. Salgo nella pilot house e mi metto ad ammirare il mare. Il vento incomincia ad alzare la schiuma prodotta dalle onde che si frangono e la trascina distribuendola sul mare grigio blu. Il cielo è completamente coperto da basse e scure nuvole ma una parte è quella più scura. Naturalmente quella in cui dobbiamo andare noi!   Nessuno parla, se non poche parole. Peter è sempre nel letto. Jola legge un po’ il suo libro ma ogni tanta guarda gli strumenti per vedere quanto è la velocità del vento. Sale. Si toccano i 50 nodi, sempre più frequentemente. Guardo le vele da un oblo’ e mi accorgo che nella notte Sven ha ammainato tutta la randa. Ci muoviamo spinti solo dalla trinchetta. Poco più di un fazzoletto di tela. Eppure si raggiungono i 7-8 e più nodi. Scatto qualche foto al mare, dall’interno della barca, non esco certo fuori. Stiamo troppo bene dentro la pilot house, al caldo e soprattutto all’asciutto mentre le onde sempre più spesso si infrangono rumorosamente sulla fiancata di dritta della barca e la inondano di acqua. Secchiate? No, a tinozze, a vasche da bagno non saprei come quantificarlo. Meglio usare termini scientifici, a metri cubi. Mi fa effetto vedere il mare così agitato, con il vento che sibila continuamente con il fragoroso frastuono delle onde e noi che stiamo sul divano, tranquillamente protetti dalla finestratura a guardare questo immenso mare spumeggiante. Tranquillamente ….!!  Si fa proprio per dire ..!  Jola si gira, si sdraia e dorme, è stanca della nottata. Sven è nella sua poltrona davanti al tavolo di carteggio che controlla gli strumenti. In verità ha il libro aperto, quello che sta leggendo, sui vampiri credo, ma non l’ho visto sfogliare una pagina. Mostra un’apparente calma, di chi quei momenti li ha vissuti tante volte, pura routine. Il suo sguardo si posa sugli strumenti continuamente, poi verso la finestra per vedere il comportamento del mare, sposta di tanto in tanto la manopola del pilota automatico: 2 gradi in meno! E’ ormai l’una. Nessuno parla di mangiare e tanto meno io. Ho la bocca amara, impastata, vorrei bere ma non ho nessuna intenzione di rischiare di cadere per un sorso di acqua. Poi mi sembra di avere lo stomaco chiuso soprattutto quando si legge sullo strumento del vento 53, 54, 55, 56 nodi. Jola si sveglia, guarda e non dice niente. Il silenzio è tombale, si fa per dire perché il rumore del vento e del mare è sempre più forte. Quando le onde frangono sulla barca si sente un forte rumore metallico come se si fosse percosso un grosso bidone, infatti la barca è di alluminio, speriamo regga ma io ho grande fiducia in essa. Chiedo a Sven se nel meteofax fosse visibile una tale situazione, me lo fa vedere ma c’è solo una linea di perturbazioni che stiamo attraversando ma le isobare sono molto distanti e non giustificano un vento tanto forte come questo. Il tempo passa, le parole sono rare, lo sguardo all’anemometro ed al mare. Adesso si notano benissimo le striature bianche di schiuma delle onde che frangono trascinate dal vento. Questo è proprio un segnale scritto nella scala Beaufort per riconoscere la forza del mare. Non ricordo bene, per fortuna, a quale forza del mare corrisponde questa situazione ma certamente sopra forza otto.  L’anemometro segnala 57  e poi 50 e poi 59, i nostri occhi sono fissi su quello strumento, 60,2  abbiamo toccato i 60 nodi e spesso si toccheranno ancora. Dovete sapere che un nodo corrisponde a più di 1800 metri, quasi il doppio di un nodo. Il che vuol dire che 60 nodi corrispondono, ad occhio e croce, a più di 100 chilometri all’ora. Quando questo vento soffia a Trieste ne parla anche il telegiornale e fa vedere i triestini che si reggono a malapena in piedi. Se soffia in toscana viene giù qualche albero, si staccano cartelloni e salta qualche tegola del tetto.

Ci stiamo avvicinando al punto in cui si deve tirare giù la vela, l’unica rimasta a riva, perché dobbiamo entrare in un canale fra la barriera corallina a motore e raggiungere Momy Bay, una baia ben riparata dell’isola più grande delle Fiji.  Manca un’oretta. Sven si rivolge a me e mi dice che devo andare a prua ad arrotolare la trinchetta mentre lui molla piano piano la scotta. Sono le tre del pomeriggio. Sono seduto dalle nove del mattino senza essermi mosso un momento e senza mangiare. Ma chi ci pensa! Deglutisco, non so che cosa ma deglutisco diverse volte, forse 6, quanto la velocità del vento. Io devo uscire fuori con quel vento e quel mare? Oh my God !! ( Oh mio Dio ) od anche ( Oh Madunnina il mi cittino!! Oh und’ove è vito sto sciaburdito !!!)  Angioletta, te che sai tutto dell’inglese me lo traduci “sciaburdito” per favore? Ma qualcuno ci deve pur andare e stavolta tocca a me! Jola mi dice che dovrò mettere la cintura di sicurezza. Non c’è dubbio, le rispondo! Il tempo passa, il mare rimane lo stesso, il vento intorno ai  55 nodi. Forse nell’avvicinarsi alla costa si dovrebbe essere protetti un poco dal mare ma per adesso non sembra proprio. Nessuno parla, gli occhi sempre puntati sul mare e sugli strumenti. Il tempo passa, non c’è niente da fare, non ho scuse. Quel momento, che mai mi sono augurato, ma che sapevo potesse avvenire è arrivato. Devo affrontare il mare! Siamo uomini o marinai? Mi tocca essere tutti e due!

Sul plotter vedo la sagoma della nostra barca che si avvicina al punto in cui dobbiamo ammainare la vela. Mancheranno 20 minuti. In silenzio scendo nella mia cabina per mettermi la cerata. La prendo nel bagno e la porto nella cabina. Mi metto i pantaloni stando  appoggiato all’armadio per non cadere, poi ,mi giro a prendere la giacca sul letto ma scivolo e batto una grande testata, orecchio compreso, sul legno della cuccetta di sopra, cado ancora ed una seconda botta sulla parete della cuccetta di sotto. Mi rialzo a fatica, mi tocco la testa e l’orecchio ma non esce sangue! Almeno quello, anche se il dolore è forte. Ma non c’è tempo da perdere. Mi metto anche la giacca, la cerniera che spesso mi fa impazzire mi entra al primo colpo. Prendo la cintura di sicurezza ed il salvagente. Salgo di sopra e mi sembra di scalare una montagna tanto la barca è inclinata e faticosa la salita con quella roba in mano, più gli stivali ed i guanti. La bocca è sempre più impastata! Mi siedo, sempre in silenzio. Anche Jola va a prendere la sua roba. Poi, dopo 10 minuti interminabili va anche Sven. Intanto controllo i moschettoni, provo ad aprirli, non è poi così semplice. Intanto penso per bene cosa devo fare, non si deve perdere tempo. Dico a Jola che quando sono pronto alzerò il braccio, ma per pochi secondi! Mi devo ricordare la regola numero 1: “una mano per se ed una per la barca” Prima per me, è ovvio! Saluto tutti i miei familiari, moglie figli nipoti parenti ed amici. Mi viene in mente anche la madonna … un cero! Il momento è arrivato. Il vento è calato sui 45 – 50 nodi. Meno male. Sven apre la porta, il frastuono è prorompente. Esco e mi metto subito seduto nelle panca, ben protetto e con una mano stringo forte una maniglia per reggermi. Guardo fuori, dalla mia parte, sopravento, non vedo nemmeno il mare da quanto la barca è inclinata. Quando mi darà il via salterò su bordo sopravento, moschettone in mano per agganciarlo alla draglia, a quella più grossa, naturalmente! Mi sento come un fante della prima guerra mondiale, pronto ad uscire dalla trincea, moschetto in mano e baionetta innestata per andare all’assalto dell’austriaco. Non ho il moschetto in mano ma il moschettone! Sono pronto. Guardo Sven, perché le parole sono inutili, non si sentono! Ecco, mi guarda e mi fa il cenno di andare. Mi giro, moschettone in mano, salgo sulla panca ed attacco il moschettone alla draglia. Faccio un metro, nemmeno, devo togliere il moschettone perché c’è il candeliere e non posso farlo scorrere. Mi reggo con l’altra mano ad un tientibene. Non dubitare, che mi tengo bene! Lo riaggancio subito, faccio due metri e devo ripetere l’operazione e così via fino a che non arrivo all’albero. Mi allungo per  prendere la cima da avvolgere al verricello per arrotolare la trinchetta, ma non ci arrivo per un pelo! Maledetto! Allora ritolgo il moschettone e lo aggancio al pulpito dell’albero. Arrivo alla cima, la svolgo e la riavvolgo al verricello. Alzo la mano per qualche secondo. Mi tengo costantemente con l’altra fortemente saldo al pulpito. Non ricordo le secchiate d’acqua prese, ma non tante. Nel momento in cui mi dovevo muovere guardavo il mare , l’onda che arrivava e la sua pericolosità. Stavo  basso per essere meno esposto al mare e davanti al pulpito in ginocchio. Mi arriva l’ordine, sento lascare la scotta, è il momento di schiacciare il pulsante del verricello elettrico per avvolgere finalmente la trinchetta. In un minuto è già avvolta. Faccio cenno con le mani che ho finito e mi arriva di risposta il cenno di rientrare. Mano al moschettone e piano piano, stando sempre basso, rientro. Gran sospiro. Mi riaggancio alla panca per non essere portato via da qualche ondata. Sven dice di guardare verso prua perché non si vada a finire nella barriera corallina. Il vento mi spara in faccia gocce di pioggia che sembrano pallottole, fanno male. Mi copro un poco ma sembra che vengano orizzontalmente. Socchiudo gli occhi e guardo. Senza occhiali.  Alla fine vedo la barriera corallina, è lontana siamo proprio nel mezzo del canale. Il GPS non sbaglia. Intanto il mare è diventato meno duro, siamo protetti dalla barriera corallina e dall’isola. Si vedono le colline dell’isola di Fiji ed in lontananza l’insenatura. Adesso il mare è quasi liscio, piove, è proprio il caso di dire sul bagnato, almeno laverà la barca dalla salsedine accumulata in questa settimana di navigazione.
Gettiamo l’ancora, proviamo se tiene, tutto OK. Altro sospiro di sollievo: è fatta! Ore 18 di sabato 20 Giugno 2009.

Mi tolgo la cerata grondante d’acqua, mi lavo le mani ed il viso. Ho fame, sul serio.

Spaghetti al burro e noce moscata, poche storie …si festeggia! Jole accetta volentieri così li mangia insieme all’insalata  mista, di ieri! Non è colpa mia, la mangino come gli pare! Io, prima l’insalata e poi la mia pasta asciutta, il premio del mio battesimo con il mare !!!  Però mi basta così, grazie.

Vedere la barca ferma, in piano, con poco vento, e potersi muovere con tranquillità mi  sembra un sogno.

Dormita solenne!

 

 P.S.: nella scala Beaufort 60 nodi di vento corrispondono a forza 12. Ma il mare non era altrettanto forte per cui ritengo una forza complessiva sicuramente di 10!

 

(Le foto ... alla prossima volta .....)

 

 
 
 
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