Fine ottobre 1986: inizia, nelle edicole italiane, l'epopea di Dylan Dog, l'indagatore dell'incubo. Il suo lancio fu una scelta editoriale difficile per Sergio Bonelli che, da tempo immemorabile, si affidava all'immarcescibile coppia Tex Willer-Zagor entrambi ambientati nel vecchio west americano. Il creatore di Dylan Dog era Tiziano Sclavi, che riciclerà, per il suo fumetto, parecchi elementi dal mondo horror. Per le fattezze fisiche si ispirò ad un attore inglese: Rupert Everett (più che ispirarsi lo disegnò così com'era), gli diede un assistente con il nome, l'aspetto e le caratteristiche di Groucho Marx, surreale comico statunitense anni '30 e lo fece abitare a Londra in Craven road 7 e nemmeno l'indirizzo era farina del suo sacco. Il primo albo in edicola s'intitolava "L'alba dei morti viventi" riproponendo il titolo del più celebre degli zombie-movie: "La notte dei morti viventi" di George Romero. Le prime storie non furono un granché, dopo qualche numero però la qualità del fumetto conobbe un consistente miglioramento anche se continuava a pieno ritmo il riciclaggio di elementi estrapolati da letteratura e cinema horror. I lettori cominciarono ad apprezzare l'indagatore dell'incubo che, nelle sue avventure, era alle prese con le freddure di Groucho, un campanello che urla anziché suonare ed un galeone in bottiglia che non riusciva proprio a finire di costruire. L'ambientazione horror non fu l'unica novità di rilievo che Dylan Dog introduceva; c'era, infatti, da rimarcare il diverso rapporto che il protagonista aveva con le donne: buone e cattive infatti, sono tutte giovani e belle; e tutte -in un modo o nell'altro- finivano nel letto del detective londinese. Il successo di vendite arrivò dopo più di un anno che questi era in edicola e fu travolgente: scoppiò una vera e propria DylanDogMania che venne commercialmente sfruttata in tutte i modi possibili ed immaginabili. In casa Bonelli si moltiplicarono le pubblicazioni: alla tradizionale uscita mensile si aggiunsero edizioni speciali, maxi, giganti, almanacchi della paura... oltre ad albi fuori collezione che vennero allegati a magazine di altre case editrici mentre le edicole si riempirono rapidamente di cloni che tentavano di cavalcare il successo dell'originale. Insomma per battere il ferro finché era caldo il pedale dell'acceleratore venne spinto al massimo, disorientando in questo modo i collezionisti ma non fu tutto. Dylan Dog diventò anche una griffe da apporre su diari e cartelle, un videogioco per Amiga, un filmetto di nessuna pretesa che viveva della faccia di Rupert Everett (Dellamorte Dellamore) e molto altro ancora mentre il primo albo (introvabile) raggiunse prezzi astronomici. Ma il fumetto da cui siamo partiti che fine fece? Tiziano Sclavi, che aveva cominciato riciclando, continuò a farlo attingendo per le sue storie agli argomenti ed alle tematiche più trite del sinistrume dal quale lui stesso proviene. Nelle storie di Dylan Dog, ad esempio, gli zombie ed i demoni erano i "diversi" che, in quanto tali, facevano paura alla gente perbene, cioé ai veri mostri. Il nuovo canovaccio narrativo prevedeva anche attenzione per ciò che stava accadendo in quegli anni; il bersaglio preferito (in attesa di Berlusconi) era Margaret Thatcher, l'energico premier britannico che aveva al suo attivo una guerricciola di diversi anni prima grazie alla quale, peraltro, veniva rovesciata la giunta militare argentina. Di quegli anni erano anche la riunificazione tedesca, che consentiva riferimenti pressoché continui al nazismo (argomento praticamente tutt'uno con l'horror), e la prima guerra del golfo: un must imperdibile per ogni sinistro che si rispetti. La saturazione commerciale e l'eccessiva politicizzazione delle storie però risultarono fatali al fenomeno-fumetto che si sgonfiò nel giro di poco tempo. L'ubriacatura passò presto e pochi gadget firmati DD riuscirono a sopravvivere, mentre la tiratura crollò per stabilizzarsi sul livello degli aficionados che ancor oggi leggono l'indagatore dell'incubo. Difficile capire se la sbandata politica sia stata un'infelice mossa di marketing che, nelle intenzioni dell'editore, avrebbe dovuto riequilibrare politicamente la scuderia (Tex nell'immaginario collettivo viene collocato a destra) raggiungendo in questo modo fasce di pubblico fin a quel momento prive di copertura cercando di sfruttare il battage dei grandi eventi di allora con una lettura politica di tali accadimenti discutibile ma chiara, od un più banale richiamo della foresta ideologica da parte dell'autore di fronte ad un successo -improvviso e grande- del suo fumetto che offriva una platea numerosa ed insperata alle sue sinistrate filippiche. Ciò che è certo è che la parentesi horror durò lo spazio di un mattino e che il fumetto italiano tornò ben presto a chiamarsi Tex Willer.
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