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Sinistri incubi

Post n°15 pubblicato il 30 Ottobre 2006 da MagoGandalf2006
 
Tag: Fumetti



Fine ottobre 1986: inizia, nelle edicole italiane, l'epopea di Dylan
Dog, l'indagatore dell'incubo.
Il suo lancio fu una scelta editoriale difficile per Sergio Bonelli che,
da tempo immemorabile, si affidava all'immarcescibile coppia
Tex Willer-Zagor entrambi ambientati nel vecchio west americano.
Il creatore di Dylan Dog era Tiziano Sclavi, che riciclerà, per il suo
fumetto, parecchi elementi dal mondo horror.
Per le fattezze fisiche si ispirò ad un attore inglese: Rupert
Everett (più che ispirarsi lo disegnò così com'era), gli diede un
assistente con il nome, l'aspetto e le caratteristiche di Groucho
Marx, surreale comico statunitense anni '30 e lo fece abitare a
Londra in Craven road 7 e nemmeno l'indirizzo era farina del suo
sacco.
Il primo albo in edicola s'intitolava "L'alba dei morti viventi"
riproponendo il titolo del più celebre degli zombie-movie:
"La notte dei morti viventi" di George Romero.
Le prime storie non furono un granché, dopo qualche numero però
la qualità del fumetto conobbe un consistente miglioramento
anche se continuava a pieno ritmo il riciclaggio di elementi
estrapolati da letteratura e cinema horror.
I lettori cominciarono ad apprezzare l'indagatore dell'incubo che,
nelle sue avventure, era alle prese con le freddure di Groucho,
un campanello che urla anziché suonare ed un galeone in bottiglia
che non riusciva proprio a finire di costruire.
L'ambientazione horror non fu l'unica novità di rilievo che
Dylan Dog introduceva; c'era, infatti, da rimarcare il diverso
rapporto che il protagonista aveva con le donne: buone e cattive
infatti, sono tutte giovani e belle; e tutte -in un modo o nell'altro-
finivano nel letto del detective londinese.
Il successo di vendite arrivò dopo più di un anno che questi era in
edicola e fu travolgente: scoppiò una vera e propria
DylanDogMania che venne commercialmente sfruttata in tutte i
modi possibili ed immaginabili.
In casa Bonelli si moltiplicarono le pubblicazioni: alla tradizionale
uscita mensile si aggiunsero edizioni speciali, maxi, giganti,
almanacchi della paura... oltre ad albi fuori collezione che vennero
allegati a magazine di altre case editrici mentre le edicole si
riempirono rapidamente di cloni che tentavano di cavalcare il
successo dell'originale.
Insomma per battere il ferro finché era caldo il pedale
dell'acceleratore venne spinto al massimo, disorientando in questo
modo i collezionisti ma non fu tutto.
Dylan Dog diventò anche una griffe da apporre su diari e cartelle,
un videogioco per Amiga, un filmetto di nessuna pretesa che viveva
della faccia di Rupert Everett (Dellamorte Dellamore) e molto
altro ancora mentre il primo albo (introvabile) raggiunse prezzi
astronomici.
Ma il fumetto da cui siamo partiti che fine fece?
Tiziano Sclavi, che aveva cominciato riciclando, continuò a farlo
attingendo per le sue storie agli argomenti ed alle tematiche più
trite del sinistrume dal quale lui stesso proviene.
Nelle storie di Dylan Dog, ad esempio, gli zombie ed i demoni erano
i "diversi" che, in quanto tali, facevano paura alla gente perbene,
cioé ai veri mostri.
Il nuovo canovaccio narrativo prevedeva anche attenzione per ciò
che stava accadendo in quegli anni; il bersaglio preferito
(in attesa di Berlusconi) era Margaret Thatcher, l'energico premier
britannico che aveva al suo attivo una guerricciola di diversi anni
prima grazie alla quale, peraltro, veniva rovesciata la giunta
militare argentina.
Di quegli anni erano anche la riunificazione tedesca, che consentiva
riferimenti pressoché continui al nazismo (argomento praticamente
tutt'uno con l'horror), e la prima guerra del golfo: un must
imperdibile per ogni sinistro che si rispetti.
La saturazione commerciale e l'eccessiva politicizzazione delle
storie però risultarono fatali al fenomeno-fumetto che si sgonfiò
nel giro di poco tempo.
L'ubriacatura passò presto e pochi gadget firmati DD riuscirono a
sopravvivere, mentre la tiratura crollò per stabilizzarsi sul livello
degli aficionados che ancor oggi leggono l'indagatore dell'incubo.
Difficile capire se la sbandata politica sia stata un'infelice
mossa di marketing che, nelle intenzioni dell'editore, avrebbe
dovuto riequilibrare politicamente la scuderia (Tex nell'immaginario
collettivo viene collocato a destra) raggiungendo in questo modo
fasce di pubblico fin a quel momento prive di copertura cercando
di sfruttare il battage dei grandi eventi di allora con una lettura
politica di tali accadimenti discutibile ma chiara, od un più banale
richiamo della foresta ideologica da parte dell'autore di fronte ad
un successo -improvviso e grande- del suo fumetto che offriva
una platea numerosa ed insperata alle sue sinistrate filippiche.
Ciò che è certo è che la parentesi horror durò lo spazio di un
mattino e che il fumetto italiano tornò ben presto a chiamarsi Tex Willer.

 
 
 
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