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Dove usano le aquile

Post n°28 pubblicato il 22 Gennaio 2007 da MagoGandalf2006
 


Le elezioni svoltesi ieri in Serbia non hanno riservato particolari
sorprese, avendo rispecchiato ciò che i sondaggi avevano
largamente anticipato.
Forza di maggioranza relativa si è, pertanto, confermata il partito
radicale serbo, i loro consensi si fermano poco prima del 30%
("50% + il tuo": il loro ottimistico slogan è rimasto lettera morta)
mentre si è attestato attorno al 22% il partito democratico del
presidente della repubblica Boris Tadic che, a sua volta ha
distanziato di 6 lunghezze i colleghi/rivali del partito democratico
serbo guidato dal primo ministro Vojislav Kostunica.
Percentuali piuttosto basse per gli altri partiti, fra i quali
sottolineerei il flop del movimento del rinnovamento serbo, il partito
del barbuto trasformista Vuk Draskovic, ed il tramonto del partito
socialista serbo, che fu di Slobodan Milosevic e che adesso si deve
accontentare di Ivica Dacic e del 6% dei voti, magro bottino che
tuttavia consente ai socialisti di continuare ad avere una
rappresentanza parlamentare visto che l'asticella del barrage era
stata posta al 5%.
Tale soglia non valeva per le minoranze, così i partiti che hanno
preso parte a questa tornata elettorale sono stati più di 20.
A conti fatti il momento clou della campagna elettorale è stato il
confronto televisivo fra Tomislav Nikolic, il flemmatico reggente dei
radicali (il loro leader, il sanguigno Vojislav Seselj, si trova al fresco
all'Aja), e Boris Tadic, il telegenico capo di stato: una minestra
riscaldata, visto che si trattava della replica del confronto del
ballottaggio delle presidenziali del 2004; che non deve aver
esaltato granché il disincantato elettorato serbo.
L'importanza di queste elezioni consisteva nel fatto che sarà
proprio questo parlamento a doversi pronunciare sulla proposta
sul futuro status kosovaro che il mediatore ONU Marrti Athisaari si
accinge a fare, e che taluni commentatori pensano possa arrivare
addirittura prima ancora della costituzione del nuovo governo serbo.
Governo che replicherà quello uscente, visto che le urne non
hanno smentito le previsioni della vigilia; un governo moderato,
molto, anzi troppo, moderato e, naturalmente, filo-europeista.
Del resto nessuno ha mai contestato all'addormentato premier
Kostunica i risultati più significativi del suo governo: la perdita del
MonteNegro, che ha scontentato i nazionalisti, e l'interruzione dei
negoziati per l'ingresso nell'UE che ha scontentato gli europeisti.
Il biglietto d'ingresso nell'unione europea, infatti, era la testa di
Ratko Mladic (il truce "Napoleone" di Bosnia), che il procuratore
svizzero Carla Del Ponte, novella Salomé, avrebbe voluto su un
piatto d'argento.
L'avrà, ma a tempo debito, e potrà così arricchire la sua già
numerosa collezione di scalpi per il suo tribunale che finora ha
eseguito diverse condanne a morte prima ancora di aver emesso
le sentenze di condanna.
La Serbia dunque, stanca e provata, sceglie la pillola azzurra,
quella dell'oblio volontario e dell'accettazione della fatua realtà di
una onnivora Matrix che, nel nostro caso, assume le sembianze
politiche-economiche-militari dell'UE-Euro-Nato.
Si tratta dell'unico stato europeo che ancora mancava all'appello,
questo perché la maggioranza della sua popolazione (circa 10
milioni di persone) risiede tuttora nelle campagne (caso ormai
unico in Europa) e le città più importanti, dopo la capitale Belgrado,
superano a stento i 100.000 abitanti; ed anche perchè, a sentirli
parlare, sembra che abbiano tutti combattuto al campo dei merli in
quel giorno di San Vito del 1389 quando, all'esercito serbo guidato
da Re Lazar, non bastarono un coraggio ed uno stoicismo
sovrumani a fermare l'irresistibile avanzata turca.
Purtroppo per loro il Kosovo non ha mai portato fortuna e se nel
medioevo furono i turchi, oggi è la NATO, ad ingiungere lo sfratto.
Anche se nessuno lo dice apertamente una divisione dei territori
kosovari sembra il massimo risultato cui la Serbia potrebbe,
realisticamente, aspirare.
Meglio cominciare a dimenticare allora, ed ecco perchè, già da un
po' di tempo, la TV serba non mostra più all'interno dei suoi
telegiornali le crude immagini dei serbi costretti a fare i conti con
la maggioranza albanese in una convivenza sempre più difficile.
Anche in campagna elettorale si è parlato d'altro; formalmente
perchè tanto, almeno su questo punto, tutti i partiti si dicevano
d'accordo: il Kosovo è e resterà serbo e per rendere meglio l'idea
i simboli del nazionalismo sono stati esposti in bella vista un po' su
tutti gli stemmi di partito, gettonatissima in particolare l'aquila
bicipite della monarchia dei Karadjordjevic.
Si tratta, in realtà, di uno specchietto per le allodole, utile per non
lasciare troppo campo ai radicali; perchè, al contrario, l'odierna
leadership serba non vede l'ora di riabbracciare i vecchi amici
-pardon compagni- sloveni, croati, montenegrini, bosgnacchi,
turchi ed albanesi nell'UE e nella NATO: le stesse istituzioni che le
mossero guerra nella primavera del 1999.
Acqua passata, d'altronde noi la nostra pillola azzurra l'abbiamo
già inghiottita e digerita da tempo ed ora è arrivato il vostro turno;
con i risultati di ieri avete riempito d'acqua il bicchiere, come
opportunamente mostrava lo spot elettorale del CPC, mentre la
pillola di Marrti Athisaari è già pronta: un semplice tratto di penna
per poter entrare a far parte anche voi di quell'illusione
mistificatrice e massificante che risponde al nome di Euro.

 
 
 
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