Le elezioni svoltesi ieri in Serbia non hanno riservato particolari sorprese, avendo rispecchiato ciò che i sondaggi avevano largamente anticipato. Forza di maggioranza relativa si è, pertanto, confermata il partito radicale serbo, i loro consensi si fermano poco prima del 30% ("50% + il tuo": il loro ottimistico slogan è rimasto lettera morta) mentre si è attestato attorno al 22% il partito democratico del presidente della repubblica Boris Tadic che, a sua volta ha distanziato di 6 lunghezze i colleghi/rivali del partito democratico serbo guidato dal primo ministro Vojislav Kostunica. Percentuali piuttosto basse per gli altri partiti, fra i quali sottolineerei il flop del movimento del rinnovamento serbo, il partito del barbuto trasformista Vuk Draskovic, ed il tramonto del partito socialista serbo, che fu di Slobodan Milosevic e che adesso si deve accontentare di Ivica Dacic e del 6% dei voti, magro bottino che tuttavia consente ai socialisti di continuare ad avere una rappresentanza parlamentare visto che l'asticella del barrage era stata posta al 5%. Tale soglia non valeva per le minoranze, così i partiti che hanno preso parte a questa tornata elettorale sono stati più di 20. A conti fatti il momento clou della campagna elettorale è stato il confronto televisivo fra Tomislav Nikolic, il flemmatico reggente dei radicali (il loro leader, il sanguigno Vojislav Seselj, si trova al fresco all'Aja), e Boris Tadic, il telegenico capo di stato: una minestra riscaldata, visto che si trattava della replica del confronto del ballottaggio delle presidenziali del 2004; che non deve aver esaltato granché il disincantato elettorato serbo. L'importanza di queste elezioni consisteva nel fatto che sarà proprio questo parlamento a doversi pronunciare sulla proposta sul futuro status kosovaro che il mediatore ONU Marrti Athisaari si accinge a fare, e che taluni commentatori pensano possa arrivare addirittura prima ancora della costituzione del nuovo governo serbo. Governo che replicherà quello uscente, visto che le urne non hanno smentito le previsioni della vigilia; un governo moderato, molto, anzi troppo, moderato e, naturalmente, filo-europeista. Del resto nessuno ha mai contestato all'addormentato premier Kostunica i risultati più significativi del suo governo: la perdita del MonteNegro, che ha scontentato i nazionalisti, e l'interruzione dei negoziati per l'ingresso nell'UE che ha scontentato gli europeisti. Il biglietto d'ingresso nell'unione europea, infatti, era la testa di Ratko Mladic (il truce "Napoleone" di Bosnia), che il procuratore svizzero Carla Del Ponte, novella Salomé, avrebbe voluto su un piatto d'argento. L'avrà, ma a tempo debito, e potrà così arricchire la sua già numerosa collezione di scalpi per il suo tribunale che finora ha eseguito diverse condanne a morte prima ancora di aver emesso le sentenze di condanna. La Serbia dunque, stanca e provata, sceglie la pillola azzurra, quella dell'oblio volontario e dell'accettazione della fatua realtà di una onnivora Matrix che, nel nostro caso, assume le sembianze politiche-economiche-militari dell'UE-Euro-Nato. Si tratta dell'unico stato europeo che ancora mancava all'appello, questo perché la maggioranza della sua popolazione (circa 10 milioni di persone) risiede tuttora nelle campagne (caso ormai unico in Europa) e le città più importanti, dopo la capitale Belgrado, superano a stento i 100.000 abitanti; ed anche perchè, a sentirli parlare, sembra che abbiano tutti combattuto al campo dei merli in quel giorno di San Vito del 1389 quando, all'esercito serbo guidato da Re Lazar, non bastarono un coraggio ed uno stoicismo sovrumani a fermare l'irresistibile avanzata turca. Purtroppo per loro il Kosovo non ha mai portato fortuna e se nel medioevo furono i turchi, oggi è la NATO, ad ingiungere lo sfratto. Anche se nessuno lo dice apertamente una divisione dei territori kosovari sembra il massimo risultato cui la Serbia potrebbe, realisticamente, aspirare. Meglio cominciare a dimenticare allora, ed ecco perchè, già da un po' di tempo, la TV serba non mostra più all'interno dei suoi telegiornali le crude immagini dei serbi costretti a fare i conti con la maggioranza albanese in una convivenza sempre più difficile. Anche in campagna elettorale si è parlato d'altro; formalmente perchè tanto, almeno su questo punto, tutti i partiti si dicevano d'accordo: il Kosovo è e resterà serbo e per rendere meglio l'idea i simboli del nazionalismo sono stati esposti in bella vista un po' su tutti gli stemmi di partito, gettonatissima in particolare l'aquila bicipite della monarchia dei Karadjordjevic. Si tratta, in realtà, di uno specchietto per le allodole, utile per non lasciare troppo campo ai radicali; perchè, al contrario, l'odierna leadership serba non vede l'ora di riabbracciare i vecchi amici -pardon compagni- sloveni, croati, montenegrini, bosgnacchi, turchi ed albanesi nell'UE e nella NATO: le stesse istituzioni che le mossero guerra nella primavera del 1999. Acqua passata, d'altronde noi la nostra pillola azzurra l'abbiamo già inghiottita e digerita da tempo ed ora è arrivato il vostro turno; con i risultati di ieri avete riempito d'acqua il bicchiere, come opportunamente mostrava lo spot elettorale del CPC, mentre la pillola di Marrti Athisaari è già pronta: un semplice tratto di penna per poter entrare a far parte anche voi di quell'illusione mistificatrice e massificante che risponde al nome di Euro.
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