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« La fobia delle foibeScemo & + scemo »

Chiesa e ...a casa

Post n°36 pubblicato il 17 Febbraio 2007 da MagoGandalf2006
 
Tag: Storia


I media prennunciano una giornata di oggi piuttosto agitata.
Soprattutto in quel di Vicenza dove si stima l'arrivo di almeno
60.000 manifestanti provenienti da tutta Italia che saranno
fronteggiati da circa 2.000 agenti delle forze dell'ordine.
La protesta odierna riguarda la decisione già presa dal governo
in merito all'allargamento della base militare sita nella città del
Palladio.
Non sarà presente il subComandante Fausto, trattenuto a Roma
dal presidente della camera dei deputati.
Saranno invece presenti le mille sigle del variegato arcipelago della
sinistra guidate dallo schifato onorevole Oliviero Diliberto.
Il rischio-incidenti é altissimo ma per il resto si tratta di una
non-notizia: la decisione é stata già presa e, così come non servì
scagliare un estintore addosso ad un carabiniere o devastare una
città per far cambiare la loro politica ai 7 stati più industrializzati,
anche la manifestazione di domani sarà inutile sotto questo punto
di vista.
Potrà servire, al massimo, ai 3 partiti ex/post/neo comunisti che
hanno nei partecipanti a questo genere di manifestazioni il loro
bacino elettorale per non perdere contatto con i loro militanti dopo
questo inizio di legislatura non proprio all'altezza delle attese, ma
per sapere se ci saranno riusciti o meno occorrerà attendere le
prossime tornate elettorali.
Tanto rumore per nulla quindi, verrebbe da dire; ma, da genovese,
posso solo augurare ai vicentini di avere sorte migliore della nostra.
Le cose insomma, andranno al contrario di come andarono durante
un altro 17 febbraio, quello di 15 anni fa.
Sembrava proprio un giorno come un altro quel 17 febbraio 1992;
era un lunedì ed in Italia si stava svolgendo un'accesissima
campagna elettorale, mentre al Quirinale Francesco Cossiga,
attaccato il piccone al chiodo, attendeva la vicina fine del suo
settennato.
In mattinata le agenzie batterono una notizia che, al contrario
della manifestazione di oggi, non attirò l'attenzione di nessuno.
La notizia era che l'amministratore del Pio albergo Trivulzio, ospizio
milanese sito nel quartiere della Baggina, era stato arrestato per
concussione mentre riscuoteva una tangente di 7 milioni da un
imprenditore.
L'amministratore del Pio albergo Trivulzio, si chiamava Mario Chiesa
ed era un noto esponente del PSI milanese, era stato -direbbero a
Roma- beccato con il sorcio in bocca.
Nel pomeriggio Bettino Craxi rilasciò una stringata dichiarazione di
presa di distanza: non ci é dato sapere a cosa pensasse mentre
definiva "mariolo" Chiesa, di sicuro era ben lungi dall'immaginare
ciò che sarebbe successo a lui ed all'Italia a partire da quella mattinata.
Sul caso scese il silenzio mentre l'indagine su Mario Chiesa venne
affidata ad un sostituto procuratore molisano noto alle cronache
giudiziarie per essere stato l'unico magistrato della procura
milanese che non aveva aderito allo sciopero indetto dal
presidente del CSM Giovanni Galloni l'anno prima contro Cossiga.
Così come di solito le guerre c'entrano poco con i casus belli che
le fanno scoppiare, qui la guerra, che venne ribatezzata
TangentoPoli, sembra c'entrare pochissimo con i 7 milioni che
l'arraffone socialista provò a gettare nel water all'arrivo dei
carabinieri.
Pertanto non fu galeotto lo sciacquone che l'esponente del
garofano non riuscì ad azionare in tempo, la verità é che si era
giunti al punto di non-ritorno, ed é la stessa successiva dinamica
della vicenda a fornircene la controprova.
Il vaso di Pandora era ormai stato aperto e, partendo da un banale
maneggione di un ente privato locale, Antonio Di Pietro riuscì ad
arrivare fin nella stanza dei bottoni, passando per assessori,
boiardi di stato, parlamentari e ministri.
Mario Chiesa infatti a San Vittore vuotò il sacco permettendo ad
Antonio Di Pietro di allargare la sua indagine a macchia d'olio.
Il sistema crollò rapidamente su se stesso pagando i suoi
imperdonabili errori strategici: da un lato i partiti, in particolar modo
il PSI di Bettino, erano divenuti una sorta di comitato d'affari -quasi
mai leciti- in cui pullalava ogni sorta di intrallazzatore; dall'altro
l'aver incautamente permesso ad una parte politica l'occupazione
manu militari di media e magistratura.
Quest'ultima ebbe gioco facile, facendo largo uso della
carcerazione preventiva, a far cantare gli indagati ed a centellinare
le fughe di notizie ad uso e consumo di un'opinione pubblica
montata ad arte verso l'esasperazione.
Quando procure e giornali si muovono all'unisono dietro c'e'
sempre odore di massoneria ed il target dell'attacco apparve
subito chiaro.
Così Di Pietro affondò la sua lama nel burro, trovando marcio
dovunque indagasse, tanto c'era la premiata ditta
"D'Ambrosio & Borrelli" (il pool mani-pulite) a dirgli dove andare a
fondo e dove chiudere un occhio, mentre i media suonavano la
grancassa di fronte alle gesta del nuovo eroe popolare.
... E Mario Chiesa? Patteggiava ed usciva di scena in punta di piedi,
ridacchiando con Di Pietro prima dell'inizio dell'udienza.
Altri esponenti socialisti uscirono di scena in maniera diversa: 4
mesi esatti dopo l'inizio dell'inchiesta arrivò il primo morto suicida,
il segretario lodigiano Renato Amorese, in seguito fu la volta del
deputato Sergio Moroni e degli ex-massimi dirigenti di EniMont
Gabriele Cagliari e Raoul Gardini, suicidi entrambi nel giro di 48 ore
nella rovente estate '93.
Qualche mese dopo, in novembre, Di Pietro e Craxi furono di fronte
per l'ultima volta nell'aula di tribunale dove si stava celebrando il
processo contro Segio Cusani nel quale Di Pietro era pubbico ministero.
Craxi venne chiamato a deporre e, ironia della sorte, la sua
testimonianza seguiva a ruota quella di un altro ex-potente caduto
in disgrazia il cui nome era spesso accostato al suo nelle alchimie
politiche di allora: Arnaldo Forlani.
Fu il commiato di un sistema, ma anche quello di uomini diversi con
i loro caratteri per cui al mite pesarese che balbettava timidamente
mentre ai bordi delle labbra gli si accumulava saliva faceva da
contraltare il piglio deciso del leader socialista che si congedava
dalla scena politica italiana con un j'accuse verso i nemici di sempre.
Oggi Mario Chiesa é un uomo libero (come si dice in questi casi: ha
pagato il suo conto con la giustizia dove il conto consisteva nel fare
qualcosa ai servizi sociali) e ricco (restituì 6 miliardi, ma su uno
dei conti a lui intestati gliene furono trovati 12) talmente ricco che
può permettersi di fare a meno di continuare la sua carriera di
trafficone sotto altre insegne politiche.
Su una sola cosa si può essere d'accordo con Mario Chiesa; come
disse nella sua unica intervista rilasciata all'indomani della morte di
Craxi: era gia' tutto scritto, ovvero che nei gorghi dello sciacquone
del Pio albergo Trivulzio, non dovessero sparire le prove della sua
concussione ma un'intera classe dirigente.
7 milioni quindi, furono il prezzo di saldo della cosiddetta prima
repubblica; l'Italia scelse di voltare pagina quel giorno, ma lo fece
nel modo peggiore.
Eppure sembrava proprio un giorno come un altro, quel 17 febbraio 1992....

 
 
 
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