I media prennunciano una giornata di oggi piuttosto agitata. Soprattutto in quel di Vicenza dove si stima l'arrivo di almeno 60.000 manifestanti provenienti da tutta Italia che saranno fronteggiati da circa 2.000 agenti delle forze dell'ordine. La protesta odierna riguarda la decisione già presa dal governo in merito all'allargamento della base militare sita nella città del Palladio. Non sarà presente il subComandante Fausto, trattenuto a Roma dal presidente della camera dei deputati. Saranno invece presenti le mille sigle del variegato arcipelago della sinistra guidate dallo schifato onorevole Oliviero Diliberto. Il rischio-incidenti é altissimo ma per il resto si tratta di una non-notizia: la decisione é stata già presa e, così come non servì scagliare un estintore addosso ad un carabiniere o devastare una città per far cambiare la loro politica ai 7 stati più industrializzati, anche la manifestazione di domani sarà inutile sotto questo punto di vista. Potrà servire, al massimo, ai 3 partiti ex/post/neo comunisti che hanno nei partecipanti a questo genere di manifestazioni il loro bacino elettorale per non perdere contatto con i loro militanti dopo questo inizio di legislatura non proprio all'altezza delle attese, ma per sapere se ci saranno riusciti o meno occorrerà attendere le prossime tornate elettorali. Tanto rumore per nulla quindi, verrebbe da dire; ma, da genovese, posso solo augurare ai vicentini di avere sorte migliore della nostra. Le cose insomma, andranno al contrario di come andarono durante un altro 17 febbraio, quello di 15 anni fa. Sembrava proprio un giorno come un altro quel 17 febbraio 1992; era un lunedì ed in Italia si stava svolgendo un'accesissima campagna elettorale, mentre al Quirinale Francesco Cossiga, attaccato il piccone al chiodo, attendeva la vicina fine del suo settennato. In mattinata le agenzie batterono una notizia che, al contrario della manifestazione di oggi, non attirò l'attenzione di nessuno. La notizia era che l'amministratore del Pio albergo Trivulzio, ospizio milanese sito nel quartiere della Baggina, era stato arrestato per concussione mentre riscuoteva una tangente di 7 milioni da un imprenditore. L'amministratore del Pio albergo Trivulzio, si chiamava Mario Chiesa ed era un noto esponente del PSI milanese, era stato -direbbero a Roma- beccato con il sorcio in bocca. Nel pomeriggio Bettino Craxi rilasciò una stringata dichiarazione di presa di distanza: non ci é dato sapere a cosa pensasse mentre definiva "mariolo" Chiesa, di sicuro era ben lungi dall'immaginare ciò che sarebbe successo a lui ed all'Italia a partire da quella mattinata. Sul caso scese il silenzio mentre l'indagine su Mario Chiesa venne affidata ad un sostituto procuratore molisano noto alle cronache giudiziarie per essere stato l'unico magistrato della procura milanese che non aveva aderito allo sciopero indetto dal presidente del CSM Giovanni Galloni l'anno prima contro Cossiga. Così come di solito le guerre c'entrano poco con i casus belli che le fanno scoppiare, qui la guerra, che venne ribatezzata TangentoPoli, sembra c'entrare pochissimo con i 7 milioni che l'arraffone socialista provò a gettare nel water all'arrivo dei carabinieri. Pertanto non fu galeotto lo sciacquone che l'esponente del garofano non riuscì ad azionare in tempo, la verità é che si era giunti al punto di non-ritorno, ed é la stessa successiva dinamica della vicenda a fornircene la controprova. Il vaso di Pandora era ormai stato aperto e, partendo da un banale maneggione di un ente privato locale, Antonio Di Pietro riuscì ad arrivare fin nella stanza dei bottoni, passando per assessori, boiardi di stato, parlamentari e ministri. Mario Chiesa infatti a San Vittore vuotò il sacco permettendo ad Antonio Di Pietro di allargare la sua indagine a macchia d'olio. Il sistema crollò rapidamente su se stesso pagando i suoi imperdonabili errori strategici: da un lato i partiti, in particolar modo il PSI di Bettino, erano divenuti una sorta di comitato d'affari -quasi mai leciti- in cui pullalava ogni sorta di intrallazzatore; dall'altro l'aver incautamente permesso ad una parte politica l'occupazione manu militari di media e magistratura. Quest'ultima ebbe gioco facile, facendo largo uso della carcerazione preventiva, a far cantare gli indagati ed a centellinare le fughe di notizie ad uso e consumo di un'opinione pubblica montata ad arte verso l'esasperazione. Quando procure e giornali si muovono all'unisono dietro c'e' sempre odore di massoneria ed il target dell'attacco apparve subito chiaro. Così Di Pietro affondò la sua lama nel burro, trovando marcio dovunque indagasse, tanto c'era la premiata ditta "D'Ambrosio & Borrelli" (il pool mani-pulite) a dirgli dove andare a fondo e dove chiudere un occhio, mentre i media suonavano la grancassa di fronte alle gesta del nuovo eroe popolare. ... E Mario Chiesa? Patteggiava ed usciva di scena in punta di piedi, ridacchiando con Di Pietro prima dell'inizio dell'udienza. Altri esponenti socialisti uscirono di scena in maniera diversa: 4 mesi esatti dopo l'inizio dell'inchiesta arrivò il primo morto suicida, il segretario lodigiano Renato Amorese, in seguito fu la volta del deputato Sergio Moroni e degli ex-massimi dirigenti di EniMont Gabriele Cagliari e Raoul Gardini, suicidi entrambi nel giro di 48 ore nella rovente estate '93. Qualche mese dopo, in novembre, Di Pietro e Craxi furono di fronte per l'ultima volta nell'aula di tribunale dove si stava celebrando il processo contro Segio Cusani nel quale Di Pietro era pubbico ministero. Craxi venne chiamato a deporre e, ironia della sorte, la sua testimonianza seguiva a ruota quella di un altro ex-potente caduto in disgrazia il cui nome era spesso accostato al suo nelle alchimie politiche di allora: Arnaldo Forlani. Fu il commiato di un sistema, ma anche quello di uomini diversi con i loro caratteri per cui al mite pesarese che balbettava timidamente mentre ai bordi delle labbra gli si accumulava saliva faceva da contraltare il piglio deciso del leader socialista che si congedava dalla scena politica italiana con un j'accuse verso i nemici di sempre. Oggi Mario Chiesa é un uomo libero (come si dice in questi casi: ha pagato il suo conto con la giustizia dove il conto consisteva nel fare qualcosa ai servizi sociali) e ricco (restituì 6 miliardi, ma su uno dei conti a lui intestati gliene furono trovati 12) talmente ricco che può permettersi di fare a meno di continuare la sua carriera di trafficone sotto altre insegne politiche. Su una sola cosa si può essere d'accordo con Mario Chiesa; come disse nella sua unica intervista rilasciata all'indomani della morte di Craxi: era gia' tutto scritto, ovvero che nei gorghi dello sciacquone del Pio albergo Trivulzio, non dovessero sparire le prove della sua concussione ma un'intera classe dirigente. 7 milioni quindi, furono il prezzo di saldo della cosiddetta prima repubblica; l'Italia scelse di voltare pagina quel giorno, ma lo fece nel modo peggiore. Eppure sembrava proprio un giorno come un altro, quel 17 febbraio 1992....
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