
Ora come allora sembra arrivato al capolinea
il ciclo rialzista delle borse mondiali ed il mio
ricordo va a quel 6 marzo 2000 giorno in cui
gli indici milanesi toccarono i loro massimi di
sempre, grazie all'ennesimo ritocco al rialzo dei close, prima di
inabissarsi in una inarrestabile discesa triennale.
La crescita di allora, tumultuosa e settoriale, fu guidata dai titoli
della cosiddetta new economy e passò alla storia come la bolla
speculativa di fine millennio.
Avevo da tempo rinunciato a capire e mi adeguai controvoglia ad
un andazzo che di razionale non aveva più nulla, e forse non
aveva mai avuto nulla.
Non ci sono parole per descrivere ciò che si vedeva
quotidianamente sui mercati.
Forse qualche numero potrebbe render meglio l'idea.
Una società bresciana di software, tale Finmatica, sbarcò a listino
nella seconda metà di novembre del 1999 e venne offerta ad 8 Euro.
Il 10 marzo, 100 giorni dopo, la stessa azione varrà 180 Euro.
Finmatica poi fallirà, senza dare troppo nell'occhio, nel 2004.
Non prima di stabilire un record, che nessuno potrà portarle via in
futuro: allora gli scambi avvenivano utilizzando il cosiddetto lotto
minimo che, per Finmatica, era stato stabilito in 500 pezzi.
Ne consegue che, per operare in continua su Finmatica, serviva la
cifra-monstre di 170 milioni di Lire, pari al controvalore
dell'investimento minimo.
Per meno, con quei soldi, ci si comprava una casa.
Finmatica non fu un caso isolato: Bipop-Carire, TIM, Olivetti,
Opengate, Gandalf, Tecnodiffusione, TC Sistema, Freedomland,
CDB web tech e tutti gli altri nomi rimasti sinistramente stampati
nella mente dei risparmiatori cui il cerino rimase in mano.
Solo i nomi, perchè le azioni non ci sono più: inghiottite in qualche
fusione per sopravvivere o cancellate dalle quotazioni; le più
fortunate hanno cambiato nome per meglio confondere gli
investitori ed eliminare in questo modo la traccia più vistosa di un
imbarazzante passato.
Chi c'è ancora, d'altronde, è il fantasma del titolo che fu: Seat,
Tiscali, Telecom Italia, SNAI, Class editori, L'Espresso, Mediaset,
Fideuram....
Che dovesse finire così, fra gli addetti ai lavori, lo si sapeva un po'
tutti, il problema era quando, e non si trattava di un problema di
poco conto.
In un certo senso fu persino una liberazione, vendere e chiudere
quel dannato terminale, che dava le quotazioni di Wally in serata
e quelle di Tokyo durante la notte, ormai acceso da dicembre.
E da dicembre continuavo a leggere tutto ciò che trovavo sulle
bolle speculative, soprattutto alla ricerca di qualche indizio che
facesse capire, con chiarezza e per tempo, quando la festa starà
per finire.
Siccome tutti volevano essere i primi a vendere, il castello di carte
crollò per un motivo qualsiasi durante un giorno qualsiasi.
Sotto le macerie dell'indice Mibtel rimasero i risparmiatori italiani,
quasi nessuno dei quali sapeva quello che stava facendo o che
aveva fatto.
Nessuno, peraltro, si degnò loro di spiegarglielo e loro si
guardarono bene dal chiederlo, i pochi che lo fecero si sentirono
rispondere una sorta di supercazzola finanziaria.
I media snocciolavano in continuazione le cifre della marcia trionfale
dei mercati giustificata dall'eldorado di internet che, per miracolo,
avrebbe moltiplicato la produttività ed abbattuto i costi di ogni
azienda, qualunque fosse stato il suo core-business.
I risparmiatori, dal canto loro, erano abituati ad avere un certo
livello di remunerazione dal loro patrimonio impiegato quasi
interamente in titoli di stato, che, complice l'ingresso nell'Euro già
scontato sul mercato obbligazionario, vedevano i loro tassi
d'interesse scendere senza soluzione di continuità.
Era il novembre 1996 quando Alan Greenspan, governatore della
banca centrale statunitense, parlò per la prima volta di
"esuberanza irrazionale" riferendosi all'andamento delle borse
mondiali, e quando pronunciò quelle parole il Dow Jones era
attorno ai 6.000 punti, lì eravamo sopra quota 12.000.
In più c'erano le citazioni celebri: Joseph Kennedy, il padre del
futuro presidente JF Kennedy, era un mediocre e semisconosciuto
agente di borsa, fu l'unico a salvarsi dal "Wall Street Crash"
perchè un giorno, uscito per andare al lavoro, prima la portinaia
dove abitava, quindi il tassista ed infine il lustrascarpe gli parlarono
di borsa, dandogli dritte e consigli.
In poche ore vendette tutte le sue azioni quando il Dow Jones era
giunto allo stratosferico record di 500 punti: era il settembre del
'29; si rivedranno di nuovo solo 25 anni dopo.
Nessuno scrisse nulla su quegli ammmonimenti, contemporanei o
storici, così venne messo in scena uno sconcertante riadattamento,
in salsa borsistica, della fiaba di Pinocchio: in cui piazza Affari era il
campo dei miracoli dove Pinocchio, ovvero il parco buoi, seminava e
diceva inconsapevolmente addio ai suoi risparmi per colpa di un mix
di ingenuità, incoscienza ed ingordigia dovuta al miraggio di un
facile e rapido guadagno a ciò indotto dal gatto e la volpe (i media
nel nostro caso, ma un gatto ed una volpe per mettere in pratica
certo tipo di giochini si sono sempre trovati).
I pochi grilli parlanti rimasero, come da consolidata prassi,
inascoltati a predicare nel deserto ed a fare la figura dei
guastafeste, menagrami e saccenti.
Così, anziché sfruttare l'occasione per diffondere fra i risparmiatori
italiani una cultura finanziaria del tutto assente, venne fatto
l'opposto: i media in mano alle banche, tramite i grandi gruppi
industriali indebitati verso quest'ultime, erano, come si suol dire
per commentare altro tipo di situazioni, "in conflitto d'interessi".
Qualche tempo dopo completeranno l'opera le Twin Towers, l'Euro,
i crack piccoli e grandi (dall'Argentina fino a Giacomelli, con tappa a
Collecchio).
Anche il recupero degli anni successivi servirà a poco: ormai
lustrascarpe, tassisti e portinaie avevano completamente saldato
i loro conti con le malconsigliate avventure finanziarie.
Inviato da: بازسازی
il 25/12/2016 alle 09:35
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