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L'irrisolto enigma della "Sfinge"

Post n°40 pubblicato il 11 Marzo 2007 da MagoGandalf2006
 
Tag: Storia



Un anno fa, in uno scarno lancio di agenzia, veniva data la notizia
della morte di Slobodan Milosevic, avvenuta in circostanze non
troppo chiare in una cella del carcere di Scheveningen a l'Aja, dove
si trovava sotto processo per crimini di guerra e, soprattutto, per
genocidio da quasi un lustro.
Con lui moriva uno dei tanti "nuoviHitler" di turno: una settimana
dopo, durante una piovosa mattinata belgradese, Slobo
riceverà l'estremo saluto da parte di circa 100.000 serbi.
Il tribunale mise subito le mani avanti parlando di suicidio: l'ex
presidente serbo avrebbe così seguito a ruota Milan Babic (a sua
volta ex leader dei serbi di Croazia) suicidatosi una settimana
prima, e chiudendo in questo modo un triste cerchio familiare che
volle ambedue i genitori di Slobo suicidi in momenti diversi.
Ma chi fu veramente Slobodan Milosevic?
Forse non lo ha capito nessuno.
Slobo ci mise molto di suo, meritandosi pienamente il soprannome
di "Sfinge dei Balcani" guadagnato in 15 anni di doppiezze e bluff
cominciati con le trattative, con i degni compari Tudjman e
Izetbegovic, per l'elezione di Stipe Mesic a presidente della
RSFJ e finiti sul banco degli imputati in quel dell'Aja.
Al procuratore Del Ponte, Slobo, venne consegnato nel 2001 da
Zoran Dijndijc, allora premier serbo, nonostante le perplessità del
presidente Kostunica.
Anche la data scelta per la concessione dell'estradizione fu
simbolica: il 28 giugno, giorno di San Vito che, fin dal lontano 1389,
continua a non portare fortuna alla leadership serba.
Il tribunale penale internazionale, nelle intenzioni dei promotori,
avrebbe dovuto essere una "Norimberga dei Balcani", con l'accusa
affidata al procuratore svizzero Carla Del Ponte, colei che anni
prima prometteva, sui media, di ritrovare il "tesoro di Craxi".
In realtà, a conti fatti, é parso ispirarsi ai maxi-processi alla mafia
degli anni '80, quando si decise di unificare fascicoli eterogenei
sotto l'onnicomprensiva voce "reati di mafia".
Una sorta di bufala mediatica che si é ritorta contro chi l'ha creata
che ha, horribile dictu, restituito prestigio da leader e persino
dignità politica postuma a chi si prefiggeva di condannare.
Pochi giorni fa é stato emesso il verdetto più atteso dell'intero
processo: la pronuncia in merito al genocidio di Srebrenica sulle
responsabilità avute da Belgrado nella vicenda della conquista, da
parte dell'esercito serbo-federale, dell'ex safe-zone ONU.
I serbi di Belgrado, allora guidati da Slobo, sono stati ritenuti non
colpevoli per quanto avvenne durante quel tragico inizio luglio del
'95: l'intera responsabilità di quanto accadde viene attribuita ai
serbi di Pale, il cui leader politico, il presidente Radovan Karadzic,
era stato già scaricato, in più di una dichiarazione ufficiale, da
parte di Slobo.
Quelle dichiarazioni, interpretate in presa diretta come un gioco
delle parti, sono state comprovate da diverse intercettazioni
telefoniche: in un colloquio fra Karadzic e Babic, ad esempio,
entrambi lo indicavano come un "traditore" vendutosi all'occidente
che, in cambio del ritiro delle sanzioni e del ricco pacchetto di aiuti,
avrebbe firmato qualsiasi accordo di pace alle loro spalle.
Furono facili profeti, i leader delle 2 autoproclamate repubbliche:
a Dayton Slobo si contentò, in nome loro, del 49% del territorio
bosgnacco quando, sul campo di battaglia, la Jugoslovenska
Narodna Armija agli ordini di Ratko "Napoleone" Mladic aveva
conquistato, e quasi interamente "bonificato", più del 65%.
La Krajna, invece, fu "restituita" alla Croazia a seguito
dell'operazione "Tempesta", fasulla offensiva militare, senza
contropartite "ufficiali", ma con un probabilissimo scambio
sottobanco fra gli uomini forti di Zagabria e Belgrado.
Ce n'era abbastanza per emettere verso Slobo un verdetto di
assoluzione, alla memoria, sia pure per "insufficienza di prove".
E pensare che Slobo, appena arrivato, inizialmente polemizzò
duramente con il tribunale, confutandone la legittimità.
Il suo arrivo peraltro, aveva restituito interesse verso
quell'istituzione che, partita con ben altre ambizioni, si era ridotta
a giudicare macellai di seconda fila di tutte le fazioni coinvolte.
L'interesse però, durò ovunque poco: alle opinioni pubbliche
occidentali la questione non interessava granché, mentre negli
altri stati della ex-Jugoslavia prevalse la voglia di dimenticare.
L'unico stato che continuò a seguire il processo con inviati, servizi,
reportage e dirette radiofoniche delle udienze fu proprio la Serbia.
Così Slobo, forse consigliato dal suo entourage, lasciò perdere le
contestazioni in punta di diritto per sfruttare la chance mediatica
incautamente offertagli da quel palcoscenico per confrontarsi con
le accuse mossegli dall'occidente avendo come proprio
interlocutore l'opinione pubblica serba.
Per prima cosa rinunciò agli avvocati che la presidenza gli aveva
offerto: chiese ed ottenne di poter curare direttamente la propria difesa.
Riuscì spesso a dare scacco alla Dal Ponte ed ai suoi improbabili
testimoni: perlopiù tagliagole che ricordavano tanto, per pedigrée,
credibilità e per cachet, i nostri "pentiti".
Il suo capolavoro fu il confronto con Stipe Mesic: bastava guardare
gli occhi bassi di Stipe, per il quale la testimonianza all'Aja era solo
una seccatura della quale avrebbe fatto a meno, per capire subito
come sarebbe finita.
Slobo, per un giorno, tornò ad essere "la Sfinge" e lo fece a pezzi:
senza mai guardarlo, come durante i numerosi conclave per
l'elezione del presidente federale.
Quel giorno, fra un lancio e l'altro della TanJug, non si contarono le
scazzottate a Vukovar ed a Knin; e quella sera i caroselli di clacson
a Nis ed a Belgrado testimoniavano che il filo fra il leader e l'anima
della sua gente, seppur solo per quell'attimo, si era riannodato.
Aveva chiesto un confronto anche con Bill Clinton che, nel
novembre '95, ospitò per un mese lui ed i suoi omologhi balcanici
per le trattative che misero la parola fine alla guerra in
Bosnia-Erzegovina.
Al momento della firma degli accordi Slobo, che si era mostrato il
più "ragionevole" dei 3, venne indicato, dall'allora presidente
statunitense, come "L'uomo della pace" e, con questa motivazione,
gli furono dedicate diverse copertine da parte di prestigiose riviste
politiche.
"L'uomo della pace", 3 anni e mezzo dopo, era divenuto "IlnuovoHitler".
3 anni e mezzo durante i quali ci furono un attacco al Kosovo da
parte di Slobo ed una macchiolina galeotta sui calzoni di Bill, da far
dimenticare alla svelta all'opinione pubblica americana.
Stava aspettando la risposta della presidenza Slobo, quando morì
improvvisamente.
Vi entrò da sconfitto: dalla guerra, dalla storia e dal suo popolo,
che aveva votato contro di lui alle presidenziali dell'anno prima;
ne uscì da martire non prima di aver svelato, lui balcanico, le
doppiezze occidentali sull'intera questione ex-jugoslava.
Dopo la sua morte il tribunale tornò ad occuparsi di macellai di
basso cabotaggio, per comminare loro pene da "guida in stato di
ebbrezza", fino all'ultima cartuccia, quella su Srebrenica, sparata
-a salve- la scorsa settimana.
Chiude quindi mestamente i battenti, con un'assoluzione a denti
stretti, questo costoso e bizzarro boomerang giuridico-mediatico
con cui sono stati sprecati miliardi di $ per ottenere il risultato
opposto a quello voluto.
Ma la Del Ponte non ci sta e vorrebbe buttare altri soldi nella caccia
ai fantasmi di Karadzic e Mladic: lascia stare Carla, forse riusciresti
a far assolvere anche loro.

 
 
 
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