Rio de Janeiro, 20 gennaio 1983: Muore, in un letto d'ospedale, Manoel Francisco dos Santos, meglio conosciuto come "El Garrincha". A soli 49 anni, pertanto, se ne andava, in punta di piedi, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi. ...E dire che, sempre in punta di piedi, aveva fatto impazzire i terzini sinistri di tutto il mondo per più di 10 anni: con quella sua falcata improbabile, con quella sua finta (sempre la stessa e sempre micidiale), con quei suoi dribbling da ala vecchio stampo, quella che prima guadagna il fondo e poi crossa nel mezzo. Manoel Francisco dos Santos nacque nel 1933, da famiglia poverissima, e la sua vita fu subito in salita: la poliomelite, avuta da bambino, lo costrinse ad un'operazione chirurgica agli arti inferiori che gli lasciò una gamba più corta dell'altra. Cominciò da lì la parabola dell'ala destra più forte della storia: da un ragazzo che, per tornare a camminare senza più perdere l'equilibrio, dovette allenarsi correndo con una palla fra i piedi... Venne soprannominato "Garrincha", dal nome dello sgraziato uccellino brasiliano dalle gambe storte e dalle traiettorie di volo irregolari ed imprevedibili. Si propose per un provino al Botafogo, il club carioca in cui giocherà per quasi tutta la carriera, durante il quale venne marcato dal grande terzino sinistro brasiliano Nilton Santos. Al termine di quella partitella d'allenamento Nilton Santos consigliò, al presidente del suo club, l'ingaggio di quel ragazzo e questi accettò pensando che il suo giocatore volesse, in questo modo, aiutare finanziariamente quel ragazzino poverissimo e quasi zoppo. 8 anni dopo Nilton Santos e Garrincha regalarono al Brasile la sua prima coppa del mondo. Nella squadra stellare di Vicente Feola, c'era anche lui; e di lui Nils Liedholm, che lo affrontò in finale, ebbe a dire: "Sembrava che avesse 2 gambe destre, poi 2 gambe sinistre. Mai visto niente del genere... ci fece a pezzi." 4 anni dopo, in Cile, riuscì a fare ancora meglio e la sua prova di uomo-squadra può essere paragonata solo a quella di Diego Maradona al mondiale messicano. A quei mondiali, infatti, Pelé si infortunò durante la seconda partita e la sua coppa del mondo finì prima ancora di cominciare. Toccò, pertanto, a Garrincha caricarsi la squadra sulle sue fragili spalle ed a trascinarla verso il successo finale. Per farlo sfoggiò il meglio del suo repertorio: le sue finte, i suoi tocchi, i suoi dribbling, i suoi cross ed i suoi assist riuscirono a salvare un'edizione destinata, altrimenti, ad entrare nella storia per gli inimmaginabili favoritismi ai padroni di casa che, complice la povertà tecnica di quella rassegna, puntavano a vincere la coppa Rimet. Per rivedere qualcosa di simile, ovvero una squadra men che mediocre che cerca di vincere avendo dalla sua solo il fattore-campo, si dovrà attendere per 40 anni ed attraversare mezzo mondo per raggiungere la Corea del sud. Ad accomunare queste 2 edizioni fu l'Italia: truffata in Asia da un arbitraggio indimenticabile e massacrata in quel di Santiago dove chiuse in 8 contro 11 il match del girone eliminatorio contro i padroni di casa. Alcuni articoli usciti sulla stampa italiana alla vigilia dei mondiali, nei quali il Cile veniva messo in cattiva luce, furono amplificati per creare il clima da corrida che poi si sarebbe visto in campo: gli oriundi azzurri, Sivori, Sormani, Maschio ed Altafini, vennero additati quali traditori del sudamerica. Oltre a ciò la federazione cilena si fece assegnare, per quell'incontro, l'inglese Aston, il futuro inventore dei cartellini per ammonizioni ed espulsioni, notoriamente attento esecutore dei "consigli" FIFA. Il risultato fu 2-0: 2 goals, 2 espulsioni e 2 giocatori messi fuori uso a suon di interventi assassini; gli stessi interventi assassini che metteranno fuori causa anche Jascin, il grande portiere sovietico, che gli andini si troveranno di fronte nel quarto di finale che li oppose ai campioni d'Europa. Fu così che, una squadra di picchiatori e di provocatori, riuscì ad arrivare in semifinale dove avrebbe affrontato il Brasile di Garrincha, sapendo che in finale l'avversario sarebbe stato una squadra alquanto abbordabile: o la Cecoslovacchia o la Jugoslavia. Insomma pareva fatta ed invece... Irrise ai fabbriferrai della difesa cilena finchè rimase in campo, autore di una doppietta e di un assist per Vavà, prima di essere espulso, per un motivo qualunque, dall'arbitro. La sua squalifica per la finale divenne un caso internazionale: per fargliela togliere si mossero i ministri del governo brasiliano e ci riusciranno assestando così un ulteriore colpo alla residua credibilità di quell'edizione. La felicità di Mané, però, fu di breve durata. Conobbe una donna, Elza Soares, cantante e ballerina carioca di cui si innamorò perdutamente e da lì ebbe inizio la sua parabola discendente: lasciò la sua famiglia (7 figlie femmine più la moglie sposata all'età di 15 anni) e cominciò a girare il mondo al seguito della sua nuova compagna. Quando anche questa relazione si concluse Garrincha si ritrovò solo: in campo era l'ombra di sé stesso, ed il malinconico commiato dalla maglia verde-oro numero 7 avvenne alla coppa del mondo del 1966 con una umiliante eliminazione al primo turno. Fuori dal campo si rifugiò nell'alcool e perse rapidamente tutte le ricchezze fino a quel momento accumulate, morendo povero, solo e dimenticato da tutti. L'immagine che sintetizza tutto questo è la sua espressione triste nell'occasione di maggiore allegria possibile: il carnevale di Rio. Vive sempre, invece, l'impietoso confronto con il suo più celebre compagno di squadra: Pelé, non tanto in campo, quanto fuori dove Edson Arantes do Nascimiento si dimostrò formidabile amministratore di sé stesso ed, ancor oggi, pubblicizza gli abbonamenti pay TV ridacchiando "Otra vez" oltre ad essere ben ammanicato con gli alti papaveri del calcio mondiale. Un altro spot che, ripensando allo sfortunato fuoriclasse brasiliano, fa sorridere amaro è quello di Lionel Messi, per la Nike, dove racconta la sua storia e la sua lotta contro il nanismo per affermarsi come calciatore.... D'altronde i confronti improponibili con il calcio moderno sarebbero moltissimi: basti pensare che oggi un ala destra qualunque si chiama David Beckham e macina decine di milioni di $, un doppio insulto tecnico e finanziario. Sbagliò epoca, Mané, e lo fece tragicamente; ma visse quando il calcio era ancora calcio e mi piace immaginarmelo finalmente felice, fuori dalla sua gabbia, dopo la tanta felicità donata ai tifosi verdeoro con le sue giocate ma che questa vita non seppe dargli, se non dentro un rettangolo verde.
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