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150° ANNIVERSARIO DELL'UNITÀ D'ITALIA

Post n°34 pubblicato il 12 Aprile 2011 da ninolutec
 
Tag: Storia



Una ricostruzione a grandi linee del processo di unificazione e di «Risorgimento» della nazione italiana con una particolare attenzione alla dimensione strutturale.

 

Giuseppe Brienza

Ombre e luci del processo risorgimentale italiano
(Parte Seconda)

 

[Relazione tenuta al convegno di studi La nascita dello Stato italiano, in occasione del 145° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, organizzato dalla Associazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante (Aespi) di Milano, il 17 marzo 2006 a Palazzo Valentini di Roma, con il  patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di  Roma e della Fondazione Ugo Spirito di Roma]

 

7. L’Unità italiana e la storia amministrativa
In questa sede, tenterò d’integrare la nuova prospettiva storiografica sul Risorgimento, con uno spostamento di attenzione sempre più diretta ai pubblici poteri e alla pubblica amministrazione, come fenomeno organizzativo della vita dello Stato e della società italiani. In sostanza, accanto alla consueta indagine storica incentrata sulle prospettive e sull’azione politico-sociale dei governanti e di parte dei governati, cercherò di svolgere un’analisi che, sulla scorta della lezione di Gianfranco Miglio (1918-2001) e di Roberto Ruffilli (1937-1988), prenda in considerazione la realtà amministrativa per chiarire in maniera il più possibile oggettiva molti aspetti della prima. Insomma, secondo l’approccio di Ruffilli, «[…] un’indagine storico-giuridica che porti l’attenzione sui rapporti formali e sostanziali fra pubblica amministrazione e privato, assumendo dati politico-ideologici ed economico-sociali e politici per far luce su talune implicazioni dei rapporti anzidetti» e, quindi, «[…] approfondisca i diversi aspetti della realtà amministrativa sulla base delle reciproche connessioni tra questa e l’assetto della società e dello Stato»

8. La differenza fra unità e unificazione

Vorrei quindi far luce sul «come» e sul «perché» con determinati problemi sociali e istituzionali sia stato possibile convivere e andare avanti in quasi un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria.
Quanto al come, attraverso la ricostruzione dei connotati amministrativo-istituzionali dell’unità, diviene evidente la scelta netta di nascondere i problemi dell’unificazione reale dietro il paravento dell’unità istituzionale, senza riguardo alle difficoltà gravi che si manifestarono, con la spregiudicatezza gestionale e le tappe forzate che caratterizzarono il passaggio dall’assetto pre-unitario a quello unitario.
Quanto al perché, la tesi che svolgerò è riassumibile nella connotazione ideologica e «anti-identitaria» del progetto unitario e nella sua sostanziale subalternità a interessi estranei al nostro Paese.
In ciò facendo cercherò di evidenziare la profonda differenza fra unità — realizzata — e unificazione — solo promessa — dell’Italia. Con la prima espressione indicando la qualità di uno Stato non diviso da confini politici interni e di un popolo che forma un tutt’uno dal punto di vista delle sue istituzioni, con la seconda esprimendo «[…] l’effetto che determina, nelle persone di cui lo Stato si compone, la concordia nelle idee e nei sentimenti essenziali alla vita dello stesso Stato. Una concordia che riguarda l’opportunità della coesistenza e non necessariamente delle opzioni operative sui diversi problemi della società organizzata» .
Se si è costretti a constatare la persistenza nel nostro paese di problemi che, dopo il Risorgimento e con gli stessi identici connotati, denunciano come l’Italia sia unita ma non unificata, ciò significa «che sono ancora e largamente da capire l’essenza autentica delle origini e dei connotati delle evidenti insufficienze ed inadeguatezze dell’“azione e degli effetti” di una unità esistente da un secolo e mezzo sul piano istituzionale (non ci sono più confini interni e la popolazione forma un unico corpo politico) ma irrealizzata sul piano della proficua coesistenza delle persone di cui lo Stato si compone» .
Per trattare in maniera completa il tema, prima di concludere, occorre evidenziare anche alcune delle «luci» portate dall’unità del 1861 che, nonostante tutto, appaiono oggi di tutto rilievo, tanto più se confrontate con il nostro attuale panorama politico-istituzionale.

 9. Federalismo e confederalismo: strade alternative per    l’unità

Per quanto concerne le modalità dell’unità — vale a dire le istituzioni degli italiani —, è utile chiedersi il perché il processo unitario italiano, pur essendo, come è noto, stato iniziato da prospettive federalistiche e confederalistiche, il Risorgimento si sia, alla fine, realizzato nel suo esatto contrario, cioè nel centralismo e in forme di «statolatria», che abbiamo conosciuto e ancora oggi, in parte, conosciamo.
Fu, fra gli altri, Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), dall’alto della sua statura intellettuale, a teorizzare verso la metà del secolo XIX l’unione politica dei diversi Stati della Penisola, ma in forma tale che ciascuno avrebbe mantenuto la propria sovranità. Una sorta di Unione Italiana che sarebbe forse assomigliata alla novecentesca Unione Europea, almeno come la si è concepita fino agli anni 1980, e non quindi come quel «super-Stato» voluto poi dai socialisti e gli «eurocrati» di Bruxelles.
Secondo il filosofo roveretano, il massimo bisogno dell’Italia era quello di essere forte nel suo tutto e nelle sue parti, poiché altrimenti non avrebbe potuto essere una e indipendente. Nell’Italia unita federale, secondo Rosmini, tutto doveva essere funzionale allo sviluppo della persona e della famiglia, che venivano prima della stessa società generale e naturalmente dello Stato, in un intreccio di competenze basato sul principio di sussidiarietà. L’esatto opposto della concezione che si era imposta, invece, nella Rivoluzione francese, secondo la quale i diritti della persona venivano assorbiti da quelli del «cittadino», che era visto in funzione dello Stato.
E quando non si poterono non vedere le conseguenze della mancata unificazione dei popoli italiani, si accreditò, non di rado in mala fede, la tesi secondo cui ciò sarebbe stato effetto di una sorta di tara genetica di una parte cospicua della popolazione, piuttosto che la conseguenza di un disegno insufficiente e inadatto. Questa lettura ufficiale ha prodotto, anzitutto, l’effetto culturale e sociale di dar per scontato che quanto ha effettivamente determinato la nascita e il consolidamento dello Stato unitario italiano fosse, in sostanza, l’unica causa possibile e la strada per giungervi l’unica percorribile. L’unica alternativa sarebbe stata simpliciter quella di non fare l’Italia. Tuttavia questa versione non sembra reggere neppure a una verifica storica elementare. Basti pensare al processo di unione che portò nel 1870, quasi in contemporanea con gli eventi italiani, alla nascita di un altro grande Stato europeo, la Germania.

 10. L’esempio della contemporanea unificazione tedesca guidata dal Regno di Prussia
Da secoli la nazione germanica era frantumata in una miriade di Stati sovrani — numerosi anche dopo gli accorpamenti napoleonici —, coinvolti nei giochi delle potenze europee non meno di quelli italiani e con situazioni economiche, sociali e politiche non dissimili da quelle della nostra Penisola. Anche in Germania ci fu bisogno di un regno, quello prussiano, dotato di volontà di dominio e di guida degli altri popoli germanici per fare l’unità. Ma, a differenza del regno sardo, la Prussia capì che l’unità della Germania — sia pure sotto la sua guida — si poteva raggiungere solo con i tedeschi e non contro una buona parte di essi. E, dopo averli portati al successo e al riscatto nella guerra d’indipendenza contro Napoleone, i prussiani non cercarono di approfittare del credito che si erano guadagnati e non avanzarono pretese, ma si servirono di quel prestigio per avviare un percorso, lungo e faticoso, diretto a convincere i tedeschi della necessità di uno Stato unito, cominciando dall’adozione da uno strumento di carattere economico, l’Associazione Doganale Tedesca (Deutscher Zollverein), una forma di «mercato comune» tedesco, che rendeva immediatamente percettibili i vantaggi dell’unità statale, cominciando dalla semplificazione del sistema delle dogane che intercorreva fra le diverse aree dinastiche, comunali e regionali dell’area tedesca. Come scrive Alfredo Servidio, «i duri e militaristi prussiani promossero persino quel primo nucleo di unione statale “senza” ricorrere ad imposizione alcuna, e tanto meno “per decreto”, ma scelsero ed adoperarono il metodo della delicata e tenace “trattativa” finanche con quegli Stati che “non” vollero partecipare allo stesso Zollverein».
La Prussia non aveva, certamente, l’equivalente di uno Stato Pontificio sul proprio territorio, ma è anche vero che nessuno dei regnanti prussiani — che pure avevano combattuto duramente e colpito in modo pesante la Chiesa cattolica —, né alcuna istituzione rappresentativa del popolo tedesco, nonostante comportamenti che più d’uno ha voluto definire «statolatrici», era mai stata tentata dal dichiarare e sancire per legge che «quella» Chiesa, sul territorio e per le leggi tedesche, non avesse «né diritto d’esistenza né personalità giuridica», come sancì fra il 1852 e il 1855 il Parlamento di Torino — e con un dettato che divenne automaticamente legge di tutto lo Stato italiano dopo l’Unità —, se non per insindacabile e specifica concessione dello Stato: secondo Servidio, «l’esempio prussiano dovrebbe, in conclusione, essere più che sufficiente per comprendere come la pessima nascita e l’ancora peggiore sviluppo degli eventi unitari italiani non fossero affatto scontati» .

 11. Le proposte degli «autonomisti liberali» Minghetti e Jacini
Subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia, sono da annoverare nel filone «autonomistico» le proposte avanzate da Marco Minghetti (1818-1886), secondo cui, «l’unificazione […] avrebbe dovuto fornire l’occa­sio­ne per un incisivo riassetto delle circoscrizioni amministrative, e per istituire le regioni, come consorzi di province. Di fronte alla precarietà degli assetti e alle emergenze, prima fra tutte il cosiddetto brigantaggio, la Camera insabbia. Le questioni più urgenti sono sistemate dai cosiddetti “decreti d’ottobre” emanati dal nuovo presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Bettino Ricasoli [(1809-1880)] in senso accentrato, sulla base della legge delega del 9 ottobre [1861]».
Stefano Jacini (1826-1891) e Minghetti, a differenza degli altri fautori di parte liberale della decentralizzazione, non si limitavano a prospettare la necessità di un decentramento amministrativo a favore dei comuni e delle province, che investisse anche le associazioni e le formazioni funzionali e si traducesse in un decentramento della burocrazia necessaria per l’amministrazione periferica statale a tali livelli, ma difesero per anni senza successo una forte opzione a favore del riconoscimento sostanziale della dimensione amministrativa regionale.
I termini dell’opposizione governativa a ogni proposta di questo tipo sono esemplificate nella nota che il ministro dell’Interno Luigi Carlo Farini (1812-1866) ebbe modo di illustrare all’avvio dei lavori della «Commissione straordinaria e temporanea per lo studio e la formazione dei progetti di legge», il 13 agosto 1860, in cui appare chiara « l’intenzione del governo di escludere, in sede di definizione delle nuove “circoscrizioni politiche”, qualunque utilizzazione di “concetti astratti” o di “opere arbitrarie”, in luogo del ricorso ai confini delle “antiche autonome italiane”. Ma — l’ammonimento è illuminante — la ricognizione delle suddivisioni effettive, in quanto esistenti “nelle condizioni naturali e storiche”, non avrebbe dovuto ridursi ad una supina ricostruzione dei confini delle “vecchie divisioni politiche”».
Ecco perché durante i successivi anni di storia unitaria si evidenzia  chiaramente in Italia — in taluni periodi in maniera particolarmente accesa — una battaglia contro l’«accentramento politico» e lo statalismo, rimasta peraltro sporadica nel resto d’Europa. Questa risale e trae alimento dalla contestazione della stessa unità politica, realizzata nella forma di uno «Stato nuovo», sentito come il frutto di un colpo di mano di minoranze. La chiusura, difensiva e offensiva allo stesso tempo, contro il pluralismo politico da parte dei governanti dello Stato liberale ha reso più complicata e travagliata l’evoluzione di quest’ultimo in senso sempre più democratico: «Viene messa in discussione — scrive Ruffilli — la validità della unità stessa e del monopolio giuridico e politico ad essa collegato, e si punta alla sua revisione, in chiave di pluralismo, con il ritorno al passato preunitario o con l’avvento di un sistema federale. Si fa sentire l’esigenza di uno sviluppo della libertà politica per la “società civile” e le sue formazioni, con il superamento della “separazione” della stessa rispetto allo “stato politico”, e con la redistribuzione del potere, in fatto di decisione politica e di ordinamento giuridico, concentrato in quest’ultimo».

 12. Dopo la fine della dinastia sabauda, con la Rivoluzione europea anche quella dello Stato-amministrazione italiano?
L’unità si realizzò invece attraverso una serie di annessioni allo Stato egemone in Italia, cioè al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II (1820; 1849-1878) e di Camillo Benso di Cavour (1810-1861). Per una sorta di «nemesi storica», tuttavia, dopo la fine della monarchia a seguito del referendum istituzionale del 1946 e del successivo esilio della Casa di Savoia, negli ultimi anni, a rischiare l’annichilimento della propria fisionomia e della propria identità forgiate proprio dalle scelte successive al 1861, è anche lo «Stato-amministrazione» italiano. Penso infatti al modo in cui si intende oggi, come accennavo, il processo di unificazione europea, con la esplicita proclamazione dell’obiettivo di un assorbimento delle specificità e delle sovranità nazionali e la costituzione, da parte principalmente della giurisprudenza e della prassi delle istituzioni dell’Ue, di un nuovo ed esclusivo «diritto amministrativo europeo».
Si prenda a questo proposito un ennesimo, piccolo ma significativo, esempio: la recente estromissione dell’italiano dalle lingue di riferimento della Ue. Come si sa, le origini della nazione italiana, storicamente, risalgono al Medioevo e simbolo essenziale di ciò è la costruzione di una lingua di cui Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-1374) furono emblematici artefici. C’è chi ha giustamente parlato, a proposito della de-ufficializzazione dell’italiano nella nuova Europa costituzionale, di «[…] un tipico esempio di colonizzazione, da parte di Francia, Germania e Inghilterra nel nome dell’unità europea, del nostro Paese che — pur con le ovvie distinzioni — sembra ricordare il Meridione d’Italia nell’epoca dell’unificazione risorgimentale».
L’idea di un’Europa amministrativamente unita, che incorpori centralisticamente le sovranità e le identità nazionali e locali, è un rischio e una pericolosa utopia, la quale, se diventasse realtà, ratificherebbe un inevitabile squilibrio. Scrive il filosofo dell’estetica Stefano Zecchi, « la sottomissione di alcune nazioni a quelle che, più delle altre, hanno già saputo esprimere e, continuano a sostenere, la propria autonomia, la propria soggettività politica, e identità nazionale. Il rischio per l’Italia è di finire come il suo Meridione quando fu integrato dai piemontesi: centocinquant’anni fa i Savoia imposero i propri interessi sugli altri Stati italiani; oggi i francesi e i tedeschi ci imporrebbero i loro».
Anche l’identità cristiana del Vecchio Continente, come hanno dimostrato le recenti vicende del mancato riconoscimento delle radici cristiane nella bozza di Trattato costituzionale europeo, ha tutto da perdere da questa rinnovata forma di Rivoluzione, non più «italiana», ma questa volta «europea». 

 
 
 
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