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CONFERENZA DELL'ARCHEOLOGO PROFESSOR MARIO FRAU

Post n°73 pubblicato il 17 Maggio 2011 da ninolutec
 

 

 

 

LA PREISTORIA NELLA
SARDEGNA MERIDIONALE
- Parte Sesta -

 

 

Il territorio di Decimoputzu ha restituito numerosi reperti delle culture che vi si succedettero nei millenni: una statuina in alabastro di Dea Madre (circa 3500 a.C) ci proviene dall'insediamento di cultura di Bonuighinu di Su Cungiau de Marcu (visibile presso Museo Archeologico di Cagliari); il villaggio nuragico arcaico di Mitza-Pùrdia (cultura di Bonnanaro) ha restituito, insieme a molti reperti indigeni, una testa di guerriero in avorio con elmo ed un portagioielli del tardo miceneo (1425-1340) e collane di perle di vetro blu, verdi, beige, prodotte dai rinomati gioiellieri micenei o egizi. Dal ripostiglio nuragico di Monte Idda, area con numerosi Nuraghi ormai in rovina, provengono asce ed altri oggetti in bronzo; monete puniche sono riemerse da un vaso di terracotta trovato in loc. Seni; una tomba contenente un sarcofago romano è stata trovata in loc. Argiolas Beccias. I preziosi reperti sono esposti presso il Museo Archeologico di Cagliari. Decimoputzu ha origini antichissime. Di grande importanza sono i numerosi ritrovamenti nel territorio risalenti al periodo neolitico e prenuragico. Nella località di Sant'Iroxi venne scoperta casualmente una grotticella artificiale. Nel corso dei lavori per mettere alla luce tutti i reperti e i materiali di corredo vennero ritrovati più di duecento resti di defunti sepolti nell'ipogeo in posizione rannicchiata e vennero rinvenute diciannove armi in rame arsenicato tanto da indurre la gente del luogo a identificare la tomba come "Tomba dei guerrieri". Denominazione che è poi rimasta nell'uso comune anche degli studiosi. Notevoli in tutto il territorio sono le testimonianze che segnalano la presenza umana a partire dal Neolitico: in località "Perda Lada" è segnalato un importante complesso sepolcrale che conservava una tomba dei giganti con stele centinata. Nelle campagne di "Perdasi", poco fuori dal paese, sono stati rinvenuti sei menhirs. Di fondamentale importanza il ritrovamento di una statuetta di dea madre in alabastro conservata al museo archeologico nazionale di Cagliari. Di morbidi volumi, la statuetta riflette influssi greco-continentali e maltesi.
A Villasor è visibile il nuraghe “Su Sonatori”, che si trova in località S’Acqua cotta. Più precisamente percorrendo la S. S. 196 in direzione Villacidro una volta giunti all’altezza dell’incrocio che porta a sinistra per Vallermosa e a destra per Samassi, si svolta a sinistra per Vallermosa  a circa due o trecento metri e subito a sinistra si trova la strada che conduce alla società idroterme  di S’acqua Cotta. Non svoltare e percorrere altri 500 mt. circa in direzione di Vallermosa. Alla nostra destra, su una colinetta, è visibile dalla strada il sito archeologico del Nuaraghe “Su Sonatori”- “Il 30 maggio 1994 ha inizio la prima campagna di scavi conclusasi nel settembre del 94, la seconda fra il 12/1995 e il 6/1996 e la terza e ultima iniziata il 24/3/1997 e conclusa 1/8/1997, hanno riportato alla luce un monumento nuragico con bastione esalobato (a sei torri) di grande importanza scientifica, del quale la Sopritendenza prevede di continuare l’esplorazione in collaborazione col comune di Villasor.”  Così parlava nel lontano 2000 la Dottoressa Maurizia Canepa, Direttore Archeologo della soprintendenza archeologica  per le province di Cagliari e Oristano. Oggi il sito archeologico giace nel  più completo stato di abbandono.Grande peccato e soprattutto ennesima occasione persa per dare a Villasor quella visibilità turistico/culturale che il paese merita.
Dalla Grotta di Sant'Elia provengono i più antichi indizi di vita preistorica Cagliari (Neolitico Antico, 6000-4000 a.C.), costituiti da frammenti di vasi in terracotta decorati con il bordo di una conchiglia chiamata "cardium edule". Sono riferibili a quest'epoca anche i fondi di capanne individuati presso la Sella del Diavolo, Marina Piccola e Santa Gilla, dove sono state recuperate piccole armature di freccia ed altri oggetti di uso quotidiano realizzati in ossidiana. La successiva età del Neolitico Medio (4000-3400 a.C.) è, invece, testimoniata da una piccola grotta naturale, quella del Bagno Penale, che si trova nel Capo Sant'Elia, che ha restituito un bellissimo vaso decorato con motivi impressi ed incisi e vari oggetti in ossidiana. Resti di abitazioni di quest'epoca sono stati individuati anche nella zona di Calamosca e presso la laguna di Santa Gilla.
Il Neolitico Recente (3400-3200 a.C.) è attestato dai ritrovamenti effettuati in numerose località, sia in grotte (Grotta di San Bartolomeo, Grotta dei Colombi), che in villaggi all'aperto. In questa zona gli archeologi hanno individuato anche delle domus de janas (San Bartolomeo) e, ai piedi del Monte Sant'Elia, resti di capanne con tracce di focolai, avanzi di pasto, oggetti in ossidiana e ceramiche. Anche in altre zone della città, come per esempio in viale Trieste ed in via Is Maglias sono emerse tracce di abitazioni preistoriche. Cagliari e le zone circostanti sono state abitate anche durante l'Età del Rame (2800-1800 a.C.): i principali rinvenimenti sono stati effettuati sulla collinetta di Monte Claro, a Sa Duchessa, in via Basilicata, in via Trentino e nel rione La Vega (cultura di Monte Claro).  L'Età del Rame è ben rappresentata anche dai reperti di Capo Sant'Elia, in particolare con i vasi e con i tipici pugnaletti in rame (cultura del Vaso Campaniforme), recuperati nella Grotta di San Bartolomeo. Per quanto riguarda l'Età del Bronzo Antico (1800-1600 a.C.) le attestazioni più importanti sono quelle rinvenute presso la Grotta di Sant'Elia, la Grotta di San Bartolomeo, la Grotta del Bagno Penale. Con il Bronzo Medio (1600-1300 a.C.) e Tardo (1300-900 a.C.) e la prima Età del Ferro (900-500 a.C.) si sviluppa e progredisce la civiltà Nuragica. Tuttavia a Cagliari le testimonianze di queste fasi culturali sono scarse, probabilmente sommerse dalla crescita della città durante la sua lunga storia. Tutto ciò che resta sono dei frammenti ceramici di età nuragica recuperati durante le raccolte di superficie effettuate nel Capo Sant'Elia, nella Grotta del Bagno Penale e in altre grotte. Dal colle San Michele e dal colle di Tuvixeddu provengono armi e strumenti in pietra.
A Quartu Sant’Elena la presenza dell'uomo nel territorio è molto antica, come dimostrano i ritrovamenti d'età preistorica effettuati nell'area di Is Arenas (fra le saline e lo stagno di Molentargius) e nei pressi di viale Colombo. La civiltà nuragica è ampiamente attestata dai circa 40 nuraghi che sono localizzabili nel versante nord-orientale del territorio: essi sembrano formare una specie di contrafforte di protezione rispetto all'area dell'attuale città.
A Quartucciu i segni preistorici, ancora oggi visibili, sono dati dai nuraghi disseminati nelle campagne di S.Isidoro, nelle cui vicinanze si trova la Tomba dei Giganti (Sa Dom' ‘e S'Orcu) un maestoso monumento megalitico di età nuragica.
La collocazione geografica tra pianura e collina, con alle spalle il massiccio dei Sette Fratelli, e sbocco al mare per un buon tratto con le splendide spiagge di Baccu Mandara e Torre delle Stelle, distribuisce sul territorio di Maracalagonis tutte le tipologie di ambiente. Questa sua caratteristica ne ha decretata l’antropizzazione fin da tempi remoti. In località Cuccuru Craboni è presente una necropoli, con tombe a camera, che si sviluppò dall’età del rame e del bronzo sino al periodo fenicio. Resti di nuraghi in località Genn’e Mari, Bandanu, Beduzzu, Monteghedda, Sa Mardini, Su Reu e Loi munito di forno fusorio e Cannesisa con il suo villagio, testimoniano una consistente presenza nelle diverse fasi dell’epoca nuragica.
A Sinnai l’area di Bruncu Mogumu è un sito di altissima rilevanza storico culturale per la comprensione dei rapporti intercorsi tra le culture Nuragiche e quelle Fenicio Puniche. Scoperto nel 1996 all’interno della Foresta Campidano, a circa 334 metri sul livello del mare, per la posizione geografica e per la tipologia della struttura sembrerebbe avesse preminentemente funzioni cultuali, ipotesi che per ora troverebbe conferma dai dati di scavo. Lo scavo, ancora in corso con finanziamento comunale, ha evidenziato un edificio di pianta rettangolare, diviso in due ambienti e inserito all'interno di un'area recintata. Gli strati finora indagati hanno restituito ceramiche nuragiche d’impasto, associate a vasi dipinti a fasce con decorazioni metopali, riconducibili ad ambito orientalizzante, databili allo stato attuale degli studi tra l’VIII e il VII sec. a.C. Particolarmente importanti sono tre reperti liturgici (una brocca, un catino e una cote litica) rinvenuti nella nicchia ricavata sul muro già crollato dell’edificio, inglobati nello strato di terra rossa che ricopriva il tutto. La loro datazione rappresenta infatti il terminus ante quem dell’utilizzo del monumento. In alcuni strati, associati alla ceramica nuragica, erano presenti anche frammenti di brocche dipinte, in ceramica fenicia, testimonianza di contatti tra i due popoli.
Sestu fu abitata già in epoca pre-nuragica, come dimostrano i numerosi reperti archeologici ritrovati e i resti di un villaggio nella zona di San Gemiliano. Lo documentano gli studi dell’ archeologo sardo Giovanni Lilliu. I reperti attualmente si trovano nel museo archeologico di Cagliari. Il villaggio nell’ età pre-nuragica era costituito da un’insieme di capanne (circa 60) disposte in file irregolari. Di queste capanne è stata ritrovata esclusivamente la base. Le capanne si pensa fossero fatte di fieno e franche, per questo molto fragili. Nelle vicinanze delle capanne  sono stati ritrovati resti di cibo, oggetti in pietra e ceramiche, e inoltre punte di frecce, raschiatoi,lame asce e mazze.Il materiale più usato per costruire questi utensili era l’ossidiana. Ma Sestu fu abitata anche in epoca nuragica (circa 2000 anni A.C.), più o meno nella stessa zona del villaggio Pre-nuragico di San Gemiliano, un pò più a nord..Inoltre sono stati ritrovati i resti di 14 capanne, numerosi resti di cibo, soprattutto di ostriche e ossa di pecora. Monastir si trova nella più fertile pianura sarda, il Campidano, dista da Cagliari 20 km ed è facilmente raggiungibile poiché si trova in prossimità della SS 131. Una serie di colline trachiandesitiche e di origine vulcanica, tra cui Monte Zara (m. 226) e Monte Olladiri (m. 235) attraversano il suo margine orientale mentre il resto del territorio e del tutto pianeggiante. Le campagne sono attraversate dal Riu Mannu e dal Riu Flumineddu L’agro di Monastir è a forte vocazione agricola: nelle campagne si trovano ancor numerosi agrumeti e pescheti, inoltre negli ultimi anni si è sviluppata la coltivazione della patata. Le prime tracce umane documentate nell’agro di Monastir risalgono al neolitico finale (3100-2900 a.C.) e sono state rilevate nelle zone di Monte Olladiri-Is Fogaias e Monte Zara-Sa Mitza Morta, la cui continuità abitativa è attestata fino al Medioevo. Il territorio di Monastir vanta un patrimonio archeologico di notevole interesse. Ecxco i principali siti.
Is Aruttas: una piccola collina dove è ubicata una necropoli costituita da 5 Domus de Janas risalenti al 3200-2800 a.C.
Monte Olladiri, dove giacciono i ruderi del castello medioevale di Baratuli (XII sec. d.C) che dominava gran parte del Campidano; alla base è situata Sa Mizta de su Guvernu che rivela parti in muratura di epoca medioevale. Nella zona sono identificabili anche i resti di alcune capanne prenuragiche e nuragiche.
Monte Zara: sito di notevole interesse per i numerosi ritrovamenti ascrivibili al periodo che va dal neolitico all’epoca romana (IV sec a.C.- III sec. d.C). Sono presenti n. 9 Domus de Janas di cui due poste l’una a fianco all’altra e conosciute come “Is Ogus de Monti”, visibili al visitatore anche dalla SS 131. Scalinata monumentale ricavata dalla roccia e costituita da 60 gradini che portano all’Acropoli dove sono visibili due altari e due pozzi per la raccolta delle acque tutto di epoca nuragica. Alla base si possono osservare edifici risalenti al IX sec. a.C. tra cui un grande edificio circolare adibito a diverse attività di lavoro, al cui interno è stato ritrovato un torchietto per la vinificazione del vino, finora unico esemplare del periodo nuragico rinvenuto in Sardegna.
A Dolianova i ritrovamenti archeologici testimoniano la presenza di insediamenti umani sin dalla preistoria, specie nella parte montuosa, dove era facile trovare rifugio e dedicarsi alla cacci. Nel territorio del comune sono rintracciabili numerose testimonianze del passato, tra cui i resti delle terme romane di “Sa Cora”, il nuraghe “Sa Dom'e S'Orcu” (presso la Punta Bruncu Salamu), la Tomba dei giganti di “Su Tiriaxiu”, e il più esteso complesso nuragico in località Sant'Uanni, le cui fortezze si trovano ancora in massima parte coperte da terra e vegetazione. Risultano censiti nel territorio oltre 120 siti risalenti al periodo nuragico e prenuragico, presso i quali sono stati rinvenuti numerosissimi reperti attualmente custoditi presso il Museo Archeologico di Cagliari.
A Barrali sono molte le testimonianze della presenza dell'uomo già in età nuragica. Numerosi sono i resti di nuraghi che risalgono a questa epoca. Importante centro di avvistamento fu quello costruito sul Monte Uda e quello in direzione di Donori, dove è possibile ammirare la torre nuragica di "Sa Domu è S'Orcu". Tutti i nuraghi si trovano su alture che dominano il territorio circostante: questo tipo di abitazioni, più che resti di villaggi, possono essere annoverati come edifici di controllo e avvistamento.
La presenza umana nel territorio di Guamaggiore risale al periodo prenuragico. Il ritrovamento di reperti biologici ha permesso, infatti, agli studiosi (mediante l'analisi con il Carbonio 14), di datare al 3.564 a.C. i primi insediamenti umani nel Monte S. Mauro. Gli abitanti del villaggio preistorico erano sicuramente abili artigiani che lavoravano l'ossidiana e che probabilmente scambiavano con gli abitanti degli altri paesi bestiame e prodotti agricoli in cambio di materie prime da trasformare.
Senorbì è uno dei maggiori centri agricoli e artigiani del Campidano; fu fondato probabilmente in età romana, lungo la strada che univa Carales ad Olbia, su un'area precedentemente occupata già da Protosardi, Nuragici, Fenici e Punici. La ricchezza dei reperti restituiti dal territorio comunale testimonia che ognuna di queste civiltà vi risiedette produttivamente, tanto da poter produrre e importare alcuni tra i più preziosi oggetti dell'archeologia sarda. Dai Protosardi di Senorbì ci giunge uno degli oggetti più belli dell'arte prenuragica: la cruciforme e stilisticamente modernissima Dea Madre di marmo (circa 3000 a.C., alta 42 cm), riaffiorata nel 1935 in loc. Turriga. Dall'altura di Santu Teru, dove probabilmente si trovava un santuario nuragico, proviene un famoso bronzetto di guerriero (il miles cornutus, ritrovato nel 1841) e altri reperti provengono dal Nuraghe Simieri, erto nei pressi dei ruderi della chiesetta di S.M. d'Itria, unica traccia del villaggio medievale di Simieri. Nell'area di Santu Teru si stabilirono anche i Punici e nel V sec. a.C. l'insediamento divenne un fiorente centro agricolo-mercantile, che importava vasellame greco e italico e, da Tharros (OR), amuleti e gioielli, come la splendida collana riemersa dalla necropoli di Monte Luna (versante occidentale dell'odierno abitato), dove venivano inumati, e più raramente cremati, i ricchi defunti sardo-punici di Santu Teru. La necropoli, il cui parco archeologico è in allestimento, fu utilizzata dal V al III sec. a.C. ed era collegata allo stanziamento che, sorto come avamposto militare fenicio nel VI sec. a.C., si era poi ingrandito in età punica. È costituita da tombe ipogee scavate nella tenera roccia vulcanica, con stretto ingresso a pozzo e cella funeraria di pianta rettangolare o trapeizodale; la salma veniva distesa sul pavimento e il corredo funerario veniva deposto accanto alla testa e ai piedi. Parte dei preziosi reperti protosardi, nuragici e punici di Senorbì sono visibili presso il Museo Archeologico "Sa Domu Nosta", alloggiato in una antica residenza di possidenti rurali; espone anche monili in oro e argento punici (anelli, orecchini, pendenti) e gli scarabei scaramantici, in avorio e pietre dure, del superstizioso popolo punico.
Il Parco archeologico di Pranu Muttedu, a Goni,  sorge su una vasta area caratterizzata da un'alta concentrazione di menhir, la maggiore della Sardegna, e da una serie di sepolture megalitiche del tipo a circolo. I menhir sono in tutto circa sessanta e si trovano disposti in allineamenti, tra i quali il più importante è quello formato da 20 menhir, a gruppi di tre, a coppie, o più raramente isolati; spesso si trovano inoltre posti davanti alle tombe. Le tombe più caratteristiche sono quelle a tumulo (cioè che in origine erano ricoperte da un tumulo di terra), costruite con blocchi di pietra e formate da un atrio, un corridoio d'ingresso e una camera di forma quadrangolare, mentre il muro perimetrale è a pianta circolare e spesso sono circondate da circoli più ampi. Ci sono però anche tombe a domus de janas, finemente scavate nella roccia. La tomba più monumentale ed importante, la tomba II, considerata dagli studiosi come il fulcro dell'intera area sacra, forse tomba di un capo divinizzato, presenta elementi sia delle domus de janas che delle tombe a circoli. Per costruirla furono trasportati da un luogo lontano due enormi blocchi di pietra, assestati uno dietro l'altro, e scavati come le domus de janas, ai quali furono collegate altre parti costruite con blocchi più piccoli. Dopo che fu deposto il corpo tutta la struttura fu coperta da un tumulo di terra e circondata da cerchi di pietre, davanti all'entrata fu posto un menhir di piccole dimensioni e tutto intorno fu costruito un ulteriore circolo del diametro di circa 30-35 m, che ha quasi al centro un altro piccolo cerchio di pietre, mentre a sud del grande cerchio c'è un rettangolo chiuso. Altre due tombe particolari sono la tomba IV, detta “La Triade”, perchè vi è posta davanti una triade formata da tre menhir, e la tomba V, detta “Nuraxeddu”, che si caratterizza per avere la camera di forma rettangolare, costruita molto accuratamente con blocchi di pietra squadrati di dimensioni medio-grandi. Le indagini archeologiche condotte nel sito negli anni ‘80 hanno restituito numerosi reperti di età Neolitica ed Eneolitica, in gran parte riferibili Cultura di Ozieri (3200-2800 a.C. ) e hanno portato all'interpretazione del sito come area sacra, in parte probabilmente destinata al culto degli antenati, come sembra suggerire la presenza di tombe così monumentali, in parte a riti e cerimonie di altro tipo, forse legate alla religiosità agreste e fertilistica delle popolazioni dell'epoca. Per quanto riguarda i menhir, Pranu Mutteddu restituisce, con i suoi 50 esemplari, il maggiore raggruppamento della Sardegna. Distribuiti variamente, in coppia, in allineamenti, in piccoli gruppi, talora sulle stesse architetture tombali, sono realizzati con l'arenaria locale. Sono del tipo "protoantropomorfo", a forma ogivale o subogivale e superficie anteriore piana.

 
 
 
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