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CONFERENZA DELL'ARCHEOLOGO PROFESSOR MARIO FRAU
L'ITALIA PREISTORICA
IL PLIOCENE
Con il passare del tempo, nel Pliocene osserviamo un abbassamento graduale della temperatura, per cui molte specie vegetali europee (per esempio, le palme) scomparvero quasi completamente. Nel Pliocene compare l'Homo abilis e già nel Pleistocene basale troviamo i primi resti dell'Homo erectus, antenato di quell'Homo sapiens dal quale discendiamo direttamente. Il fenomeno dell'inversione del campo magnetico terrestre non è legato ad un periodo glaciale particolare, come il Riss; si tratta di un fenomeno strettamento connesso alla teoria mobilistica della Tettonica a placche (Plate tectonics) e all'espansione dei fondi oceanici. Al centro dell'oceano Atlantico esiste una gigantesca dorsale, che si estende per migliaia di chilometri in direzione N-S, tra l'Islanda a Nord e l'Isola di Bouvet a sud. In corrispondenza di questa dorsale (detta medio-oceanica poichè taglia in due parti l'oceano) si ha vulcanismo sottomarino con produzione continua di crosta basaltica. Negli anni sessanta le teorie di H.Hess e di F.Vine e D.H.Mattews introdussero la Tettonica delle Placche, la quale riprendeva strettamente le conclusioni a cui era arrivato, negli anni venti, il tedesco Alfred Wegener. Una delle prove più consistenti dell'espansione della crosta oceanica fu la scoperta delle inversioni magnetiche: in pratica si è scoperto che i due poli magnetici terrestri si invertono periodicamente, per motivi ancora poco certi, e questa inversione viene registrata a livello microscopico nelle rocce basaltiche, i cui minerali magnetici si dispongono secondo le linee di campo magnetico del periodo della loro consolidazione. I fondali oceanici dell'Atlantico mostrano una struttura a "strisce", nel senso che allontanandosi dalla dorsale il magnetismo delle rocce basaltiche del fondo mostrano una polarità ora positiva, ora negativa (i minerali ferromagnetici ad abito allungato mostrano orientamenti a 180° tra di loro). Poichè i basalti atlantici hanno età comprese tra 180 milioni di anni e l'attuale, ciò significa che almeno dal Giurassico sino ad oggi i due poli magnetici (che non corrispondono ai poli geografici, corripondenti ai punti in cui l'asse di rotazione della Terra interseca la superficie, ma ne sono un poco discostati venendo a cadere, quello nord in prossimità dell'arcipelago artico canadese, quello sud presso il mare di d'Urville in Antartide) hanno invertito numerose volte la loro posizione. I cambiamenti climatici del Pliocene non includono veri e propri periodi glaciali (ma solo brevi periodi di clima più freddo), i quali si verificheranno invece numerosi nel corso del Pleistocene. Il Pliocene ha inizio circa 5 milioni di anni fa ed è inizialmente caratterizzato da un'estesa ed importante trasgressione marina; il mare invase quasi tutte le regioni del bacino mediterraneo, lasciando libere soltanto le dorsali maggiori (es. in Italia, le Alpi e gli Appennini). Intorno alla fine del Pliocene si verificano diverse piccole fasi regressive, con il ritiro del mare ed il sollevamento di diverse regioni. La temperatura media si abbassa progressivamente preparando in un certo senso la strada alle grandi glaciazioni del Quaternario. C'è da aggiungere che la calotta di ghiaccio antartica cominciò a formarsi, secondo gli studi dei glaciologi e dei geologi, circa cinque milioni e mezzo di anni fa, cioè alla fine del Miocene ed a cavallo con il Pliocene. Durante il Pleistocene, primo periodo del Quaternario (del quale costituisce circa il 99% del totale: il periodo attuale, l'Olocene, ha poco più di 10 mila anni di età), si ebbero numerose glaciazioni. In Europa esse prendono in genere il nome dal Danubio (Donau) e da suoi affluenti: le principali sono la glaciazione di Donau, di Gunz, di Mindel, Riss e Würm (la glaciazione del Würm deve il suo nome ad un emissario del lago tedesco di Starnberg). L'ultima glaciazione, quella del Würm è terminata 10-12.000 anni fa e segna l'inizio dell'attuale periodo geologico, l'Olocene, e per gli archeologi il passaggio tra il paleolitico ed il Neolitico. Le glaciazioni pleistoceniche si alternano a periodi più caldi, caratterizzati da un generale sollevamento del livello marino. Queste fasi, dette interglaciali, e le fasi glaciali, vengono facilmente riconosciute, in uno strato geologico sedimentario, dalla presenza dei fossili di forme di vita marine tipicamente adattate a climi caldi o freddi. Per esempio, i livelli corrispondenti ai periodi freddi sono riconoscibili dalla presenza di molluschi bivalvi come Arctica islandica, Mya truncata e gasteropodi come Buccinum undatum, mentre i periodi più caldi sono caratterizzati dalla presenza di organismi di mare più caldo, come per esempio i molluschi gasteropodi Strombus bubonius e Conus guinaicus ed il bivalve Mytilus senegalensis (attualmente forme simili si ritrovano in vita lungo le coste del Senegal). Periodi interglaciali caldi hanno permesso la vita, in Europa, di mammiferi come ippopotami e scimmie, come attestato dalla documentazione fossile. Anche se non esiste un accordo unanime tra i geologi e stratigrafi del Quaternario, il Pleistocene in Europa viene suddiviso, oltre che nella cinque grandi glaciazioni (Donau, Gunz, Mindel, Riss e Würm) nei piani di facies marina Calabriano, Emiliano, Siciliano, Milazziano e Tirreniano. Durante i periodi glaciali si ebbe un'espansione notevole dei ghiacciai. Anche durante i periodi interglaciali di clima più mite la temperatura si è mantenuta sempre piuttosto rigida. Durante le fasi glaciali più intense i ghiacciai sono arrivati a ricoprire un terzo delle aree continentali, con un'estensione pari a circa tre volte quella dei ghiacciai attuali.
VALLE D’AOSTA
Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans L‘area, riportata alla luce nel 1969, si estende per circa un ettaro e rivela uno dei più interessanti siti archeologici in Europa. Suggestivamente scanditi, significativi momenti di quasi cinque millenni di storia, dall‘Eneolitico antico ai giorni nostri. Si possono individuare varie fasi strutturali: la prima consistente nell‘allineamento lungo una direttrice che va da nord-est a sud-ovest di 22 grossi pali in fosse cilindriche in cui si sono trovate ceneri d‘ariete (3000-2800 a.C.). La seconda, avvenuta dopo un rito di consacrazione o di fondazione mediante aratura, consiste nell‘infissione di oltre 40 stele antropomorfe, associata a semina di denti umani (2750-2300 a.C.). Nell‘ultima fase (2300-2000 a.C.) vengono introdotti nuovi elementi, non più destinati al culto dei vivi ma a funzioni funerarie: abbiamo quindi la costruzione di alcune tombe megalitiche, probabilmente di membri di eminenti famiglie della comunità, costruite totalmente fuori terra e che, come le strutture delle precedenti fasi, evocano un significativo orientamento astronomico. Per oltre due millenni l‘area ebbe funzione cimiteriale e venne poi progressivamente abbandonato in prossimità dell‘Età del Bronzo. Comprova tuttavia l‘interessante fenomeno della persistenza della sua utilizzazione funeraria la presenza di tombe galliche su uno strato alluvionale dell‘Età del Ferro, e di tombe romane, nei livelli di scavo superiori, su cui sorse la chiesetta romanica dedicata a San Martino. Il termine “area megalitica”, definisce sinteticamente il ritrovamento archeologico aostano: un esteso santuario all’aperto, fondato nel III millennio a.C. (età del Rame) lungo la riva del fiume e contrassegnato da allineamenti di statue-stele istoriate e da imponenti monumenti funerari costruiti con grandi pietre (“megaliti”). Il ritrovamento del complesso di Aosta, situato alla periferia occidentale della città, presso l’antica chiesa di Saint-Martin-de-Corléans, risale al giugno 1969. In occasione di scavi iniziati a scopo edilizio, si individuò un vasto giacimento archeologico del quale si decise di stabilire l’estensione e la reale entità. Subito iniziarono delle ricerche sistematiche, con annuali campagne di scavo protrattesi fino agli anni ‘90, poi riprese per ulteriori approfondimenti nel 2001. Queste ricerche hanno permesso di seguire l’evoluzione, per circa un millennio, fino agli inizi del II millennio a.C. (età del Bronzo), dell’Area megalitica, dapprima frequentata per esclusive finalità di culto, successivamente utilizzata anche come area funeraria con tombe a cista su piattaforma, tra le quali si distingue il grande dolmen su piattaforma triangolare (Tomba 2). In considerazione dell’eccezionale importanza delle testimonianze venute alla luce, l’Amministrazione regionale della Valle d’Aosta procedeva all’acquisizione dell’area, allo scopo di conservare in sito le preziose testimonianze, mediante l’allestimento di un parco archeologico ora in costruzione. Il deposito archeologico dell’Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, che ha un’estensione di circa un ettaro, testimonia un’evoluzione storica che partendo da momenti finali del Neolitico comprende tutto l’Eneolitico o età del Rame ed attraversa quindi le successive età del Bronzo, del Ferro e Romana, per giungere infine al Medioevo e all’età Moderna. Cronologicamente un lasso di tempo che dal 3000 a.C giunge fino al XIV secolo d.C Come fenomeno culturale le stele antropomorfe appaiono collegate al sorgere e al diffondersi della metallurgia, tra la fine del IV e gli inizi del III millennio, ed alle modificazioni a livello sociale ed economico che pale innovazione tecnologica ha suscitato. Esse rappresentano certo, in Europa, come fenomeno artistico, il primo passo verso la scultura monumentale. Per quanto riguarda la loro funzione, gli scavi di Aosta, dove per la prima volta sono state trovate allineate nel loro contesto originario, hanno dimostrato che non si tratta di monumenti associabili alle tombe, ma di testimonianze monumentali del tutto indipendenti da esse. Circa il problema appassionante del loro significato, tre ipotesi sembrano attualmente ed in eguale misura valide: potrebbe trattarsi di monumenti celebrativi di personaggi viventi (con ogni probabilità capi-guerrieri) oppure di monumenti commemorativi degli stessi personaggi defunti, ma non si esclude la possibilità dell’esistenza, all’epoca, di un pantheon già cristallizzato di divinità, o eroi, oggetto di precise forme di culto e, pertanto, di specifiche e ricorrenti iconografie.
La presenza rocce con incisioni non figurative, cioè con coppelle e canaletti, è piuttosto comune nell’arte rupestre alpina. La Valle d’Aosta non rappresenta un’eccezione in questo senso, come è ben testimoniato dalle continue scoperte di rocce incise con questi motivi da parte dei membri della Société Valdôtaine de Préhistoire et d’Archéologie. Essi quali hanno segnalato oltre un centinaio di rocce coppellate con canaletti, spesso accompagnate da altre figurazioni, quali cruciformi, antropomorfi, balestriformi, cerchi, rettangoli e reticolati. Il problema della collocazione cronologica delle coppelle è noto: si tratta di un segno schematico che può essere stato inciso in diversi momenti, dalla preistoria più antica sino ad epoche molto recenti, come dimostrano gli studi sulle sovrapposizioni e sulle associazioni tra figure. Quanto al loro significato vi sono al riguardo più di cento interpretazioni diverse che, però, non giungono ad alcuna proposta definitiva. Le rocce con arte figurativa in Valle d’Aosta non sono molte. La prima ad essere segnalata nel 1971 fu la roccia di Montjovet Chenal, presso il castello omonimo. Si tratta di una parete rocciosa quasi verticale, incisa in quattro fasi differenti, secondo un primo studio di E. Anati e D. Daudry. La fase più antica, rappresentata da incisioni realizzate a picchiettatura, è la più interessante: si tratta di “complesse figure rettangolari con all’interno cerchi, composizioni di strumenti o armi... ed almeno quattro pendagli ad occhiale...”. Il fatto che queste incisioni siano realizzate su una parete quasi verticale e la presenza dei pendagli a doppia spirale, noti anche sulle statue-stele dell’età del Rame dei vari gruppi dell’arco alpino, compreso quello geograficamente più vicino di St. Martin-de-Corléans, le riporta in un ambito di arte megalitica, probabilmente databile tra il IV ed il III millennio a.C. Una seconda roccia incisa con importanti motivi figurativi venne rinvenuta presso La-Barma a Valtournanche nel 1972 da E. Pelissier e, successivamente, studiata da D. Daudry con la consulenza di E. Anati. Anche questa roccia presenta una parete verticale incisa a picchiettatura in due aree distinte: nella prima zona è inciso un mascheriforme, nella seconda un gruppo di armi (prevalentemente asce) e coppelle. Uno successivo studio di D. Daudry ha evidenziato la presenza di un pugnale tra le numerose asce. La figura mascheriforme può certamente essere associata all’arte megalitica bretone, nonché a motivi presenti nelle stele calcolitiche alpine, mentre il gruppo di armi, un po’ più tardo, è inquadrato nel Bronzo Antico, data la presenza di un pugnale a lama con base arrotondata e una serie di asce tra cui alcune con taglio a paletta.
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GITA A ORROLI
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Il Pliocene è l'ultimo periodo dell'era cenozoica (o Terziario, come preferiscono dire i geologi) ed al suo termine (circa 1,8 milioni di anni fa) ha inizio l'era neozoica (o Quaternario) con il suo primo periodo, il Pleistocene. Il passaggio Pliocene-Pleistocene è caratterizzato da un intervallo posto a cavallo tra il Pliocene superiore ed il Pleistocene inferiore, il Villafranchiano. Secondo molti geologi questo piano stratigrafico (che deve il suo nome agli affioramenti di Villafranca d'Asti) rappresenterebbe in realtà l'inizio del Quaternario; esso in ogni caso è caratterizzato da sedimenti di facies continentale contenenti forme di neocomparsa tra le quali mammiferi come Mastodon arvernensis, Elephas meridionalis, Rhinoceros etruscus, Equus stenonis..
In Europa nel corso dell'ultima glaciazione (quella cioè del Würm) i ghiacciai sono arrivati a coprire buona parte dell'area alpina (i laghi dell'Italia settentrionale come il Maggiore, Garda ecc., sono il risultato dell'escavazione di enormi truogoli glaciali da parte degli antichi ghiacciai alpini pleistocenici), e buona parte dell'Inghilterra. Un enorme coltre di ghiaccio (inlandsis) ricoprì l'Europa settentrionale, la Germania settentrionale ed in America, gli Stati Uniti sino alla zona dei Grandi Laghi.
Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans
L’arte rupestre in Valle d’Aosta
Il ritrovamento recente di una roccia con una composizione di armi databili all’età del Rame e del Bronzo Antico conferma questa importante presenza tematica nel repertorio iconografico dell’arte rupestre della Valle d’Aosta. Si tratta della roccia di Le Crou-Champrotard, nei pressi della centrale idroelettrica di Villeneuve. La roccia, scoperta da F. Mezzena e studiata da F. Banfo e A. Fossati, oltre a figurazioni topografiche e coppelle, presenta alcuni pugnali del tipo Remedello e un’alabarda dell’Antica età del Bronzo. Recentemente è stato segnalato da A. Arcà e D. Daudry e A. Fossati un riparo con incisioni in stile “megalitico” presso Montjovet Chenal. Il riparo è in corso di studio e si spera di poter fornire a breve maggiori dettagli. Un gruppo di incisioni, probabilmente più tarde rispetto a quelle citate più sopra, si trova a Bard, nei pressi del cimitero, non lontano dal borgo medievale. Si tratta di non molte figure incise sparse su una grande roccia levigata dai ghiacciai pleistocenici. Un lungo scivolo, ancora usato come gioco dai bambini del luogo, ha parzialmente cancellato una grande figura a reticolo e alcune coppelle. Il reticolo può essere attribuito ad una fase antica di istoriazione, forse addirittura al IV millennio a.C., essendo associato idealmente alle raffigurazioni topografiche presenti nell’arte rupestre alpina. La figura più nota di questo complesso è, però, una rappresentazione di “barca a doppia protome ornitomorfa” con appendici serpentiformi: la sua collocazione cronologica appare sicuramente confinata alla I età del Ferro. Confronti nell’arte rupestre vanno cercati nell’arco alpino orientale: il motivo della barca a protome ornitomorfa semplice (Vogelbarke) o a doppia (Doppelvogelbarke) compare, infatti, nell’arte rupestre del complesso camuno-valtellinese nel corso della I età del Ferro. Degno di interesse è anche lo scivolo. Scivolare sulle rocce oggi è certamente un’attività eseguita per gioco, senza alcuna finalità simbolica o rituale, però è possibile che nel passato questa gestualità fosse collegata al mondo della magia. Scivoli su roccia sono noti anche in altre aree alpine con tradizione rupestre, per citarne solo alcuni: nel Parco Nazionale di Naquane in Valcamonica (BS), nel Parco Nazionale di Grosio in Valtellina (SO), in Valle d’Ossola (VB), sempre presso le incisioni rupestri, e nel Parco Archeologico di Le Lozes presso Aussois (Alta Moriana, Francia).




Inviato da: Manuela
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