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CONFERENZA DELL’ARCHEOLOGO PROFESSOR PIERO BARTOLONI

Post n°104 pubblicato il 05 Novembre 2011 da ninolutec
 

 

 

STORIA DEGLI SCAVI
DI MONTE SIRAI
(PARTE TERZA)

 

 

 

 

 La Casa Fantar

 Le case di Monte Sirai erano tutte costruite attorno ad un cortile ove si
svolgeva la vita della famiglia. La Casa Fantar costituisce un eccellente
esempio che mostra come le case puniche siano le dirette antenate delle
case campidanesi caratterizzate dal cortile denominato lolla .
L’unica apertura della casa verso l’esterno era l’ingresso a corridoio,
lungo il quale correva la canaletta di scolo per il deflusso delle acque
usate. A destra dell’ingresso è situato un ambiente che probabilmente doveva essere usato come magazzino per gli attrezzi agricoli o forse anche come negozio, eventualità quest’ultima abbastanza frequente nelle case di abitazione del mondo punico. Superata la seconda soglia, che costituiva il vero e proprio ingresso, si accedeva al cuore della casa. Giunti al centro dell’abitazione, di fronte all’ingresso principale si apriva la cucina, che all’epoca della sua scoperta era
attrezzata con un bancone costruito lungo il lato sinistro con lastre di
pietra, utilizzato per la preparazione dei cibi. Oltre a questo, sono state
rinvenute alcune pentole e, ancora sul posto, una macina per la molituradei cereali.
A destra della cucina si apriva la stanza da letto del padrone di casa, nel mondo antico nota con il nome di thalamos. Era l’unica stanza dell’abitazione priva di luce diretta e per questo denominata camera oscura poiché per illuminarla si doveva ricorrere alla luce
artificiale. Molto vistoso il tramezzo divisorio costituito da lastre di
tufo messe in opera verticalmente. Il cortile era il locale più ampio della casa e certamente era coperto almeno in parte da una tettoia di canne a loro volta ricoperte di argilla battuta. Le acque piovane che cadevano sul tetto e sulle coperture dovevano essere raccolte in grandi recipienti collocati nel cortile. Su un lato del cortile si aprivano altri due vani, dei quali uno  poteva essere una ulteriore stanza da letto e l’altro un ripostiglio. Il tramezzo di separazione dal cortile è costruito in blocchi di tufo, nei quale sono particolarmente evidenti gli incassi per gli stipiti lignei. Forse all’origine era presente anche un piano superiore, oggi scomparso. Questo tipo di casa, le cui stanze sono tutte affacciate su un cortile interno, è caratteristico di tutto il mondo punico. Infatti, sia nel Nord- Africa che in Sicilia, tutte le abitazioni avevano la medesima struttura. Alcuni esempi in ottimo stato di conservazione sono visibili sia a Kerkouane, città del Capo Bon presso Cartagine, che a Solunto, antico centro abitato presso Palermo.

 

 

 La Casa del lucernario di talco

 

 

 

 

L’esplorazione di questo edificio ubicato nell’insula C dell’abitato ha avuto inizio nel 1990 e ogni anno si sono susseguite le campagne di scavo volte ad isolare l’abitazione. La Casa del lucernario di talco trae il suo nome da una lastra di questo materiale traslucido che, rinvenuta ormai in piccoli frammenti in un ambiente chiuso, doveva essere utilizzata appunto come lucernario. La pianta di quest’abitazione è molto articolata  e varia a seconda del periodo del suo utilizzo. L’edificio originario è di età fenicia e, costruito verso la fine del VII sec. a.C., tra il 6 e il 525 a.C., ha conosciuto ben tre rifacimenti totali delle pavimentazioni. Distrutta in seguito all’aggressione cartaginese, la casa è stata ricostruita nel 238 a.C. almeno in parte sulle fondazioni fenicie, come dimostra il lembo di muro che separa la cucina di destra dal vano-scala. Di questa casa relativa all’ultimo periodo di Monte Sirai, quindi dopo il 238 a.C., si riconoscono ben quattro fasi, dipanate nell’arco di poco più di un secolo. L’edificio, che originariamente doveva essere composto da quattro vani, attualmente appare formato da sei ambienti, poiché sia l’ambiente di ingresso che quello della cucina di destra sono stati successivamente divisi.

Si accede all’interno della casa attraverso un ingresso fiancheggiato da una canaletta di scolo provvista di lastra per la prima raccolta dell’acqua. Davanti all’ingresso, pavimentato con un battuto di tufo, è la scala interna  che conduceva al piano superiore. Rimangono visibili solo i primi tre gradini e il terrapieno che sorreggeva quelli mancanti. Dalla forma del manufatto si arguisce che all’origine il vano era aperto ed era accessibile anche attraverso la piccola soglia  poi occlusa dallo stesso terrapieno. La scala piegava ad angolo per raggiungere il vano sovrastante, l’ambiente ove si trovava la cucina di destra e che, a giudicare dalle dimensioni dei primi gradini, doveva essere posto ad una altezza di circa tre metri. Sia la canaletta di scolo che la scala sono relative all’ultima fase. In fondo al lungo vano che si apre a sinistra dell’ingresso, oggi parzialmente occupato da un olivastro, era situato un focolare di forma circolare, composto da pezzi di forno integrati con frammenti di anfora. Altrettanto importante la cucina che invece è ubicata a destra dell’ingresso e che ha conosciuto almeno due fasi successive nella medesima collocazione. In questa cucina tra l’altro sono stati rinvenuti nello strato inferiore, databile tra il 230 e il 200 a.C., un grande forno in terracotta per il pane  e un focolare costruito con mattoni di argilla cruda sul quale erano conservati una pentola, un tegame e una piccola anfora. Nello strato superiore, databile invece tra il 200 e il 150 a.C., invece sono stati ritrovati sempre in posto un grosso mortaio in pietra calcarea, un grande secchio in terracotta e una pentola. Il grande vano all’estrema destra dell’abitazione e che apparentemente la conclude conserva i basamenti di un pilastro che garantiva il sostegno della copertura dell’ambiente. All’interno di questo vano è stata rinvenuta quella che può essere interpretata come l’officina di un artigiano, forse un fabbro. Ciò poiché all’interno sono state trovate numerosissime coti per affilare le lame, assieme ad alcune scorie ferrose e a qualche corno di cervo, forse utilizzato per i manici dei coltelli. A questo proposito occorre ricordare che dalla zona della scala  proviene appunto un manico in corno di cervo, mentre nell’angolo accanto all’anfora della cucina di destra è stato rinvenuto un grande falcetto in ferro.   

                    

Il rito dell’incinerazione in età fenicia 

 

 

Il rito funebre comprendeva numerose fasi che sono simili in tutti i centri fenici. L’unica variante era costituita dal luogo dove venivano riposte le ossa bruciate, che poteva essere una semplice fossa nel terreno o una cassetta costruita con lastre di pietra. A Monte Sirai, dove si utilizzavano unicamente le fosse, dapprima si scavava nel terreno superficiale e nel tufo sottostante una cavità di forma ellissoidale della lunghezza di circa due metri e della profondità di circa quaranta centimetri. Durante lo scavo, gli affossatori conservavano le scaglie di tufo di maggiori dimensioni, da utilizzare in seguito. Nel frattempo, i parenti del defunto procedevano al lavaggio del corpo e alla sua unzione per mezzo di due appositi vasi rituali. Si tratta della brocca cosiddetta con orlo a fungo e della brocca denominata bilobata o biconica. Quest’ultima conteneva l’unguento, mentre la prima veniva usata per cospargerlo grazie al suo orlo fortemente espanso. Effettuata l’unzione del corpo, questo veniva adornato con i gioielli, gli amuleti e gli oggetti più cari al defunto, quali ad esempio il vaso porta-unguenti necessario in vita per la pulizia personale. A questo punto, dopo le lamentazioni delle donne, il corpo veniva avvolto in un sudario ed era deposto su alcune assi che fungevano da letto funebre. Nel frattempo venivano raccolte frasche di lentischio o di altri arbusti oleosi che erano deposte per tutta la lunghezza della fossa. Sopra le frasche veniva accatastata legna da ardere, di quercia o di ginepro, poiché gli alberi di questo tipo garantivano una fiamma forte e con un alto calore. Il corpo veniva deposto sulla catasta di legna, alla quale veniva dato poi fuoco. La combustione era di breve durata, ma continuava fino a quando le ossa si erano calcinate e al punto in cui la legna completamente carbonizzata era crollata all’interno della fossa. Quindi, le fiamme residue e i carboni ardenti venivano spenti con getti d’acqua. Sulle ossa principali cadute all’interno, quali ad esempio il cranio o il bacino, venivano deposti alcuni vasi di corredo, soprattutto piatti o tazze, o alcuni grandi frammenti di pareti di anfore, mentre le due brocche rituali usate per l’unzione del corpo erano collocate nel luogo dove avrebbero dovuto trovarsi i piedi, sul fondo della fossa. Oltre agli orecchini, alle collane e a quanto altro di personale aveva adornato il defunto durante la sua vita, nelle fosse i corpi delle donne erano accompagnati da un corredo di vasi. Questo era composto dalle due brocche rituali e da uno o più piatti o tazze. Per le donne venivano deposti generalmente cinque recipienti, compresi quelli rituali, mentre per gli uomini tre vasi e, infine, per i bambini uno solo. Dopo la deposizione, i resti ossei e la legna carbonizzata venivano completamente ricoperti e sigillati con le scaglie di tufo accantonate in precedenza e messe in opera assieme ad argilla. Quindi, la fossa era ricoperta da un tumulo formato da pietre e da terra Infine, su tutto veniva posta una pietra che costituiva il segnale ad indicazione della tomba. Attualmente, in seguito ai lavori agricoli effettuati nel corso dei secoli e al peso dello stesso tumulo, le coperture in tufo delle fosse hanno ceduto e si sono adagiate sul fondo delle cavità. Sempre nella necropoli fenicia di Monte Sirai è stato possibile riconoscere una variante del rito funebre, che consisteva nella combustione del corpo in un luogo che non coincideva con la fossa nella quale poi venivano deposti i resti ossei. Il corpo veniva bruciato e i frammenti ossei, raccolti in un contenitore o in un pezzo di stoffa, venivano collocati a parte.

 

Il rito dell’inumazione in età fenicia

 

Come detto, a Monte Sirai il rito dell’incinerazione era prevalente, ma contemporaneamente, anche se in misura assai minore, era in uso anche quello dell’inumazione, che consisteva nella deposizione del corpo all’interno di una fossa opportunamente eseguita e nel suo seppellimento. Il rito dell’inumazione veniva usato forse anche perché in precedenza era stato quello praticato prevalentemente dagli abitanti di stirpe nuragica, che in seguito, assieme ai Fenici, avevano contribuito al popolamento dei primi nuclei urbani della Sardegna. Per il seppellimento veniva approntata una fossa della lunghezza di oltre due metri e della profondità di circa ottanta centimetri. Anche in questo caso venivano conservate le lastre di tufo. Sul fondo della cavità, in prossimità dei lati brevi, venivano scavate due ulteriori fossette, nelle quali venivano deposti gli eventuali oggetti di corredo. Dopo la consueta preparazione che probabilmente veniva effettuata come nel caso del rito dell’incinerazione, il corpo veniva posto su un letto funebre formato da semplici tavole di legno ed era calato sul fondo della fossa dopo la deposizione del corredo di accompagnamento. Quindi la fossa era ricoperta con le lastre di tufo risparmiate durante lo scavo e veniva accuratamente sigillata con argilla. Sulla fossa, senza che ne toccassero i bordi, venivano poste delle pietre. Queste grandi pietre, collocate in corrispondenza dei corpi dei defunti, venivano probabilmente sistemate in questa posizione per impedire che i Rephaim – con tale nome venivano indicate le anime dei morti secondo le credenze fenicie – uscissero dalle tombe durante la notte a spaventare i vivi.

 
 
 
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