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Post n°53 pubblicato il 28 Luglio 2007 da deontologiaetica
 

Messaggio N°25
Tags: accabadora, accanimento terapeutico, eutanasia
25-07-2007 - 18:36
LA " DOLCE MORTE" E
L' ACCABADORA

 Con il termine sardo femmina accabadora (s'accabadóra, lett. "colei che finisce", probabilmente dallo spagnolo acabar, finire, terminare) si soleva indicare una donna che .........

 

 

Arrivava di notte ed entrava in casa dalla porta principale. Accompagnata immediatamente al capezzale del moribondo, pronunciava poche parole rivolte a Dio, mandava via tutti e, chiusa la porta della stanza, assestava sulla testa del malato un colpo di mazzoccu, una sorta di martello in legno di olivastro che veniva avvolto nell’orbace. La donna avrebbe richiamato i parenti a cosa fatta, per informarli della perdita del loro caro e piangerlo con loro ad alta voce.

Era questo il ruolo dell’accabbadora, la donna che in Sardegna aveva il compito di dare la buona morte ai malati terminali, mettendo in pratica un’antica forma di eutanasia. L’uso del mazzoccu era un gesto estremo, un colpo secco dato sulla fronte o sulla nuca, per recidere il midollo spinale. Più spesso, però, per evitare ulteriori sofferenze al moribondo e non lasciare tracce di lesioni, la morte veniva data per soffocamento, grazie all’aiuto di un cuscino premuto sul viso.

 

Una morte 'utile'. La figura dell’accabbadora e il significato della sua opera vengono analizzate in un libro (Eutanasia ante litteram in Sardegna, Scuola sarda editrice) da Alessandro Bucarelli, fino a tutto il 2006 direttore dell’Istituto di Medicina legale dell’Università di Sassari, e Carlo Lubrano, ricercatore e medico legale nello stesso Istituto. Era colei che dava la “buona morte”, spiega Bucarelli nel libro, dove “buona” non va intesa come giusta o gradevole, ma come “utile”, sia per alleviare le sofferenze del moribondo sia, egoisticamente, per alleviare il dolore e l’impegno spesso gravoso dei familiari. “La chiamavano perché era forte e decisa. Non che andasse volentieri, anche se sapeva di fare una cosa giusta. E non è vero che i moribondi soffrissero o urlassero quando l’accabbadora prestava la sua opera”, ricorda il nipote di una delle ultime accabbadoras della Gallura, la cui intervista, raccolta dallo studioso Franco Fresi, viene riportata nel libro. Resta anonimo, come anonime sono gran parte delle testimonianze. Per lo più indirette, perché in Sardegna e soprattutto in  Barbagia, dove questo rito era particolarmente presente, e se ne hanno tracce fino agli anni ’50, di certi episodi si può essere solo testimoni indiretti. In particolare quando riguardano la morte e la sofferenza. Un po’ per vergogna un po’ per pudore, un po’ perché certe cose si fanno, si
accettano, ma non si dicono, ma soprattutto perché quell’atto a livello giuridico era ed è comunque un omicidio. Ma di accabbadora ne esisteva praticamente una in ogni paese, dalla Gallura all’Ogliastra, dalla Planargia alla Barbagia. “E proprio questa trasversalità è la prova che non siamo di fronte a un mito”, sottolinea Bucarelli. Protagonista sempre una donna che, in una società matriarcale come quella sarda, aveva l’assoluto dominio su riti e cerimoniali legati alla vita, alla morte e alla salute. La chiamavano sa pratica (l’esperta), colei che faceva nascere e morire. Erano le donne che aiutavano le madri a partorire, che pregavano per il moribondo, che cantavano disperate dopo la morte (s’attittu), che avevano
un “rapporto” con gli spiriti, scacciavano streghe ed energie malefiche, e cercavano di guarire i mali con formule magiche e infusi. E, nel caso delle accabbaddoras, erano loro che davano la morte. Pur guardandole con diffidenza (lo stesso mestiere di levatrice, spiega il libro, in alcune zone dell’isola veniva considerato disdicevole), era alle donne che la comunità si rivolgeva per fare da “tramite tra questo e
l’altro mondo”.

 

Porre fine. Il termine accabbadora deriverebbe da  accabbare che, nei vocabolari di lingua sarda, viene tradotto con porre fine, terminare, e accabbadu si riferisce spesso a persone o animali che hanno ricevuto il colpo di grazia. All’origine potrebbe esserci lo spagnolo acabar (“dare fine” e, alla lettera, “dare sul  capo”). Una radice comune, per un rito presente non solo in Sardegna: nel 1950 il ricercatore Georges Dumézil (Quelques cas anciens de liquidation des vieillards) proponeva di esaminare particolari casi di eutanasia che, come suggerito da fonti classiche, accomunavano diversi popoli come i sardi, i cantabrici e i sarmati (tribù nomadi iraniche provenienti dall’Asia centrale che si stabilirono ai confini orientali dell’impero romano). È importante, spiega il libro, considerare il senso della parola finire. Perché l’accabbadora non va intesa come colei che uccide, ma come colei che pone fine  a un’agonia. “L’accabbadora era una donna pratica di tutto, della vita come della morte. Quando c’era qualcuno malato che soffriva molto, questa donna andava e lo strangolava, e la pagavano con del grano, o come potevano”, racconta una donna di un paese della Barbagia, morta nel 1996, in una testimonianza arrivata a Bucarelli dopo la stesura del libro. “Io l’ho vista di persona e la conoscevo. Le ultime accabadoras che ricordo c’erano quando ero piccola”, continua. Era una pratica diffusa anche se in genere condannata, “dal medico”, sottolinea la testimone, “che quando se ne accorgeva diceva di voler fare arrestare tutti”, e dal prete “che aveva minacciato la scomunica anche in chiesa”. Era una cosa segreta e riservata. “Non si diceva, ma non era una cosa cattiva, perché erano i familiari stessi a chiamare l'accabadora. Una donna non benvoluta, ma neanche odiata. Era indispensabile, perché non c'erano le medicine per non far soffrire le persone”. Ma nonostante le testimonianze, l’esistenza dell’accabbadora viene ancora contestata da molti. E del resto ancora oggi l’eutanasia (che in Italia è vietata) è al centro di un intricato dibattito. Quando, invece, l’opera dell’accabbadora racchiude “un profondo senso di rispetto verso la malattia, un’enorme pietà per il dolore e per la famiglia del moribondo”, sottolinea Bucarelli. “Un atto doloroso ma necessario”. Ma anche scomodo da ammettere: un tabù, dice il libro.

 

Alfa e Omega. Forse per questo, i molti studiosi che, soprattutto dal XIX secolo, hanno lavorato sulla figura dell’accabbadora sono arrivati a conclusioni spesso opposte, chi negandone l’esistenza chi accreditandola. Le prove restano comunque poche ma, oltre a quelli custoditi gelosamente e in gran segreto da alcune famiglie sarde, un esemplare di mazzoccu, il rustico martello di legno usato dall’accabbadora, viene conservato nel Museo etnografico di Luras. Prova certa del rituale di questa antica forma di eutanasia.  È vero però che sull’accabbadora non esistono prove ufficiali e che non c’è  alcun documento che certifichi la sua azione. Un solo caso, che avvenne a Luras nel 1929, è archiviato presso il Tribunale di Tempio. L’accabbadora era l’ostetrica del paese e aiutò a morire un uomo di 70 anni. “Significativo”, spiega Bucarelli nel libro, “che la donna che aiutava a venire al mondo, che dava la vita, era anche quella che dava la morte, che chiudeva una vita divenuta insopportabile”. Resta l’unica certificazione  di una pratica presente, anche se non diffusa, o per lo meno tenuta molto ben nascosta, di cui, in tempi recenti, tra gli anni ’40 e ’50, si hanno testimonianze (ancora indirette) a Nuoro, Galtellì, Mamoiada e Desulo. L’eutanasia e le sue implicazioni sono ancora oggi un argomento di divisione. Ma nell’unico caso documentato di un’accabbadora, quello del 1929, la Chiesa e lo Stato hanno avuto la stessa visione: Monsignor G. M. Salis chiese clemenza al procuratore del Re (la lettera si trova nei Sinodi Diocesani, custoditi presso la chiesa San Pietro di Tempio) verso quella donna che per “impulso pietistico” aveva dato la morte a un malato. L’appello fu accolto. La donna non venne condannata.

 

 
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