L'arte di vivere"
E' L'ANIMO CHE DEVI CAMBIARE NON IL CIELO SOTTO CUI VIVI.
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clochard
Post n°143 pubblicato il 05 Maggio 2010 da occhitristi5
by gadilu È l'espressione con cui i francesi chiamano i "barboni": senza riparo. Non ho dubbi a sceglierla rispetto alla burocratica "SDF", "sans demeure fixe", anche per una questione semantica. Mentre quest'ultima lascia intendere che una dimora c'è, ma è mobile, non fissa, come può essere il cartone all'ingresso di un supermercato, o una panchina o le scale del métro, l'espressione "sans abri" nomina la condizione di uomini che sono esposti, talvolta per scelta più spesso perché il destino non è generoso, non lo è quasi mai con i più deboli. Senza riparo: in realtà lo siamo tutti, siamo tutti esposti - agli sguardi degli altri, al tempo meteorologico, agli eventi, all'avvenire con ciò che esso può arrecarci. Il "sans abri", con i suoi cagnetti dagli occhi tristi, le sue poche cose impacchettate con meticolosità in un carrello della spesa - un piccolo armadio a rotelle - i suoi cenci, ci mette sotto gli occhi ciò che siamo, la loro condizione è lo specchio della nostra e, al tempo stesso, di una storia che non conosce giustizia. Qui, a Parigi, i "sans abri" sono le sentinelle della civiltà. Lo storico dell'arte Didi-Huberman mi ha recentemente detto che il quartiere in cui abita, nel X arrondissement, è magnifico perché vivo, popolare e, per dare forza alla sua descrizione, ha aggiunto: «conosciamo per nome tutti i nostri "sans abri"». Allora capisci che, quando non c'è più un tetto, il riparo sono gli altri. Perché il "sans abri" è infinitamente fragile nel suo essere esposto e la sua fragilità è un costante e silenzioso appello rivolto all'altro. Qui a Parigi i "sans abri" sono discreti, salutano gentilmente, si limitano a chiedere "une petite pièce, s'il vous plaît", ma spesso neanche quello: c'è solo una tazza sbeccata o un piattino sporco, con qualche monetina, gli oggetti parlano per loro. Quando percorro rue du Poteau, che mi porta a place Jules Joffrin, so dove si trovano, ormai ho imparato a riconoscerli, soprattutto i due uomini, ancora giovani che hanno sistemato cartoni e sacchi a pelo davanti al Monoprix. Li trovo in piedi a fare chiacchiere con il personale del supermercato o con i clienti, più spesso donne un po' anziane, mentre i loro due cani sonnecchiano tranquilli sulle coperte. Quando percorro, come oggi pomeriggio, boulevard Saint Michel, so che li troverò davanti alle vetrine dei negozi di moda, accanto alle edicole, accompagnati dai loro piccoli cani. Ce n'è uno che, con grandissimo pudore, ha aggiunto un cartoncino accanto alla sua ciotola, dove ha scritto con un tratto di pennarello: "pour le chien", per il cane. Come se l'animaletto che tiene in braccio con delicatezza avesse bisogno della sua voce per appellarsi all'altro, della voce del suo compagno "sans abri", che rimane muta. Questo pomeriggio ero quasi arrivato all'incrocio delle terme di Cluny, una ventina di metri prima c'è un "sans abri" anziano, è sempre seduto per terra, il cagnetto accanto. Tra la folla dei passanti mi accorgo che c'è un ragazzotto bruno, meno di trent'anni, jeans e maglietta verde, si agita mentre parla a voce molto alta, rivolgendosi a una ragazza poco appariscente, decisamente bruttina, è la sua ragazza. Nessuno per strada usa quel tono, che è sorprendentemente violento e arrogante. Trovo qualcosa di disturbante nella scena. La ragazza ha una piantina in mano e non dice una parola. Il ragazzotto cammina davanti a lei, poi si fermano entrambi quasi all'ingresso del métro, lui continua a inveire piantandosi sul marciapiede come se dominasse l'intero Quartiere Latino. Ora sento quello che dice, e capisco. È italiano, lo tradisce un forte accento romano. La sua ragazza continua a rimanere in silenzio. "Barbone de mmerda, nun me deve guardà così, che nun je do un cazzo io, che devono sparì dalla strada sti barboni. E devono annà a lavorà". Lei continua a non dire nulla. Quell'individuo è italiano, come me. Poi attraverso l'incrocio e passo accanto al "sans abri" del marciapiede davanti alle terme. A due passi da lui c'è una giovane dalla pelle chiarissima e dai capelli lunghi e corvini, suona il flauto traverso, anche lei ha un piattino. Ho voglia di piangere. |
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