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Miserie et nobiltà

Post n°632 pubblicato il 23 Marzo 2007 da nimriel
 

Nell’amena cittadina in cui risiedo si terrà nei prossimi giorni una fiera del settore orafo, che ancora rimane una delle principali attività lavorative della zona.

A partire dal finire degli anni sessanta in poi la città, sull’onda del successo della prima grande azienda orafa & “figlie” successive, conobbe un periodo di boom economico. Buona parte della popolazione accantonò senza rammarico zappe e trattori e dette vita ad una miriade di azienducole e aziendille che si pascerono a quattro palmenti dei neo bisogni di un’economia tutta da creare, in un marasma di imprenditori, più o meno improvvisati, più o meno preparati ma tutti con una gran voglia di far man bassa  di facili guadagni. Un’epopea che nel corso dei decenni ha visto il nascere e morire di migliaia, letteralmente migliaia, fabbriche, fabbrichette, laboratori, magazzini, capannoni, scantinati popolati da alacri dita al lavoro su maglie, magline, magliette d’oro.

Il vero guadagno veniva dal nero, ovviamente,  da quello che in gergo si chiama calo, cioè dalla quantità di “scarto” di lavorazione che si crea durante il ciclo manifatturiero e, ancora, da quanto si riusciva a barare sul titolo effettivo del metallo prezioso, sfuggendo ai controlli di legge. L’imprenditore orafo medio era tendenzialmente un esemplare che si riteneva scaltro, un furbacchione rozzo e grossolano, con il bisogno disperato di mostrare al mondo intero i simboli del proprio successo: macchinone, villona, bei vestiti e via andando con tutti gl’inevitabili, costosissimi, gadgets di ultimo grido.

Con il passare degli anni, ai padri si sono poi spesso affiancati i figli, degna prole di cotanta stirpe, che hanno spensieratamente enfatizzato la cialtroneria paterna, arricchendola di un totale disinteresse per tutto ciò che non fosse mera ostentazione, scialacquando allegramente le fortune accumulate in precedenza dagl'inermi genitori e contribuendo non poco per inadguatezza, impreparazione e poca voglia di lavorare, all’inevitabile declino del settore, minato inesorabilmente dai mercati emergenti, dall’economia satura e da imprenditori ben più preparati e spietati degli originari pionieri.immagine

Ai giorni d’oggi l’ex fiorente attività orafa traballa sconsolata, sconcertata dal mutar del tempo, incapace di far fronte ad un tracollo miserevole che mi fa venire in mente lo sbigottimento e poi rabbia ed infine disperazione della middle class di  Millenium People di J. G. Ballard.

Nel crack del settore però rimane immutato lo style life instauratosi. Si ricorre a prestiti e finanziamenti da strozzini pur di continuare ad esibire i gadgets ultimo grido, non più simboli di successo bensì simboli di pervicace resistenza. L’apparenza prima di tutto.
I giornali titolano di soppiatto all’incremento esponenziale delle presenze mensili alle varie mense caritatevoli, la gente brontola continuamente che non ce la fa ad arrivare a fine mese eppure se si attraversa una strada sulle strisce pedonali si rischia di essere spalmati come marmellata di visciole dall’immancabile, cafonissimo, scintillante, vetri oscurati, superaccessoriato, ingombrante ed inutile, ultimo modello di Suv.
Solo all’ora di pranzo, mentre stavo ferma al semaforo per andarmene a casa, al sicuro dentro la mia vetturetta, ne ho contati passare sette, dico, sette e di tutti i tipi, dal Cayenne al X5, compresi alcuni scrausi di marche che non mi sogno di conoscere. Va detto che, ovviamente, ero in prossimità della mostra orafa.

Me ne stavo là e guardavo il piazzale antistante alla fiera, già mezzo pieno di macchine.
Di fronte all’entrata, in bella vista, impossibile da non notarsi, c’era uno di quei cartelloni pubblicitari itineranti montanti su una specie di rimorchio.
Pubblicizzava un Lap dance Bar, con il grande ritorno di una gnoccona bionda slava, le cui tette svettavano come lo sky line di New York.
Ovvio, sacrosanto… Che pretendevo pubblicizzassero? La mostra su Piero della Francesca  e le corti italiane?!? Ma che, scherziamo?!??!?

(nella foto, La madonna del parto, un capolavoro di Piero della Francesca, straordinario genio aretino rinascimentale che, forse, si rivolterebbe nella tomba o, forse, no!)

 
 
 
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