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Lupi & pecore. Il lupo ululì, il lupo ululà.

Post n°651 pubblicato il 04 Maggio 2007 da nimriel
 

Stamattina la scelta del percorso da fare per venire in ufficio mi ha fatto passare da P.za Grande.

Chi mi conosce sa che fra le mie abitudini c’è l’abitudine di cambiare strada ogni volta che posso. Fa parte della mia strategia di resistenza; in questo modo cerco di non trasformarmi in un mulo che percorre sempre lo stesso cammino ad occhi chiusi.

La giornata non è delle migliori.

Sono costretta ad usare lo scooter anche se piove come ampiamente previsto dalle previsioni, ho mal di testa, sono assonnata e ho perso sia il first che il second round - ed io odio perdere-, con il modem wireless dell’adsl che tanto ho aspettato.

Perciò mi muovo con il mio scooter come uno squalo in una piscina.

La piazza, nonostante il tempaccio, è stupefacentemente affollata di turisti.
Da che c’è la mostra del secolo (quella su Piero della Francesca e le corti italiane) orde di forestieri si riversano nella città, lasciandola a metà fra lo sbigottito e il deliziato, assolutamente impreparata com'è a riscuotere il successo turistico che tutto sommato merita, vista la qualità dei monumenti presenti.

I turisti camminano con la sbadataggine tipica dello straniero; naso in aria, passo lemme lemme, attraversano le strade rimanendo imbambolati, offesissimi, di fronte alle macchine che inchiodano bruscamente a 5 cm di distanza dalle loro rotule inermi.
E' èur vero che siamo nel ventunesimo secolo e perfino qua ci siamo evoluti dai tempi delle carrozze.
Eppure, lo sguardo meravigliato del turista al guidatore che lo invita pittorescamente a levarsi di mezzo, è una costante che non manca mai.

Zigzago abilmente con faccia truce in mezzo ad una trentina di vecchietti. Americani; potrei scommetterci le braghe antipioggia che indosso.

Sembrano appena usciti dal film di Cocoon; ve lo ricordate? Se non fossi un po’ più che indispettita mi starebbero anche simpatici, perché quel film mi piacque; niente di trascendentale ma quei vecchini arzilli e pieni di voglia di vivere mi facevano parecchia simpatia.

In genere, ho simpatia per gli anziani. Così come per bambini e animali.
In generale la mia simpatia è immediata verso i più deboli, di qualsiasi natura essi siano. Non mi piacciono tout court i vincenti.  Diffido immediatamente dell’aura di successo che circonda il vincente, specie se tracotante.
In una nidiata di cuccioli io mi sciolgo di fronte allo sfigato, il reietto, quello che Darwin liquiderebbe come sbaglio della natura.
Se i miei sensi captano una benché minima nota di debolezza e un'eventuale richiesta d’aiuto, scatta la crocerossina che è in me.
Non resisto. Perfino troppo, al punto che a volte sono costretta ad azionare consapevolmente i miei meccanismi di difesa.

Questi vecchini però, non mi fanno affatto pena.
Sono pasciuti, ben vestiti – nei limiti ovviamente del buon gusto di un’anziana middle class a stelle e strisce-, tutti con il loro bravo zainetto sulle spalle, cappellino con visiera ben calzato, impermeabilini svolazzanti di plastica celeste o rosa, a seconda del sesso e, intralciano con assoluta noncuranza il mio cammino.

Perciò passo in mezzo a loro, facendoli caracollare via come goffi piccioni, sentendo rimbalzare sulla mia schiena un taratatatata di sguardi risentiti, come pallottole su di un giubbetto antiproiettile.

Senza togliere le mani dal manubrio dello scooter faccio un bel paio di corna. Non sono superstiziosa ma ogni tanto sento il bisogno di non sfidare ulteriormente gli dei.
Non si sa mai. Non mentre guido un velocipede a motore, sul bagnato.

Continuo ad attraversare la città e continuo ad incontrare turisti.

Mi fa piacere perché anche se non amo di un amore viscerale questa città che mi ostino a non considerare come mia, sono contenta che le sue grazie possano attirare un po’ di gente in più del solito.
Un tocco di internationality non ci sta male. Un po’ di sano movimento, traffico, affollamento, casino, che mi faccia sentire ancora parte del mondo, che venga a bucare questa specie di bolla in cui mi sembra di galleggiare, che irrompa in questo angolo dimenticato.

Eh già, ancora non l’ho superata la faccenda di vivere qua. Ma tant’è.

Penso al gruppo di vecchietti americani che a quest’ora staranno guardando beati, candidi dentoni bianchi sfoderati su gengive rosee in tanti bei sorrisi durbans, i cartelli in piazza, piazzati -appunto-, di fronte ai posti in cui fu girato il film di Benigni, La Vita è bella.

Ricordo che quando li vidi per la prima volta, quei cartelli, il primo pensiero fu: eccoci, cartelli esplicativi per i monumenti 'sti cazzi, per il film di benigni, sì. Disneyland è arrivata anche qua. Olè!

Disneyland, è vero.
Però a differenza di Disneyland da noi, se si vuole visitare un’attrazione, bisogna scarpinare.

Fu una delle cose che notai, mentre me la spassavo là, in California, in saecula seculorum fa.
A parte le code per entrare nei vari divertimenti, che per forza di cose vedevano ciondolare in piedi una varia umanità, come varcavi una soglia qualsiasi, ti facevano sedere immediatamente, infilandoti dentro un qualche congegno autotrasportante.
Non si faticava insomma, anzi, visto che il cibo ti veniva proposto a tonnellate, ovunque, dentro quegli affari il movimento più intenso era quello di migliaia di mascelle ruminanti schifezze varie, in un beato accumulo di grassi in vena e in culoni debordanti.immagine

Poveracci, quindi, a pensarci bene, questi poveri turisti che avanzano col passo del giaguaro su per salite medievali, barcollando ed intruppando in sconnessi mattonelloni sbrecciati di pietra, rischiando l’infarto e il torcicollo, costretti come sono ad alzare il collo verso le sommità degli antichi edifici che li sovrastano e senza nemmeno la consolazione di un hamburger o un secchio di popcorn in mano...

Che barbarie però, quest’antico continente. Che arretratezza.
Nevvero?!?

 
 
 
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