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Un blog creato da Odeporica il 28/10/2010

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LA SIGNORA DELLE CAMELIE

Essere amato da una fanciulla casta, rivelarle per primo lo strano mistero dell'amore, è certamente una grande gioia, ma è anche la cosa più usuale del mondo. Impadronirsi di un cuore che non è abituato agli assalti, è come entrare in una città aperta, senza presidi. L'educazione, il senso del dovere e della famiglia, sono validissime sentinelle, ma non c'è sentinella abbastanza vigile che non possa essere ingannata da una fanciulla di sedici anni, alla quale, attraverso la voce dell'uomo amato, la natura dà quei primi consigli d'amore tanto più ardenti in quanto apparentemente puri.
Più la fanciulla crede nel bene, più facilmente si abbandona, se non all'amante, almeno all'amore, perchè, essendo senza diffidenza, è senza forza, e farsi amare da lei è un trionfo che ogni uomo di venticinque anni può ottenere tutte le volte che vuole.
Ma essere amato da una cortigiana è una vittoria molto più difficile. In loro, il corpo ha logorato l'anima, i sensi hanno guastato il cuore, la sregolatezza inaridito i sentimenti. Le parole che diciamo loro, le conoscono da tempo, il nostro comportamento, è cosa già nota, lo stesso amore che ispirano, l'hanno più volte venduto. Amano per mestiere, e non per trasporto. Sono difese meglio dai loro calcoli che una vergine dalla madre o dal convento: così hanno inventato la parola capriccio per quegli amori non venali che si concedono ogni tanto come riposo, come scusa o come consolazione; simili a quegli usurai che depredano mille persone, e che credono di riscattarsi prestando una volta venti franchi a un povero diavolo che muore di fame, senza interessi e senza ricevuta.
Poi, quando Dio permette l'amore a una cortigiana, quest'amore, che inizialmente sembra un perdono, diventa quasi sempre, per lei, un castigo. Non c'è assoluzione senza penitenza. Quando una creatura, che ha da rimproverarsi un intero passato, si sente improvvisamente presa da un amore profondo, sincero, irresistibile, di cui  non si sarebbe mai creduta capace; quando confessa questo amore, come la domina l'uomo amato! Come si sente forte del crudele diritto di dirle: "Non fate per amore più di quello che avete fatto per denaro". Allora non sanno più che prove dare. Hanno mentito tante volte che nessuno le crede più, e sono, in preda ai loro rimorsi, divorate dall'amore.
Da ciò derivano le grandi abnegazioni, gli austeri ritiri, di cui alcune hanno dato l'esempio.
Ma quando l'uomo che ispira quell'amore redentore ha l'anima abbastanza generosa per accettarlo dimenticando il passato, quando vi si abbandona, insomma quando ama, com'è amato! Esaurisce d'un tratto tutte le possibilità terrene di emozioni, e, dopo quell'amore, il suo cuore sarà chiuso a ogni altro.

 

I PILASTRI DELLA TERRA

Per tutta l'estate, Jack raccontò leggende ad Aliena.
S'incontravano la domenica, dapprima occasionalmente e poi con regolarità, nella radura accanto alla cascatella. Jack le narrava di Carlo Magno e dei suoi paladinim di Guglielmod'Orange e dei saraceni. Si lasciava assorbire completamente dalle vicende che raccontava. Ad Aliena piaceva osservare le espressioni mutevoli del suo volto. Jack s'indignava per le ingiustizie, inorridiva per i tradimenti, si esaltava per il valore d'un cavaliere e si commovueva fino alle lacrime per una morte eroica; e sapeva comunicare i suoi sentimenti, tanto che anche lei si sentiva toccata profondamente. Alcuni poemi erano troppo lunghi perchè fosse possibile recitarli in un pomeriggio; e quando doveva narrare una vicenda  a puntate s'interrompeva nel momento di maggiore tensione, e Aliena trascorreva la settimana chiedendosi che cosa sarebbe accaduto.

...

Era una giornata molto calda di fine agosto. Aliena portava i sandali e un abito di stoffa leggera. Nella foresta regnava un silenzio rotto soltanto dal canto della cascatella e dalla voce di Jack. La storia incominciava in modo convenzionale con la descrizione d'un prode cavaliere, possente in battaglia, armato di una spada incantata e impegnato in una missione difficile: recarsi in una lontana terra orientale per riportarne una vite produttrice di rubini. Tuttavia la vicenda si staccava ben presto dai modelli tradizionali. Il cavaliere veniva ucciso, e il protagonista diventava il suo scudiero, un dicassettenne coraggioso ma squattrinato, innamorato senza speranza della figlia del re, una bellissima principessa. Lo scudiero giurava di portare a termine la missione assegnata al suo signore, sebbene fosse giovane e inesperto e posseddesse soltanto un arco e un cavalluccio pezzato.

 

...

Alla fine il giovane portava in patria la vite che donava i rubini, tra lo sbalordimento della corte. «Ma  allo scudiero tutto ciò importava ben poco» disse Jack schioccando sprezzante le dita. «Non si curava di baroni e conti, e aveva a cuore una solo persona. Quella notte entrò furtivamente nella stanza della principessa eludendo le guardie con un'astuzia appresa nel viaggio in Oriente. E si accostò al letto, la guardò in volto.» Jack  lo disse fissando Aliena negli occhi. «La principessa si destò ma non ebbe paura, e lo scudiero le prese dolcemente la mano.» Jack mimò il gesto, e tenne tra le sue la mano di Aliena. Lei era ipnotizzata dall'intensità dello sguardo e dalla forza dell'amore del giovane scudiero; quasi non si accorse che Jack le aveva preso la mano. «Lo scudiero disse: "Ti amo teneramente" e la baciò sulle labbra.» Jack si tese e baciò Aliena, sfiorandole le labbra con tanta delicatezza che lei lo sentì appena. Accadde tutto in un attinmo, e subito la narrazione riprese. «La principessa si addormentò.» E Aliena si chiese: E' accaduto davvero, Jack mi ha baciata? Non riusciva a crederlo, eppure sentiva ancora il tocco della bocca sulla sua bocca. «L'indomani lo scudiero chiese al re se poteva sposare la principessa, quale ricompensa perchè aveva portato la vite gemmata.» Jack mi ha baciata senza riflettere, decise Aliena. Faceva parte della storia, e non si è neppure reso conto del suo gesto. Lo dimenticherò. «Il re rispose con un rifiuto e lo scudiero ne ebbe il cuore spezzato. I cortigiani risero. Quello stesso giorno il giovane lasciò il regno in groppa al suo cavalluccio ma giurò che sarebbe tornato e avrebbe sposato la bella principessa.» Jack s'interruppe e lasciò la mano di Aliena.
« E poi cosa accadde? » chiese lei.
« Non lo so » rispose Jack « Non ci ho ancora pensato. »

 

 

Niente per sempre.

Post n°24 pubblicato il 06 Novembre 2011 da Odeporica

 

Neanche la morte.

 

(sempre che qualcuno si ricordi di noi)

 
 
 

Ora Pro Nobis

Post n°23 pubblicato il 09 Gennaio 2011 da Odeporica

 

Amen

 
 
 

Un'unica volta

Post n°22 pubblicato il 08 Gennaio 2011 da Odeporica

Ho sempre avuto fame di affetto, io.
E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche solo una volta.
Abbastanza da dire: grazie, sono piena, più di così non ce la faccio.
Sarebbe bastato una volta, una sola unica volta.

-Haruki Murakami-  

 
 
 

Casa mia

Post n°21 pubblicato il 04 Gennaio 2011 da Odeporica

 Sarà in questa o in un’altra vita?
Tornerò a casa.
Fuori gli alberi urleranno, ma non mi faranno più paura, e neanche le nuvole rosse, né le luci della città.
Tornerò a casa, una casa che non ho mai avuto, o troppo lontana perché me ne ricordi, perché non era, non è mai stata veramente casa mia.
Domani, finalmente, avrò casa mia, in un quartiere povero di una grande città. Un quartiere povero, perché come si può diventare ricchi con niente, quando si viene da altrove, da nessuna parte, e senza il desiderio di diventarlo?
In una grande città, perché le piccole città non hanno che qualche casa cadente, solo le grandi città hanno strade e strade buie all’infinito dove si rifugiano quelli come me.
In queste strade camminerò verso casa.
Camminerò in queste strade spazzate dal vento, illuminate dalla luna.
Donne obese che prendono il fresco mi guarderanno passare in silenzio. Saluterò tutti, piena di gioia.
Bambini quasi nudi mi ruzzoleranno tra le gambe, li prenderò in braccio ricordando i miei che saranno grandi, ricchi, e felici da qualche parte. Li accarezzerò, questi figli di chiunque, e regalerò loro cose luccicanti e preziose. Rialzerò anche l’ubriaco caduto nel canale di scolo, consolerò la donna che corre gridando nella notte, ascolterò le sue pene, la calmerò.
Arrivata a casa sarò stanca, mi distenderò sul letto, un letto qualunque, le tende ondeggeranno come ondeggiano le nuvole.
Così il tempo scorrerà via.
E, sotto le mie palpebre, scorreranno le immagini di quel brutto sogno che fu la mia vita.
Ma non mi faranno più male.
Sarò a casa mia, sola, vecchia, e felice.
 
Agota Kristof - La vendetta

 
 
 

Nonsense

Post n°20 pubblicato il 31 Dicembre 2010 da Odeporica

 

 Leggo dovunque frasi in serie sfornate ad hoc per quest'oggi
che è uguale a ieri e sarà uguale a domani.
Leggo dovunque lo stesso buonismo ipocrita.
Tutti si affannano a dire al mondo intero Buon Anno!
Gli stessi "tutti" che correndo dietro alla loro piccola vita fatta di niente
non trovano mai il tempo di dire Buongiorno.
Mah.
Buongiorno al 2011 e anche a voi
e Buonanotte al 2010 che finalmente finisce,
senza rimpianti.
Tanto non è stato niente di eccezionale,
c'è stata solo qualche variazione alla routine,
ma in fondo niente di che.

 
 
 

Fatima e Maktub

Post n°19 pubblicato il 18 Dicembre 2010 da Odeporica

 

 

"Il secondo giorno che ci siamo incontrati - disse Fatima - mi hai dichiarato il tuo amore. Poi mi hai insegnato tante cose belle, come il Linguaggio e l'Anima del Mondo. A poco a poco, tutto questo mi ha fatto diventare parte di te.
Era da lungo tempo che ti aspettavo qui, presso questo pozzo. Non riesco a rammentare il mio passato, la Tradizione, il modo in cui gli uomini si aspettano che si comportino le donne del deserto. Fin da bambina sognavo che il deserto mi avrebbe portato il più grande regalo della mia vita. Finalmente questo regalo è arrivato, e sei tu.
Mi hai parlato dei tuoi sogni, del vecchio re e del tesoro. Mi hai parlato dei segnali. Perciò non ho paura di nulla, perché sono stati questi segnali a condurti fino a me. E io appartengo al tuo sogno, alla tua Leggenda Personale, come la chiami tu. Perciò desidero che tu prosegua il viaggio verso ciò che cercavi. Se dovrai attendere la fine della guerra, bene. Ma se dovrai partire prima, allora va' verso la tua leggenda. Le dune si trasformano con il vento, ma il deserto rimane sempre uguale. Così sarà per il nostro amore. Maktub.
Se farò parte della tua leggenda, un giorno tornerai.

Il deserto porta via i nostri uomini e non sempre li restituisce. Perciò noi ci adattiamo. E loro entrano a far parte dell'esistenza delle nuvole senza pioggia, degli animali che si nascondono fra i sassi, dell'acqua che sgorga generosa dalla terra. Entrano a far parte di tutto, e diventano l'Anima del Mondo. Alcuni fanno ritorno. E allora tutte le altre donne sono felici, perché un giorno potranno tornare anche gli uomini da loro attesi. Io, prima, guardavo queste donne e ne invidiavo la felicità. Adesso avrò anch'io qualcuno da attendere. Sono una donna del deserto, e ne sono orgogliosa. Desidero che anche il mio uomo possa muoversi libero come il vento che sposta le dune. Desidero anch'io poter vedere il mio uomo nelle nuvole, negli animali e nell'acqua."

*

tratto da "L'Alchimista"
Paulo Coelho

 
 
 

Il sorriso bambino

Post n°18 pubblicato il 12 Dicembre 2010 da Odeporica

 Gabriela, una vita di corsa tra mille impegni e un milione di pensieri.
Molte le incertezze nel suo passato, nel suo presente e nel suo futuro. Certezze ne ha poche: ha due angeli da proteggere.
Si barcamena sorridendo sempre, sa che è inutile piangersi addosso, sa che non sempre riesce a nascondere le sue emozioni. E' una ragazza cresciuta in fretta e, a dire di tutti, con una marcia in più. Si è lasciata alle spalle un passato ingombrante e difficilmente gestibile, ma Gabriela è una donna dalle mille risorse. Cade e si rialza, ogni volta con nuova grinta e nuovi obiettivi.
Da qualche tempo la si vede sorridere senza motivo, si distrae mentre le parli ed ha uno scintillio negli occhi da far invidia alle luminarie di Natale che in questi giorni addobbano le strade.
E' sempre schiva e riservata, ma oggi emana una luce diversa, oserei dire che sia raggiante. Ci conosciamo da tanto e oggi le ho proposto di pranzare insieme.
Mi racconta di quest'uomo, entrato in sordina nella sua vita, a piccoli passi, incerto più di lei sulle decisioni da prendere.
Gabry diventa un fiume in piena.
Non riesce a contenere il suo entusiasmo e ho l'impressione che la sua bocca non riesca a dar voce abbastanza in fretta a tutti i pensieri che la sua mente elabora. Sorrido ascoltandola, sembra un'adolescente alla prima cotta.
Mi racconta di quando le si è presentato a casa con le sportine e lei ha sbirciato per vedere cosa le avesse portato. Le piacciono le cose semplici, la naturalezza dei gesti e la normalità.
"Ma ci pensi? Sapevo sarebbe venuto a pranzo, ero già contenta così, ma realizzare nello stesso momento in cui  l'ho visto con la spesa che voleva che io cucinassi per lui, ciò che lui voleva... Sono all'antica, lo so... e non ridere di me! Era così carino in piedi un po' imbarazzato, mi ha colto di sorpresa e poi... cucinare per lui, sentire il calore del suo corpo accanto al mio mentre ero in piedi e preparavo il pesce da cucinare... Smetti di ridere!"
Ha l'aria di una ragazzina, è innamorata e glielo si legge negli occhi, glielo dico e lei dice "ma no!" e continua nei suoi racconti, salta da un episodio all'altro, faccio fatica a starle dietro e mi fa così tanta tenerezza che vorrei abbracciarla, lì in mezzo ai tavoli del ristorante.
"Ha detto che quando lo guardo sembra che io stia guardando un Dio! Capisci? E' così palese che mi piaccia così tanto? Che figuraccia, mi sento così ridicola a volte... E poi quando gli ho preparato da mangiare, come lo gustava, mi ha fatto anche i complimenti, gli è piaciuto, capisci? Gli è piaciuto quello che ho preparato per lui! E poi camminare per strada, mano nella mano, con le dita intrecciate... Passeggiare incuranti di tutto. Lo rimprovero spesso lo sai? E lui sbuffa e mi abbraccia... Ha detto che quando stiamo insieme e poi ci lasciamo ha come l'impressione che io lasci una scia di profumo che lo segue... Mi ha anche detto che non devo più mettermi il completo grigio, dice che sono troppo sexy e non vuole che gli altri mi guardino! Sai che m'importa degli altri? E' così bello stare vicino a lui, stretti sul divano a coccolarci... A volte restiamo in silenzio, non abbiamo bisogno di parlare, lui legge in me come io leggo in lui..."
Sorrido divertita e le dico che è innamorata, lei nega ancora, ma sorride beata e gli occhi si smarriscono in qualche altro ricordo che le si affaccia alla mente, le chiedo cosa vuole per dolce, ma ormai non mi ascolta, è persa in un abbraccio immaginario, è così fragile adesso, è forte e fragile al contempo, l'amore è linfa e veleno. Mi auguro che non si faccia male, che non investa più di quanto possa perdere. Tocca sempre a me consolare i suoi pianti e asciugare le sue lacrime, non voglio vederla soffrire ancora. Come al solito vedo già temporali all'orizzonte e mentre mi faccio trascinare dai miei pensieri che poco si addicono all'euforia di Gabry, lei sembra destarsi da un sogno e dice:
 "E poi il suo sorriso, sembra un bambino..."
...amica mia, sei innamorata persa di quel sorriso bambino...

 
 
 

Il custode

Post n°17 pubblicato il 07 Dicembre 2010 da Odeporica

"nulla si crea, nulla si distrugge; tutto si trasforma"

Te lo ripeti all'infinito, lo ripeti ad alta voce finchè le labbra secche si spaccano, la gola diventa di carta vetrata e in bocca hai solo il fiele.
Lo ripeti ancora e ancora per giustificare quella fine che una fine non è, che dà inizio a ciò che non volevi che fosse. 
Resti in piedi, malferma sulle gambe, i pugni serrati e le unghie che si conficcano nella carne, ma non senti neanche più dolore. Strano come dopo un punto che segna il limite massimo di sofferenza non si senta più niente, quando invece vorresti patire fino a morire. I suoni arrivano ovattati, la vista si annebbia, frasi sconnesse e incompiute fuoriescono insieme a rantoli e conati di vomito.
Capisci che ti detesti. E' un attimo, fulmineo e illuminante.
Provi a dirlo, ma non ci riesci. Eppure è così facile dire "mi odio".
Le parole si perdono in una risata amara. E ti senti sciocca. E ridicola.
Cosa credevi di fare? Cosa pensavi di ottenere?
Clemenza e assoluzione quando invece ti fai schifo da sola.
Cosa sei diventata.
Ti guardi allo specchio sperando di ritrovare occhi conosciuti. Ma c'è solo un mostro, reso ridicolo dal trucco sciolto, che ti guarda e si compiace di quello spettacolo orribile che sei diventata. Tutto ciò che hai fatto, che hai provato, che hai vissuto si è sporcato, come il tuo viso.
Credevi che la bambina sarebbe rimasta per sempre.
E invece se n'è andata.
Ha lasciato il posto ad un essere impulsivo, vendicativo e spietato. In un attimo ti accorgi che non sei quel che vorresti essere. Che hai provato. Hai provato sul serio a diventare migliore, sortendo però l'effetto contrario.
Sei un mostro farcito di belle parole.
Quante parole hai detto, tutte inutili.
E così che senti di essere: inutile.
Ti riveli a te stessa, facendo cadere vestiti e lacrime. Ti spogli di tutto cercando in un abbraccio un nuovo vestito. Ma ti accorgi che non è abbastanza. Che non sei abbastanza per indossare quell'abbraccio.
...e il vento ha gelato tutte le tue inutili parole e le tue ultime lacrime, trasformandole in piccole schegge di cristallo.
Le raccolgo in uno scrigno e te ne faccio dono affinchè tu possa custodirle per sempre, amico mio.  

 
 
 

L'attesa

Post n°16 pubblicato il 07 Dicembre 2010 da Odeporica

 

 
"Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando."
"Che sia troppo tardi, madame."

*

Alessandro Baricco

 
 
 

Il liutaio

Post n°15 pubblicato il 04 Dicembre 2010 da Odeporica

 

Ci sono persone che sono fatte di carne, sangue e musica.
Sono persone che vivono, pulsano e vibrano.
Vibrano interamente, vibrano come una corda di violino troppo tesa.
Succede quando si è nati dalle mani di chi è allo stesso modo un liutaio e un violinista. Perchè solo chi sa essere entrambi costruisce con dovizia e solerzia magnifici violini, ne ammira la lucentezza e con le sue mani li accarezza, come un padre, che ne diventa padrone. Li sfoggia e li nasconde, con lo stesso sguardo capriccioso di un bambino che, avendo troppi giochi, non sa a quale dedicare le sue attenzioni.
Quello si adatta perfettamente al suo mento. Quell'altro è stato il primo. In fondo c'è quello dalla fattura perfetta, da ammirare e non suonare perchè è scordato. Ce n'è anche uno macchiato, sciupato, ma ha un suono meraviglioso. Poi ci sono quelli dimenticati, c'è quello che gli ha graffiato il viso quando una corda si è spezzata e c'è anche quello che non doveva neanche esistere.
Scegliere non è mai facile, decidere per  il tatto, per la vista o per  l'udito? Cos'è che conta di più, la fattura, l'apparenza o il suono? Con fare lento, quasi riverente, ma fermo e deciso, il liutaio prende le sue creature, le osserva, le contempla, ne fa vibrare le corde, ascolta il suono, le accarezza. Ne prende una per posarne un'altra. Incapace di scegliere, in costante dubbio su quale tenere per sé e quale lasciare nelle mani di altri, non decide.
E così il liutaio, che non è immune al tempo che passa, comincia a non ricordare neanche più perchè ne ha costruiti così tanti, se l'ha fatto per sé o perché così altri potessero apprezzarli, comincia a confonderli, non ricorda più perché ne preferisce uno ad un altro. Come la neve al sole cominciano a dissiparsi nella sua mente i ricordi legati ad ogni sua creatura e i violini diventano tutti uguali. Uguali e inutili, perché ormai il tempo ha logorato anche loro.
...a che serve dar vita ad una creatura meravigliosa se poi non le si permette di vivere? 

 
 
 

I dolori del giovane Werther

Post n°14 pubblicato il 03 Dicembre 2010 da Odeporica

 

 Come si può dire che l’amore sia in grado di rendere felici, come? Quando in realtà, si muore, per amore… che sentimento contraddittorio: è allo stesso tempo la nostra più grande forza e la nostra massima debolezza. Perché amare non basta. Non basta a renderti felice, non basta a farti credere che la vita sia bella. Basta solo a distruggerti dentro. Werther infatti non è morto per Lotte ma è stato ucciso dal troppo amore che aveva dentro, che non avrebbe mai potuto liberare e che si era trasformato in una tortura per lui. L’amore infatti penetra nel tuo cuore e inizia a mangiare la tua carne e a succhiare il tuo sangue, è una droga che non si può sconfiggere. Lo si può curare solo quando il corpo avverte una voce che dice: “ti amo”. Solo allora l’amore ti completa, ti istruisce, ti dice chi sei e per quale motivo esisti, ti risponde e ti protegge. Se il tuo amore non è corrisposto, sei condannato a morire. E allora per quale oscuro motivo dovresti continuare a sopportare un dolore più grande della tua anima? Per gli altri? Per non farli soffrire? Dovresti esistere per loro? Per non creare disordine nel loro piccolo mondo? Vivere per chi non ti ama, questo mai. Se qualcuno, persino uno sconosciuto, potesse avvertire il tuo dolore, anche solo percepirlo, ti augurerebbe di fuggire da questo mondo per cui hai vissuto tanto, ma non ti ha dato niente.
D’altra parte, nessun uomo può fare a meno di amare. Perché se l’amore non esistesse, la vita non avrebbe alcun senso. L’amore è un sentimento che non può avere equilibrio, nemmeno utopicamente. O ti rovina, o ti permette di vivere. Forse, sarebbe meglio non amare mai. Chi ha la forza di sopportare un dolore atroce? Solo chi non prova dolore. E chi non prova dolore? Chi non ha mai sentito una voce urlargli dentro e dirgli: “abbandona questo mondo”? Il dolore procura ferite che non si cicatrizzano mai. Non lo si può alleviare, solo evitare, con l’aiuto di chi ti è sempre accanto. Se hai qualcuno accanto…
Quindi sapendo che tutti gli uomini hanno desiderato morire almeno una volta nel corso della propria vita, mi domando perché la morte sembri qualcosa di così terribile. Perché ci scandalizziamo tanto se una persona decide di togliersi la vita? È sciocco giudicare gli altri in base a se stessi. Il problema è che siamo talmente vittime del nostro dolore che non siamo in grado di concepire il fatto che altre persone soffrano, quanto e più di noi. Pensiamo che nessuno possa provare ciò che noi proviamo, quindi non ci preoccupiamo di coloro che ci circondano. In realtà la sostanza è che tutti gli uomini amano, vivono e sono consumati dallo stesso dolore, che si limita solo ad assumere forme diverse. E allora perché fingiamo che non sia così? Per vergogna? Per paura? Sì, per vergogna e paura di dire a tutti “è vero, io sono soltanto un viandante, un pellegrino su questa terra. Voi siete forse qualcosa di più? Dove abbiamo intenzione di andare?”.

fonte: http://www.frasi.net/archivio/6BVFPTS.htm

 
 
 

Nero su Bianco

Post n°13 pubblicato il 01 Dicembre 2010 da Odeporica

 

 1 dicembre 2010

A volte penso come se respirassi.
A volte tengo per me i miei pensieri.
A volte li leggi nei miei occhi tanto che urlano.
A volte, semplicemente, lascio che diventino un sussurro.
A volte diventano nero su bianco.
Ti voglio mio. Senza legarti a me.
Ti posseggo. Senza averti mai avuto.
Ti stringo a me. Senza impedirti di respirare.
Ti amo. Senza chiamarti amore.
...ogni volta che vai via un nuovo graffio sulla mia anima,
come un tratto di penna sfuggito al controllo di dita avide di scrittura.
E sul foglio resta solo un segno.

Nero su Bianco.

 
 
 

Similitudini

Post n°12 pubblicato il 29 Novembre 2010 da Odeporica

Ero in viaggio, in auto, rapita dalla musica e dai pensieri. Il tergicristallo con il suo movimento ritmico e lento accentuava lo stato ipnotico in cui mi avevano condotto i miei pensieri. Non conoscevo il luogo dov'ero diretta, ma mi era stato descritto come un posto dove il tempo sembrava essersi fermato e fortunatamente non era difficile da raggiungere. Il meeting di lavoro sarebbe cominciato l'indomani con una conferenza e poi un pranzo.
Avevo deciso di partire con un giorno di anticipo perchè dovevo spostarmi di diversi chilometri, ma questa motivazione altro non era che una scusa. Avevo semplicemente bisogno di restare un po' da sola. Dovevo far ordine nei miei pensieri. Diversi eventi avevano portato scompiglio dentro me e mi rendevo conto che facevo sempre più fatica a gestire le mie emozioni. Passare qualche ora da sola mi avrebbe permesso di capire il da farsi.
Ero appena uscita dall'autostrada quando smise di piovere e la campagna era illuminata da un sole basso che, facendo capolino tra le nuvole, lentamente si spegneva all'orizzonte.
Uno spettacolo bellissimo. Un fiume, un ponticello, delle case, qualche albero e delle macchie colorate di cespugli in fiore. Mi fermai sul ciglio della strada e scesi dall'auto. Quell'incanto meritava tutta la mia attenzione e scattai anche qualche foto.
Guardando l'equilibrio perfetto di forme e colori accompagnato dal rumore sordo di un trattore in lontananza pensai che era la rappresentazione in natura di ciò che ognuno di noi ha dentro.
Le similitudini tra alcuni panorami e l'animo umano mi sorprendono sempre.
Sorrisi pensando a quanto fosse cruda la mia capacità di razionalizzare la poesia, trasmutando uno scenario da favola in una fredda immagine della psiche.
La mia riflessione però non era sbagliata, più coglievo i dettagli di ciò che i miei occhi osservavano più mi rendevo conto che il vedere e il percepire a volte collimano alla perfezione.
Guardavo il paesaggio e pensavo che l'animo umano era esattamente così. Una distesa immensa di colori e profumi. Il fiume incanalava e portava via le esperienze negative, le brutture e le sofferenze che servivano però per dare nuova vita a tutto il resto; nella terra fertile ci vedevo il futuro, era la metamorfosi del nulla in tutto; le piccole costruzioni bianche, lì da sempre, erano le certezze, gli affetti sinceri, la famiglia. Gli alberi come gli amici, pochi ma ben radicati. Ricordo ancora l'albero di carrube sul quale mi arrampicavo da bambina e a cui raccontavo i miei sogni. Lo chiamavo l'amico buono. I cespugli in fiore erano gli attimi di allegria e spensieratezza che portano una nota di colore nelle giornate tutte uguali. Il fattore era ancora lì, in giro per i campi, instancabile, meticoloso e sempre attivo, proprio come la nostra mente.
Veniva di nuovo giù la pioggia e l'acqua nel greto aveva accelerato il suo corso, notai allora che vi erano dei canali laterali che ne permettevano il defluire per evitare che il fiume straripasse. Anche nella vita è così. Abbiamo il nostro fiume di lacrime dentro, che lasciamo scorrere lento, pigro e costante, ma se aumenta d'intensità troviamo sempre una scappatoia laterale per riuscire a gestire la sofferenza. C'è chi si rifugia nello shopping, chi mangia chili di nutella e chi litiga col mondo intero. Almeno finchè l'allarme non rientra e il fiume riprende a scorrere lento.
Mi rimisi in macchina e ben presto arrivai in albergo. Mi sistemai e dopo una cena leggera consumata in camera mi misi a letto. Credo di non aver mai dormito così profondamente. Ma era solo la quiete prima della tempesta. Mi svegliai che pioveva a dirotto, avevo fatto bene ad anticiparmi e fortunatamente per i successivi due giorni non mi sarei mossa da quell'albergo. Andò tutto come previsto, la mia efficienza aveva fruttato all'azienda un nuovo pacchetto clienti. Avevo tutto sotto controllo. Almeno all'apparenza.
Dentro ero in uno stato confusionale totale. Le telefonate che avevo ricevuto in quelle ore mi avevano spezzato a metà, non riuscivo più a contenere pensieri ed emozioni, non riuscivo a chiudere le brecce che si erano aperte e stavano facendo fuoriuscire tutto il male che avevo dentro. Inventai una congiuntivite per giustificare gli occhi gonfi e gli occhiali scuri. Non riuscivo a smettere di piangere.
Mi rimisi in auto per rientrare a casa, ma guidavo automaticamente, senza leggere le indicazioni, andando semplicemente dove la strada mi portava. Un tuono mi scosse fin dentro l'anima e in preda ad una crisi di nervi e di pianto persi il controllo dell'auto finendo nel campo che costeggiava la carreggiata. Non so per quanto rimasi lì, mi ripresi come se mi fossi svegliata da un incubo, il sole era in cielo ed io ero bagnata e infreddolita, dovevo esser scesa dall'auto per poi risalirvi. Misi in moto l'auto, che partì con non poca fatica, e muovendomi lentamente riuscii a venir fuori da quel pantano. Mi sentivo svuotata e senza forze, volevo solo tornare a casa, dai miei cari, ritrovare le mie casette bianche in cui rifugiarmi, le mie certezze.
Lungo la strada trovai una deviazione, che mi portò ad attraversare un ponte. Restai a bocca aperta. Lo spettacolo di due giorni prima si era trasformato nel nulla. Non c'era più niente. Solo acqua. Acqua ovunque. Il fiume era tracimato sommergendo e invadento tutto. Portando solo distruzione. Piansi in silenzio guardando quel disastro. Piansi pensando che era ciò che era successo a me. Il mio fiume non era riuscito a contenere la sofferenza ed era straripato, in preda a un'alluvione di pensieri avevo perso il controllo ed ero finita fuori strada. Può accadere a chiunque, e sarebbe potuta andare peggio. Ora ero sola e spaventata, ma ero ancora in piedi.
Come il buon fattore dovevo solo rimboccarmi  le maniche e ricostruire.
Risalii in auto e tornai a casa.
La sofferenza si può gestire quando sai che sta arrivando, quando il greto riesce a contenerla e quando riusciamo a deviare il suo corso incanalandola per alleviare la sua forza. Ma quando arriva improvvisa come un'onda di piena, non si riesce a contenerla e ciò che porta è solo distruzione.
Quando poi si cheta ritroviamo il fattore che, caparbio e risoluto, ricomincia il suo lavoro di ricostruzione.
E stavolta lo scenario che ne risulterà sarà più bello di prima. 

 
 
 

Il resto ombra

Post n°11 pubblicato il 25 Novembre 2010 da Odeporica

 La penombra che la circondava dava un'aria suggestiva alla stanza.  Le ombre s'inseguivano sui muri nascondendosi tra le pieghe della tappezzeria. Il gatto, vecchio e stanco anche lui, si muoveva con lentezza verso di lei e le saltò in grembo, facendole le fusa si addormentò.
Il sole ormai tramontava e regalava quella parvenza di sogno e irrealtà a tutto ciò che la circondava. Accese il lume e riprese il libro, quel libro che aveva da anni e di cui rileggeva sempre solo le prime pagine, conosceva a memoria ormai la descrizione degli ambienti e le pareva di sentire le risatine delle signore che facevano finta di non sapere in che casa fossero capitate. Anche lei era una "signora delle camelie". Leggeva di quei monili in quella casa così ricca e si guardava intorno. Tutto ciò che la circondava era frutto di regali dei suoi facoltosi amanti. Quadri, gioielli e oggetti d'arredo. Circondata da un mondo bellissimo, si chiedeva cosa sarebbe rimasto di lei nelle persone che la conoscevano.
Nella mente dei suoi amanti sarebbe rimasta l'immagine ormai sbiadita del suo viso di porcellana, dei denti bianchissimi e dei suoi occhi verdi. Più volte le era stato detto che aveva occhi da strega. Morgana, così si faceva chiamare. E tutti coloro sui quali puntava gli occhi cadevano inesorabilmente ai suoi piedi. Nella sua vita si era presa sempre gli uomini che voleva, non aveva mai dovuto accondiscendere al volere di qualcuno che non le piacesse. Sapeva giocare e provocare, ammiccare e sorridere nel modo giusto. Bastava un'occhiata e l'oggetto dei suoi desideri era suo.
Come una Geisha, fermava un uomo per la strada con un solo sguardo.
Aveva cultura e bellezza e ciò che non sapeva sugli uomini le era stato insegnato da Mariela, la sua protettrice. Un sorriso sulle labbra e una lacrima a rigarle il viso nacquero da quei ricordi ormai così lontani, ma una fitta di dolore la riportò bruscamente alla realtà. Massaggiandosi la gamba si guardò ancora intorno, ormai era buio ma distingueva perfettamente lo scintillìo degli argenti e dei cristalli, perfettamente puliti e in bella mostra.
L'amante di tanti, la sposa di nessuno. Una mantenuta. Aveva tutto ciò che una donna potesse desiderare. Almeno agli occhi di molti. Aveva anche l'inquietudine negli occhi, ma questa, a parte una sola persona, nessuno la vedeva. Sapeva di aver speso in modo sbagliato la sua vita. Di aver superato in alcune occasioni il limite della decenza, ma in fondo non era una cattiva persona. Aiutava chi si rivolgeva a lei e non aveva mai, almeno intenzionalmente, fatto del male a nessuno.
Eppure, nonostante una vita di agi e privilegi, non era mai stata felice.
Sceglieva i suoi amanti con cura e meticolosità, mai uomini scapoli, sempre uomini sposati.
"Il fatto che un uomo abbia una casa e una famiglia da cui tornare è la prima garanzia per la tua libertà"
Glielo ripeteva sempre Mariela, "non intrattenere uomini in cerca di moglie, se s'innamorassero di te sarebbe la tua fine". Aveva una mente brillante e conosceva alla perfezione il mondo maschile. Le spiegava in dettaglio tutto ciò che andava fatto e detto per mantenere una continuità nei rapporti precludendo il nascere di un legame affettivo. Le aveva insegnato a tenere stretto a sé un uomo senza vincolarlo.
"Se avranno l'illusione di non essere legati a te, torneranno sempre"
Sorrise pensando a quanto avesse ragione. Le raccomandava spesso di non avere più incontri di seguito con lo stesso uomo.
"Una frequentazione assidua porta l'abitudine, e l'abitudine porta una parvenza d'amore. E a quelle come noi non è concesso amare"
Eppure si ama.
Contro ogni nostro volere, contro ogni nostra volontà, si ama.
L'amore trascende ogni nostro controllo.
L'amore non usa la ragione e la ragione non conosce l'amore.
Serbava ancora il ricordo di quegli occhi che riuscivano a guardarle l'anima, aveva ancora nostalgia di quel coraggio che non aveva avuto. Ogni volta che le affiorava il ricordo delle parole che gli aveva detto per allontanarlo sentiva il cuore spaccarsi a metà.
A lei non era stato concesso di amare.
Aveva lo sguardo perso e spento ormai, la luce che vi albergava era morta e tutto quello che la circondava era stato inghiottito dall'ombra.
Non le restò altro da fare che addormentarsi. Per sempre.

*

"Il cuore muore di morte lenta
perdendo ogni speranza come foglie
finchè un giorno non ce ne sono più
nessuna speranza, non rimane nulla."

 
 
 

Missing

Post n°10 pubblicato il 23 Novembre 2010 da Odeporica

 

Mi sono persa
restando intrappolata
nei miei stessi pensieri.
Mi manca
il senso di me,
il senno di poi,
il sonno di ieri,
il sogno di domani,
il dono che ho perso.

*

I'm Lost
I'm Missing
In an emotional maze
that is not suitable
to myself
Hoping to find that I lost
I'm waiting to come back 

 
 
 

Io erro. O forse sto solo sbagliando.

Post n°9 pubblicato il 19 Novembre 2010 da Odeporica

 La mia anima viaggia instancabile.
Nella valigia che porto sempre con me ho messo il bello, affinchè mi faccia sorridere nei momenti di sconforto, e il brutto, che mi faccia da zavorra quando volo troppo in alto.
Non mi piace la staticità, non mi piace dare niente per scontato, neanche me stessa.
E questo mi porta a viaggiare sempre, dentro di me e nell'animo altrui, per capirne il senso e coglierne l'essenza.
La mia anima è libera.
Il corpo è fermo in una vita che ho scelto e non rinnego.
Ma la mia anima non è mai ferma, con voli pindarici scelgo le mete su cui planare.
Alla continua ricerca di ciò che non so mi inerpico su vette irraggiungibili e sondo abissi imperscrutabili.
Si può andare ovunque quando non s'incatena l'anima.
Il corpo c'incatena, con vincoli ai quali non si può disobbedire, dai quali non si può fuggire. Costringe l'anima a restar chiusa, quasi imprigionata, in un contenitore che non riesce a gestire l'ecletticità e l'elettricità di un'anima viva.
Il corpo, padrone e dimora dell'anima, imprigionato a sua volta nella monotonia di una vita che è come un cerchio. 
Fermo e deciso controlla e contiene l'esuberanza di un'anima sfuggente. Ma a volte l'anima è più forte e prende il sopravvento.
Una volta ho abbandonato tutto e tutti.
Ho lasciato che il mio corpo andasse via liberandosi dalle catene della monotonia.
Sono tornata quando il cambiamento in me era irreversibile.
Sono stati i giorni più belli della mia vita.
Sono tornata ad esser prigioniera volontaria della gabbia dorata che è il mio corpo, con la consapevolezza di potermi librare in volo ogni volta che desidero.
Sono libera.
Sono una viaggiatrice.
Sono un'anima errante in un corpo che fa fatica a contenermi.

 

 
 
 

Madri

Post n°8 pubblicato il 17 Novembre 2010 da Odeporica

 

 
"Voglio salire su quel treno."
"vada a casa signora"
"Voglio salire su quel treno. Mi faccia salire su quel treno!"
Dora - La vita è bella

*

Niente si può contro l'amore di una madre.

 
 
 

Influenze nefaste in attesa di antidoto

Post n°7 pubblicato il 15 Novembre 2010 da Odeporica

 

Frase non a caso estrapolata da "mi piaci" di Alex Britti:
"T'ho comprato un cagnolino che abbaiava raramente
ma da quando sta con te si è già mangiato tanta gente."

*

Siete mai stati "contagiati" dall'atteggiamento negativo di una persona?

 
 
 

Morte e vita

Post n°6 pubblicato il 09 Novembre 2010 da Odeporica

 

 ...e la follia mi prese, mi fiondai per le scale, dovevo andar via, dovevo scappare.
Il mare, il mio mare mi chiamava, mi reclamava.
Andai lì, sul lungomare, sulla mia panchina, la nostra.
Mi ancorai con quanta forza avevo nelle mani a quella panchina solitaria.
Infuriava la tempesta, dentro e fuori di me. Non avevo mai visto il mare alzarsi così, il suono delle onde contro la scogliera si confondeva e si mescolava a quello dei tuoni. Gli alberi di palma che seguivano da sempre il marciapiede non sembravano neanche più sulla sessa retta.
Si piegavano oscillando in tutte le direzioni, piegati al volere del vento, che spazzava via ogni cosa.
Non so neanche come avevo fatto a camminare fin lì, esile e distrutta com'ero.
Ero distrutta.
Dentro di me solo distruzione.
E il vuoto.
Un ingombrante niente.
Cercai di urlare, ma dalla gola uscì solo un rantolo soffocato, singhiozzavo e piangevo, tossivo tra un sussulto e un conato di vomito.
Il vento portava via le mie lacrime facendole danzare insieme alle gocce di pioggia impazzite.  Il rumore sordo e continuo che mi circondava faceva eco dentro di me.
Rimbombava dentro. Dentro le orecchie, dentro la testa, picchiava sulle tempie al ritmo dei battiti del mio cuore spezzato a metà.
Il mio cuore.
Perchè non smetteva di battere? Perchè continuava a farmi soffrire così?
Un rombo incessante mi scuoteva l'anima, Mi sentivo come deve sentirsi un palazzo quando sta per crollare, uno di quei crolli ad implosione.
Una volta venuto giù sarebbe stato il vento a spargere macerie e polvere.
Il vento.
Sembrava urlarmi contro. Guardavo la banchina e pensai che sarebbe bastato un attimo, non mi avrebbero trovato più. Con la mareggiata che imperversava sarei finita disintegrata contro gli scogli o portata chissà dove dalla corrente.
"NO! NO! NO!!!"
Urlai con quanto fiato avevo in gola. Non potevo finire così. Per colpa tua poi, che te n'eri andato così, senza salutare e senza una parola.
Lasciai le porte dell'anima aperte, affinchè il vento spazzasse via quell'insana voglia di smettere di respirare.
Lasciai che entrasse prepotente nei miei polmoni a darmi nuova linfa.
Spalancai gli occhi quando un'onda prese a schiaffi il mio viso riportandomi alla realtà.
Nelle orecchie il rombo assordante dei tuoni e del mare e del vento.
Incessante.
Crescente.
Il rumore del dolore.
Cresce piano, con piccole crepe impercettibili.
Quando poi pensi di riuscire a tenere tutto insieme ti accorgi che solo due mani non bastano a frenare il dissiparsi di un'effimera illusione che rinnega la realtà.
Ed è solo quando l'angoscia s'impossessa di te che esplode il rumore e implode l'anima.
Ti schiaccia, ti sommerge e ti devasta.
La bocca ti si riempie di polvere e non riesci a respirare.
E smetti di respirare.
E muori dentro.
Dentro di me eri morto tu.
L'emozione esplose improvvisa e violenta e si perse nel rombo di un tuono, così come le note cristalline della mia risata si perdevano nell'aria, trasportate chissà dove dalla forza del vento.
Dalla prepotenza della vita.
Eri morto tu.
Era morto un pezzo di me.
Ma dentro di me c'era ancora vita.
La mia vita.

*

...la morte può essere vita?

 
 
 

Per un imprevisto

Post n°5 pubblicato il 07 Novembre 2010 da Odeporica

Dal giorno dopo sarei andata in ferie. Due settimane di totale relax.
I nuovi campionari avevano assorbito tutto il mio tempo e le mie energie. Ero veramente stanca. Quell'ultimo giorno in ufficio sembrava non dover finire mai. Continuavo a guardare l'orologio mentre finivo di sistemare documenti e contratti. Carla si sarebbe occupata di tutto durante la mia assenza, era una collaboratrice eccezionale.
La prima volta che la vidi mi sembrò di avere davanti una ragazza venuta da qualche paesotto sperso fuori dal mondo. Pensai di dovermi rimboccare le maniche e aggiungere alla mole di lavoro che mi opprimeva anche il compito di fare da mentore a questa ragazzina spaurita e terribilmente timida. Vestiva in modo anonimo e non si truccava. La prima cosa che pensai fu che i clienti sarebbero scappati vedendola. Il suo curriculum però era di tutto rispetto, aveva ottime referenze e parlava tre lingue. A vederla non sembrava neanche in grado di proferir parola. Avevo insistito per avere una donna al mio fianco e m'avevano mandato il brutto anatroccolo.
Il ricordo di quei giorni mi rubò un sorriso. Guardai fuori dal mio ufficio e la vidi seduta alla scrivania con i capelli raccolti, gli immancabili occhiali, il naso nelle carte e  come al solito mordicchiava una matita.
La guardai compiaciuta quando si alzò, indossava un completo verde e si muoveva sicura sui suoi tacchi, mi vide e mi sorrise, denti bianchissimi e un trucco impeccabile. Il brutto anatroccolo era diventato un cigno. Ricambiai il sorriso e le feci cenno di chiudere la porta del mio ufficio.
Volevo godermi quell'ultimo quarto d'ora, ormai era tutto in ordine, le commesse erano pronte e avevo firmato tutti i documenti. Non mi sembrava vero, finalmente una vacanza. Non avevo progettato niente, nessuna prenotazione, ogni volta che organizzavo anche solo un week end per un motivo o per un altro andava tutto a monte. Così vivevo d'improvvisazione. Pregustavo già quei giorni di ozio con un sorriso sornione e lo sguardo perso in un sogno ad occhi aperti.
Il suono dell'interfono mi distolse dai miei pensieri. Un brivido corse lungo la schiena. Era arrivato, immancabile, l'imprevisto.
"Dimmi Carla"
"Il dottor Carbone la cerca"
"Passamelo" dissi gettando con stizza la penna sulla scrivania.
"Roberta devi aiutarmi, lo so che stavi andando via e che da domani sei in ferie, ma devi assolutamente sostituirmi"
"Federico stavo andando via"
"Roberta il dottor Michele Paglieri mi sta aspettando al Marlot cafè per presentargli la nostra proposta e io non posso andare, devi andare tu al posto mio"
Devi andare tu al posto mio. Il tono del mio capo non ammetteva repliche.
"Ok, ma da domani sono in ferie, non farmi scherzi"
"Da domani e per due settimane mi dimenticherò che esisti."
Mise giù senza darmi neanche il tempo di replicare. Faceva sempre così. Ma era il capo e poteva permetterselo.
Chiamai Carla e mi feci portare il fascicolo del dottor Paglieri.
Lo conoscevo di fama, era un uomo d'affari conosciuto nell'ambiente, ma si sapeva ben poco della sua vita privata. Era un potenziale investitore e io avevo un quarto d'ora per studiare la strategia giusta e i dettagli dell'acquisizione. Dissi a Carla di telefonargli e avvisarlo che per un contrattempo del dottor Carbone l'appuntamento era per l'aperitivo.
Il dottor Paglieri era già al tavolino del bar, era sempre in anticipo e non gli piacevano i ritardatari. Approfittò di quei minuti per studiare una proposta presentatagli per far concorrenza a quella del dottor Carbone.
Il solo fatto che fosse in ritardo contribuiva a sminuirne la validità. Era seduto sulla terrazza esterna e non riusciva a distogliere lo sguardo dal tramonto sul mare che donava alla città un colore tra il rosa e il rosso. Ripensò alle lunghe passeggiate con sua moglie, scomparsa ormai da qualche anno, di cui sentiva ancora la mancanza. Il suono di un clacson rapì la sua attenzione e volse lo sguardo verso la strada e la vide, incedere sicura e incurante di ciò che la circondava, aveva una valigetta in una mano e con l'altra parlava al cellulare. Poteva percepirne la forza e la bellezza, che esplosero in un brivido che gli percorse la schiena. Si voltò verso il cameriere che gli si era avvicinato e quando ritornò con lo sguardo alla strada lei non c'era più. Scosse il capo chinando lo sguardo e sorrise dandosi dello sciocco.
Era impeccabile nel suo completo grigio scuro, le mani curate, gli occhi di un colore indefinito tra il grigio e l'azzurro, e un sorriso disarmante, vacillai e per la prima volta i miei pensieri sempre indirizzati sul mio lavoro e la sua riuscita furono eclissati dal carisma dell'uomo che avevo di fronte. Ripresi il controllo con un lungo respiro e mi presentai.
"Scusi per il ritardo dottor Paglieri, sono la dottoressa Giardini, Roberta Giardini, il dottor Carbone ha avuto un contrattempo, le esporrò io i dettagli dell'acquisizione"
Restò a fissarla senza riuscire a parlare, era lei, vista, persa e ritrovata in una manciata di secondi. Fu rapito dalla sua fierezza e il brivido gli si ripresentò. Si impose di riprendere il controllo, si alzò e si presentò. Fece un cenno al cameriere che portò da bere e svariati stuzzichini.
Fu così che iniziò la nostra storia, fra un bicchiere di prosecco ghiacciato, un vassoio di rustici e un piatto di grosse e sugose olive, in una serata di maggio, quando il tepore della sera permette di godersi le prime avvisaglie dell'estate che si avvicina. Per i successivi dieci minuti parlai ininterrottamente attenendomi alle direttive che Federico m'aveva dato pochi minuti prima al telefono. Un tassista m'aveva suonato contro perchè stava per mettermi sotto, distratta e concentrata sulla telefonata avevo attraversato la strada senza neanche guardare. Ma non ci avevo badato più di tanto. Adesso ero seduta al tavolino del Marlot e svolgevo il mio lavoro. Parlavo e pensavo alla sveglia che non avrebbe suonato l'indomani. Parlavo e pensavo da domani sono in ferie e Federico si occuperà di te.
"Ma lei va sempre così di corsa, veloce come un treno? Mi auguro che ogni tanto riprenda fiato"
Lo guardai sbigottita, ero incredula e attonita, mai nessuno aveva interrotto il mio incedere con tanta insolenza. Di solito pendevano tutti dalle mie labbra e i miei discorsi finivano con una stretta di mano e una firma. Sentii le guance avvamparsi, per la rabbia e l'imbarazzo.
Mi guardava insistentemente ed io non riuscivo a parlare. Riuscii a tener testa al suo sguardo imponendo a me stessa tutta la freddezza di questo mondo. Un minuto di interminabile silenzio e poi scoppiammo a ridere.
"Il contratto è vostro, mi ha convinto. Gli avvocati penseranno ai dettagli"
Finiva così la mia ultima giornata di lavoro.
Cominciava così la mia nuova vita.
L'appuntamento proseguì, era palese che nessuno dei due aveva voglia di andar via. Restammo per un tempo indefinito a parlare, era come se entrambi non aspettassimo altro che incontrare qualcuno con cui parlare, con cui poter dismettere la veste  di persone efficaci e perfette. Lui si era sfilato la cravatta facendola scivolare lentamente dal colletto della camicia, io avevo sciolto i capelli.
Seduti al bar avevamo scoperto mille cose l'uno dell'altra e mai mi ero sentita così a mio agio con un uomo.
La serata proseguì a casa mia e dal giorno dopo e per le due settimane successive, fummo irreperibili.
Vittime di un colpo di fulmine sotto un cielo di stelle.

*

...e voi, ci credete nel colpo di fulmine?

 
 
 
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STORIA DI UNA CAPINERA

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime: Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La poveera capinera cercava di rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva;  non voleva rimproverarli nenache col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l 'ala e l'indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.
Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c'era qualcosa che non si nutriva soltanto del miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.

 

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE

L'accordo non scritto dell'amicizia erotica presupponeva che Tomas escludesse l'amore dalla propria vita. Nell'istante in cui fosse venuto meno a questa condizione, le altre sue amanti si sarebbero ritrovate in una posizione subalterna e si sarebbero ribellate.
Procurò a Tereza un subaffitto nel quale lei dovette portare la sua pesante valigia. Voleva vegliare su di lei, proteggerla, desiderare la sua presenza, ma non sentiva alcun bisogno di cambiare il proprio modo di vivere. Non voleva perciò che si sapesse che Tereza dormiva da lui. Il dormire insieme era infatti il corpo del reato dell'amore.
Con le altre donne non dormiva mai. Quando andava da loro era facile; poteva venire via quando voleva. Il peggio era quando venivano loro a a casa sua e lui doveva spiegare che dopo mezzanotte le avrebbe accompagnate a casa perché soffriva d'insonnia e non poteva addormentarsi se aveva di fianco un'altra persona. Questo non era lontano dalla verità, ma il motivo principale era meno nobile e non osava confessarlo alle sue amiche: nell'istante che seguiva l'amore, provava un invincibile desiderio di rimanere solo; svegliarsi in piena notte al fianco di un essere estraneo gli era fastidioso; alzarsi al mattino insieme a un altro lo disgustava; non desiderava che qualcuno lo sentisse lavarsi i denti in bagno, e l'intimità di una colazione a due non lo attirava.
Per questo fu così sorpreso quando si svegliò e Tereza gli teneva saldamente la mano. La guardava e faticava a capire quello che gli era accaduto. Ripensava alle ore appena trascorse e gli sembrava che da esse si effondesse il profumo di una qualche sconosciuta felicità.
Da allora entrambi aspettavano con gioia il momento di dormire insieme. Mi verrebbe quasi da dire che per loro la meta dell'amore non era il piacere bensì il sonno che ne seguiva. Lei soprattutto non riusciva a dornire senza di lui. Se le accadeva di restare sola nella sua stanza in affitto (che stava ormai diventando un semplice alibi), non riusciva a prender sonno l'intera notte. Tra le sue braccia, anche al massimo dell'agitazione, si addormentava sempre. Lui le sussurrava favole che inventava per lei, piccole sciocchezze, parole che ripeteva monotonamente, rassicuranti o scherzose. Quelle parole si mutavano in lei in visioni confuse che l'accompagnavano nel primo sonno. Lui aveva pieno potere sul suo sonno e lei si addormentava nell'istante che lui aveva stabilito.
Quando dormivano, lei lo teneva come la prima notte: gli stringeva saldamente il polso, un dito, la caviglia. Quando lui voleva scostarsi senza svegliarla, doveva usare l'astuzia. Liberava il dito (il polso, la caviglia) dalla sua stretta cosa che ogni volta la svegliava a metà, perché anche nel sonno lei lo sorvegliava attentamente. Per calmarla, le faceva scivolare nella mano, al posto del proprio polso, un oggetto qualsiasi (un pigiama arrotolato, una pantofola, un libro) che lei poi stringeva con forza come fosse stata una parte di lui.

 

Una volta che l'aveva appena addormentata e lei era nell'anticamera del primo sonno e poteva quindi ancora rispondere alle sue domande, le disse: "Bene. Ora me ne vado". "Dove?" chiese lei. "Via" rispose Tomas con voce severa. "Vengo con te!" disse lei tirandosi su a sedere. "No, non puoi. Me ne vado per sempre" disse lui, e passò dalla camera all'ingresso. Lei si alzò e lo seguì, strizzando gli occhi. Aveva indosso una camicia da notte corta, senza nient'altro sotto. Il suo volto era immobile, senza espressione, ma i suoi movimenti erano energici. Dall'ingresso lui uscì nel corridoio (il corridoio in comune con gli altri inquilini) e le chiuse la porta in faccia. Lei l'aprì con gesto brusco e lo seguì, convinta nel suo dormiveglia che lui volesse andar via per sempre e che lei dovesse trattenerlo. Lui scese le scale fino al primo pianerottolo e si fermò ad aspettarla. Lei lo raggiunse, lo prese per mano e lo riportò con sé a letto.
Tomas diceva: fare l'amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse ma quasi opposte. L'amore non si manifesta col desiderio di fare l'amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica a un'unica donna).