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L'uomo invisibile

Post n°9 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da Patonsio

(Romanza triste e – si teme – forse inconsolabile)

(Tracima sulla scena uno stuolo di angioletti grassocci e rubicondi, i quali iniziano a prender posto in semicerchio, e quando han finito di litigare per la disposizione, concertati da una celeste creatura della stessa stirpe, ma più pasciuta e ragguardevole, con fiato melodioso gorgheggiano:)

Oh oh - hoo, oh oh – hoo, qui si canta oggi la storia di quel tristo non-eroe, metà uomo e metà niente, che di pene e sofferenze non si die’ giammai per sazio... oh oh - hoo, oh oh – hoo...

(Dal più profondo buio appare un puntino di luce tenue, delicata, evanescente, che sarà bene identificare, d’ora in avanti, come la:Voce narrante”:)  

– Chi mai non desiderò, una volta nella vita, una sola volta almeno, d’aver come suo compagno il divino e grato dono d’eclissarsi all’altrui vista? Di recarsi indisturbato colà dove egli potrebbe fare tutto ciò che vuole senza che la reprimenda o un divieto lo impedisca?

Beh, qualcuno forse sì, ma non certo il sottoscritto, che da quando appena nato iniziò a ricercare la sottil soddisfazione di passar inosservato agli sguardi dei parenti, familiari e tipi affini, trovò invece il triste veto e l’assenza d’ogne encomio per l’esigua produzione – non del tutto scarsa, invero – di qualcerte deiezioni seminate ad un dipresso sotto i tavoli di casa e all’interno del mobilio sufficiente ad occultarmi sol per pochi istanti, certo, ma felici e spensierati.

(Angioletti:)

Il piccino già protesta: lui si vuole emancipare: non vuol esser disturbato quando ha da cachicchiare... oh oh - hoo, oh oh – hoo...

(Voce narrante:)

– Io volevo restar solo, farmi i fatti miei tranquillo, ma il divieto m’incalzava, non lasciava a me l’arbitrio (più che lecito, d’altronde) ch’è diritto ad ogni umano.

Come può un giovinetto, nell’età ch’è più ferace, crescer saldo forte e saggio, quando il mondo questi priva dell’elogio costruttivo? Io lo ignoro, e mai lo seppi, poverino me davvero… fatto sta che una mattina, non dovendo andare a scuola (dato che si celebrava il patrono cittadino), per dispetto, e un po’ per giuoco, mi nascosi astutamente nella stanza a me proibita: la paterna biblioteca.

Era allora, il mio papà, un severo professore di antiche e strane cose che capire non potevo, così piccolo e ignorante: tutti i nomi strampalati che leggevo fra le coste dei suoi libri allineati, molte volte ripetevan “…gia” e “…fia” nel finale dei lor titoli solenni, ma ce n’erano, altrimenti, che recavan pure: “…zia”. Fui allora incuriosito di conoscere, potendo, una qualche mia parente di cui non sapevo ancora; ero infatti, a quell’età, di sicuro affascinato da quel mondo oscuro e vago degli amori ostacolati fra parenti “stretti” e quindi la mia blanda comprensione dello scibile appropriato mi guidò, seduta stante, verso il libro misterioso.

Io pensavo di trovare qualche pagina “piccante”, od almeno qualche fatto che valesse, giustamente, l’inclemente inibizione, ma quel libro asseverava (chi poteva mai saperlo?), dalle prime righe già, la promessa sibillina d’un “controllo superiore”.

(Angioletti:)

Stai attento, piccolino... chè la coda puoi bruciare... oh oh - hoo, oh oh – hoo... non è lecito sfogliare il librone magistrale... oh oh - hoo, oh oh – hoo...

(Voce narrante:)

– Cominciai con lo sfogliare quelle pagine ingiallite, butterate qua e là dalle pustole del tempo. Vi trovai, per ogni foglio, dei disegni alquanto astrusi, ed oscure spiegazioni con parole in ritornello. Si diceva, per esempio, che bastava sol ripeter certi suoni più e più volte per chiamare da lontano gente morta da un bel pò; vi leggevo addirittura che si può spostar gli oggetti con la forza della mente; che si può, velocemente, attraverso il tempo andare. Ci capivo poco o nulla, tranne che per quella parte che più d’altre mi convinse come può una persona tramutare il suo sembiante in moltissime altre forme: con la forza del pensiero (riportava quel librone) si può accedere a risorse mai esplorate ed inaudite.

– “Guarda guarda...” – io mi dissi – “vuoi vedere allora che se è poi vero quel che è scritto, potrei andare a mio piacere... non veduto dalla gente? Se ripeto queste frasi che qui dice necessarie, io divento, per magia... un fantasma immateriale? Che sciocchezza è questa qua! Basterebbe, quindi, pare, con un paio di candele messe in questa posizione... recitare la preghiera... pari pari, com’è qui. Oh, ce n’è di cose strambe, se tu vai a vedere in giro! Questa, poi... le batte tutte! Mmh... ma ti immagini... però..?

Lasciai allora le facezie e i pensieri strani che mi turbavano il cervello assegnando loro stima di minchiate, o poco più: “Certo che, se si potesse... ma che vado mai a pensare... se papà poi lo scoprisse...”. Rinserrai pertanto il libro nel suo posto regolare, e risolsi, un pò confuso, di far perdere mie tracce, rammentando a me però... dove fosser le candele...

***

Ci tornai due giorni dopo, tutto preso dalla smania di trovare, infine, un punto che smentisse platealmente l’impossibile faccenda. E per meglio dimostrare che non era che un inganno, mi portai, nascoste in tasca, due candele della mamma. Scoperchiai quel libro folle, imbastii la messinscena, recitai le due strofette là disposte alla bisogna. Non accadde nulla, invero, senonchè, per la paura di venire lì scoperto, m’affrettai a cancellare ogni traccia del passaggio. Ma fu un forte mal di testa che mi spinse ad abbreviare l’escursione clandestina: là per là pensai che fosse risultanza dello sgarro perpetrato in biblioteca, ed il senso della colpa tutta notte m’inseguì.

L’indomani al far del giorno, mi presento a colazione. Un pò pallido in realtà, ma non fa granchè stupore: ero anemico, a quel tempo, mingherlino e allampanato. Chiesi a mamma il mio panino con il burro e marmellata. Per risposta – ma tu guarda! – lei cercava me in tinello dove avevo il mio lettino, non scorgendo invece che (a due passi!) io stavo là. Mi cercava, preoccupata, pur sentendo la mia voce; dichiarò, assai seccata, che lo scherzo era finito: – «Vieni, e sbrigati, monello! Sei in ritardo per la scuola. C’è in cucina la cartella, la merenda e il grembiulino..!»

Poco dopo giunsi a scuola, installandomi al mio posto. Il maestro chiamò appello: quando fece il nome mio, io risposi come sempre. Si guardò allora in giro, sospettoso e un pò irritato, ripetè il mio nome ancora, ed alzai dunque la mano non spiegandomi perchè non vedesse il gesto mio. Lui fu secco e perentorio:  

– «Non mi piaccion questi scherzi! Lo credete divertente? Su, non fatemi arrabbiare. Che non si ripeta più!»

Vergognandomi parecchio, io non seppi replicare: me ne stetti zitto e buono senza dire niente più.

Iniziai a capir qualcosa solamente un pò più tardi.

Il compagno mio di banco, come non fossi presente, scorreggiò senza pudore proprio verso il canto mio. “Ma che è pazzo?” – io mi chiesi, e bussai sulla sua spalla, e quel tipo originale si girò verso di me. Strabuzzò gli occhietti intorno, come se non mi vedesse... Agitai quindi la mano come a dire: «Io sto qua!». Quello, niente, sbigottiva. Pensai allora alle candele, alle frasi ripetute, al mio forte mal di testa. “Vuoi vedere” – indi mi dissi – “che quel tipo di magia ha davvero un’efficacia..! minchia, cose... cose turche! Per davvero funzionò! ”. Mi alzai allora in piedi agitando le mie braccia come fossi per chiamare qualchedun ch’era lontano. Nè il maestro nè i compagni ravvisarono il mio gesto. Andai dietro la lavagna e fischiai da pecoraro, la qual cosa indispettì oltremodo il mio maestro, che il colpevole cercò... per i banchi a lui dinanzi! Qual non fu la mia sorpresa nel vedermi trasformato in folletto birichino... un fantasma trasparente!

Ma un problema, tutto nuovo, in quel mentre si affacciò: come fare a ritornare come prima, lestamente?

(Angioletti:)

Minchia minchia... cose turche! oh oh - hoo, oh oh – hoo... o si trova presto e bene il rimedio che conviene... o il nanetto trasparente non ritorna fra la gente... oh oh - hoo, oh oh – hoo...

(Voce narrante:) 

– Tornai quindi presto a casa, aspettando con pazienza che qualcuno aprisse l’uscio, sì che dentro m’infilassi senza dare spiegazioni. Ritrovate le candele, recitai la cabaletta: non di più che un sol minuto mi bastò per rimpatriare nel mio corpo abituale, come che m’avesser fatto uno spruzzo di pittura nuova in tutta la persona. Ma la gioia fu incompleta, dacchè la mia cara Tata, ritrovandosi di fronte proprio me all’improvviso (dato che ancor non c’ero solo un attimo dianzi), palesando la sorpresa si lasciò sfuggir di mano la zuppiera con il pranzo, che per terra rovinò con fracasso madornale. Nulla valsero le scuse con la mamma ed il papà: ricevetti punizione esemplare d’ordinanza.

***

Non bastò però a frenare la mia brama di ricerca, sicchè in men che non si dica riprovai l’esperimento.

Fu alla festa d’un compagno, dove feci gozzoviglia con le pizze e i salatini, finchè non ebbi l’urgenza di isolarmi in gabinetto, dove svolsi i miei bisogni e m’apprestai all’orazione (con me avevo, manco a dirlo, le candele portentose...). Ritornato che fui spettro, io mi accinsi a venir fuori per spiare un pò qua un pò là a mio uso e godimento, sicchè feci per uscire, ma una mano già afferrava la maniglia della porta: entrò dentro immantinente affannata una parente brutta e vecchia del mio amico, che credendosi non vista, diè di piglio a una rassegna di sospiri sforzi e ragli, concentrata sulla tazza. Non vi dico l’imbarazzo che subii in virtù del fatto che la detta zitellona sospirava a più non posso dopo ogni turpe tonfo; bestemmiava a profusione per produrne di novelli; scaracchiava nella vasca (rugumando oscenamente come in guisa di pignatta ribollente di frattaglie) per gli sforzi sostenuti, concludendo ad ogni strofa con «Gesù, Gesù, Gesù...».

***

Già valeva forse questo a stroncare i miei bollori, ma si sa che l’età verde non è buona consigliera: volli ancora qualche volta cimentare la perizia.

Fu così che mi recai (per un altro tentativo) a vedere un nuovo film che si dava giù in città. Entrai gratis, ovviamente, tutto fiero e assai contento di scroccare la visione. La pellicola scorreva, quando venne una signora “molto in carne”, in verità, che si scelse come posto quello dove io sedevo. Si accasciò sulla poltrona valutandola per vuota, e schiacciò a me gli intestini e lo sterno, in un baleno. Io gemetti dal dolore e per il soffocamento, quella intese un che di “strano” e gridò diffusamente. Fu il bailamme, in un istante. Accorreva il bigliettaio, il padrone con i figli, i cognati ed i nipoti. Poco ci mancò davvero che finisse a quarantotto. Ritornai pesto e malconcio ad usare le candele maledette e sventurate promettendo che in futuro io le avrei ignorate ormai: respiravo con fatica ed il danno corporale era niente in paragone a spavento, fifa, angoscia che provai nell’occasione.

***

Lasciai star, per qualche tempo, le candele sciagurate e la lor magia nefasta.

*

*

*

Ero già un bel giovanotto quando entrai, per caso, un giorno, in un’agenzia di viaggi. Belle foto, panorami favolosi e straordinari, gran vedute e prospettive, strepitosi luoghi e assolati territori leggendari. “Ah, che voglia!” – pensai allora, ed un vago struggimento m’infiammò la fantasia.

Ci pensavo troppo spesso, non dormendo più la notte per la smania, certe volte. Agli amici raccontavo ogni ebbrezza di quei posti che sol nella mia impazienza conoscevo in lungo e in largo.

Studiai a fondo la questione: alla prima idonea data io potevo, a questo punto, preparare i miei bagagli (e cioè uno spazzolino, fazzoletto per il naso, il cronometro da polso ed un pò di sigarette...) e partire alla ventura per scoprire i nuovi mondi... tranne che per un dettaglio... fastidioso anzichenò: le finanze mie d’allora permettevano soltanto di recarmi al tabaccaio e acquistare giusto un paio di pacchetti di “Camèll [1]”.

(Angioletti – ormai fuori riga, disordinati. Chi sbocconcella un panino, chi rosica le unghie, chi si netta gli spazi infra-dito dei piedi:)

Oh oh - hoo, oh oh – hoo... Le Mabbòro[2], le Mabbòro, lui vorrebbe le Mabbò: non c’ha i soldi per comprarle, quindi succhia le “Camèll”..! Oh oh - hoo, oh oh – hoo...

  (Voce narrante)  

– Mi veniva lo sconforto a pensar che chissà quando, me meschino, avrei potuto guadagnarmi la vacanza. Disperavo di raggiunger quell’ignota e degna meta, ma ad un tratto mi sovvenne dei peccati giovanili. Era omai passato tempo dalle mie disavventure procurate per virtù di magia mal governata, e “Vuoi vedere” – argomentai – “che adesso, che son grande, io sarò capace infine di imbroccare la via giusta, senza danno più per me? ”.

Riacchiappai quelle candele segregate su in soffitta. Ero molto emozionato nel tentare ancor la sorte...

Come fu, come non fu, quando venne l’occasione che una nave da crociera attraccò un bel giorno al porto, m’infilai da clandestino accodandomi ad un gruppo di turisti sbevazzoni. Alloggiatomi per bene presi parte ai lor festini, divertendomi un bel pò: non riuscivano a capire come mai i beveraggi scomparissero di mano, chi di loro, screanzato, desse pizzichi al popò, come mai i manicaretti scomparissero in un fiat, chi cambiasse il dentifricio col cerotto delle scarpe, e tant’altre bagattelle inventate là per là.

Fu assai lieto quel tragitto! Quanti posti visitammo! Quante terre sconosciute a saziare gli occhi miei!

E arrivò infine il giorno che sbarcammo con le lance su una spiaggia tropicale. Qual non fu la meraviglia nel vedermi intorno un mondo mai neanche immaginato! Quelle acque, quei colori... frastornavano le idee. Era come aver varcato le colonne a Gibilterra[3], come aver diretto Argo[4] nella Colchide remota, come entrare dentro un libro di quel tale... Giulio Verne. Scorrazzai da dissennato attraverso l’arenile, percorrevo con la vista quelle rive affatturate, e mi venne il ghiribizzo d’esplorare un pò più in là. Proseguii tutto inebriato nell’interno di quel sito, perlustrando ad ogni palmo, ogni cosa esaminando: quante strane e grandi piante, e che odori eccezionali! Nè temevo per le belve eventuali al mio passaggio: non potevano vedermi. Non pensavo più al battello, ai compagni vacanzieri, alle magiche candele occultate nella nave. Non pensai più a nulla, quindi: incombeva il paradiso, la felicità impensata, la delizia intorno a me! Che momenti di esultanza! Che goduria e rapimento! Era tanta l’allegria che vagai per molte ore, al cammino di buon passo...

***

Ora son più che un adulto. Non ci penso più a viaggiare. Ho perduto interamente quella smania esuberante di spostarmi per il mondo.

La mia vita accetto, quasi.

Ma un rammarico mi resta: ventott’anni son passati, ma se vedo transitare una nave laggiù, in fondo, dalle rive di quest’ermo[5], io mi sbraccio inutilmente.

Quale che sia la bandiera, quelli vedono soltanto – poveretto me, davvero, disgraziato inconsistente – una landa spopolata.

Solo un’isola deserta.

(Angioletti:)

Non lo vedono, “porèllo”; nè domani e manco mai: lui non s’è portato appresso, infelice smemorato, quelle orribili candele. Non ha visto ripartire il battello dei festini se non quando era soltanto un puntino all’orizzonte… Oh oh - hoo, oh oh – hoo... Ahi, ahi, ahi... bah, tant’è. Oh oh - hoo, oh oh – hoo... ooOooh! Oh?!?

(Questi vengono, alla buon ora, cacciati e dispersi a suon di poderosi calcioni nei divini culetti rubicondi dal legittimo e invisibile titolare della “Voce narrante”, il quale sospira, adesso, un pochino sollevato).  

  

 

 

 

 

 

 

 



[1] Licenza poetica (N. d. R.).

[2]  Come sopra.

[3] Le Colonne d’Ercole nella letteratura classica indicano il limite estremo del mondo cono­sciuto. Oltre che un concetto geografico, esprimono anche il concetto di “limite della conoscenza”. Attualmente si considera lo stretto di Gibilterra essere il confine nec plus ultra (lett. “non più avanti”) scelto da Eracle. Secondo la mitologia l’eroe, in una delle sue dodici fatiche, giunse sui monti Calpe ed Abila creduti i limiti estremi del mondo, oltre i quali era vietato il passaggio a tutti i mortali. Separò il monte ivi presente in due parti (le due colonne d’Ercole) e incise la scritta “nec plus ultra” (N. d. R.).

[4] Gli Argonauti (in greco Ἀργοναῦται - pronuncia Argonàùtai) furono quel gruppo di circa 50 eroi che, sotto la guida di Giasone, diedero vita ad una delle più note ed affascinanti narrazioni della mitologia greca: l’avventuroso viaggio a bordo della nave Argo che li condurrà nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello d’oro (N. d. R.). 

[5] Ermo [èr-mo]; ant. Eremo; agg; lett., poet. Solitario, romito, lontano da luoghi abitati: sempre caro mi fu quest’è. colle. Leopardi (N. d. R.).

 

 
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La leggenda del santo ingollatore

Post n°8 pubblicato il 20 Maggio 2007 da Patonsio
 

La leggenda del santo ingollatore


Nel piccolo paese di *, incastonato nell’interno dell’isola, la vita trascorreva in modo assolutamente normale, tanto che potevi sentire, fin dalla piazzetta principale, le rimostranze di qualche pecora pascolante nelle campagne d’intorno, od anche il boaro intento a riprendere – con mugghiî ancor più volitivi – la vacca indecisa od il mulo lavativo, oppure, – perché no – con orecchi ben’attenti, si poteva pur sentire la blandizia lisciante d’una brezzolina odorosa sull’erbe svogliatizze e indolenti.

– Ahhh! Oggi càuru c’è..!1 – poteva benissimo fare uno.

– Èccaromio, càuru, càuru, chi ’buòi fàri?2 altrettanto bene poteva rispondere un altro.

Ma c’erano anche altre possibilità:

– ’Gnura Gì, ch’àma ’fàri, è pronta ’p’a ’gniziòni? N’allistièmu?3

– Ka sì, sì, ’ronna Cuncè… pari ch’attruvàstuvu ’u spàssu, pirciànnumi ’u cùlu a ’mìa..!4

Insomma, così dialogavano – normalmente – le finestre, arroccate fra i vicoletti serrati del paesello, le cui stradine spettinate s’aggrovigliavano in punto di raggiungere la chiesetta Madre.

***

Don Giovannino Crocetta, – inteso “’U ’Zìu Canna”, per il suo proverbiale talento di piegarsi ad ogni soffio accidentale di nuovo vento avverso, dimodoché la carena sua non avesse a temere (Dio ne liberi!), là per là (sai com’è), l’oltraggio di spezzarsi – era un picaro nostrano, bello tondo, bassottello, di scimmiesca complessione, vile alquanto se del caso di tirar fuori i... corbelli, e in aggiunta molto facile a conoscer da lontano, per la camminata sua sbilenca che tirava un po’ da un lato.

Superata giovinezza senza troppo dar fastidio né alle cose né agli animali, approdò all’età di mezzo risolvendosi di dare, alla sua persona corta, un chiarore di sapiente, un odore di gran saggio, una specie di brillio... guadagnato con il tempo.

In paese, a dire il vero, non dava noia a nessuno, e tutta la sua scempiaggine, alla fin fine, si riduceva, oltre che allo schivar con scaltrita perizia l’offesa del lavoro5 (a meno che non si trattasse di quello esclusivamente intellettuale e contemplativo), a qualche plateale inarcata dei folti sopracciglioni e alla grave contegnosità con cui si dava l’aria di saperla oblunga – e vissuta, imperrocchè – su qualsiasi sfumatura delle cose della vita, quindi nessuno faceva, poi, gran caso ai profondi, laconici sospiri con i quali il curioso cercopiteco rispondeva, praticamente, a quasi tutte le reciprocità con il suo prossimo.

– ’Ròn Giuvannìnu… cheffà, s’u pìgghia ’n cafè?6 – gli facevano al bar, tizî intercambiabili.

– ... – rispondeva con epigrafica eloquenza quel saggio ilobate, gravemente sospirando ed il capo crollando, ma con gran dignità accettava puntualmente caffè, cognacchino, vermouttino, fernettino, marsalino, moscatino, zibibbino che si fosse.

– ’Ròn Giuvannìnu…mi pare ca oggi ’u tièmpu nunnè iddu..!7 – diceva qualch’altro commutabile Sempronio.

– H..! – replicava quel maestro di concinnità, austeramente annuendo, mentre socchiudeva gli occhi e lasciava cadere, consapevole, un piccolo grugnito di condiscendenza dall’alto della sua breve figura.

***

Un bel giorno... – «…si sparò!», penseranno i nostri piccoli lettori. Ma no, piccoli lettori8, non si sparò – se la pensò risolutivamente di considerar se stesso come il depositario di inesplorate conoscenze ai suoi simili non concesse, motivo per cui, in luogo di paludarsi con abbigliamenti straordinari, finì col mettersi in testa, invece, di dover sontuosamente ammantarsi d’un abito, se non così appariscente, solennissimo altrettanto:

– Ai tempi antichi – si disse molto internamente – una cristiano della mia sostanza, certo che non poteva fare altro di ritirarsi dalla vita comune, e vivere solitario in qualche purtùsu9 di montagna: cosa naturale, quando uno ha, come me, certi doni che Cristo ci ha voluto dare. Magari questa cosa non è che è troppo bella, ma quando uno si trova sopra la cima, non si può pretendere di avere pure compagnia: la compagnia si può fare quando lo spazio c’è, no quando uno si trova nel punto più alto che spazio non ce n’è... Là lo spazio è picca,10 e può succedere benissimamente che poi ci scellica11 il piede e se la strafotte12 in terra e si ammacca le corna. Vero è che io corna, di essere, non ce n’ho, ma manco me la posso strafottere in terra, ché non ci faccio bella figura, nella mia posizione particolare – modestamente a parte – che non sono come a tutti l’autri gènti scassapagghiàri!13

Un inflessibile ascetismo – personalizzato, s’intende – gli parve, pertanto, la soluzione più dignitosa e consona al grande uffizio d’estasi mistica al quale era chiamato.

***

All’epoca nostra, il bisogno di fuggire il mondo si risolve, tutt’al più, con una misurata tregua presso un rifugio alpino, un alberghetto di montagna, una “settimana bianca” sulla neve dove riposare incrinandosi qualche costola, un lezioso cottage graziosamente arredato – nel quale la cura in prò delle più indispensabili comodità inutili risponde all’esigenza di non esagerar troppo la pena da infliggersi nell’esilio volontario. Senza dover necessariamente coprirsi il capo di cenere, rovinosamente flagellarsi, amputarsi la lingua, ritirarsi definitivamente dal mondo, distruggersi nientemeno in una passione rovinosa, auto-comminarsi la tortura, taluni avvertono – preferibilmente, per un tempo limitato – la necessità di operare uno stacco netto con l’abituale routine e concedersi la prosopopea del ritiro in meditazione: in tal modo ci si veste d’una sensibilità, d’una pensosità, d’una raffinatezza di coscienza, d’una personal finezza d’animo – non altrimenti acquistabile in bottega – da ritrovare nell’intimità del confronto con uno specchio che restituisca la cara e illusoria immagine desiderata. Non essendo dipoi però molto facile scegliere qual è l’atteggiamento morale da adottare e, per sovrammercato, quel che si deve evitare, la possibilità residua è quella di desiderare... astrattamente, oppure – «…lascia fare a Dio ch’è Santo vecchio», ancor meglio – non far nulla

***

All’epoca dello “’Zìu Canna”, il suo bisogno individuale di scansare almeno un poco il mondo – l’eventualità di dover lavorare, da sempre si aggira pel mondo come un empio spettro minaccioso! – si fluidificò nell’intrepida deliberazione d’assumer la posa dell’asceta. Uno spirito della sua levatura non poteva scegliere diversamente: trattasi senza dubbio, di enorme responsabilità, ma gli uomini cui un grande destino è riservato, ben presto sanno di che sale dovrà saper questo pane.

E cominciò quindi ad andare in giro rivolgendo cenni strani alle cose e alle persone. Rugumava bofonchiando, in un suo muto linguaggio interiore, ieratici fonemi; sollevava le pelose zampe al cielo, ammonendo divinità con le quali, certamente, condivideva una corsia preferenziale (di certo i patriarchi di un qualche Olimpo che noi non possiamo sapere l’avevano eletto e baciato come lor pupillo); esercitava misteriosi scongiuri, danzando talvolta le danze (evidentemente) apprese dai colleghi boscimani o circassi; l’orizzonte guatava in lungo e in largo, gesti ampi e qualificati destinandogli, come ammonisse un nemico al qual la sconfitta morale è preannunciata e certa.

Nondimeno talvolta, impassibile fissava la chiesetta in lontananza, con la medesima riguardosa degnazione che suolsi rivolgere ad un funzionario pari grado (strambo un poco ma) più anziano e venerando.

La gente lo lasciava fare. Alcuni facevano spallucce, altri si picchiettavano la testa con il medio, altri ancora, tale minima orazion sentenziavano al suo indirizzo:

– O ’signùri… né ’gghiàbbu... e ’màncu maravìgghia!!!14

Ad ogni buon conto, male, non faceva a nessuno.

***

Non vi è chi non sappia che, nei ferri del mestiere dell’anacoreta, la preghiera, la mortificazione ed il digiuno, sono fra quelli meglio lucidati e pronti. Ma tali strumenti, nelle mani di un profano, possono rivelarsi molto arrischiati: sa padroneggiarli soltanto chi, del mestiere, dopo lunga pratica, ad essi è avvezzo. E siccome Don Giovannino, come preghiera, qualcuna, al limite – di prammatica – la sapeva pure, a livello di mortificazione, non aveva, sfortunatamente, quel che i nostri cugini d’oltralpe chiamano “le physique du rôle”, ed in quanto a digiuno, non poteva vantare che una preparazione indipendente dalla sua ferrea volontà contraria, come gli antichi capiscuola ellenici suoi predecessori, non potendo modificare la realtà fenomenica secondo le proprie esigenze, divisò di adattare i propri talenti alla realtà noumenica, e pondera, pensa e ponza, politamente se la illustrò:

– “Ora, caro mio, non ci può essere nessuno che può avere qualche dubbio che io sono un prescelto. Tutti lo vedono e tutti lo sanno (a un bel momento, non è che è cosa di tutti... vàh!). La gente, all’ultimo orario, la robba buona, la conosce. E sicuramente, quindi, lo capisce che non ce n’è motivo che uno, filosofo come a me dovesse stare senza mangiare. Qual è il problema? Qualsiasi scimunito lo sa che quando la panza è vacante, troppo bene non si ragiona. Se uno sta senza mangiare, poi magari ci possono venire brutte fantasie, e fare minchiate fuori misura! La meglio cosa, giustamente, è quella di disprezzare, sì, il mangiare, ma però, sempre mantenendosi con le forze belle sane per farci capire i ragionamenti giusti alla gente. Anzi, se proprio io che ci devo fare capire i ragionamenti, agli altri cristiani, non mi tengo in salute magnifica, con quale faccia, poi, mi posso presentare per insegnarci le cose giuste?”

Quindi, dicendosela una cum il gran Leonardo: «L’anima desidera stare col suo corpo, perché, sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare né sentire», intese realizzar per sé il fiorito postulato che un misticismo ben condotto promette di durar bene, ottimi frutti buttar fuori, e consentire allo spirito quella libertà che esso non avrebbe trovandosi in incresciosa dipendenza dal corpo, la cui ribellione, come ognun sa, è iraconda e appassionata…

***

Niente di strano che, con questa gran sollecitudine per la salute fisio-psichica, principiò ad ingrassare come un porcello – oltremodo – ben pasciuto, ma facendo le viste di chi aborrisce i piaceri della carne (quella ben condita di manzo, di pollo o di pesce, non quella in senso figurato, che oltretutto gli era tristemente, incondizionatamente negata) e gli abietti allettamenti della crapula.

Pertanto, quando gli offrivano un bicchierotto di liquido oblio, con gesti espressivi faceva presto intendere che, a stomaco vuoto, disgraziatamente, quel nettare non troverebbe da trasportare al forte edificio della sua energia spirituale gli indispensabili mattoni ricostituenti ch’erano i cibi solidi (sul momento, non ancora pervenuti) ottimi e adeguatamente masticati fra le sue ganasce potenti: ecco che, con la dedizione di un testimone santo della fede, di un ricercatore indefesso, di uno scrupolosissimo scienziato, con premura commovente nebulizzava ogni sorta di ben di Dio che fatalmente varcasse le colonne d’Ercole delle sue fauci prodigiose. Ovviamente, sempre pubblicamente spregiando le squisite “porcherie” (a dar retta alle sue smorfie schifate) e le succulente “robacce” (l’atto sdegnoso con cui accettava le cibarie rendeva magnificamente il concetto del sacrificio cui doveva sottoporsi quell’anima incorruttibile) che era costretto ad ingurgitare per consentire a «li strumenti organici» di perseguir la missione contro le tentazioni in genere, e quelle della “gola” in particolare.

Insomma, vederlo rantolar per terra per il disgusto che gli procurava l’idea di bere e mangiare a crepapancia, e constatare la sparizione, sofferentissima e purtuttavia quasi immediata di vinelli e bocconi di quelli buoni, era un tutt’uno.

Quando qualche madre di famiglia se n’andava al forno per cuocer focacce, Don Giovannino, che il naso avea perfezionato meglio di quello di un cane da tartufi, per magia o combinazione, ti spuntava lì, immantinente, reclamando col far d’un esattore comandato e ligio, la sua decima occorrente agli intensi esercizi spirituali. Le massaie, sicché, gli facevano:

– Ô ’Ron Giuvannìnu, cheffà, ci piàciuno assai ’i scàcci ah? Ebbràvu, ’ròn Giuvannì… ma, ammìa (tanto ’pì sapìllu), quanto mi devono costare ’i ’bèlli pinsèri che fa lei? Ah, cèrto: lei pensa, pensa, e mentre io, comu ’na kràsta, impastu scàcci…15 Bella la vita eh?

Ma quello, indulgente e umano, la mano le prendeva con entrambe le antropomorfiche sue, e rivolgendole un sorriso di dolce compatimento, silenziosamente la perdonava, non senza, però, aver prima intascato il lauto donativo di una saporita focaccia, ripiegata bene e intabaccata meglio, con rapida maestria, nella saccoccia capiente. Nel suo allontanarsi avvilito e triste, la massaia di turno poteva ben discernere il senso dell’acuta sofferenza e del feroce disagio che quel martire prendeva su di sé, espiando, in definitiva, per tutti gli uomini della terra:

– Ahh..! – sibilava allora fuor dal grifo, addolorato ma indomito, il martire, proscrivendosi verso il cammino purificatorio dell’olocausto (della focaccia, beninteso).

***

Un luminoso giorno, “’U ’Zìu Canna” volle degnarsi di stupire i suoi concittadini con inaudite prove mesmeriche.

L’occasione, del resto, era bella e propizia: cadevano infatti i festeggiamenti del patrono San Giovanni.

L’omonimo nostro, a mò di livrea da parata ufficiale, aveva indossato il giacchino più stretto e scomodo che gli riuscì di trovare, e i più ruvidi ed infeltriti calzoni di lana – certo ricavati dal matricino d’ammotraghi o argalì uccise dal beri-beri – pescando fra gli indumenti meglio decorosi e meno trasandati (del che ben presto ebbe, comunque, apertamente a pentirsi: nell’estati insulari, lane ruvide, e bisacce scrotali, mai troppo volentieri si tollerarono a vicenda…).

Finito ch’ebbe, la banda municipale, di straziare antiche marcette ed altre consuete arie sinfonico-strapaesane, il malfatto cinopiteco protagonista di questo nostro epico racconto – «…si buttò a terra e stramazzòe..!», diranno subito i nostri piccoli lettori. No, piccoli lettori16, lasciate fare… – minacciò all’improvviso un conoscente, puntandogli contro il dito pesantemente accusatore:

– Rosario Cannistràci, sì tu, proprio a te dico..! adesso, senza che ce lo devi dire né a me né a nessun altro, concèntriti, ti spremi, e pensi al maschile di Giuseppa! Hai fatto?

Una piccola folla si radunò intorno.

– Sì, ho pensato, – disse l’accusato, fratello di quel Cannistràci Cosimo avvocato in Girgenti, patrocinator celeberrimo di tutti i condannati per peculato e truffa alle assicurazioni – ma… non capisco… che devo fare ora..? che intenzioni c’ha, ’Ròn Giuvannìnu?

– Tu non ti preoccupare, Rosàrio. Non perdere la concentrazione: è molto importante! Sei concentrato? Attenzione, ora: mi ’ddèvi pensare a uno dei colori della bandiera dell’Italia. Me l’hai pensato?

– Sì, sì! Marònna! Che succede ora? Non mi fate mettere in allarme, ’Ròn Giuvannì!

– No, no, nun ti scantàre, fòrza17 – intervenne uno dei curiosi attruppati, pronto al divertimento – ora vedi com’è bello! Neanche te lo puoi immagginàaare! ’U ’Zìu Canna iè filòsufu, no ’bèstia che mùzzica!18

(Prime risatacce dei monelli, generali apprensione e stupore…)

– Adesso, – riattaccò sicuro il leontocebo tarchiatello – per fàreci vedere a tutti che non c’è trucco e non c’è inganno, dìcci il colore in modo che lo pònno sèntere tutti.

– Ma ch?!? Che mi fa, uno scherzo? Vabbèh, amunì…19 Ho pensato… i’ řôsso!

– No! Non ti sei concentrato abbastanza, Rosario Cannistràci! Niente, niente! Sei rimasto troppo sconcentřàto, sei rimasto! Attento, Rosà! Per la buona riuscita dello sperimento, ne ’ddevi pensare un altro. Ma però concèntriti meglio! Sprèmiti bene bene! Fôozza, forza ’duoku!

– Va bene… come dice lèi, ’Ròn Giuvannì… ne ho pensato un altro! È i’ bianco!

– In questo momento, capace che tu sì troppo distratto, Rosà. Fôozza, non è difficile. Pròvici un’altra volta.

– Oh Marònna del Carmino! C’è il fattore che uttimamênte… non sono stato troppo benissimo… i dispiacêri… i probblêmi e cose varie… ma comùnque… Vediamo… vediamo…. Verde! Che è buono, i’ verde?

– Molto bene Rosario. Ora cerchi di stare molto attento. Ancora uno sforzo di niente… guardi che fài: senza che ce lo devi dire a nessuno, pensi al plurale del colore che hai pensato. Mi raccomando, non lo devi dire però! Che, hai fatto?

– Sì, sì! Ho pensato! C’ařriniscìî 20…và!21 Aaah?22 Ora che devo fare?

– Adesso rilàsciti tutto. Io ti raggiungerò con un collegamento telepatico e stabiliremo un contatto mentale… sì pròntu? Sei bello rilasciato?

– Oh, Gesù! Mi devo distendere? Ma dove, aqquà? Sullo scalone?

– No, no Rosario. Ti puoi restare seduto benissimamente, ma l’importante, è, che non devi incrociare le gambe, e mànco le braccia. Che fà, sì pròntu?

– Sì sì sì…

Don Giovannino Crocetta chiuse gli occhi (anzi li serrò), e fece mostra di spremersi lui, questa volta.

Tutti tacquero, attentissimi alle misteriose manovre psichiche della proscimmia.

***

La bertuccia miniata, dopo aver taciuto furiosamente per attimi lunghissimi, riscotendosi da una – evidentemente – intensa trance ipnogena, cominciò ad emettere soffocati mugolii che lunga la dicevano (e circostanziata) sui suoi sovraccarichi neurochimici:

– Mmmh… mmmh… sento… sento… mmhm… sento che tu, Rosario Cannistràci… mhmm… hai pensato… ecco, il segnale è arrivato: Cannistràci Rosàrio! Tu hai pensato il nome di un grande musicista! È vero? Ah?23 Mùto, non mi dire niente! Il nome… il nome… mmmh… il nome che tu ha pensato è… Giuseppe Verdi!

(Sbigottimento, inspirazioni stupefatte, sbalordimento generale, prolificazione di meravigliati «Oooh!» quasi all’unisono. Quasi. Dissidenze minoritarie, isolate. Tra le quali l’agnostica exceptio di Patonsio: « Ooòh stamìncia, oòoh..!»24)

– Madre Santa del Carmine! – proruppe, finalmente liberata, la cavia Cannistràci – Ma cose, cose..! Ma cose d’ammincialìri! Me lo insegna, ’Ròn Giuvannì?

Don Giovannino, vermiglio di piacere, raccoglieva i sorrisi increduli del suo auditorio domato:

– Non ci si può credere, è vvéro? Io sempre ce la ’nsèrto!25 Sempre! Ah!?!26

L’entusiasmo per la prova medianica del piccolo Crocetta trionfante fu tale che soltanto la dignità del luogo dissuase la plebaglia ad abbandonarsi del tutto alla più esorbitante e scomposta esultanza.

***

Per due anni, in seguito, quasi non parlò più.

Cenni, mossette. Apostrofi tronche. Tipo: «Ahi, serva Italia..!».

Dopodiché, con buona pace dei piccoli lettori, – nel frattempo, sempre allo scopo d’alimentar a sufficienza le sue straordinarie doti spirituali d’asceta anticonvenzionale, s’era fatto più tondo che alto, – schiattò, sospirando:

– Mìnchia, a cèrto che mi stàgghiu fànnu ’n’ùtriu, ormai..!27

***

Cionondimeno.


1 Caldo, caldo fa! (N. d. C.).

2 È vero… fa caldo… che vuoi farci? (N. d. C.).

3 Vogliamo procedere signora Gina, è pronta per far l’iniezione? Ci sbrighiamo? (N. d. C.).

4 Va bene, va bene, Donna Concetta... mi date proprio l’impressione d’aver trovato un bel divertimento con la reiterata perforazione del mio deretano (sconsolato e) sofferente..! (N. d. C.).

5 Un onesto galantuomo, invero, non dovrebbe mai subire tal spregevole affronto... cionondimeno... (N. d. A.).

6 Egregio Don Giovannino, avrebbe lei forse l’amabilità di gradire un caffè? (N. d. C.).

7 Caro Don Giovannino, ha valutato la possibilità che oggi il tempo possa prepararsi ad un probabile peggioramento? (N. d. C.).

8 Bisogna proprio dire che, al giorno d’oggi, i piccoli lettori non sono più quelli d’una volta! (N. d. A.).

9 Buco (N. d. C.).

10 Poco (N. d. C.).

11 Scivola (N. d. C.).

12 Capitombola (N. d. C.).

13 Persone vane, di poco conto (N. d. C.).

14 Oh, Signore benedetto, come è vero che non bisogna farsi mai meraviglia di nulla! (N. d. C.).

15 Egregio Don Giovannino, vedo bene che lei gradisce alquanto le focacce, eh? Complimenti, Don Giovannino, ma (giusto per sapermi regolare), a quanto ammonta l’aliquota che io devo esborsare in favore della sua considerevole attività speculativa? Eh, perbacco, lei medita, medita, e in questo frattempo io, affaticandomi come un caprone di montagna, sfacchino per lavorare la pasta per le focacce... (N. d. C.).

16 Adorabili creature! Ah! La loro coinvolgente innocenza..! (N. d. A.)

17 Non aver paura, dài! (N. d. C.).

18 Don Giovannino è un pensatore, non una bestia mordace! (N. d. C.).

19 Andiamo avanti… (N. d. C.).

20 Son pervenuto alla riuscita dell’impresa! (N. d. C.).

21 Hai visto? (N. d. C.).

22 Modestamente! (N. d. C.).

23 Non ho forse ragione? (N. d. C.).

24 Deh, in fede mia, qual immeritato ed ottuso stupore! (N. d. C.).

25 L’indovino! (N. d. C.).

26 Avete dunque visto? Massa incredula e sciocca!

27 Buon Dio, guardo il mio ventre enfiato, e ho come l’impressione ch’esso voglia sempre più assomigliare ad un otre panciuto… perbacco! (N. d. C.).

 
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Il bastardo abbandonato

Post n°7 pubblicato il 24 Febbraio 2007 da Patonsio
 



Il bastardo abbandonato



 



C’era una volta… già, in effetti, c’era… chi
può negarlo? Ma…



 



(Non è
detto che non si corra un rischio quando si comincia col dire: “C’era una
volta…”, infatti si può dare la fondata impressione che una volta, c’era… e che
adesso non c’è più.



Pertanto
non inizieremo in questo modo, lettori cari (anche se i fatti narrati, ormai,
magari li ha già, da gran tempo, dimenticati forse anche il protagonista di
questa storia), poiché ancora c’è. Eh, sì, poverino, c’è.



Non
diremo in che condizioni, per riguardo alla sensibilità delle lettrici più
compassionevoli.



Si
va a conoscerlo. Pronti? Bene, allora mano ai fazzoletti, ché forse, più
avanti, ci si intenerisce un poco
).



***



Insomma, c’era un omettino piccolo (e
maluccio in arnese, ma maluccio assai, eh!), corredato di tutte le principali
malattie, tra le quali alcune di importanza internazionale, che cercava un
posto di lavoro.



E lo cercava nella sua divisa ufficiale: una
giacchetta a quadrettini, di quelle che usavano – una volta dismesse dal
fratello più grande o dal cognato facoltoso
– qualche decennio orsono, un paio di calzoni in tinta, di due taglie più
grandi come la giacca, berrettuccio di pelo accartocciato d’animale (e di
colore) indefinibile ma certamente suicida, mocassini la cui consunzione era
solo parzialmente velata da uno strato simbionte di polvere antica, un borsello,
infine, in finta pelle di bue morto di crepacuore, ch’era l’immancabile
complemento della sua livrea di ragioniere computista provetto.



 



(Si
dirà, inoltre, ma solo allo scopo di restituirgli un poco del bagliore incerto
della sfilacciata dignità, ch’egli aveva un nome. Ah, sì! Eccome! Il fatto poi
che l’Autore non lo ricordi in questo momento, nulla toglie, nondimeno,
all’integrità morale dell’omino in questione…
)



***



Ma insomma, come fu, come non fu, un giorno si
presentò, rigirandosi il berrettuccio tra i moncherini nervosi, presso un suo
conoscente, il quale, personaggione importante – ed anche un poco temuto, tanto
per dirla bella schietta – aveva una qualcerta “influenza in società”.



 Questi
disse all’omettino:



̶ Mmh... Mmh... difficile. Difficile è. Ah, caro mio, in queste cose… Certo,
la cosa non è tanto facile... Ma mi dica:
lei che sa fare?



̶ Io, veramente, di essere, sono ragioniere. So fare il ragioniere. Ma però mi intendo un pocolino di poesia
anche, se tante volte…



̶ Per l’amore di Dio! Quale poesia e poesia! Vediamo un po’... Mi faccia
fare un colpo di telefonata.



Sollevò la cornetta e fece girare il disco
tante volte fin quando all’altro capo un altro personaggio si premurò con gran
deferenza di scappellarsi telefonicamente, poi disse:



̶ Pronto? Sì sono io. Senta, così e
cosà
(etc., etc.)... Umh... uhm... ah sì? Uhm. Va bèh! Nient’altro? Va bèh,
va bene... per quanto... ma comunque... eh, caro mio! Bah, la vita... ah!



Mise giù, si rivolse quindi all’ometto, che
si torceva le manine, preda dell’apprensione e del nervosismo meglio riusciti:



̶ Ma lei, sì, lei... ce n’ha attitudine allo sport?



̶ Spòrte?  ̶ preoccupòssi l’omarino – Guardi, io posso fare di conto, revisioni di
bilanci, partita doppia, ma come sporte,
benedèttoddìo, non è cosa mia! Lei si
pensi che l’asma, la sciatica, l’ernia del disco, le malformazioni della
colonna vertebrale, i disturbi dei vasi sanguigni, i tumori localizzati
all’osso, l’alluce valgo (tanto per citarne alcune), hanno trovato in me il
loro compagno ideale, e ottengono ogni giorno progressi strabilianti... Al
limite mi posso mettere su una gamba e recitare una poesia tenendo una matita
tra il naso e la bocca... guardi, guardi come faccio (si collocò, in effetti,
una matita fra il labbro superiore e il naso, e vacillando la resse contraendo
il grifo sgraziato):



̶Oh, passerino, passerino silvestre
e tumido...



 oh, passerino silente e madido...



̶ No, no, fermo per carità, basta così!  ̶
l’interruppe il pezzo grosso.



̶ Ancora un pezzetto... guardi... ché
ora viene il bello, eh? – supplicò l’ometto – “Piccolo passerino, dove vai tu? Nella notte buia t’involi...
ma il pianto gli tremava nella voce già di (per) suo stentata, e la matita
rimasticata, malferma sul labbruccio ritorto, voleva cader senz’altri indugi  
̶ “...oh
passerino, passerino del mio cuor, già nell’ombra presso i moli...



̶ Per favore, basta ’cu ’sta camurrìa[1]
di passerini, per l’amore di Dio! Senta, io mi compenetro. Mmàh! Eh Santo
Cristo! La posso favorire solo in questo modo: disponibile, c’è solo una
attività di tipo sportivo. Per ora dice
che
servono cristiani nani. Ci sarebbe... certo che anche come nano...
insomma, non è che lei mi aiuta molto! Bah! Comunque... con un po’ di buona volontà...
Vediamo che cosa si può fare. Allora, le interessa? Lei me lo deve dire. Se la
pensi... e io ci telefono.



 L’ometto
mostrava d’esser visibilmente costernato: si sentiva in difetto. Avrebbe voluto
scusarsi: per non esser nano a sufficienza (nonostante la sua complessione
gracile e miserrima); per il tempo che stava facendo perdere al personaggio
importante; per la condizione sua di infelice, altresì, che scocciava il mondo
a causa della sua esistenza disagiata e inopportuna. Si pentiva (ma, del resto,
si pentiva da sempre, di essere fondamentalmente inadeguato, inutile per la
vita consociativa) dei suoi peccati – ed (almeno!) in questo non era diverso
dagli altri...  
̶ nel modo in cui anche i suoi (dis)simili si pentono: non deplorando d’aver
compiuto un’azione biasimevole, ma rammaricandosi che essa abbia avuto un esito
infelice.



Chinò il capo.



Arrossì vergognandosi moltissimo. Una
lacrimuccia stentò sul ciglio. Cionondimeno, la frenò e in un sospiro disse:



̶ Sì.



***



Non passò neanche una settimana che ricevette
una chiamata. Per iscritto – il pezzo grosso non raccontava frottole.



 « ...(e così e cosà...) pertanto il signor... è invitato a presentarsi presso...
il giorno... alle ore... c.m... in qualità... (etc., etc…)
».



 Il
giorno stabilito si presentò addirittura un’ora prima, ma soltanto quando l’imbragarono
di tutto punto cominciò ad abbozzarsi nella mente un’idea sulla modalità in cui
si sarebbe sostanziato il suo preciso apporto nelle specialità di “Lancio del nano” a squadre, gara per lui
impegnativa non poco, del momento che sarebbe, da lì a poco, scagliato con la
maggior potenza possibile lungo una pista contrassegnata con bandierine
indicanti le misure raggiungibili, da uomini decisamente forzuti. Chiese:



̶ Scusate, dove mi devo mettere? Ma lo fece reprimendo a fatica le lacrime
che volevano zampillare a viva forza dagli occhi, infetti di tristezza
incancrenita.



 Gli fu
indicato il posto. Gli vennero tolti perentoriamente il borsello e gli occhiali.
Attese, modesto agnello sacrificale, l’inizio della gara.



 Le
squadre, composte da tre elementi, presero a riscaldarsi e a concertare ognuna
il proprio ordine dei lanci dei propri rispettivi nani.



 Quando
lo afferreranno da una specie di maniglione posto sulla parte posteriore dell’imbragatura,
cominciò a tremare vistosamente, e non seppe più trattenere le lagrime. Compresero
fin troppo bene la palmare inesistenza di qualsivoglia sua attitudine ad essere
scagliato il più lontano possibile – a fini ancorché competitivi – quando lo sentirono mugolare penosamente: «Oh passerino, passerino silvestre...», e gli dissero:



̶ Prenda lo slancio, non se ne stia così con le mani in mano... Su, faccia
qualche bel respiro... faccia vedere che fa qualcosa...



 Ma
l’ometto tremava, miagolando per il terrore, e quando atterrava rovinosamente,
dimostrando una invincibile indisposizione atletica, sussurrava biascicando, a
chi andava a recuperarlo:



̶Oh passerino, passerino
silvestre...
”, un po’ per l’intontimento, e un po’ per la speranza
inconscia di suscitare, nel nerboruto di turno, la pietà sufficiente acché non lo
scagliasse ancor una volta via, lontano, lontano, più distante che si può. Per
far più punti.



In pratica, per avvantaggiarsi sull’altra
squadra, lo si doveva scaraventar via con la massima violenza.



Così è la vita!



 



(È sì,
questa, una potente metafora della condizione di certi esseri umani, ma anche vista
da questo lato… bella metafora, certamente… ma come condizione… mah!
)



***



 Una
volta, infiammato da un soprassalto d’orgoglio virile, tornò indietro perfino da
solo, a stento reggendosi sulle rinsecchite gambette tremolanti, si guardò
spaurito intorno, mentre la teppaglia tifosa ai lati del campo lo considerava
con schifo e quasi raccapriccio, indirizzandogli versacci ingiuriosi, poiché
penalizzava la squadra con la sua scarsa partecipazione ginnica.



̶ Ma questo è trooppo negato!
Bisognerebbe mandarlo via subito!  
̶ si lamentavano i giuocatori col “mister”.



̶ Ello so, lo so... rispondeva il “mister” – ma che ci posso fare? Che volete da me? Me l’hanno
raccomandato, ’stu maravìgghia[2]
E a chi me l’ha raccomandato, purtroppo, di no non ce lo posso proprio dire...



̶ Ecchischifio! Ma però questo ci toglie il posto a quelli che sanno giocare veramente!



̶ Ca sì, sì, lo so. Lo so. Non mi
dite niente... – rispondeva il “mister”.



 La
logica e la ragione – perdevano quasi sempre! – imponevano che l’ometto non
facesse più parte della squadra, ma, per disperazione di tutti, egli vi rimase
invece a lungo, vestito sempre con la sua giacchetta stinta e sdrucita sui
gomiti e sul colletto di ragioniere, che si logorava un po’ di più ad ogni
fallimentare partita.



 Mantenne
costante, ad ogni modo, l’abitudine di supplicare con lo sguardo da cucciolo
bastardino abbandonato in autostrada il pubblico e gli astanti recitando
sottovoce: « Oh passerino, passerino
silvestre...
», mentre si riaggiustava gli occhiali con la manina offesa
dall’artrosi.



 



 


 



 



 



 















[1] Con questa scocciatura (N. d. C.).







[2] Quest’essere deforme,
scombinato (N. d. C.).





 
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Panze, presenze e insipienze

Post n°6 pubblicato il 10 Febbraio 2007 da Patonsio
 

Panze,
presenze e insipienze





La sera, rimbecillita
dalla calura, s’era ormai decisa a stravaccarsi sul terreno
dell’anzianotta contea di M*****, dove la cenere dei morti
istruiva la polvere delle strade sul da farsi, ed ebbra d’invincibile
indolenza, senza neanche rendersene gran conto, lasciava che le
ombre, prive dei controlli di rito, si adagiassero al suolo come –
svogliate anch’esse – onde stracche.


Il tramonto, dal canto
suo, tanto per non star con le mani in mano (ché, in queste
terre, come niente, è facile che gli sparlano dietro pure a
lui), aveva insanguinato, come un carnefice invisibile, il litorale
non distante, in ultimo spruzzando – per sfregio (s)quasi –
una gala arancione al confine tra la fascia di cielo incendiata di
violetti schizzati di strisciate verdi e blu, e un mare di petrolio
profumato di iodio e vaghi zolfi. Ai lati dello sguardo
dell’(eventuale, non indispensabile) osservatore si allargavano
e si sdilinquivano lampi di colori già cotti, sfumati dalla
mano d’un artista esagitato e fuor dai gangheri parecchio.
Tutto quel ben di Dio di stupore visivo si portava dietro come una
musica ossessiva e ipnotica, che si ripeteva all’infinito, ma
non era identica a quella di un minuto prima.


Dopochè, senza
immaginabile preavviso, quell’arte di suoni si placò per
lasciar posto a un sassofono attempato, con la voce logora un poco,
ma sempre “in gamba”, capace ancor di fiati e sospiri
avvincenti.


Da qui in poi, la luna
se la pensò d’inghiottire pigramente qualche
pipistrello, mentre le stelle cadevano come cicche di sigarette,
gettate da spiritelli strafottenti, dalla terrazza celeste.





(Tuttavia, a
dispetto di tutto ciò, il docile lettore sta per esser
condotto presso il portone dell’Ospedale Civico di C*****.
Entriamovi, quindi, senz’altri pittoreschi indugi, se vogliamo
conoscere il fattaccio: è già ora
).





Finché lo
possiamo


di pergole il succo


allegri beviamo:


godiamo lo scrocco


dacché
insudiciamo


con fiero cipiglio


il mondo balordo.


Liquore vermiglio


succhiamo a baluardo


(senz’altro
consiglio)


di nostra
incoscienza


ch’è
bella e ch’è santa


nel darci demenza


bastante ed alquanta


ad ogni occorrenza.


Noi siamo la feccia


dell’orbe
terraqueo,


noi siam la
corteccia,


l’osceno
corteo


che lieto
impiastriccia


il cosmo correo:


così avrebber
cantato, presumibilmente, due induriti beoni che bivaccavano in una
saletta antistante una delle corsie infami – in cui v’erano
sconciamente ammassati (novello girone infernale) lungo e
mediodegenti assortiti in tutte le taglie e per ogni pervertito gusto
– se fossero stati avvezzi a stornellar cavatine, cabalette o
consimili ariette, erano invece due qualunque farabutti, ma
abbigliati da infermieri.


E veramente, in spregio
a qualsiasi decenza o ragionevolezza, tali erano.


La vita è così.


Cionondimeno,
trincarono della grossa per tutta la notte, certi che guaderebbero –
more solito – il turno loro, indenni traversando sopra
gemiti e lamentazioni dei sofferenti, ma al mattino una specie di
pernacchia li importunò, malamente scrollandoli dall’ipnosi
etilica: era la soneria che li reclamava in servizio.



Poco dopo, maledicendo Dio e quanti malavveduti imploranti
supplicassero soccorso, assistenza, medicazione, cura o scocciature
affini al lor passaggio – a certuni non lesinando spintoni
villani, triviali versacci a talaltri, sputi e farda catarrosa ad
altri ancora – si diressero verso la sala operatoria, seco
trascinando un malato, addormentato, su una barella pericolante.
Questa usarono come ariete per forzare i battenti martoriati, quindi
ne scaricarono l’infermo sul letto chirurgico. L’anestesista
col medesimo garbo applicò la maschera ed aprì il
rubinetto dell’etere, che col suo fischio di serpente
lusingatore regalò al paziente il sorriso che premia in sogno
i miracolati, gli alienati estatici, gli inebriati (in generale) e
gl’inebetiti d’oppio (in particolare).


Poi – purtroppo –
entrò il famoso dottor *, chirurgo.


***


(Vieni lettore,
vieni, trattieni lo stomaco, ché ora ti si offre (agra)
distrazione, poiché…
)


Non distante, in un
mondo parallelo a pochi metri in linea d’aria, in una stanzetta
sorvegliata dall’esterno da un tristissimo, malriuscito
Redentore in legno sbreccato – ma speranzosamente rischiarato
da lumicini sempre rinfocolati da mani (privatamente) peccatrici –
e da uno sbavazzante cagnone mastigoforo – che ad un esame più
approfondito rivelava l’identità di Suor Crocifissa
(consumata maîtresse di giovinette perdute a tariffa variabile)
– la giovanissima *, viso cupo e fanciullesco, di quelle
incaricate di soffrire ogni volta che si può, dava alla luce
un cosino fracidiccio che, sotto sguardi avviliti e increduli, tempo
dodici ore, prese ad incartapecorirsi al punto che, raggiunta
sembianza di un mostriciattolo fossilizzato, si risolse – per
il suo stesso bene – di crepare in fretta, senza troppi
scrupoli. Senza troppi complimenti.


Schiattò, in fin
dei conti, al modo d’una castagnola inesplosa, che sbuffi un
esiguo fumacchietto dalle polveri mollicce.


(Penoso – et
incredibile dictu
–, ma l’orecchio aguzzo, proprio
nell’attimo in cui il piccolo scherzo di natura si ricongiunse
con il suo angelo custode dal risolino malizioso, avrebbe sentito:
Fffssssssshh…”).


A fianco del suo
lettino, due baciapile ipocrite, per maggior gloria di Nostra Signora
Martire dello Scoramento e del Flagello Intrinseco, sgranavano
rosarî, rugumando come conigli che mangiano l’erbetta.


Per una madre quasi
bambina è un brutto inizio. Pessimo inizio.


Ma per una devastante
malattia di nervi, oh, bisogna ammettere, è un inizio
eccellente.


Anzi, sebbene con le
donne non si può star mai sicuri di nulla, fu un inizio che
ebbe in sé qualcosa di miracoloso. Tant’è vero
che in seguito, bellamente trascurando illustri precedenti, “Giovanna
la pazza
” fu il nome con cui il paese intero riconobbe e
salutò la poveretta, cui vennero attribuite facoltà
medianiche imprecisabili, ma suscettibili d’approssimazione
nelle discipline della lettura delle carte e proiezione del malocchio
previa caparra confirmatoria di poche – invero – migliaia
di lire.


***


– Bisturi! –
comandò il famoso dottor * (chirurgo di questo paio di
stivali
1),
palpeggiando il ventre sferico del poveretto, disattivato sotto le
sue granfie – Bisturi! Forza! Movimento! Ché
già ’ni sta scurànnu!
2


Un’infermiera
grassoccia e zoppa, allora, depose malvolentieri il fotoromanzo con
cui stava provvisoriamente dissetando la sua inestinguibile brama di
baci – linguacciuti – stampati e trottignò, armata
del prescritto stromento, che le era appena servito per la cura delle
unghie, verso l’infelice spento sul tavolo, ma non prima –
sia detto a suo merito – d’averne sommariamente nettato
la punta sul proprio quarto posteriore.


Presto l’epa
abbondante fu scoperchiata del poco di tessuto che la fasciava, e il
famoso dottor * (che Dio se ne rammenti nel momento dei
rendiconti…3),
essendosi fatto largo di tra il folto pelame con manovre ampie
d’avambraccio, sicuro incise e spalancò il marsupio
umano.


Eccheschìfo!
– poi sclamò – Ma guardate, guardate questo come
se ne va in giro! Ma io dico! Non pretendo certo che si rispettino le
proporzioni anatomiche al millesimo, ma costui esagera! Quando fanno
così, io… io… manco li opererei, guarda un po’!
mi fanno perdere tempo, mi fanno perdere! Eh! Non è che non ho
niente da fare, io!


Raggiòne
ha, professòre! – gli fecero in coro i balordi
intorno – la ggènte sono pazzi!


Quindi un solista:


– Lei perché
è troppo bravo, professòre… io, per me,
lo lascerei a panza all’aria, così si impara
l’educazione, ’stu strun…


– No, no,
Ingallinera, – l’interruppe il famoso dottor * – la
scienza (di cui io sono umile ministro), ci comanda di soccorrere,
qua, questo paziente! Che egli faccia schifo (anatomicamente ed
esteticamente), per noi non deve fare la minima differenza! Noi siamo
missionari! Siamo stati chiamati! Dico bene? Ingallinera! Forse che
io non sono stato chiamato?


Professòre,
io qua ero… niente ho sentito, veramente…


– Che cosa?


– Che l’hanno
chiamato, Professòre… – si scusò il
diseredato.


– Quando mi hanno
chiamato? Possibile che devo sapere le cose sempre all’ultimo
momento!?! Ingallinera! Io ti esautoro!


– No Professòre,
l’ha detto lei che l’hanno chiamato…


Ossignòre
benedetto! La chiamata, la chiamata, Ingallinè, la chiamata è
… la missione, no? La mia, missione. Tu devi fare conto che
io, anche se sto qua con voi, io sono, nel mio esercizio, un
missionario! Io sono un sacerdote!


– Il professòre
parla vangelo! – ruttò la zoppa, che aveva
approfittato del pistolotto per vedere se, nella pagina seguente del
suo fumetto le lingue lubriche avessero già operato,
decretando il trionfo definitivo dell’amore sull’avversità
varie (« ’Mmalirìtti, fìgghi ’i
sugamìnchia e ’bbastardùni tutti pàri!

»).4


– Grazie Favaloro
– la ricompensò il luminare, afferrando un tratto
d’intestino a portata di mano e sollevandolo – ma non
dobbiamo esagerare! Vero che sono, certe volte, anche meglio d un
prete, – (ad ogni strattone alle sue personali
frattaglie, intanto, tormentato nell’equilibrio coprostatico,
benché silenziato dall’anestesia, lo sventurato gemeva
pietosamente) – ma ogni tanto pure io perdo la pazienza!
Guardate a questo! Guardate! E che si fa così? C’ha
più vermi lui di un negozio di esca viva! Eh! Quand’è
così mi schifo pure a vederli!


E in effetti mostrava,
senza mitigarne l’apparenza, la più viva ripugnanza alla
vista del suo orologio d’oro, tutto imbrattato dall’entragne
violate e lasciate, per la verità, un po’ in disordine.


***


Il famoso dottor *
(possa egli soffrire i tormenti più atroci chiamando a
soccorso con i nomi più amorevoli gl’indifferenti
parenti suoi negli attimi esiziali) non era certo l’unico
primario affaccendato, quella mattina.


Un altro prestigioso
terapeuta, governato sicuramente dallo zelo più
rimarchevole verso l’esplorazione scientifica, in una stanzetta
ambulatoriale del reparto psichiatrico al piano superiore, indagava i
segreti smegmatici5
della signorina Vincenzina *, affetta da – oggi si direbbe, con
terminologia aggiornata – psicosi maniaco-depressiva –
allora si diceva, più empiricamente: “scattiàta”.


La poverina –
della bellezza malaticcia e gracile degli indifesi perseguitati –,
non riuscendo a comprender bene qual tipo di incursiva terapia le
stesse praticando quella bestia sudata, fissava sgomenta il soffitto
con occhi di vetro impassibili, dietro i quali pensava fortemente –
quasi a dolersi le meningi affaticate – ai campi odorosi
intorno a casa sua, dove ancor qualche giorno prima sgambettava,
felice insino all’isteria. Pensava alla mamma che le
accarezzava malinconicamente la testolina graziosa.


Pensava a Morettina (la
sua mucca preferita, quella con lo sguardo più sbigottito che
si possa ritrovare in un bovino).


Pensava ad un
giovanotto gentile che, una volta, le aveva offerto un fiore: «
com’era carino!», e si figurava nella mente che
quel ragazzo la amasse tanto, e la ricoprisse di baci appassionati.


Sì, si trovava
proprio con lui. Nessun altro. E facevano – cosa meravigliosa –
all’amore!


Concepiva con la
fantasia, dunque, che nel momento presente stava in dolcissima
compagnia con quel bel ragazzo, che le diceva parole di miele.


Ma, fuor della sua
comprensione, nella sordida realtà di quella stanza, non era
il ragazzo a depredarla, il maturo e prestigioso terapeuta
bensì.


Nel suo intimo, quel
giorno, Vincenzina, faceva all’amore.


All’esterno,
Vincenzina faceva all’amore, nello stesso modo con cui, certe
volte, quando la testa gli girava forte, si mordeva le unghie.


***


– Ingallinera! –
disse il famoso dottor *, fattosi d’un tratto pensieroso –
Che cosa dobbiamo togliere a questo signore?


Professòre,
non me lo ricordo… – piagnucolò lo sgherro, che
temeva gli accessi d’irascibilità del maestro –
…forse che magari lo sa Porrovecchio! Ieri c’era
lui di servizio… – sperò.


– Oh, camurrìa
buttàna!
6
Forza! Chiamatemi a Porrovecchio! Alè! Alè! Movimento!
Forza gioventù, trottare!


(Tal altro scherano,
Porrovecchio Giuseppe, tuttavia – irrintracciabile –
anche volendo, non lo sapeva, e poi non lo voleva, intensamente
preferendo, in quel momento, perdere altri soldi con i suoi compari
di scommesse sui combattimenti clandestini di cani).


Professòre,
non si trova! Forse che è a casa di sua zia Natalina ’a
lavannèra
7:
là non ce n’è telefono…


– Ma sempre devo
fare tutto da solo! Favaloro, forza! Fammi il numero di casa, vediamo
se mia moglie si ricorda qualche cosa! Forza! Làssili
fùttiri ’di minchiàti di giurnalètta!
8


La sciancata sorteggiò,
con la mano buona, i numeri adatti sul disco selettore:


– Signora,
bongiònno, scusasse tanto, ma oggi ’u
prufessùri è ’ncazzatu
: vò sapìri
chi ’c’iama scippàri a ’stu strunzu ka c’è
kà…
9


– A me, a me,
movimento! – le strappò la cornetta, quel
sapiente – Giovannina, amore della casa, che per caso
ti ricordi cosa dovevo asportare al paziente qua oggi?


– E che mi
conti
a me? Che sai, che m’immischio io negli affari
che non mi riguardano? Ne ho tante cose da fare, io… aspetta,
aspetta che cambio mano se no lo smalto si rovina e poi me lo devo
mettere un’altra volta. Senti che fài, invece:
quando torni, non ti scordare di passare da tuo cognato: mi ha
promesso un caciocavallo. Non te lo scordare, hai capito? Pàssici,
ché poi quello ne vuole una scusa e non me lo manda
mai! Mi raccomando. Ora mi ddevi scusare gioia: ti devo
lasciare, ché c’ho assai che fare.


Infatti, appena chiusa
la stringata conversazione, riaprì subito le cosce,
allargandole a favore del dottor *, che soffiava come un mantice,
infastidito non poco per l’interruzione, giacché
parecchio gli seccava rinunziare a parte del tempo a sua
disposizione, essendo già denudato, nella stanza accanto,
anche il dottor *, pronto a coglier quel che restava della virtù
– giornaliera – della signora.


***


(Ora vieni, lettore,
ché abbiamo da svolgere un pietoso ufficio. Questione d’un
minuto: a qualche metro di distanza, solo un par di porte, si va a
far visita ad un brav’uomo. Gli sarà di conforto…
).





Pipitone Paolino,
panettiere rifinito, e pasticciere eccellente altrettanto – del
resto non si vede come possano impedirlo preferenze sessuali…
personalissime… –, un cristaccione d’uomo
di chilogrammi centotrentasette (senza la tara), giaceva su una
branda, torturato dai dolori che gl’eran procurati dal bacino
fratturato.


Attentamente curava di
non farsi scoprire, dai parenti che visitavano gli altri malati nella
sua stanza – si sa: in paese, andare a far visita a Paolino
voleva dire, quasi sicuramente, che… ma insomma, nessuno ci
andava… –, ma quando poteva, di nascosto piangeva.
Piangeva di cuore. Per le fitte, certamente, ma anche, e soprattutto,
per un altro motivo.


(Ebbene, isoliamolo,
questo motivo: è l’ultima occasione utile. Poi non si
potrà più
).





Paolino col bacino


fratturato, si
vorrebbe


magro, fine,
mingherlino,


piccolino piccolino


e il fardello
lascerebbe


solo agli incubi
cattivi.


Come un piccolo
ragnetto


che la brezza poi
prelevi


e per l’aria
lo sollevi;


quasi un esile
rametto:


trascinandolo nei
cieli.


Liberato
nell’azzurro


tra le piume e gli
asfodeli


ed i fiori senza
steli:


solo il peso d’un
susurro.


Senza più un
solo osso,


ma neanche un
ossicino!


Te l’immagini
che spasso,


che delizia, che
gran lusso,


volteggiar come
uccellino?


Paolino Pipitone


non ha più
alcun bisogno:


con i venti, a
meridione


s’allontana in
ascensione


e non dice «
Mi vergogno… »


nella vita replicata


con un corpo senza
peso


su per l’aria
depurata,


l’atmosfera
trasvolata


dell’empireo
più esteso.


Pipitone Paolino


se ne viaggia via
lontano:


è scappato da
un buchino


ormai gioca a
nascondino.


Non è più
un ergastolano


nella gabbia dei
reietti.


Giace morto nel suo
letto,


non subisce più
dispetti


degli stupidi e dei
gretti:


ora, è solo
un angioletto.


***


– Ha saputo
qualche cosa, Professòre?


Zero
Carbonella!
10
Figurati se mia moglie sa mai niente, quando le chiedo una cosa!
Quella è buona a fare una cosa sola!


Temettero tutti,
realmente conoscendo (a differenza del marito) gli svaghi
della signora, che l’operazione stesse per andare a farsi
benedire: nessuno osò pertanto proferir verbo, né
tantomeno chiedergli a cosa alludesse. Ma ormai il famoso dottor *
era già in viaggio, destinazione filippica:


– Mi fa diventare
pazzo solo se ci penso!


(Apprensione
generale
)


– Lo sapete che
fa (pare che me lo fa apposta!)?


Il mutismo e l’omertà
regnavano sovrani.


– Nessuno se lo
immagina?


La saggia storpia cercò
di riparare:


– E ’bònu,
bònu, prufessùri… nènti ci fa…

Lo sa com’è sò mugghièri: ci
brucia. Ci vùgghi ’u pignatièddu quannu sènte
ciàuru ’i citròla!
11


– Ma che dici,
Favaloro! Certe volte non lo capisco neanche io il tuo vernacolo
fiorito! Mia moglie lo spreme dal centro!


(Tutti, a cappella):
Ma no, professòre; la gente conta minchiate;
parlano per invidia (quant’è brutta l’invidia!);
ma quale…; io manco li sentirei, quelli che dicono cose
storte
; ma figuriamoci; a lei sua moglie ci vuole bene; si
stàsse tranquillo; ma tu guarda, quello che si
escono
dalla bocca; se ogni cane che passa uno ci tirana
pètra
…; sìnni futtìssi prufessùri;
etc., etc.


– Invece è
vero! – cassò – Lo spreme dal centro! Ogni volta
devo raccogliere io tutto il dentifricio dalla fine del tubetto!
Mentre lo sa, la disonesta, che mi fa imbestialire! Ma non sono cose
da delinquenti?


(Tutti, risollevati
– già scappellati da prima, tranne la zoppa
): Ah,
vabbè; niente, niente; Professòre… ô
Professòre
…; non si deve preoccupare, per queste
cose; non è che lo fa per cattiveria; non si deve fare il
sangue acido; etc., etc.


– Insomma! –
li sovrastò il famoso dottor * – è una brutta
cosa. E basta. Ora lavoriamo, signori. Movimento! Allora, che
dobbiamo togliere a questo? A me già mi sta passando la
voglia! basta, ! Svegliamolo!


– Ma come
Professòre


– Niente, niente,
mi sono seccato. Svegliamolo. Magari lui lo sa che cosa gli dobbiamo
levare.


Il capro squarciato fu
richiamato in vita. Ci volle il bello e il buono, dato che s’era
affezionato alle soffici lusinghe del coma narcotico, ma alla fine si
risvegliò.


– Bene,
giovanotto – gli disse, un poco scocciato, il famoso dottor * –
che vogliamo fare?


– E che vogliamo
fare – rispose Patonsio, ancora frastornato – che
’ssàcciu
io che dobbiamo fare? Ma lei cu è?
Chi è ka vòle ’ri mìa?12
Matre santa! Tutt’a pànza mi squartò! E che ci
pàru, piscispàda?
13


– Giovanotto,
giovanotto! Le sembra che siamo qua per giocare? Eh? Favaloro, che
fa, giochiamo qua?



non si gioca e non si scherza! – rincalzò la malformata,
agitando in faccia a Patonsio un dito basculante in segno di
sprezzante diniego – Che t’hai mìsu ’na
tèsta, maravìgghia?
14


– Comunque,
lasciamo stare gli scherzi ora. – riprese il famoso dottor * –
Che cosa le dobbiamo togliere noi? Me lo vuole dire, per gentilezza?


Patonsio era basito,
sconcertato:


– Ma lei che è,
pazzo? Ma che sùgnu, kà, ’ne Mau-Mau?15
Uno non si può addormìscere cinque minuti che
subito ci volete scippare qualche cosa? Ma cose, cose dei pazzi! Io
qua sono venuto a trovare a mio zio Rosario che c’ha la
prostata
. Forse che mi sono addormisciùto
cinque minuti, e mi trovo tuttu squartatu com’a’n
kràstu!
16
– strepitò imbufalito, ma non per questo consapevole
d’aver dormito, invece, una notte intera, dato che la sera
prima, vinto dal sonno, s’era adagiato su una barella –
Ora mi cucite subito, qua, ’i vurèdda sfàtti17,
se no vi scàsso tutti a legnate! Ma che siete, tutti
pazzi qua dentro?


Patonsio, però,
si sbagliava. Il mondo è pieno di pazzi.


Parola d’onore.















1Diciamo
così… (N. d. A.)




2Poiché
la tenebra della sera ormai sta per avvolgerci! (N. d. C.)




3Non
è certo una bella cosa (e neanche buona educazione, del
resto), ma il famoso dottor *, con buona pace dei suoi pochi
sopravvissuti, a tutt’oggi campa e sciala. Maledetto! Che Dio
ce ne scansi e liberi! (N. d. A.).




4La
tenera e sentimentale paramedica qui rivolge, con animo
appassionato, risentite note di vivo biasimo all’indirizzo
degli empi avversatori del sentimento romantico che avvince i suoi
temporanei beniamini (N. d. C.).




5Smegma:
sostanza bianchiccia caseosa, formata dalla secrezione
di alcune ghiandole sebacee e da epiteli desquamati, che si deposita
fisiologicamente tra il prepuzio e il glande nei maschi e nel solco
interlabiale della vulva nelle femmine (N. d. C.).




6Disdetta!
(N. d. C.).




7Artigiana
esperta nella detersione della biancheria (N. d. C.).




8Orsù,
lieta deponi quelle letture illustrate scarsamente edificanti! (N.
d. C.).




9Il
primario amerebbe conoscere qualche fondante dettaglio
sull’intervento da effettuare sul paziente al quale qui
destiniamo ogni scrupolosa sollecitudine… (N. d. C.).




10Niente
di niente! (N. d. C.).




11Via,
egregio maestro, la sua signora è un esemplare eterotermo: il
sangue” le ribolle, al solo odor di cucurbitacea
verace! (N. d. C.).




12Cosa
mi richiede ella? (N. d. C.).




13Santa
Vergine Celeste! Il mio addome è dilaniato! Forse le ho
l’aria del vertebrato acquatico? (N. d. C.).




14Cosa
mai ti frulla pel capino, bizzarra creatura? (N. d. C.).




15Forse
mi trovo presso una temibile tribù di selvaggi antropofagi?
(N. d. C.).




16Eviscerato
come un caprone adulto (N. d. C.).




17Le
interiora scompigliate (N. d. C.).


 
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Panze, presenze e insipienze

Post n°5 pubblicato il 10 Febbraio 2007 da Patonsio

Panze,
presenze e insipienze





La sera, rimbecillita
dalla calura, s’era ormai decisa a stravaccarsi sul terreno
dell’anzianotta contea di M*****, dove la cenere dei morti
istruiva la polvere delle strade sul da farsi, ed ebbra d’invincibile
indolenza, senza neanche rendersene gran conto, lasciava che le
ombre, prive dei controlli di rito, si adagiassero al suolo come –
svogliate anch’esse – onde stracche.


Il tramonto, dal canto
suo, tanto per non star con le mani in mano (ché, in queste
terre, come niente, è facile che gli sparlano dietro pure a
lui), aveva insanguinato, come un carnefice invisibile, il litorale
non distante, in ultimo spruzzando – per sfregio (s)quasi –
una gala arancione al confine tra la fascia di cielo incendiata di
violetti schizzati di strisciate verdi e blu, e un mare di petrolio
profumato di iodio e vaghi zolfi. Ai lati dello sguardo
dell’(eventuale, non indispensabile) osservatore si allargavano
e si sdilinquivano lampi di colori già cotti, sfumati dalla
mano d’un artista esagitato e fuor dai gangheri parecchio.
Tutto quel ben di Dio di stupore visivo si portava dietro come una
musica ossessiva e ipnotica, che si ripeteva all’infinito, ma
non era identica a quella di un minuto prima.


Dopochè, senza
immaginabile preavviso, quell’arte di suoni si placò per
lasciar posto a un sassofono attempato, con la voce logora un poco,
ma sempre “in gamba”, capace ancor di fiati e sospiri
avvincenti.


Da qui in poi, la luna
se la pensò d’inghiottire pigramente qualche
pipistrello, mentre le stelle cadevano come cicche di sigarette,
gettate da spiritelli strafottenti, dalla terrazza celeste.





(Tuttavia, a
dispetto di tutto ciò, il docile lettore sta per esser
condotto presso il portone dell’Ospedale Civico di C*****.
Entriamovi, quindi, senz’altri pittoreschi indugi, se vogliamo
conoscere il fattaccio: è già ora
).





Finché lo
possiamo


di pergole il succo


allegri beviamo:


godiamo lo scrocco


dacché
insudiciamo


con fiero cipiglio


il mondo balordo.


Liquore vermiglio


succhiamo a baluardo


(senz’altro
consiglio)


di nostra
incoscienza


ch’è
bella e ch’è santa


nel darci demenza


bastante ed alquanta


ad ogni occorrenza.


Noi siamo la feccia


dell’orbe
terraqueo,


noi siam la
corteccia,


l’osceno
corteo


che lieto
impiastriccia


il cosmo correo:


così avrebber
cantato, presumibilmente, due induriti beoni che bivaccavano in una
saletta antistante una delle corsie infami – in cui v’erano
sconciamente ammassati (novello girone infernale) lungo e
mediodegenti assortiti in tutte le taglie e per ogni pervertito gusto
– se fossero stati avvezzi a stornellar cavatine, cabalette o
consimili ariette, erano invece due qualunque farabutti, ma
abbigliati da infermieri.


E veramente, in spregio
a qualsiasi decenza o ragionevolezza, tali erano.


La vita è così.


Cionondimeno,
trincarono della grossa per tutta la notte, certi che guaderebbero –
more solito – il turno loro, indenni traversando sopra
gemiti e lamentazioni dei sofferenti, ma al mattino una specie di
pernacchia li importunò, malamente scrollandoli dall’ipnosi
etilica: era la soneria che li reclamava in servizio.



Poco dopo, maledicendo Dio e quanti malavveduti imploranti
supplicassero soccorso, assistenza, medicazione, cura o scocciature
affini al lor passaggio – a certuni non lesinando spintoni
villani, triviali versacci a talaltri, sputi e farda catarrosa ad
altri ancora – si diressero verso la sala operatoria, seco
trascinando un malato, addormentato, su una barella pericolante.
Questa usarono come ariete per forzare i battenti martoriati, quindi
ne scaricarono l’infermo sul letto chirurgico. L’anestesista
col medesimo garbo applicò la maschera ed aprì il
rubinetto dell’etere, che col suo fischio di serpente
lusingatore regalò al paziente il sorriso che premia in sogno
i miracolati, gli alienati estatici, gli inebriati (in generale) e
gl’inebetiti d’oppio (in particolare).


Poi – purtroppo –
entrò il famoso dottor *, chirurgo.


***


(Vieni lettore,
vieni, trattieni lo stomaco, ché ora ti si offre (agra)
distrazione, poiché…
)


Non distante, in un
mondo parallelo a pochi metri in linea d’aria, in una stanzetta
sorvegliata dall’esterno da un tristissimo, malriuscito
Redentore in legno sbreccato – ma speranzosamente rischiarato
da lumicini sempre rinfocolati da mani (privatamente) peccatrici –
e da uno sbavazzante cagnone mastigoforo – che ad un esame più
approfondito rivelava l’identità di Suor Crocifissa
(consumata maîtresse di giovinette perdute a tariffa variabile)
– la giovanissima *, viso cupo e fanciullesco, di quelle
incaricate di soffrire ogni volta che si può, dava alla luce
un cosino fracidiccio che, sotto sguardi avviliti e increduli, tempo
dodici ore, prese ad incartapecorirsi al punto che, raggiunta
sembianza di un mostriciattolo fossilizzato, si risolse – per
il suo stesso bene – di crepare in fretta, senza troppi
scrupoli. Senza troppi complimenti.


Schiattò, in fin
dei conti, al modo d’una castagnola inesplosa, che sbuffi un
esiguo fumacchietto dalle polveri mollicce.


(Penoso – et
incredibile dictu
–, ma l’orecchio aguzzo, proprio
nell’attimo in cui il piccolo scherzo di natura si ricongiunse
con il suo angelo custode dal risolino malizioso, avrebbe sentito:
Fffssssssshh…”).


A fianco del suo
lettino, due baciapile ipocrite, per maggior gloria di Nostra Signora
Martire dello Scoramento e del Flagello Intrinseco, sgranavano
rosarî, rugumando come conigli che mangiano l’erbetta.


Per una madre quasi
bambina è un brutto inizio. Pessimo inizio.


Ma per una devastante
malattia di nervi, oh, bisogna ammettere, è un inizio
eccellente.


Anzi, sebbene con le
donne non si può star mai sicuri di nulla, fu un inizio che
ebbe in sé qualcosa di miracoloso. Tant’è vero
che in seguito, bellamente trascurando illustri precedenti, “Giovanna
la pazza
” fu il nome con cui il paese intero riconobbe e
salutò la poveretta, cui vennero attribuite facoltà
medianiche imprecisabili, ma suscettibili d’approssimazione
nelle discipline della lettura delle carte e proiezione del malocchio
previa caparra confirmatoria di poche – invero – migliaia
di lire.


***


– Bisturi! –
comandò il famoso dottor * (chirurgo di questo paio di
stivali
1),
palpeggiando il ventre sferico del poveretto, disattivato sotto le
sue granfie – Bisturi! Forza! Movimento! Ché
già ’ni sta scurànnu!
2


Un’infermiera
grassoccia e zoppa, allora, depose malvolentieri il fotoromanzo con
cui stava provvisoriamente dissetando la sua inestinguibile brama di
baci – linguacciuti – stampati e trottignò, armata
del prescritto stromento, che le era appena servito per la cura delle
unghie, verso l’infelice spento sul tavolo, ma non prima –
sia detto a suo merito – d’averne sommariamente nettato
la punta sul proprio quarto posteriore.


Presto l’epa
abbondante fu scoperchiata del poco di tessuto che la fasciava, e il
famoso dottor * (che Dio se ne rammenti nel momento dei
rendiconti…3),
essendosi fatto largo di tra il folto pelame con manovre ampie
d’avambraccio, sicuro incise e spalancò il marsupio
umano.


Eccheschìfo!
– poi sclamò – Ma guardate, guardate questo come
se ne va in giro! Ma io dico! Non pretendo certo che si rispettino le
proporzioni anatomiche al millesimo, ma costui esagera! Quando fanno
così, io… io… manco li opererei, guarda un po’!
mi fanno perdere tempo, mi fanno perdere! Eh! Non è che non ho
niente da fare, io!


Raggiòne
ha, professòre! – gli fecero in coro i balordi
intorno – la ggènte sono pazzi!


Quindi un solista:


– Lei perché
è troppo bravo, professòre… io, per me,
lo lascerei a panza all’aria, così si impara
l’educazione, ’stu strun…


– No, no,
Ingallinera, – l’interruppe il famoso dottor * – la
scienza (di cui io sono umile ministro), ci comanda di soccorrere,
qua, questo paziente! Che egli faccia schifo (anatomicamente ed
esteticamente), per noi non deve fare la minima differenza! Noi siamo
missionari! Siamo stati chiamati! Dico bene? Ingallinera! Forse che
io non sono stato chiamato?


Professòre,
io qua ero… niente ho sentito, veramente…


– Che cosa?


– Che l’hanno
chiamato, Professòre… – si scusò il
diseredato.


– Quando mi hanno
chiamato? Possibile che devo sapere le cose sempre all’ultimo
momento!?! Ingallinera! Io ti esautoro!


– No Professòre,
l’ha detto lei che l’hanno chiamato…


Ossignòre
benedetto! La chiamata, la chiamata, Ingallinè, la chiamata è
… la missione, no? La mia, missione. Tu devi fare conto che
io, anche se sto qua con voi, io sono, nel mio esercizio, un
missionario! Io sono un sacerdote!


– Il professòre
parla vangelo! – ruttò la zoppa, che aveva
approfittato del pistolotto per vedere se, nella pagina seguente del
suo fumetto le lingue lubriche avessero già operato,
decretando il trionfo definitivo dell’amore sull’avversità
varie (« ’Mmalirìtti, fìgghi ’i
sugamìnchia e ’bbastardùni tutti pàri!

»).4


– Grazie Favaloro
– la ricompensò il luminare, afferrando un tratto
d’intestino a portata di mano e sollevandolo – ma non
dobbiamo esagerare! Vero che sono, certe volte, anche meglio d un
prete, – (ad ogni strattone alle sue personali
frattaglie, intanto, tormentato nell’equilibrio coprostatico,
benché silenziato dall’anestesia, lo sventurato gemeva
pietosamente) – ma ogni tanto pure io perdo la pazienza!
Guardate a questo! Guardate! E che si fa così? C’ha
più vermi lui di un negozio di esca viva! Eh! Quand’è
così mi schifo pure a vederli!


E in effetti mostrava,
senza mitigarne l’apparenza, la più viva ripugnanza alla
vista del suo orologio d’oro, tutto imbrattato dall’entragne
violate e lasciate, per la verità, un po’ in disordine.


***


Il famoso dottor *
(possa egli soffrire i tormenti più atroci chiamando a
soccorso con i nomi più amorevoli gl’indifferenti
parenti suoi negli attimi esiziali) non era certo l’unico
primario affaccendato, quella mattina.


Un altro prestigioso
terapeuta, governato sicuramente dallo zelo più
rimarchevole verso l’esplorazione scientifica, in una stanzetta
ambulatoriale del reparto psichiatrico al piano superiore, indagava i
segreti smegmatici5
della signorina Vincenzina *, affetta da – oggi si direbbe, con
terminologia aggiornata – psicosi maniaco-depressiva –
allora si diceva, più empiricamente: “scattiàta”.


La poverina –
della bellezza malaticcia e gracile degli indifesi perseguitati –,
non riuscendo a comprender bene qual tipo di incursiva terapia le
stesse praticando quella bestia sudata, fissava sgomenta il soffitto
con occhi di vetro impassibili, dietro i quali pensava fortemente –
quasi a dolersi le meningi affaticate – ai campi odorosi
intorno a casa sua, dove ancor qualche giorno prima sgambettava,
felice insino all’isteria. Pensava alla mamma che le
accarezzava malinconicamente la testolina graziosa.


Pensava a Morettina (la
sua mucca preferita, quella con lo sguardo più sbigottito che
si possa ritrovare in un bovino).


Pensava ad un
giovanotto gentile che, una volta, le aveva offerto un fiore: «
com’era carino!», e si figurava nella mente che
quel ragazzo la amasse tanto, e la ricoprisse di baci appassionati.


Sì, si trovava
proprio con lui. Nessun altro. E facevano – cosa meravigliosa –
all’amore!


Concepiva con la
fantasia, dunque, che nel momento presente stava in dolcissima
compagnia con quel bel ragazzo, che le diceva parole di miele.


Ma, fuor della sua
comprensione, nella sordida realtà di quella stanza, non era
il ragazzo a depredarla, il maturo e prestigioso terapeuta
bensì.


Nel suo intimo, quel
giorno, Vincenzina, faceva all’amore.


All’esterno,
Vincenzina faceva all’amore, nello stesso modo con cui, certe
volte, quando la testa gli girava forte, si mordeva le unghie.


***


– Ingallinera! –
disse il famoso dottor *, fattosi d’un tratto pensieroso –
Che cosa dobbiamo togliere a questo signore?


Professòre,
non me lo ricordo… – piagnucolò lo sgherro, che
temeva gli accessi d’irascibilità del maestro –
…forse che magari lo sa Porrovecchio! Ieri c’era
lui di servizio… – sperò.


– Oh, camurrìa
buttàna!
6
Forza! Chiamatemi a Porrovecchio! Alè! Alè! Movimento!
Forza gioventù, trottare!


(Tal altro scherano,
Porrovecchio Giuseppe, tuttavia – irrintracciabile –
anche volendo, non lo sapeva, e poi non lo voleva, intensamente
preferendo, in quel momento, perdere altri soldi con i suoi compari
di scommesse sui combattimenti clandestini di cani).


Professòre,
non si trova! Forse che è a casa di sua zia Natalina ’a
lavannèra
7:
là non ce n’è telefono…


– Ma sempre devo
fare tutto da solo! Favaloro, forza! Fammi il numero di casa, vediamo
se mia moglie si ricorda qualche cosa! Forza! Làssili
fùttiri ’di minchiàti di giurnalètta!
8


La sciancata sorteggiò,
con la mano buona, i numeri adatti sul disco selettore:


– Signora,
bongiònno, scusasse tanto, ma oggi ’u
prufessùri è ’ncazzatu
: vò sapìri
chi ’c’iama scippàri a ’stu strunzu ka c’è
kà…
9


– A me, a me,
movimento! – le strappò la cornetta, quel
sapiente – Giovannina, amore della casa, che per caso
ti ricordi cosa dovevo asportare al paziente qua oggi?


– E che mi
conti
a me? Che sai, che m’immischio io negli affari
che non mi riguardano? Ne ho tante cose da fare, io… aspetta,
aspetta che cambio mano se no lo smalto si rovina e poi me lo devo
mettere un’altra volta. Senti che fài, invece:
quando torni, non ti scordare di passare da tuo cognato: mi ha
promesso un caciocavallo. Non te lo scordare, hai capito? Pàssici,
ché poi quello ne vuole una scusa e non me lo manda
mai! Mi raccomando. Ora mi ddevi scusare gioia: ti devo
lasciare, ché c’ho assai che fare.


Infatti, appena chiusa
la stringata conversazione, riaprì subito le cosce,
allargandole a favore del dottor *, che soffiava come un mantice,
infastidito non poco per l’interruzione, giacché
parecchio gli seccava rinunziare a parte del tempo a sua
disposizione, essendo già denudato, nella stanza accanto,
anche il dottor *, pronto a coglier quel che restava della virtù
– giornaliera – della signora.


***


(Ora vieni, lettore,
ché abbiamo da svolgere un pietoso ufficio. Questione d’un
minuto: a qualche metro di distanza, solo un par di porte, si va a
far visita ad un brav’uomo. Gli sarà di conforto…
).





Pipitone Paolino,
panettiere rifinito, e pasticciere eccellente altrettanto – del
resto non si vede come possano impedirlo preferenze sessuali…
personalissime… –, un cristaccione d’uomo
di chilogrammi centotrentasette (senza la tara), giaceva su una
branda, torturato dai dolori che gl’eran procurati dal bacino
fratturato.


Attentamente curava di
non farsi scoprire, dai parenti che visitavano gli altri malati nella
sua stanza – si sa: in paese, andare a far visita a Paolino
voleva dire, quasi sicuramente, che… ma insomma, nessuno ci
andava… –, ma quando poteva, di nascosto piangeva.
Piangeva di cuore. Per le fitte, certamente, ma anche, e soprattutto,
per un altro motivo.


(Ebbene, isoliamolo,
questo motivo: è l’ultima occasione utile. Poi non si
potrà più
).





Paolino col bacino


fratturato, si
vorrebbe


magro, fine,
mingherlino,


piccolino piccolino


e il fardello
lascerebbe


solo agli incubi
cattivi.


Come un piccolo
ragnetto


che la brezza poi
prelevi


e per l’aria
lo sollevi;


quasi un esile
rametto:


trascinandolo nei
cieli.


Liberato
nell’azzurro


tra le piume e gli
asfodeli


ed i fiori senza
steli:


solo il peso d’un
susurro.


Senza più un
solo osso,


ma neanche un
ossicino!


Te l’immagini
che spasso,


che delizia, che
gran lusso,


volteggiar come
uccellino?


Paolino Pipitone


non ha più
alcun bisogno:


con i venti, a
meridione


s’allontana in
ascensione


e non dice «
Mi vergogno… »


nella vita replicata


con un corpo senza
peso


su per l’aria
depurata,


l’atmosfera
trasvolata


dell’empireo
più esteso.


Pipitone Paolino


se ne viaggia via
lontano:


è scappato da
un buchino


ormai gioca a
nascondino.


Non è più
un ergastolano


nella gabbia dei
reietti.


Giace morto nel suo
letto,


non subisce più
dispetti


degli stupidi e dei
gretti:


ora, è solo
un angioletto.


***


– Ha saputo
qualche cosa, Professòre?


Zero
Carbonella!
10
Figurati se mia moglie sa mai niente, quando le chiedo una cosa!
Quella è buona a fare una cosa sola!


Temettero tutti,
realmente conoscendo (a differenza del marito) gli svaghi
della signora, che l’operazione stesse per andare a farsi
benedire: nessuno osò pertanto proferir verbo, né
tantomeno chiedergli a cosa alludesse. Ma ormai il famoso dottor *
era già in viaggio, destinazione filippica:


– Mi fa diventare
pazzo solo se ci penso!


(Apprensione
generale
)


– Lo sapete che
fa (pare che me lo fa apposta!)?


Il mutismo e l’omertà
regnavano sovrani.


– Nessuno se lo
immagina?


La saggia storpia cercò
di riparare:


– E ’bònu,
bònu, prufessùri… nènti ci fa…

Lo sa com’è sò mugghièri: ci
brucia. Ci vùgghi ’u pignatièddu quannu sènte
ciàuru ’i citròla!
11


– Ma che dici,
Favaloro! Certe volte non lo capisco neanche io il tuo vernacolo
fiorito! Mia moglie lo spreme dal centro!


(Tutti, a cappella):
Ma no, professòre; la gente conta minchiate;
parlano per invidia (quant’è brutta l’invidia!);
ma quale…; io manco li sentirei, quelli che dicono cose
storte
; ma figuriamoci; a lei sua moglie ci vuole bene; si
stàsse tranquillo; ma tu guarda, quello che si
escono
dalla bocca; se ogni cane che passa uno ci tirana
pètra
…; sìnni futtìssi prufessùri;
etc., etc.


– Invece è
vero! – cassò – Lo spreme dal centro! Ogni volta
devo raccogliere io tutto il dentifricio dalla fine del tubetto!
Mentre lo sa, la disonesta, che mi fa imbestialire! Ma non sono cose
da delinquenti?


(Tutti, risollevati
– già scappellati da prima, tranne la zoppa
): Ah,
vabbè; niente, niente; Professòre… ô
Professòre
…; non si deve preoccupare, per queste
cose; non è che lo fa per cattiveria; non si deve fare il
sangue acido; etc., etc.


– Insomma! –
li sovrastò il famoso dottor * – è una brutta
cosa. E basta. Ora lavoriamo, signori. Movimento! Allora, che
dobbiamo togliere a questo? A me già mi sta passando la
voglia! basta, ! Svegliamolo!


– Ma come
Professòre


– Niente, niente,
mi sono seccato. Svegliamolo. Magari lui lo sa che cosa gli dobbiamo
levare.


Il capro squarciato fu
richiamato in vita. Ci volle il bello e il buono, dato che s’era
affezionato alle soffici lusinghe del coma narcotico, ma alla fine si
risvegliò.


– Bene,
giovanotto – gli disse, un poco scocciato, il famoso dottor * –
che vogliamo fare?


– E che vogliamo
fare – rispose Patonsio, ancora frastornato – che
’ssàcciu
io che dobbiamo fare? Ma lei cu è?
Chi è ka vòle ’ri mìa?12
Matre santa! Tutt’a pànza mi squartò! E che ci
pàru, piscispàda?
13


– Giovanotto,
giovanotto! Le sembra che siamo qua per giocare? Eh? Favaloro, che
fa, giochiamo qua?



non si gioca e non si scherza! – rincalzò la malformata,
agitando in faccia a Patonsio un dito basculante in segno di
sprezzante diniego – Che t’hai mìsu ’na
tèsta, maravìgghia?
14


– Comunque,
lasciamo stare gli scherzi ora. – riprese il famoso dottor * –
Che cosa le dobbiamo togliere noi? Me lo vuole dire, per gentilezza?


Patonsio era basito,
sconcertato:


– Ma lei che è,
pazzo? Ma che sùgnu, kà, ’ne Mau-Mau?15
Uno non si può addormìscere cinque minuti che
subito ci volete scippare qualche cosa? Ma cose, cose dei pazzi! Io
qua sono venuto a trovare a mio zio Rosario che c’ha la
prostata
. Forse che mi sono addormisciùto
cinque minuti, e mi trovo tuttu squartatu com’a’n
kràstu!
16
– strepitò imbufalito, ma non per questo consapevole
d’aver dormito, invece, una notte intera, dato che la sera
prima, vinto dal sonno, s’era adagiato su una barella –
Ora mi cucite subito, qua, ’i vurèdda sfàtti17,
se no vi scàsso tutti a legnate! Ma che siete, tutti
pazzi qua dentro?


Patonsio, però,
si sbagliava. Il mondo è pieno di pazzi.


Parola d’onore.















1Diciamo
così… (N. d. A.)




2Poiché
la tenebra della sera ormai sta per avvolgerci! (N. d. C.)




3Non
è certo una bella cosa (e neanche buona educazione, del
resto), ma il famoso dottor *, con buona pace dei suoi pochi
sopravvissuti, a tutt’oggi campa e sciala. Maledetto! Che Dio
ce ne scansi e liberi! (N. d. A.).




4La
tenera e sentimentale paramedica qui rivolge, con animo
appassionato, risentite note di vivo biasimo all’indirizzo
degli empi avversatori del sentimento romantico che avvince i suoi
temporanei beniamini (N. d. C.).




5Smegma:
sostanza bianchiccia caseosa, formata dalla secrezione
di alcune ghiandole sebacee e da epiteli desquamati, che si deposita
fisiologicamente tra il prepuzio e il glande nei maschi e nel solco
interlabiale della vulva nelle femmine (N. d. C.).




6Disdetta!
(N. d. C.).




7Artigiana
esperta nella detersione della biancheria (N. d. C.).




8Orsù,
lieta deponi quelle letture illustrate scarsamente edificanti! (N.
d. C.).




9Il
primario amerebbe conoscere qualche fondante dettaglio
sull’intervento da effettuare sul paziente al quale qui
destiniamo ogni scrupolosa sollecitudine… (N. d. C.).




10Niente
di niente! (N. d. C.).




11Via,
egregio maestro, la sua signora è un esemplare eterotermo: il
sangue” le ribolle, al solo odor di cucurbitacea
verace! (N. d. C.).




12Cosa
mi richiede ella? (N. d. C.).




13Santa
Vergine Celeste! Il mio addome è dilaniato! Forse le ho
l’aria del vertebrato acquatico? (N. d. C.).




14Cosa
mai ti frulla pel capino, bizzarra creatura? (N. d. C.).




15Forse
mi trovo presso una temibile tribù di selvaggi antropofagi?
(N. d. C.).




16Eviscerato
come un caprone adulto (N. d. C.).




17Le
interiora scompigliate (N. d. C.).


 
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