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Rime inedite del 500 (XI-1)

Post n°837 pubblicato il 16 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

XI

[1 Di Cesare Caporali]

Sotto finti d'Amor dolci sembianti
La mia novella Circe oggi s'asconde,
Quasi scoglio coperto in mezzo a l'onde
Io la vidi pur or. Fuggite amanti,
Né v'inganni il mirar gl'abiti santi,
Gli occhi leggiadri e le sue trecce bionde,
Ch'in tronco, in sasso, in fera, in erba e in fronde
Son per mutar altrui magici incanti,
Et io, benché infelice, esempio umìle
Pur ne posso parlar, ch'in verde mirto
Già fui converso, ed or m'ha volto in pietra.
Ove, se pur col tacito focile
Battendo Amor qualche favilla impetra,
Sappia il mondo che dentro arde il mio spirto.

[2 Di Cesare Caporali]

Chiedendo un bacio a la mia cara Aminta
Fra sé stessa ne fu gran pezzo in forse,
Poi d'onesto rossor la faccia tinta,
La dolce bocca per baciar mi porse.
Da quel piacer allor l'anima vinta,
Lassando il petto inver' le labbia corse,
Né qui fermossi; ma di nuovo spinta
Da le mie labbia a le sue labbia corse.
Così restai senz' alma, et hor sospeso,
Mi tiene in vita quel soave umore
Ch'ella mi die' d'un novo spirto acceso.
Mandat'ho già per cercar l'alma e 'l core,
Né torna; anch'io, se vo, restarò preso.
Che debb'io far, che mi consigli, Amore?

[3 Di Cesare Caporali]

Cercando va per quest' e quel sentiero
Vener' il figlio, ed io, lasso e dolente
Nel core il tengo ascoso, onde la mente
Tutto in dubio rivolge il suo pensiero.
Ché la madre è superba e il figlio altiero,
E l'uno e l'altro in me puote egualmente,
Se più l'ascondo, già son tutto ardente;
Se l'appaleso, diverrà più fiero.
Oltre ch'io so che castigare Amore
Ella non vuol, né 'l cerca a tale effetto;
Ma sol perché ne dia piant' e dolore.
Dunque sta pur nascosto entro il mio petto,
Ma tempra alquanto il grave e troppo ardore
Ché più sicur'aver non puoi ricetto.

[4 Di Cesare Caporali]

Dopo tante percosse e tant'offese
Spogliati i tempii, accesa e ruinata
E tante volte e di sì stran paese
A tanta gente in preda abbandonata,
Misera Roma, e poi che l'arme hai stese
Nel tuo bel petto, ognor cerca l'entrata
Il proprio figlio, quai schermi o difese
Ti renderan mai più lieta o beata.
Già regina del mondo, hor quella, hor questa
Gente ti die' tributo e fessi amica
Or di quei primi figli è spento il seme.
Il Tebro il sa, ch'alla memoria antica
Di quei gran Scipii spesso alza la testa
E con fronte di toro irato freme.

[5 Di Cesare Caporali]

Duetto d'amore

Perch'aggio inteso, Amore,
Che tu ti vai vantando
Havermi fatto una superchiaria,
Hieri in presentia della donna mia,
Dico che se pensando
Andrai la verità circa il mio onore,
T'accorgerai che caschi in grande errore;
E che, s'altro furore
Ti commosse a parlar di me, parola,
Tu menti per la gola.
Perciò che se colei,
Che del mio mal si pasce,
Volgendo altrove i suoi bei raggi ardenti
Piangere e sospirar mi fa sovente,
Di questo già non nasce
Che per te siano a scherno i giorni miei
Al mondo; ma la colpa è sol di lei.
Dunque, se tu non sei
Più, come vuol' a me, crudo avversario,
Taciti, temerario.
Le sue dorate chiome
E i begli occhi lucenti,
Che m'arsero e ligar con varii nodi
Posson tormi a me stesso in mille modi
L'abito e i portamenti,
In cui vedem' quanto conforme e come
Sia tutto il rest'all'angelico nome,
D'ingiurïose some
Potran sempre gravarmi e tormi assai;
Tu già nulla, né mai.
Ma forse occasione
Tieni, cercando meco
Per introdurci insomma ad altro effetto;
Ma depon l'ali del fuggir sospetto,
Leva dal veder cieco
La benda, o un'altra a me simil ne pone;
A te tocca del campo l'elezione.
Allora il paragone
Ben si potrà veder che in uom che viva
Non hai prerogativa.
Tu quel che vali e puoi
Tutt'in parole e 'n riso,
In costumi, in sembianti, in guerra e 'n pace,
Di vaga e bella donna alberga e giace;
Ma qualora diviso
Da questi il tuo poter tu mostri a noi,
Vane le fiamme sono e i lacci tuoi,
Chiamami ove tu vuoi,
Purch'in difesa tua teco non sia
L'empia nimica mia.
E vedrai dove incorre
Chiunque non si misura,
E la lingua ha veloce e le man pigre.
Intanto l'ocean, l'Eufrate e 'l Tigre
Sapran per avventura
Come d'obbligazion m'intendo sciorre
S'in termin' ch'una volta il sol discorre
Il ciel l'impresa a torre
Non vieni, o mandi un per te in armi e presto,
Ond'abbia il mentitor condegno merto.
E per farne altrui certo
Io Furore intervenni a tal protesto
E a quanto si convien presente e desto;
Ed in fede di questo
Io Sdegno, ch'ogni ben volgo sossopra,
Affermo di mia man quanto di sopra:
Di marzo il giorno sesto,
Dove albergano insiem Ira ed Orgoglio
Con punta di pugnal fu scritto il foglio.

[6 Di Cesare Caporali]

Armata di quel fuoco e di quel ghiaccio,
Che fu discorde in sé nostra natura,
Con la sua falce adunca, in vest'oscura,
Morte già per ferirmi alzava il braccio.
Quando s'accorse il mio corporeo impaccio
Esser senz'alma, che già lieve e pura
Nel vostro sol, ch'ogni altro sol oscura,
La strinse Amor d'indissolubil laccio.
Ch'io viva oggi in altrui, né seppi ell'ove,
Colma di ira e stupor, quell'empia e ria
Tosto rivolse i fieri passi altrove.
Cura dunque di me, donna, in voi sia
Vivendo sana, se di me vi move,
Di conservar la vostra vita e mia.

[7 Di Cesare Caporali]

Sopra l'uccellare al frascato.

Quando scuopre Ciprigna i suoi crin belli
Ne l'orïente, e ne promette 'l giorno
Prend'io le reti e i prigionieri augelli
Per fare a' novi augelli oltraggio e scorno.
Fo quasi siepe di più rami e a quelli
Tendo l'inganno, e lor pongo d'intorno,
Che col fallace canto i più rubelli
Scender dal ciel fanno al mortal soggiorno.
Non longi entro alle fronde io mi raccolgo,
Fo tirando uno stame, un cenno infido
Ch'a terra invita quei ch'in aria stanno.
Vengon poi: tiro un fune, entro li accolgo,
Corro, e qual suol di noi l'empio tiranno,
Parte ne fo pregion, parte n'uccido.

[8 Di Cesare Caporali]

Sopra l'uccellar al boschetto.

Poco anzi che col volto e colle brine
Porti l'aurora a noi la luce e 'l fresco
Cingo d'inganni picciol bosco e 'nvesco
Poi mi prescrivo angusto entro confine.
E da parti lontane e da vicine
Semplici augei con falso metro adesco,
E frodi spesso con l'augel rinfresco
Di Palla, che di Febo ha in odio il crine.
Mostro l'augel notturno a un augel mio
Prigioniero, ed ei canta e par che chiami
Tal che sia per lo ciel l'aria battendo.
Quei non sì tosto ha il pie' sui mortai rami,
Che i vanni incauto invesca e cade, ond'io
Lo piglio e ancido, e nuova preda attendo.

[9 Di Cesare Caporali]

Già non d'Africa vint'o soggiogata
Né di Yuba, o Farnace, od altri eroi
Giran pomposi i temerari tuoi
Trionfi, or per via sacra, or per via lata.
Ma quando ben vincessi, o che lodata
Vittoria, o che dirìan gl'Indi e gli Eoi?
Questo crudel, dirìan, sui carri suoi
Menò l'afflitta madre incatenata,
Con tal' parole d'ira e duol presaghe
Roma dolente a pie' del marmo stava
D'una vittorïosa alta colonna,
E con la man già vincitrice e donna
De l'universo misurando andava
Nel proprio petto le profonde piaghe.

[10 Di Cesare Caporali]

Chi può troncar quel laccio che m'avvinse
Se ragion die' lo stame, Amor l'avvolse,
Né sdegno il rallentò, né morte sciolse;
Ma fede l'annodò, tempo lo strinse?
Il cor legò, poi l'alma intorno cinse,
Chi più conobbe il ben, più se ne tolse.
L'indissolubil nodo in premio volse
Per esser vinta da chi gli altri vinse.
Convenne al ricco bel legame eterno
Spregiar questa mortal caduca spoglia,
Per annodarmi in più mirabil nodo.
Onde tanto legò lo spirto intorno
Ch'al cangiar vita fermarò la voglia
Soave in terra e 'n ciel felice nodo.

[11 di Cesare Caporali]

Madrigale sopra lo spinello.

Amor, di strali armato
Ferìa molti pastor dal manco lato,
Quando mosso a pietà l'eterno Giove
Di tanta strage e scempio
L'armi di man gli tolse; onde quell'empio,
Per non dar fine alle sue antiche prove,
Ad un bel cespo verde
Di bianche rose, ove l'avorio perde,
N'andò correndo, e quindi or vibra irato
Tante pungenti spine
Ch'ogni ninfa e pastor conduce al fine.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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