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Rime inedite del 500 (XIII)

Post n°842 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

XIII

[1 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del signor Cesare Cremonini nella pace ch'egli fece con la sua donna, che da lui aveva preso isdegno.

Quando mio sol in nube empia di sdegno

Ti nascondesti, e furo a me contese
Le luci onde solevi almo e cortese
Portarmi il giorno, e fecondar l'ingegno,

Io mi rimasi in tenebroso regno
D'un tristo orror, che ratto al cor s'apprese,
Rinchiusi i dolci carmi, e non s'intese
Da me se non garrir noioso indegno.

Or che sgombrando il rio nembo importuno
Dalle temute folgori, m'affidi
E mi prometti la stagion dei fiori,

Qual serpe uscito ai rai graditi e fidi
Mi ritrovo, e purgato il sozzo e 'l brano,
Canterò con tre lingue i tuoi onori.

[2 Di Cesare Cremonini]

Madrigale del signor Cesare Cremonini alla sua donna, che baciando una statua si ruppe un labbro.

La novella ferita
Di quel labbro vezzoso
Se nol sapete, o bell'angelo mio,
È castigo amoroso,
Baciar voi dunque un marmo e di desìo
Lasciar crudel che si dilegui un core?
Così l'ire d'Amore.
Imperïose prova e fulminanti
Bocca che bacia i sassi e non gli amanti.

[3 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del signor Cesare Cremonini ne le maniere che si de' baciare.

Non come amante, o Iele, unqua mi baci
Se non mi uccidi ad ogni bacio, il core,
Che non bacian quei baci ond'uom non muore
Anzi pur vanamente han nome baci.

Quel baciar baci languidi e fugaci
Non è 'l baciar ch'ha istituito Amore;
Vuol ei che i baci suoi prima di fuore
E s'impriman ne l'alma acri e mordaci.

Giungere labbro a labbro e leggermente
Formar un bacio insipido e gelato
È un bacio fanciullesco, un bacio esangue.

Se non pugnan le lingue, il baciar langue
E quei sol bacio è d'amator ardente
Ch'è bacio da nemico e bacio irato.

[4 Di Cesare Cremonini]

Madrigale del signor Cesare Cremonini.

Non sopra giaccio Aprile,
Ma lieti e vaghi fiori,
O bellissima mia cruda Licori,
Deh! come avvien che per mia dura sorte
Cangi suo stil natura,
E sua natura il cielo?
Poi che le rose e 'l gelo
Miro in te sola, e solo in te discerno
Viso di primavera, e cor di verno.

[5 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del medemo per la partenza della sua donna.

Tu sei, mio sol, partito; io qui dov'eri
Con dubio passo il pian vo misurando,
E ne la rimembranza consolando
Com'amor vuole i vedovi pensieri,

Rendetemi i miei rai lucenti, alteri,
E l'alma vista, ond'io sol vivo amando.
Chi me gli ha tolti, così grido errando,
Per li miei dolci hor tristi, aspri sentieri?

Risponde il fiume: a cui la tua serena
Luce i rivi rendea chiari e beati,
Ch'or han perduto ogn'onorato fregio,

I dì nostri soavi e fortunati
Sonsene andati, a noi duolo, a noi pena
Lasci tu senza core, io senza Pregio.

[6 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del medemo. Esorta la sua donna a ritornarsene a lui.

Che più tardi, mio sol? Deh! torna omai,
Così negar la luce a chi t'adora!
O con quai note alla nascente aurora
Salutar m'apparecchio i tuoi bei rai.

Vien, mio sol, vieni, al tuo venir vedrai
Di che vaghi pensier un cor s'infiora
E ride e s'abbelisce e s'innamora,
E sgombra il verno di futuri guai.

Dirai tu allor godendo, e rimirando
Meraviglie sì nove e così belle:
Son queste del mio lume opre divine?

E dirà il mondo: amando e rïamando
Vivete, anime rare e pellegrine,
In su l'ali d'amor ite alle stelle.

[7 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del medemo. Prega la sua donna a volerlo far felice co' suoi sguardi, da' quali dipende il suo amore verso Dio.

Amiccarmi, angel mio, furtivo e fiso
E chinar poscia il bel guardo gentile,
E tinger salutando in atto umìle
D'un pallor di vïola il dolce riso.

Fur' gratie ond'io rapito in paradiso
Seppi ogn'altro gioir com'egli e' vide
E strali ond'in un cor piaga simile
Non fe' mai saettando il bel d'un viso.

Così, mio sol, vogliate ognor bearmi,
Non chieggio altro da voi che i rai lucenti,
E dirò: favorisci i miei amori.

E temprando alla cetra eletti carmi
Da conservarsi alle future genti
Canterò le mie lodi e i vostri onori.

[8 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del medesimo. Al pallagio dove in Padova egli andete ad alloggiare, che vi era dentro ancora alloggiata la sua donna.

Valle, ch'hai del mio sol l'aer sereno,
E gratïoso dell'erbette il prato;
Loggie, che fatte altier, questo e quel lato;
Tu gran palagio, ch'hai mia vita in seno.

Tempio, ove d'umil zel tutto ripieno,
Sol contra me di tua bellezza armato
Paga il tributo a Dio votivo e grato
Il mio vivo, immortale angel terreno.

Non mi sdegnate peregrino errante,
Che voi per stanza avidamente prendo
Sì come Amor e bel destin m'ha scorto.

Se no' l' sapete, io parto, a voi, venendo
D'angelica contrada e d'alto amante,
So pur che i segni ancor nel viso porto.

[9 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del medesimo. Nella partenza sua per Padova a la via degli Angeli.

Regal contrada, ov'io gran tempo errai
Seguendo una gentil, fallace spene,
E come Amor mi scorse, or le mie pene,
Or la bellezza altrui piansi e cantai.

Ti privilegi il sol sempre dei rai
Ch'ei veste uscendo a far le piaggie amene
E l'aure dal ciel mandi ognor serene
A le gran reggie onde pomposa vai.

Io parto, e queste lagrime ch'io verso
Rimarranno in mia vece a rimembrarti
I passi sparsi e 'l mal gradito inchiostro.

Io parto, in ch'aspro duol io porti immerso
Il cor, perché tu meco Amor non parti,
A chi sa legger nella fronte il mostro.

[10 Di Cesare Cremonini]

Madrigale del medesimo alla sua donna la quale era percossa da un raggio di sole.

Forse pensaste, o sole,
Venendo in quelle luci altera e belle
Di far come alle stelle,
Tor loro il lampo, presumendo intero
Convenir della luce a te l'impero?
Ma odi, e ti contenta
D'essere il sol dei fiori,
E che sian quei begli occhi il sol dei cori.

[11 Di Cesare Cremonini]

Sonetto del signor Cesare Cremonini in lode del signor Marc'Antonio Calcagni mentre fu padrino in una giostra.

Tu Ministro d'Amor, ministro a Marte?
Già non son molli dardi, aste guerriere
Delle risse vezzose e lusinghiere
E delle forti e pur deformi l'arte.

L'uno è Dio sol di sangue e sol comparte
A chi 'l segue di crudi e note fere;
L'altro ciò che non è festa e piacere
Da tutto il ragno suo manda in disparte.

Sei tu da guereggiar un campion raro,
Dove l'armi s'adoprin di bellezza,
E sia l'arringo della guerra il letto?

Fur grandi Ercole e Achille e innanellaro
Pur il crin, ma non già veste fortezza
Per vestir forte usbergo un molle petto.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)
 
 
 
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