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Rime inedite del 500 (XXIX)

Post n°910 pubblicato il 26 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

XXIX

[1 Di Claudio Tolomei]

Di m. Claudio Tolomei. Della comunione.

Chi con caldo volere ha ferma fede

Un'età viverà sempre infinita,
Io son quel vivo pan, per cui si vede
Morir' la morte e ravvivar la vita,
Son quel celeste pan, che a chi mi crede
Contra a' colpi di morte porgo aita,
E chi ne mangia, o poco mangi o assai
Tant'è cibo divin che non muor mai.
I vostri antichi padri nel deserto
Mangiarono la manna, e morti sono;
Chi gusta questo pan, gusterà certo
Immortal vita per immortal' dono,
Che la grazia celeste avanza il merto
Sì larga piove sopra il giusto e 'l buono;
Il pan ch'io vi darò pan vivo fia
Dando pel mondo a voi la carne mia.
Se voi non mangiarete del figliuolo
Dell'uom la carne, non fia vita in voi;
Se non berrete il sangue suo, che solo
Vi può dar vita, non vivrete poi.
Chi mangia la mia carne s'alza a volo,
E 'n vita eterna vive gli anni suoi,
Ché perché morto al mondo, al ciel non mora
In vita il ridurrò nell'ultim'ora.
Questa mia viva carne è un cibo vero,
Un bene vero è questo sangue mio,
Chi l'uno e l'altro gusta, gusta intero
Il cibo e 'l poto dell'eterno Iddio.
Celeste ambrosia e nettare sincero,
Ond'egli in me si vive, e 'n lui vivo io,
Che mentre egli di me si gode e pasce,
Io vivo in lui, et egli in me rinasce.
Il Padre mio di ciel mandommi in terra,
Onde io, che vivo hor qui, vivo per lui:
Chi la mia carne entro al suo petto serra
Vive per me che nel suo petto fui,
Questo è quel pan che 'l ciel largo diserra,
Che morte toglie e vita porge altrui,
Pan ch'empie l'alma con sì dolci tempre
Ch'ella ne vive, e ne vivrà mai sempre.

[2 Di Claudio Tolomei]

Del medesimo, della Sammaritana.

Chi con sete mortal berrà quest'acque
Di ber altr'acque havrà poi nuova sete;
Ma chi queste lassando berrà l'acque
Ch'io gli vo' dar; non sentirà più sete.
L'acque ch'io gli vo' dar si farann'acque
D'un fonte a lui ch'estingueran la sete
Ch'uscendo quindi saliranno in vita
Dove morte non è; ma sempre è vita.

[3 Di Claudio Tolomei]

Sonetti sull'assedio Di Siena (1564).

Al christianissimo re Henrico II. L'amor della mia cara patria m'ha sospinto, oltre alle altre operationi, a por in certe rime la sua afflictione, et a cercarne il remedio, il qual, dopo Dio, è posto nella pietosa et potente vostra mano. Degnatevi, vi prego, o Sire, sì come in prosa m'havete spesse volte udito benignamente, così hora legger queste rime volontieri; né leggerle solamente, ma operar anchora quanto in quelle si considera et si priega; ché certo voi non potete far né la più pietosa opera in questi tempi, né la più honorata, né che sia universalmente per piacere più a tutti i buoni d'Italia, che l'aiutar vivamente la vostra devota et affannata città di Siena, la qual humilmente alla bontà et valor vostro si raccomanda.

1

A Maria Vergine.

Cento lampi a maggior tuoi santi altari,
Vergine bella splendevano intorno
Che d'atra notte faran' lieto giorno
Lucendo ognor con cento stelle a pari.

Quivi le lodi tue con versi rari
Cento donzelle canteranno a torno,
Et di lumi et di canti il tempio adorno
Doni si porgeran' pregiati e cari,

Spargerassi a l'altar soave odore;
Ma più che d'altro sacrificio fia
Di volontà divota e puro core.

Tu Siena tua città sciogli, Maria,
Dal nodo ch'or la stringe, onde maggiore
La sua pietate e la tua gloria sia.

2

Al Duca Di Ferrara.

Deh! perché tu, signor, ch'un vivo lume
Tra' più lucenti dell'italia sei
Non volgi prima gl'occhi a' dolor miei,
Che questa cruda fiera mi consume?

Fu pur degl'avi tuoi santo costume
I buoni sollevar', punir' i rei;
Tu più degl'altri or poi ben farlo et dei,
Ch'al volto tuo cresciuto à Dio le piume.

Ben fia di somma laude e sommo onore
Et opra degna di perpetui inchiostri,
A cui consacri il mondo altari et tempio,

Trarmi da unghie rie col tuo valore,
Così giovando altrui con bello esempio
Ad Hercole convien domar' i mostri.

3

Al medesimo.

Non tardar più, famoso Hercole invitto,
A dar rimedio al grave languir mio,
Che, se ben guardi, vedrai pur' com'io
Pronto ho lo spirto sì, ma 'l corpo afflitto.

Non basta il buon voler, anci è ben dritto
Aggiunger le belle opre al bel desìo
Fia caro al mondo e insieme caro a Dio
Che 'l fiero vincitor per te sia vitto.

Vedi che pur me sbate, et percuote;
Ma d'intorno i vicini, et te minaccia
Con affamati denti et mente prava.

Ma tua virtù salvar tutti noi puote,
Muovi il valor de le robuste braccia,
Che fa dormendo hor la tua forte clava?

4

Siena in figura di lupa a' Romani.

Ahi! cari miei figliuoli, hor voi non cale
Che a' vostri primi padri io vita porsi,
Et col mio proprio latte quei soccorsi
Ai denti esposti d'ogni aspro animale?

Lassa me! Che mi giova, o che mi vale,
Se voi che siete dal lor sangue scorsi
Non mi guardate da' rabbiosi morsi
De l'empia fera, ch'or m'urta et m'assale?

Per me prima saliste al grande impero,
A cui non fu giamai nel mondo pari,
O ne l'antica, o ne l'etate nostra.

Per me mostraste il vivo valor vero,
Et la viva pietà, miei figli cari,
Rendete il latte a la nutrice vostra.

5

A' signori d'Italia.

Ai sacri gigli, et pien' d'alta virtute
Unitevi voi, buone, amiche piante
Nel giardin' nata de' l'Italia, et sante
Gratie spargete per la mia salute.

Sgombrate dal mio corpo l'aspre, acute
Febbri, et l'iniquo umor ch'intorno errante
A me vostra gentil' et bella amante
Rendete hor nuova vita et gioventute.

Ben lo faranno i bei fioriti gigli;
Ma col vostro valor congiunti insieme
Giran' più tosto in ogni polso et vena.

Fia gran letitia a' miei pietosi figli,
Honor'a voi l'aver ne l'ore estreme
Con la vostra virtù salvata Siena.

6

Siena a' cittadini morti per diffenderla.

Anime, ch'or' vivete in ciel beate
Et pria che giste in quell'aer sereno
Fuste in terra quà giù dentro il mio seno,
Voi immortali, a mortal vel' legate.

Oh! quanto dee gradir l'alta bontate,
Che per salvar vostro natio terreno
Di me stimaste il proprio corpo meno,
Tanto amor ebbe in voi loco et pietate.

Hor sete in vera patria appresso a Dio,
Ove però avversario hormai non puote
Far di lui voi, né di voi quella priva.

Pregate lui che ascolti il pregar mio,
Et percuota il crudel che me percuote,
Ond'ei smarito resti, io bella et viva.

7

A Siena.

Per discioglier da te nodo sì fiero
Tre sacri nodi pria far si conviene,
L'un ch'unisca te stessa d'una spene
D'un amor, d'una fede et d'un pensiero.

L'altro leghi il tuo cor saldo e sincero
Al grande Henrico, ch'or t'alza et sostiene,
In lui la tua salute, e 'l fermo bene
Quà giuso è posto lo sperar tuo vero.

Il terzo ti congiunga amica a Dio,
Di bontate et di gratie fonte pura,
Che sparge sovra i buon' con varii modi.

Né temer poi ch'el tuo nemico rio
Vittoria habbia di te, fatta sicura
Di questi tre celesti et santi nodi.

8

A' nemici di Siena.

Ne l'aspre conche de l'oscuro inferno
Onde usciste qua su, fetidi mostri
Rabbiosi entrate, in quelli amari chiostri
Sfogate il gran velen ch'avete intorno.

Degni non sete voi d'aer superno;
Ma d'infernal, conforme ai pensier vostri,
Degni che Dio sua giusta via vi mostri
Ne la fiamma immortal del cieco averno.

Mordete a voi le scellerate labbia,
Non fate strazio d'anime innocenti
Per saziar l'infinita ingorda rabbia.

Contra voi stessi armate i fieri denti,
L'uno l'altro rodendo, onde vita habbia
E gloria il buono, e non morte e tormenti.

9

A Siena.

Cinto il bel crin di trionfale alloro,
Di gemme ornata e di fin' ostro andrai;
Poi che i fieri nemici vinti avrai

Con la viva virtù de' gigli d'oro.

Intorno a te di vaghe ninfe un coro
Lieto danzando in cerchio gir vedrai,
Quivi le lodi tue cantar udrai
L'Indo, lo Scita, l'Ethiope, e 'l Moro.

Scaccia tu queste pompe et tutta pura
Riverente entrarai nel sacro tempio,
Ove s'honora il nome di Maria.

Ringrazia lei, per lei fatta sicura
Ch'ella è tuo vero schermo ad ogni scempio
Come fu prima sempre, et sempre fia.

10

Alla medesma.

Oh! di che bella gloria degna sei,
Afflitta ben; ma ben lodata Siena,
Di fede e libertà verace piena,
D'amor a' buoni e di ferm' odio a' rei.

Che se gisser' tant'alto i versi miei
Quanto d'alzarti bel desìo mi mena,
Non fu latina mai, né greca vena
Ch'andasse là dove in tue lode andrei,

Ma poi che 'l rozzo mio, debole stile
Parte non segna de' tuoi chiarimenti,
Farò silenzio alla mia bassa rima.

Et co' buoni godrò lieta vederti
Ne l'oppressa fortuna, et stato umile,
Di virtute et d'onor poggiar in cima.

11

Al re christianissimo Henrico II.

Siena, ma non pur Siena, anci Toscana,
Anci pur tutta Italia apre le braccia
Et le piaghe de' piedi et della faccia,
Et del ventre vi mostra aperte e spiana.

Ella d'orribil' unghia e d'inumana
Sente d'un fier' augel, ch'ora le straccia
E un membro ne percuote un ne minaccia.
Né di lei lascia in terra parte sana.

Voi, cui somma bontà con gratia eguale
Concesso ha Dio per sua gloria maggiore,
Porgete all'affannata Italia aita.

Contra morte vi fia vita immortale.
Traendola dagli aspri artigli fuore
A' crudi mostri morte, a lei dar vita.

12

A Siena.

Ripon' le tue speranze in dio verace,
Nobil città, ch'or' tanto afflitta sei,
Ch'egli accogliendo i buon', scacciando i rei
Darà pietoso a te vittoria e pace.

La tua giustizia in ciel più ch'altra piace;
Né il tuo fiero avversario ha parte in lei,
Anci la squarcia ognor dal crin a' piei
Con fieri artigli sì l'odia e gli spiace.

Onde Henrico per te la spada cinge,
Che da Dio spinto et da giustizia ancora
Muove la franca man con bel desìo.

Ben sarai tosto d'ogni tuo mal fuora;
Poi che per sciorti il laccio che ti stringe
Henrico hai teco, et la ragion, et Dio.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)
 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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