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Il Dittamondo (3-04)

Post n°913 pubblicato il 26 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Il Dittamonado
di Fazio degli Uberti

LIBRO TERZO

CAPITOLO IV

Giunti in Melan cosí, volsi vedere 
a Santo Ambruogio, dove s’incorona 
qual de la Magna è re, se n’ha il podere. 
Ercules vidi, del qual si ragiona 
che fin ch’el giacerá come fa ora, 5 
lo ’mperio non potrá sforzar persona. 
Poi fui in San Lorenzo piú d’un’ora, 
vago di quel lavoro grande e bello, 
per ch’esser mi parea in Roma allora. 
E veder volsi ancora il degno avello, 10 
nel qual Protasio e Gervasio ciascuno 
fenno d’Ambruogio come di fratello. 
E fui ancora dove insieme funo 
Ambruogio e Agustino, in loco antico, 
per disputar di Quel ch’ è trino e uno. 15 
Poi, come l’uom dimanda alcun amico, 
se ’l truova, quando giunge in una terra, 
fec’io un mio al modo che qui dico.
"Dimmi, diss’io, per cui s’apre e serra 
questa cittá, che vive sí felice 
con fede, con giustizia e senza guerra". 
Ed ello a me: "Se ciò che se ne dice 
de’ suoi antichi e come funno stratti 
d’alta, gentile e nobile radice, 
dir ti dovessi, io te vedrei ne gli atti 25 
maravigliare, come Edipus fece 
quando Iocasta li scoprí i suoi fatti. 
Ma qui discenderò da cento a diece, 
per parlar breve, e conterotti a punto 
di quel ch’io vidi e che piú dir mi lece. 30 
Non è il centesimo anno ancora giunto, 
ma presso v’è, che quello de la Torre 
cacciò il Visconte con ogni congiunto. 
E se saputo avesse modo porre 
a regnar bene co’ suoi cittadini, 35 
mal li si potea poi la cittá tôrre. 
Morto Tebaldo fuori a le confini, 
Maffeo ne fece sí alta vendetta, 
qual sanno i diece, i guelfi e i ghibellini. 
Qui cadde il Torresan con la sua setta; 40 
onde Maffeo, per l’Arcivescovo Otto, 
prese il dominio con senno e con fretta. 
Un’altra volta ancor tornò di sotto 
dico il Visconte, per invidia propia, 
la quale a molti ha giá il capo rotto. 45 
Or qui, per darti ben del mio dir copia, 
s’allor non fosse quel di Luzinborgo 
cercar poteano l’India e l’Etiopia. 
Tornati qui, al tempo ch’io ti porgo, 
preson la signoria per que’ bei modi, 50 
che si vuole a tener cittade o borgo. 
Ben penso che tu leggi spesso e odi 
di que’ cinque figliuoi ch’ebbe Priamo 
e che le lor virtú nel core annodi.
E penso ancor che giú di ramo in ramo 55 
tu hai veduto in fine a Matatia 
il Genesi, che comincia da Adamo. 
Costui ancor cinque figliuoli cria, 
che fun poi tali e di tanta possanza, 
ch’assai multiplicaro in signoria. 60 
Cosí Maffeo fu d’una sembianza 
co’ due ed ebbe sí cinque figliuoli, 
che fun co’ diece d’una somiglianza. 
Chi ti potrebbe dir con quanti stuoli 
e con che nuova gente per piú anni 65 
combattero, vincendo insieme e soli? 
Galeazzo fu l’un, l’altro Giovanni, 
Luchino, Marco, Stefano e ciascuno 
per gran valor sofferse gravi affanni. 
Tutti questi son morti, fuor che uno, 70 
cioè Giovanni, e costui ci conduce 
sí ben, ch’al mondo non so par niuno. 
E non pur sol del temporale è duce, 
ma questa nostra chericia dispone 
come vero pastore e vera luce. 75 
Or t’ho risposto a la tua intenzione; 
ma son sí ora dal voler sospinto, 
ch’oltre vo’ seguitar col mio sermone. 
Dico del primo, del terzo e del quinto 
rimasen giovanetti e ciascun tale 80 
qual par Sansone o Ansalon dipinto. 
Piange il guelfo la vergogna e ’l male 
ch’ad Altopascio e sopra la Scoltenna 
li fe’ giá l’un sentir grave e mortale. 
Parlasi ancora e scrive con la penna 85 
del pregio e del valore, che acquistaro 
li due in Francia, tra Rodano e Senna". 
Qui si taceo e io, che aperto e chiaro 
compreso avea il suo largo dire, 
tutto il notai ove m’era piú caro. 90 
Ma perché disiava ancor d’udire, 
de’ cinque il domandai, acceso e vago, 
che piú m’aprisse il valore e l’ardire. 
Rispuose: "A Bassignana, u’ fen giá lago 
del sangue de’ nemici, ne domanda, 95 
a Vavari, a Moncia, a Parabiago 
e qui ne’ borghi; poi, da l’altra banda, 
a Genova, a Tortona e ’n su la Scriva, 
se contentar ti vuoi di tal vivanda". 
E io, che volentier parlare udiva 100 
le cose antiche, il dimandai ancora 
Melan chi fe’ e ’l nome onde deriva. 
"Colui la fe’ che disfè Roma, allora 
che solo il Campidoglio si difese, 
come per Livio è manifesto ognora. 105 
Per una porca, che in questo paese 
apparve, questa terra edificando, 
mezza con lana, questo nome prese". 
Udito ch’ebbi il perché e il quando, 
li dissi: "Amico mio, sempre son tuo. 110 
Píú star non posso; a Dio t’accomando".
Ed ello a me proferse sé e ’l suo.

 
 
 
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