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Rime inedite del 500 (XLV)

Post n°962 pubblicato il 04 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

XLV

[Di anonimo]

Perugia a papa Pavolo.

Saggio et almo signore, io son colei
Che tu di morta hai ritornata viva,
Quella a cui tu più vero padre sei
Di quel che mi fondò in questa riva:
Ché per li racquistati onori miei
Di ch'altri già m'avea gran tempo priva
Di te desìo con bassa voce umile
Dir quel che converebbe a miglior stile.

Dammi, prego, gli accenti e le parole
Atte a vestire il mio nobil concetto;
Che se tu porgi, quasi un vivo sole,
I chiari raggi tuoi dentro al mio petto,
Altro Apollo, il cor mio non brama, o vuole,
Che l'insegni ad ornar tanto soggetto,
Che tu con tua presentia e tua virtute
Dolci e chiare far puoi rime aspre e mute.
Deh! reggi, signor mio, questa tremante,
Questa mia roca voce e paurosa
Ch'anzi al conspetto tuo tue lodi sante
Senza tua aita incominciar non osa;
Ma già sento nel cor timido, errante
Da te muover virtute in ch'ei si posa
E fa con tal favor sperarmi ch'io
Possa in parte acquetare il desir mio.
Volgendo gli occhi il re del cielo in terra
Ebbe pietà delle sue afflitte gregge,
Ch'altre da lupi aver vide aspra guerra,
Vide altre errar smarrite e senza legge,
Altre, oh! chi ci apre il nostro ovile e serra,
Chi ci conduce ai paschi, e chi ci regge?
Pigri pastori, neghittosi e lenti
Odi gridar con voci alte e dolenti.
Onde elegger volendo un pastor fido,
D'alta fortezza, pieno e di consiglio
Aggirò dall'ardente al freddo lido
Tre e tre volte il venerabil ciglio,
Indi fissollo al tuo bel patrio nido
Per levarne d'uno stranio e gran periglio,
E fra cento ti scelse, al quale ei diede
Di Pietro manto, mitria, e verga, e sede.
Queste dicendo sì onorate e gravi
Non son d'altri omer' some che dai tuoi,
Tu solo con maniere aspre e soavi
La bella schiera mia difender puoi:
Altri a cui dia non so queste alme chiavi
Per liberarla dai nemici suoi,
Che da quel ch'io da le reti chiamai
Simil guardian fin qui non ebbe mai.
E ben sortiro i desir sommi effetti
Tosto ch'in mano il santo peso avesti,
Che sotto i provvidi occhi tuoi ricetto
Securo e fermo a noi misere desti,
E se non eri al gran bisogno eletto
Forse ai barbari in preda or ne vedresti.
Tu ne campasti da presunti affanni
Provvedendo ai futuri, aperti danni.
Tu chiudesti le porte al bel paese
Che 'l mar circonda e l'Alpe, Apennin parte,
Fuori spingendo a far loro altre imprese
E per terra e per mar Bellona e Marte,
E dove or dall'ispano, or dal Francese
Travagli avea da empir fin mille carte,
Italia, col favor della tua stella,
Rendesti più che mai serena e bella.
Ecco col tuo soccorso e tuo consiglio
Carlo spiegar le sue cristiane insegne
E contra Affrica armare il fiero artiglio,
Sì che l'orgoglio all'avversario spegne.
Ecco Tunisi preso, e di periglio
Tratte mill'alme di catene indegne,
E i legni prima timidi in quei mari
Securi or da pirati e da corsari.
Che se non era quella santa impresa,
Quel sì lodato e glorïoso acquisto
Cotanto ardir, tanta arroganza presa
Avea 'l nostro nemico, anzi di Cristo,
Di Europa tutta, nonché Italia accesa
Veder sperava, e forse avea provisto.
Quella perdita sola lo ritenne
Ch'ei non ponesse al fier desìo le penne.
E se non che nodrito è 'l suo furore
Dalla discordia ch'or regna fra dui,
All'arrabbiato Can non darìa 'l core
Forse di contrastare oggi con nui,
Benché altri speri dopo un gran sudore
E dopo molti aspri viaggi tui
Concordi alfin vedere ambi i cognati,
Lor danni e loro antichi odii scordati.
Che sì dannosamente non contese
L'ultima volta contra Grecia Xerse,
Poscia che 'l saggio e forte Atheniese
Far la sua patria serva non sofferse;
Ma prima volse in cambio dell'offese
Morir, che darla in preda a genti Perse
Come costui, se in sì lodevol lite
Sono lor forze al tuo valor unite.
Quanto in questa tua età senile e lenta,
Che più al riposo ch'ai negotii inchina,
Quanto affatichi perché in questa spenta
Sia l'ira ch'esser può nostra ruina.
Te non caldo, né gelo alcun sgomenta,
Anzi come ver' auro il fuoco affina,
Più nei disagi si mantien natura
Perché di te pietà celeste ha cura.
Ora a Bologna somma diligenza
Per accordarli il tuo camin dirizza
Et hor per tal cagion verso Provenza
U' trovi Carlo el re de' Franchi in Nizza,
Ora a Lucca ti volge, ora a Piacenza
E d'estinguer fai prova ov'altri attizza,
Né per quattro viaggi, né per sei
Indarno fatti unqua men forte sei.
Ma come vero padre intorno ai figli
Ch'all'arme vede e ripararvi tenta,
Ora ai preghi ricorre, ora ai consigli,
E non è mai chi si ritiri o penta,
Benché invano or li preghi, or li consigli
Finché nei petti lor la fiamma ha spenta,
Così né tu cessar, Padre almo, puoi
Finché in pace non vedi i figli tuoi.
E per poter estinguer più d'un foco
Che l'occhio d'un tutto veder non puote,
Mentre provedi altrove in altro loco
Mandi ora l'uno et or l'altro nipote,
Ai quali sono, e parmi dirne poco,
Tutte le virtù in prezo, e tutte note;
E ben conviensi a nobil piante ornate
Non tralignar dal ceppo onde son nate.
Né questi sol ch'ànno dominio in terra,
Cerchi d'unir con salda pace insieme;
Ma d'ogni tua città, d'ogni tua terra
Delle fazioni sterpi il tristo seme,
Le quali armate a civile aspra guerra
Vider gli altri anni, di che ancor si geme
Solo spegnendo col tuo gran valore
Quel che non valse ogni tuo antecessore.
Astrea non è che sforzi a gir lontano
A rigar di dolor la bella guancia;
Poi che fece ritorno, e ch'ebbe in mano,
Tua mercè, la sua spada e la bilancia,
Il suo valor non più riesce vano,
Non è più 'l nome suo favola o ciancia
Com'era quando in ogni tua cittade
Reggean di pari forza e crudeltade,
Che poco, o nulla, potria dirsi vario
Dalli passati iniqui giorni nostri
Quel tempo in che a vicenda or Scilla, or Mario
Dei miseri proscritti empierò i rostri
E quanto ebbe più d'altra il ciel contrario
E più dentro il mio sen nodrirsi mostri
Tanto più deggio a te, per lo cui dono
Son d'aspri guai ridotta a quel ch'io sono.
Quante fïate i miei figli perversi
Mentre io vivea sotto la cura altrui
Hanno in lor stessi i ferri lor conversi
Di durezza vincendo i regni bui!
Talché del sangue lor potea vedersi
Carca la terra, et io tinta ne fui
Il viso e 'l petto, e con acerbi affanni
Questi or per tua cagion candidi panni.
E questo sol perché le sacre leggi
Vedeano invece lor la forza e l'armi,
Tu ben ch'or me con le sorelle reggi
Conoscesti la via di risanarmi;
Perciò li erranti miei figli correggi
E loro mostri più clemenza, parmi
Che posto gli hai de la ragione il freno
Quando altri di lor empie voglie è pieno.
Tu m'hai riscossa da la morte insieme
Rifatta più che mai bella e lucente,
Et alfine un rettor che s'ama e teme
Datomi saggio, fido e diligente,
Sotto cui altri non m'ancide e preme
Tal che dir posso ormai lieta e ridente:
Altri non m'aiutar giovene e forte,
Questi in vecchiezza mi campò da morte.

Tratta da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)
 
 
 
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