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Rime inedite del 500 (46-49)

Post n°965 pubblicato il 04 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

XLVI

[Di anonimo]

Voi, che spendete in gl'onorati e santi
Studï dell'età vostra il più bel fiore,
Volendo uscir di tenebre e d'errore
E sforzar i contrari segni erranti,

Ponetevi di me l'esempio inanti,
Che delle sante leggi il gran valore
Gustand'il tempo mio spesi e l'amore
In lor sì ch'altri non si puon' davanti,

Non giovenil pensier, non van' desìo,
Che spesso ingombra il cuor a molti sciocchi,
A me poté giamai piegar il petto.

Vissi felice, or me n' vo lieto a Dio,
O cari amici, nel celeste tetto.
Così diss'il Berò, poi chiuse gli occhi.


XLVII

[Di anonimo]

Del tuo arenoso letto le gran' sponde
Coprir di ricche gemme e vaghi fiori
Hor puoi, figlio diletto, e dar maggiori
Tributi al gran signor delle sals'onde;

Poscia ch'en le tue parti più gioconde
Splendono i pregi e i valorosi onori
Del signor' Adrian, gesti e valori,
Fama, nome, virtù chiare e faconde,

Di cui privato il Tebro già famoso,
Senza il suo antico orgoglio corre irato,
E pien' d'invidia al procelloso regno;

Così mostrando di letizia segno,
Di verdi fronde il regal fianco ornato
Diss'al Ren picciol l'Appennin silvoso.


XLVIII

[Di anonimo]

Un arbuscel, che in solitarie rive
Verso il ciel spiega i rami orridi et hirti,
E d'odor vince i pin, gl'abeti e i mirti
E lieto e verde al ghiaccio e al caldo vive

Il nome ha di colei, che mi prescrive
Termine, e leggi ai travagliati spirti,
Da cui seguir non potrian Scille, o Scirti
Ritrarmi, o le brumali ore e l'estive:

E se benigno influsso di pianeta
Lunghe vigilie e più amorosi sproni
Potran condurmi ad onorata meta,

Non voglio, e Febo e Bacco mi perdoni,
Che lor' frondi mi mostrino poeta;
Ma ch'un ginebro sia che mi coroni.


XLIX

[Di anonimo]

La bella man, con che 'l cor mi stringete,
Donna, è cagion ch'altro non è che pianto
Mia vita, e se talor io rido, o canto
Facciol' per non mostrar quel che voi siete.

S'io scuoto per slegarlo, raccendete
L'altero sguardo et abbruggiate quanto
È in me di forza e si raddoppia intanto
Mia pena, e del mio mal, empia, ridete.

E così stando ne' bei lacci avvolto
Ognor s'affligge, e s'io mi sforzo trarlo
De la potente man, mi strugge 'l sguardo.

Mi pento, ahimè!, ben che 'l pentir sia tardo,
Ch'i' non dovea ne le man vostre darlo,
D'onde, se non per morte, mai fu sciolto.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)
 
 
 
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