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Il Dittamondo (5-05)

Post n°1084 pubblicato il 18 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO QUINTO

CAPITOLO V

Un’isoletta per quel mar si trova, 
dove Anteo la sua sedia giá tenne, 
col quale Ercules fece la gran prova. 
Liso la nominâr gli antichi, che nne 
parlaron prima e que’ poeti, poi, 5 
che, poetando, giá ne fregar penne. 
Qui arrivati e dismontati noi, 
dissi a Solin: "Di veder sarei vago 
se alcuna novitá ci pare ancoi". 
"Vienne, diss’ello, e vedrai dove il drago 10 
vegliava a guardia de’ pomi de l’oro 
sí fiero, ch’a vedere era uno smago". 
Con lui n’andai, che piú non fe’ dimoro, 
dove mi disegnò, come lo scrive, 
l’albore, i frutti e le frondi qual fôro. 15 
Cosí cercando noi per quelle rive, 
arrivammo a Tingi, per cui si noma 
Tingitana la contrada ch’è quive. 
Poco la gente v’è accorta e doma; 
con l’Ocean da ponente confina: 20 
la fine è qui, ché piú lá non si toma. 
Io lasciai Plinio in barca a la marina, 
dove il trovai, e seguitai Solino 
per via solinga, acerba e pellegrina. 
A pie’ d’un monte era il nostro cammino: 25 
sí alto, a l’occhio mio, che per sembiante 
toccar parea la luna col suo crino. 
"Questo è, disse Solin, quello Atalante, 
che Ovidio scrive che Perseo converse 
’n monte regnando tra genti cotante. 30 
E giusto fu se ’l mostro li scoperse, 
ché, sendo stanco e arrivato a lui, 
di darli albergo e cena non sofferse". 
Sí vago di saper allora fui 
chi Perseo fu, che piú non aspettai: 35 
ruppi il suo dire e dimanda ’ne a lui. 
"Figliuol, diss’el, non t’avvegna piú mai 
che, quand’uom parla, rompa la parola, 
se cagion degna al dimandar non hai. 
La voglia serba e stringi labbra e gola 40 
sempre ascoltando, in fine che ben vedi 
ch’al dir non manca una sillaba sola". 
Poi seguitò: "Costui, di cui mi chiedi 
saper lo ver chi fu, dico che nacque 
forse per altro modo che non credi: 45 
ché con Danae a ingegno Giove giacque, 
la qual guardava cautamente il padre; 
poi parturí costui, che tanto piacque. 
Cacciato Acrisio lui e la sua madre, 
crebbe con Polidetto in tanto ardire, 50 
che il re temé de l’opere leggiadre. 
Piú pensier fatti, un dí li prese a dire, 
come Pelias fece in vèr Giansone 
quando il mandò a Colcos per morire: 
- Sotto Atalante, in quella regione,55 
un mostro vi si trova tanto fiero, 
che, lui mirando, uccide le persone. 
Ond’io, che a te lassar lo regno spero, 
vorrei che prima acquistassi alcun lodo: 
e prendi quanto a ciò ti fa mestiero. 60 
Ché, s’io udissi dir che in alcun modo, 
per tuo valore, il conducessi a morte, 
di niun’altra cosa avrei piú godo -. 
Preso commiato e partito da corte, 
prima a trovare il suo fratel si mise, 65 
lo qual s’allegra, quando il vide, forte. 
L’arpe li diede, con la quale uccise 
Argus, e dielli l’ali per volare: 
e cosí poi da lui si divise. 
Apresso mosse per voler trovare 70 
la sua cara soror, ché, s’io non fallo, 
senza ’l consiglio suo non volea andare. 
Trovata lei, non vi mise intervallo: 
la ’mpresa sua li disse, ond’ella, allora, 
li diede un ricco scudo di cristallo. 75 
Da lei partito, non fe’ piú dimora; 
passò in Ispagna, ove il mostro Medusa 
con le sorore sue regnava ancora. 
Non valse perché stesse, allor, racchiusa; 
non valse perché fosse aspra e rubesta; 80 
non valson guardie o gente star confusa, 
che non passasse la mortal tempesta 
con l’arpe in mano e con lo scudo al volto 
e che non li tagliasse al fin la testa. 
Del sangue in terra madefatto e accolto 85 
nacque il cavallo, che fece in Parnaso 
la fonte, che vedesti non è molto. 
Presa la testa e ’l corpo rimaso, 
come nuvol per l’aire se ne gio 
ora a levante e quando ad occaso. 90 
De le gocce del sangue, che ne uscio, 
nacquono i serpi, che noma Lucano, 
dove pone che Cato a Giuba gio. 
Qui Atalante, perché li fu villano, 
converse in monte e non li valse un ago 95 
il drago a l’orto, Temis, né guardiano. 
Di qui, volando, giunse al volto vago 
d’Andromade e videla in catena 
data a la belva, piena d’ogni smago. 
Qui, con lunga battaglia e grave pena, 100 
la belva uccise e la donzella sposa, 
malgrado di Fineo, e via la mena. 
Ad Acrisio n’andò, ché non riposa; 
e trovò che Proteo l’avea cacciato 
e tolto il regno con ogni sua cosa. 
Fattol di pietra, ritornò in istato 
l’avolo suo, ben che mal fosse degno; 
poi passò a Serfo, ove fu nutricato. 
Qui Polidetto, ch’era re del regno, 
che mandato l’avea perché morisse, 110 
de l’onor suo prese tema e isdegno; 
e, dispregiando lui, piú volte disse
che ver non era avesse morto il mostro:
per che sí presso a gli occhi suoi gliel fisse,
che ’n pietra il trasformò dentro al suo chiostro" 115.

 
 
 
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