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I Trovatori (6)

Post n°1083 pubblicato il 18 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847

LXXXVII. Vien creduto comunemente che la lingua italiana si sia formata pel mescolamento e la fusione del latino col linguaggio dei barbari. Ma il latino, non ha mai cessato di esistere, a parte, più o meno correttamente, anche quando il volgare italico, allora detto romano, si cominciò a diffondere in tutte le province meridionali d' Europa. Onde ne venne la costante formola «Dotto in romano e in latino». In quel gran mutamento di cose, in quel gran mescolamento di razze, i tre linguaggi dei latini, degV italici e dei barbari non si potevano mai per la diversissima loro natura fondere assieme, e di tre diventar uno; ma si tolsero e si dettero a vicenda molte voci, che alla giornata mancavano a ciascuno di essi; le quali dipoi si trovano comuni a tutti e tre, Il latino, per la grande ienoranza dei cherici e dei notari, si venne tanto abbassando, che tolse dal romano volgare, e dal linguaggio dei barbari non poche voci, dando loro la forma latina, dei generi numeri e casi; e son quelle voci che comunemente si dicono del latino dei bassi tempi, o della barbara latinità.

LXXXVIII. Il volgar italico riprese dal latino le voci, che in antico già gli avea prestate, e che in volgare erano andate in disuso, e tolse dai barbari le voci di quel novo ordine, o, per dir meglio, disordine di cose, le voci dei novi costumi, e delle nove armi de' barbari, feudo, usbenjo, brando; i nomi dei nostri danni, come dice il Perticari -, e, in generale, tutti quei nomi di cose nove che non esistevano presso i nostri maggiori prima della venuta dei barbari, o non si conoscevano da quelli, e in conseguenza non avevano alcun nome, sia nel volgar italico antico, sia nel latino illustre; il che è ben lungi da poter costituire una lingua. Oltre a questo, gl' italiani avevano un tesoro di vocaboli, termini e modi, propri del loro antichissimo volgare, che i latini mai poterono usurpare, ne mettere in uso nella loro favella; i quali vocaboli, termini e modi, tutti raccolti, basterebbero, senza le voci derivate dal lalino, a costituir una ricca e compiuta fiivella.

LXXXIX. E le voci e le maniere più belle e più appropriate e più espressive, e più geniali, e più energiche e più poetiche della nostra lingua sono le voci e le maniere assolutamente proprie di questo antichissimo linguaggio nazìonale. E se la Divina Commedia di Dante Allighieri si spogliasse di tutte quelle voci e maniere originali, che ì latini non adottarono mai in proprio, ne mai ebbero comuni cogli italici, ma furono mai sempre voci e maniere esclusivamente proprie del volgar italico, si toglierebbe quanto vi ha di più bello, e di più poetico, e di più sublime in quel divino poema. Molte bellissime voci hanno i latini che, tradotte in italiano, perdono tutta la loro energica bellezza. E se durava ancora per poco il vezzo dei quattrocentisti, di derivare per forza, quando la lingua era già formata, tante voci e maniere dai latini, invece di arricchire, avrebbero infallibilmente guasta la propria favella, facendogli perdere quella sua propria fìsonomia che la rende da tutte le altre lingue diverse.

XC. Il barbaro anch' egli prese dal romano e dal latino le voci delle nostre usanze, delle nostre arti, delle nostre leggi, delle nostre armi, e delle nostre scienze; voci che si ravvisano benissimo ancora in tutte le bngue nordiche viventi; e in tanto numero, che il Bardotti si credette scoprire ne' volgari germanici le prime origini della lingua latina.

XCI. Le voci dei barbari introdotte nel romano, o nel latino de' bassi tempi, e le voci del volgare italico e del latino introdotte nei linguaggi dei barbari si possono facilissimamente conoscere, e contare. Non così le voci latine introdotte nel volgare italico, e le italiche introdotte nel latino, il più delle quali rimarranno per sempre indivisa proprietà degli antichi popoli italiani.

XCII. «Non fu dunque ne perduto ne rinnovato, osserva giudiziosamente il Perticari, in quel devastamento italico, tutto il vecchio parlare, perchò la scarsa merce recata da quelli ospiti non poteva bastare a tanto; perche alcune voci, mutate od aggiunte, non cangiano subito la natura di una favella».

XCIII. Ma benché spogliata dell' impero, l' Italia era sempre il cuore e la mente del mondo, il centro dell' incivilimento, ove eran rivolti gli sguardi e i pensieri di tutti i mortali. I popoli più lontani andavano a gara di seguire in tutto i costumi romani, imitandone le fogge, lo usanze, e la lingua. E però quando, cangiati i costumi romani, venne meno l' eleganza latina, il pessimo esempio si propagò rapidamente per tutte le province e i regni che costituivano l' impero romano.

XCIV. E quando in Roma venne in costume di parlar e scrivere il basso volgare del popolo italico, anche le più lontane province, in Francia, in Germania, in Inghilterra, e in Oriente, imitando la capitale del mondo, incominciarono a parlare e scrivere questo volgare italico degli oschi, detto dagli scrittori di tutte le nazioni romano, o romanzo, o romano rustico, perchè incominciato a fiorir in Roma, e di la diffuso per tutto il mondo, o perchè tutto ciò che si faceva in Italia, e tutto ciò che d' Italia usciva, era detto romano. Per la gran facilita che avevano i popoli più rozzi e più lontani di apprenderlo senza fatica e senza maestri, solo che avessero qualche principio di latino, e per la facilità e la liberta di parlarlo e di scriverlo, in breve giro di anni questo volgare italico, detto romano, divenne la lingua universale delle relazioni commerciali tra i popoli italici, e tutte le nazioni che già facevan parte del romano impero. Onde avvenne di questa lingua, verso il sesto e l' ottavo secolo, quel che Plutarco, com' è detto, scrisse della latina a' tempi di Traiano : «che quasi tutti i mortali parlavano romanamente». «Conciossiachè, dice il dottissimo Erasmo, presso gli spagnoli, gli affricani, i galli e le altre romane province, la romana favella era così nota alla plebe, che gli ultimi artigiani intendevano chi la parlasse, solo che l' oratore si fosse un po' accostato alla guisa del volgo».

XCV. Per la necessita di farsi intendere dal volgo, uomini altronde sapientissimi, tra li oratori sacri, lasciato da parte il latino, con deliberato consiglio usarono il volgare romano. Il concilio di Torsi dell' 8J2 raccomanda di «affaticarsi nel dichiarare le omelie in lingua romana rustica».
Così il volgar italico divenne la lingua della chiesa, e la lingua della diplomazia e della corte, come apparisce nel giuramento, sopra citato, tra Lodovico re di Germania e Carlo re di Francia. seguilo nell' 842, nella città di Strasborgo, concepito in lingua romana.
«Che se quell' antico dire romano, osserva opportunamente il Perticari nella difesa di Dante, era così vicino al nostro in Francia, e in mezzo al secolo nono, molto più sarà stato simile all' italiano in Italia, in tre centinaia d' anni che da quell' età corsero fino alle prime nostre scritture».

XCVI. La lingua romana, secondo Renoardo, fu la lingua volgare di tutti i popoli che obbedirono a Carlo Magno neir Europa meridionale. E in fatti, nel suo capitolare dell' anno 815 Carlo Magno stanziava «Che si predicasse Cristo a tutti i suoi popoli nel volgare romano».

XCVII. Impropriamente questo volgare fu chiamato romano. Il Menagio se n' avvide, e opinò che si dovesse chiamar romanesco; ma andò errato anch' egli. Il Perticari lo chiamò romano rustico, facendolo derivare dalla corruzione  del latino^ e in questo solo non mi posso accordare con quell' esimio scrittore. Il profondo Leibnizio più di tutti si accostò al vero, dicendo questo volgare «essere più prossimo alla lingua italica che ad alcun' altra». Il vero si è che il volgare ora detto romano, ora romano rustico, ora latino rustico, ora romanesco, ora romanzo, nono altro che l'antichissimo volgare italico degli oschi, la lingua dei po[Ktlo ilaliano, quale esisteva allora, certamente di ben diversa fìsonoraia dalla moderna, quanto è diversa la fisonomia della moderna dalla lingua dei nostri primi trovatori del mille cento e dugento.

XCVIII. Le stesse vicende e le stesse trasformazioni s'incontrano a un di presso nelle origini della lingua francese. Anche gli antichi golosi, o galli, avevano, secondo il celebre Paschiero, un'antica lingua da loro detta ivallon, che era la lingua nazionale delle Gallio. Vinti da Cesare, e sottomessi all' impero romano, i golosi appresero le arti i costumi, le lettere, il sapere e la lingua dei vincitori, e venne in uso nelle citta, e nei centri di commercio e di civilizzazione, di parlar il latino; come affermano Ducange Roccaforte, Renoardo, e lo stesso Paschiero. Ma il vecchio popolo delle campagne conservò sempre il suo antico linguaggio nazionale. Quando venne meno in Roma e in Italia l' eloquenza latina, si cominciò a parlare e scrivere il volgare, detto romano, anche nelle Gallio; e per esser più facile a intendere, anche dagli uomini sforniti di lettere e di coltura, si diffuse più largamente e più profondamente del latino.

XCIX. Dalla fusione dell'antico linguaggio dei golosi e del romano italico venne a formarsi la moderna lingua francese. «Così si cangiò la nostra vecchia lingua gallica in un volgare romano, dice il Paschiero, talmente che, mentre i vecchi galli avevano un proprio loro linguaggio che chiamavano wallon^ quelli che loro succederono appellarono la lingua più moderna romana».

C. Il romano volgare italico fu parlato alla corte francese durante l'impero de'carlovingi, e non fu se non sotto i primi re della casa di Ugo Capoto che si operò questa fusione, e venne a fondarsi quella terza lingua, «la quale, dice Cazeneuve, ritenne il nome di romana, ma si fece altra da quell' antica, e fu veramente francese». E questo avvenne, perchè il romano italico era più diffuso nelle province meridionali del regno, e l' antico loallon nazionale nelle province settentrionali. Ora, prevalendo nelle diete e ne' consigli della nazione l'influenza delle province settentrionali, ove era la sede del regno, si vide l'antico linguaggio del popolo golose, sviluppandosi, introdursi nelle diete, nei parlamenti e nelle corti, e determinare col suo intervento un gran cangiamento nel romano comune, e con questo cangiamento dar principio, alla lingua francese.

CI. La quale, benché cangiata di sua natura, per gran tempo ancora, come attesta il dotto Paschiero, fu chiamala lingua romana. Vero è che tutto ciò che in quel tempo si scriveva in volgare, in qualunque volgare, romano, francese, spagnolo, in versi o in prosa, era chiamato romano, roman, ronmnche, o romanzo, secondo la pronunzia del paese : fosse un trattato di lìlosofìa e di amore, come il romanzo della rosa; fossero vite di santi, come si ha in Ramondo Ferrando; fosse un trattato di cacciar cogli sparvieri, come in Dodo di Praga. E perchè quasi tutte le scritture di quel tempo non erano altro che racconti di avventure cavalleresche, il nome di romanzo rimase di poi a quel solo genere di letteratura che tratta specialmente di amore e di cavalleria.

CII. Allora il nostro romano italico, procedendo d'Italia verso Francia, incontrò primieramente sulla Garonna questa nova lingua francese, e tra le due favelle seguì una lotta d' influenza e di dominio. Vinse il francese, guadagnò terreno, e si spinse oltre vittoriosamente. Il romano si trincerò sul Rodano, e di la oppose al francese una lunga e ostinata resistenza. La Provenza, imbevuta tutta sino alle radici dell' italico antico, come quella che sotto i re goti era ancora provincia del regno italico, e che avea più vicine e più immediate e più frc(jucnti relazioni con gl' italiani di ogni regione, ritenne fermamente per più secoli il dire romano, e come cosa sua propria ostinatamente lo difese, e gelosamente lo conservò.

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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