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I Trovatori (10)

Post n°1140 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847, pag. LXVIII-LXXV

CXLV. Nel libro reale adunque si leggono le canzoni dei seguenti trovatori. E prima Ruggieri di Amici siciliano, III canzoni.

Dolce cominciamento.
Sovente amor mi ha ricorso innanti.
Lo mio cor che si stava.

La prima è stampata nella raccolta fiorentina, sotto nome di Iacopo da Lentino. La seconda si trova sotto nome di Bonaggiunta Urbiciani da Lucca, scorrettissimamente stampata, e comincia in questo modo:

Sovente amor aggio visto manti.

La terza è del pari edita sotto nome di Bonaggiunta da Lucca; ma la maniera è molto più antica, e la lingua e lo stile della canzone precisamente somigliano allo stile e alla lingua di Ruggieri di Amici, come attesta anche il libro reale. Che non sia di Bonaggiunta da Lucca lo prova ancora il commiato della canzone:

Canzonetta gioiosa,
Partiti, e vanne a lo regno.

CXLVI. Paganino da Sarzana, I canzone.

Contr' a lo mio volere.

Si trova a stampa sotto nome di Guido Guinizelli. La maniera di questa canzone evidentemente è più antica, e differisce moltissimo dallo stile proprio di Guido Guinizelli.

CXLVII. Ser Istofane protonotaro da Messina, I canzone.

Assai cretti celare.

L' Allacci la pubblica sotto nome di ser Istofane da Messina: il Valeriani, credendo che l' Allacci avesse errato, la riproduce sotto nome di Pier delle Vigne. Il libro reale la restituisce al suo vero autore, ser Istofane da Messina.

CXLVIII. Iacopo Mostacci, II canzoni.

Allegramente eo canto.
Di sì fina ragione.

La prima è pubblicata dall' Allacci, e attribuita a Ranieri da Palermo: la seconda si legge stampata nella raccolta fiorentina, sotto nome di Ruggeri di Amici.

CXLIX. Ruggieri Pugliese, II canzoni.

In alta donna ho messa mia intendanza.
Uno piacente sguardo.

La prima è attribuita a Galletto da Pisa, dal Crescimbeni: la seconda a Pier delle Vigne dagli editori della raccolta giuntina, e il nome di Ruggieri Pugliese è rimasto finora sconosciuto.

CL. Neri Poponi, I canzone.

Dogliosamente e con gran malenanza.

Edita nella raccolta fiorentina, sotto nome di Freddi da Lucca, e scorrettissimamente, e comincia in questo modo:

Dogliosamente e con grand' allegranza.

Che è un controsenso: e il nome del vero autore è rimasto finora sconosciuto.

CLI. Messer Prinzivalle Doria, I canzone.

Come lo giorno grande dal mattino.

Si trova a stampa sotto nome di Semprebene da Bologna, e mancante dell' ultima strofe. Il nome del vero autore è rimasto finora sconosciuto.

CLII. Caccia da Siena, I canzone.

Per forza di piacer lontana cosa.

Edita nella raccolta fiorentina, sotto nome di Mino di Federigo.

CLIII. Ser Bonaggiunta da Lucca, II canzoni.

Un giorno ben avventuroso.
Lo fin pregio avanzato.

Si legge la prima a stampa sotto nome d' Inghilfredi siciliano; e la seconda sotto nome di Guido Guinicelli nella raccolta fiorentina.

CLIV. Don Arrigo, I canzone.

Amando con fin pregio e con speranza.

Edita sotto nome di Pier delle Vigne: e 'l nome dell' autore è rimasto finora sconosciuto.

CLV. Camino Ghiberti di Firenze, II canzoni.

Lontan vi son, ma presso v' è lo core.
Poiché sì vergognoso.

Edite entrambe sotto nome di Amorozzo di Firenze: e il nome dell' autore è rimasto finora sconosciuto.

CLVI. Pier Moronelli di Firenze, II canzoni.

Donna amorosa.
Poich' a voi piace, amore.

Edita la prima nella raccolta fiorentina, sotto nome di Bonaggiunta da Lucca; e la seconda nelle rime antiche, sotto nome di Federigo II: e il nome del vero autore è rimasto finora sconosciuto.

CLVII. Neri Visdomini, I canzone.

Perciò che 'l cor si dole.

È attribuita a messer Rinaldo d' Aquino: e il nome dell' autore è rimasto finora sconosciuto. Un soaeUo del medesimo autore:

Come l' argento vivo fugge 'l fuoco,

trovasi nella raccolta fiorentina stampato, soiio nome di ser Iacopo da Lentino.

CLVIII. Guido Orlandi, I sonetto.

Chi se medesmo inganna per negghienza.

Edito sotto nome di Bonaggiunta da Lucca nelle rime antiche, e sotto nome di Lapo Salterello nella raccolta fiorentina; è restituito al suo vero autore Guido Orlandi dal libro reale.

CLIX. La confusione e il disordine che regna nelle rime de' trovatori antichi si riproduce nelle rime dei poeti del trecento e del quattrocento, e del cinquecento, quando pare che l' invenzione della stampa avesse dovuto ovviare in gran parte a questi disordini.

CLX. Ma qui ci manca per andar innanzi con sicurezza la guida e la grande autorità del libro reale; e qui farem fine, per non entrar in qualche pericoloso laberinto, alla rassegna critica delle rime antiche. Non lascerem però di notare alcuni altri errori più evidenti; i quali basterà accennare, perchè dagli uomini di senno e di buona fede, senz' altra prova, sieno riconosciuti. Così la canzone:

Deo, poi m' hai degnato,

nel codice di Pier del Nero 2846 riccardiano, ha per titolo «Non so di chi», e va stampata sotto nome di Cino da Pistoia -, ma è di una maniera piìi antica almeno quarant'anni, dei tempi di Gino da Pistoia; e in un codice antico vaticano sta sotto nome di Noffo d' Oltrarno, ed è tutta sua maniera.

CLXI. La canzone:

Non spero che giammai per salute,

attribuita a Dante nelle rime antiche, sta nel codice 7767 della biblioteca reale di Parigi, sotto nome di Sennuccio del Bene: ma Dante nel suo libro della volgar eloquenza la restituisce a messer Gino. All' opposto la canzone che comincia:

Avvegna eh' io nggia più volte per tempo,

che va stampata sotto nome di Guido Guinizclli nell' Allacci, e nella raccolta fiorentina, si trova nel medesimo codice in foglio 7767 della biblioteca nazionale di Francia sotto nome di Gino, con queste precise parole: «Canzone di messer Cino da Pistoia a Dante Allighieri, in morte di Beatrice». E così nel codice 3i2l3, in foglio, vaticano, e nel codice 1118, in quarto, riccardiano, e nel codice del Redi; e Dante stesso nel libro della volgar eloquenza la restituisce a messer Cino.

CLXII. La canzone morale inedita che comincia:

Quella virtù che il terzo cielo infonde,

si trova nel codice XIV -4:2 casanatense (biblioteca della Minerva di Roma), sotto nome di Bindo Bonichi-, in un codice Biscioni, sotto nome di Fazio degli Uberti: ma la maggiorità dei codici riccardiani, palatini e vaticani la restituiscono a maestro Bartolommeo da Castel della Pieve.

CLXIII. E al medesimo Bartolommeo da Cstel della Pieve si deve restituire la canzone:

Cruda, selvaggia, fuggitiva fiera,

stampata sotto nome di Franco Sacchetti, dietro la Bella Mano di Giusto de' Gonti, ed anche fra le poesie liriche del Boccaccio nella raccolta palermitana del Villarosa; perchè in molti codici vaticani, laurenziani, riccardiani, e parigini, si trova ripetutamente sotto nome di maestro Bartolommeo, insieme con le altre poesie liriche dello stesso autore. Mentre all' opposto nella raccolta compiuta di tutte le poesie di Franco Sacchetti, in tre volumi in foglio, non si trova, e neppure nel codice del Giraldi, o nel codice del Biscioni, o nel codice del Redi, che tutti contengono tutte le poesie di Franco Sacchetti.

CLXIV. I quali codici tutti, Redi, Biscioni, Giraldi 3 volumi in foglio, e di più un riccardiano, e un vaticano, e un parigino, contengono tutti la caccia:

Passando con pensier per un boschetto,

di Franco Sacchetti, attribuita in alcune raccolte di rime antiche a Ugolino Ubaldini, e in alcune altre, come in quella dell' Atanagi, edita senza nome di autore. Crescimbeni giudica esser di certo di Ugolino Ubaldini; e così il Zilioli nella sua storia manoscritta dei poeti volgari, e il Perticari nella difesa di Dante. L' Atanagi stimò quella caccia «una reliquia della purità naturale dell' antica lingua toscana», e il Perticari opina che essere stimato autore di tal poesia, è tal gloria da farne onorato non solo un uomo ed una città, ma un' intera provincia. Ma il Crescimbeni e il Zilioli e l' Atanagi e il Perticari furono grandemente indotti in errore, poiché questa caccia, simile alle altre del medesimo autore, che per la prima volta vengono a luce in questa nostra raccolta, si deve assolutamente restituire, per l' autorità dei codici suddetti, e di molti altri ancora che non occorre citare, a Franco Sacchetti.

CLXV. Una ballata, che si trova stampata, e dal Crescimbeni attribuita a ser Salvi sulla fede di un codice chisiano, sta nel codice 1110 riccardiano, sotto nome di ser Durante da Saraminiato. E la canzone:

Il se non fosse il poco 'l meno e 'l presso,

che si legge a stampa sotto nome di Guido Cavalcanti nella raccolta palermitana del Viilarosa e in altri volumi, sta nell' antico codice strozziano 991 sotto nome di Cortese da Siena.

CLXVI. Il sonetto:

Spesse volle ritorno al dolce loco,

pubblicato dal Crescimbeni sotto nome di Meuzzo dei Tolomei, sta nel bellissimo codice 1118 riccardiano, del secolo decimosesto, sotto nome di Fazio degli Uberti.

CLXVII. Il madrigale:

Perchè piangi, alma, se del pianto mai,

che nel testo a penna 719 magliabechiano sta sotto nome di Girolamo Cittadino, si trova a stampa nelle rime oneste del Mazzoleni, sotto nome di messer Iacopo Sannazzaro.

CLXVIII. E il sonetto:

Quando al mio ben fortuna aspra e molesta,

edito nella raccolta del Dolce, e in quella dell' Atanagi, sotto nome di Claudio dei Tolomei, si legge nel medesimo testo a penna 719 magliabechiano con questo titolo, a chiare note: «del reverendissimo de' Medici alla illustrissima donna lulia Gonzaga»; cioè del cardinale Ippolito de' Medici, e si trova in mezzo agli altri sonetti del medesimo cardinale.

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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