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Creato da: pcl_sestrilevante il 14/01/2007
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI- SEZIONE DI SESTRI LEVANTE :sede in via AURELIA 146 LOC.TRIGOSOTEL.3490544071 NICOLA -PCL CHIAVARI -tel.3200895143 -3881623803 Massimo- PCL LAVAGNA Roberto TEL.3409672384

 

 
« Messaggio #63Messaggio #65 »

Post N° 64

Post n°64 pubblicato il 14 Gennaio 2008 da pcl_sestrilevante
Foto di pcl_sestrilevante

PER UN POLO AUTONOMO ANTICAPITALISTICO


Noi abbiamo rifiutato questo approdo.

Dopo una lunga battaglia nel PRC contro la sua prospettiva di
governo, abbiamo rotto con quel partito nel momento stesso del suo
ingresso nel governo Prodi. Tra il PRC e i lavoratori abbiamo scelto i
lavoratori contro un partito che li aveva traditi. E in questa scelta
sta, simbolicamente, il senso stesso della prospettiva nuova del
Partito Comunista dei lavoratori.


Il Partito Comunista dei lavoratori nasce da una precisa scelta di
campo. Non abbiamo altri interessi da difendere e rappresentare di
quelli dei lavoratori, delle lavoratrici, delle classi subalterne di
questo paese. Vogliamo costruire una rappresentanza politica vera di
quegli interessi e di quelle ragioni, in aperta opposizione al
Centrosinistra e al Centrodestra.

Se il Centrosinistra vuole legare i lavoratori al carro del grande
capitale, noi ci battiamo per una prospettiva opposta: per la piena
autonomia del mondo del lavoro e delle sue ragioni rispetto a tutte le
forze della borghesia italiana. Perché solo questa autonomia consente
di definire un programma indipendente di rivendicazioni finalmente
corrispondenti agli interessi dei lavoratori e non alle “compatibilità”
delle imprese. Perché solo questa autonomia può liberare una
potenzialità di lotta e di mobilitazione radicale capace di unire i
lavoratori, strappare risultati, mutare i rapporti di forza. Perché
solo questa autonomia può liberare una prospettiva di alternativa vera
alla dittatura dei capitalisti e dei banchieri.


Ci battiamo dunque per la costruzione di un “polo autonomo
anticapitalistico”. Contro tutti coloro che vogliono subordinare i
lavoratori agli interessi di altre classi, rivendichiamo l’unità del
mondo del lavoro, in tutta la sua attuale estensione attorno a un
proprio programma indipendente e ad una propria prospettiva: quella di
un governo dei lavoratori e delle lavoratrici di aperta rottura con
l’ordine capitalistico della società.


A chi ci accusa di voler dividere i lavoratori aggravando la
“frammentazione a sinistra”, rispondiamo nel modo più semplice: a
dividere i lavoratori ci pensano quotidianamente Centrosinistra e
Centrodestra con le loro campagne mistificatrici (giovani contro
anziani, “garantiti” contro precari, privati contro pubblici, italiani
contro immigrati). Siamo noi a voler unire l’intero mondo del lavoro in
contrapposizione alle classi dominanti. E siamo noi a sfidare
apertamente all’unità tutte le forze della sinistra e dei sindacati che
parlano a nome del mondo del lavoro: “Rompete con Prodi, col Partito
Democratico, con la borghesia italiana e realizziamo insieme,
unitariamente, una battaglia comune su un programma alternativo”.

Sta di fatto, purtroppo, che gli apparati della sinistra
preferiscono l’unità col capitale contro i lavoratori all’unità dei
lavoratori contro il capitale. Chi è dunque che tradisce “l’unità”?


A chi ci accusa di volere l’ “impossibile” perché rivendichiamo la
prospettiva di un governo dei lavoratori, chiediamo di guardare in
faccia la realtà.

I grandi capitalisti e le grandi banche governano l’Italia da
quasi due secoli, utilizzando le più svariate forme istituzionali e di
governo. In particolare negli ultimi 20 anni si alternano al governo il
capitalista Berlusconi e i rappresentanti del grosso delle grandi
imprese e delle banche: entrambi a garanzia di una minoranza di
saccheggiatori contro le esigenze della maggioranza della società.
Ebbene, noi vogliamo rovesciare questo sistema. Non sta scritto su
nessuna tavola della legge che possono governare solo i capitalisti e i
loro partiti contro i lavoratori. Possono governare i lavoratori, i
loro partiti, le loro organizzazioni, per liberare la società dalla
dittatura dei capitalisti e riorganizzarla su basi nuove. Sviluppare
nella classe lavoratrice la coscienza di questa possibilità, contro
ogni spirito di rassegnazione e subordinazione, è il senso stesso della
nostra politica.



BASTA SACRIFICI. REDISTRIBUIRE LA RICCHEZZA

PER UNA VERTENZA GENERALE DEL MONDO DEL LAVORO, DEI PRECARI, DEI DISOCCUPATI


Nell’immediato, proponiamo lo sviluppo di una grande vertenza
generale unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati,
attorno a una propria piattaforma di lotta, finalmente decisa dai
lavoratori stessi.


Sono vent’anni che le sinistre italiane, politiche e sindacali,
accettano di negoziare… sulla piattaforma del padronato: prima sulla
cancellazione della scala mobile (anni 80 e primi anni 90); poi sui
tagli alle spese sociali, sulle privatizzazioni, sull’abbattimento
della previdenza pubblica (92-96); poi sulla precarizzazione dilagante
del lavoro. Ogni volta si è detto che i “sacrifici” richiesti servivano
a ottenere miglioramenti futuri. E’ accaduto l’opposto: ogni
arretramento ha preparato la strada agli arretramenti successivi. Ogni
sconfitta ha trascinato con sé altre sconfitte. Sino alla devastazione
attuale: in cui i figli si vedono privati delle conquiste dei loro
padri.


Noi diciamo: ora basta. In tutti i movimenti, in tutte le
assemblee, in tutti i sindacati, ci battiamo per porre l’esigenza di
una svolta di fondo. Ogni negoziato sui nuovi sacrifici è inaccettabile
e va respinto. Proponiamo una vertenza vera non sulle richieste del
padronato ma sulle esigenze e sulle domande dei lavoratori. Quelle
sacrificate da vent’anni.Una vertenza basata su una piattaforma di
lotta che unifichi tutto ciò che il capitale ha diviso e divide,
attorno ad un insieme di rivendicazioni comuni.


Un forte aumento di salari e stipendi per l’insieme dei lavoratori
dipendenti: perché con 1000 euro (quando va bene) non si raggiunge la
fine del mese.


L’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, dal
pacchetto Treu alla legge Maroni, a partire dall’assunzione a tempo
indeterminato di tutti i lavoratori oggi precari: per porre fine alla
ricattabilità sociale di milioni di giovani, all’insicurezza cronica
del lavoro e della vita di un’intera generazione.


L’abrogazione delle controriforme pensionistiche degli ultimi 15
anni, a favore del ritorno della previdenza pubblica a ripartizione:
consentendo a milioni di giovani di godere un domani di una pensione
decente, vincolata all’ultimo stipendio e sottratta al ricatto dei
fondi pensione.


Un vero salario garantito per i disoccupati in cerca di lavoro e
per i giovani in cerca di prima occupazione: per consentire loro di
sottrarsi alla marginalità sociale, al ricatto del precariato, alle
mani della criminalità organizzata.


Un massiccio investimento di risorse sotto controllo popolare,
nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, nei trasporti,
nell’edilizia popolare, nel risanamento ambientale…: restituendo
innanzitutto ai servizi sociali e alla qualità della vita tutto ciò che
le politiche dominanti hanno loro sottratto per vent’anni a esclusivo
vantaggio delle rendite e dei profitti.


A chi afferma che non vi sono risorse per finanziare queste
richieste, rispondiamo che le risorse non solo esistono ma sono
immense. Basta prenderle là dove sono:

dalle decine di miliardi che le Finanziarie regalano alle grandi
imprese private con gli ordinari trasferimenti pubblici (44 miliardi
tra il 2000 e il 2006).

Dagli immensi profitti realizzati dalle grandi imprese in anni e
decenni di supersfruttamento del lavoro e di bassi salari (41 miliardi
di profitti nel solo 2005 da parte delle prime venti aziende).

Dai giganteschi utili realizzati dalle banche sia con attività di
ordinario strozzinaggio (mutui) sia con l’espansione del proprio
controllo sul grosso dell’economia nazionale (crescita del 50% dei
profitti nel solo 2006).

Dal grande patrimonio finanziario detenuto dal 2% delle famiglie
italiane (800 miliardi di euro tra i possessori di patrimoni superiori
ai 500.000 euro).

Dai 21 miliardi di spese militari previsti dal bilancio dello
stato (cresciuti del 13% con la finanziaria 2006) e destinati a
costosissimi armamenti, missioni di guerra, e profitti dell’industria
militare.

Per non parlare infine della famigerata evasione fiscale del
grande capitale o della Chiesa: una Chiesa che grazie alla scandalosa
esenzione di IVA ed ICI ed ai mille benefici di cui gode, sottrae all'
erario pubblico 6 miliardi l' anno.

E’ vero invece che una piattaforma di lotta unificante e di svolta
che dica a chiare lettere “Paghi chi non ha mai pagato” potrebbe
conquistare un vasto consenso popolare e mobilitare grandi energie
contro le classi dominanti. Aprendo una vera prova di forza, capace di
incidere sulle stesse contraddizioni del blocco sociale delle destre.
Peraltro solo un’aperta prova di forza può strappare risultati e
conquiste parziali: è la lezione recente della grande mobilitazione dei
lavoratori e precari francesi nel 2005 contro le misure di
precarizzazione del lavoro.



LICENZIARE I LICENZIATORI. NAZIONALIZZARE LE BANCHE.


Una prova di forza con le classi dominanti non potrebbe limitarsi
alla sola redistribuzione della ricchezza, ma chiamerebbe in causa il
tema stesso della proprietà.

Tutte le sinistre di governo si genuflettono di fronte al totem
della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e di scambio. Il
fatto che nelle mani di una piccola minoranza della società si
concentrino tutte le leve di comando (industria, credito, servizi,
telecomunicazioni, stampa) non suscita ai loro occhi alcuno scandalo.
Al contrario tutti i “democratici” lo considerano un fatto del tutto
normale e inevitabile. Di più: negli ultimi 15 anni hanno sostenuto o
avallato un gigantesco processo di privatizzazioni che ha allargato a
dismisura proprietà e ricchezze del capitale finanziario, a vantaggio
di poche grandi famiglie (vecchie e nuove) e a scapito di lavoratori,
consumatori, piccoli risparmiatori, oltreché della moralità pubblica e
dell’ambiente.


Noi vogliamo ribaltare questa politica.

Se Centrodestra e Centrosinistra si interrogano ogni giorno sul
“costo del lavoro” per il capitale, noi poniamo la domanda opposta:
quanto costa la proprietà capitalistica al mondo del lavoro e alla
società italiana? Un costo immenso. E non un costo “naturale” e
inevitabile. Ma il costo irrazionale del privilegio e dell’arbitrio su
cui si fonda l’attuale struttura della società. Noi vogliamo sopprimere
quel costo per un altro ordine della società.

Per questo, a partire dalle lotte dei lavoratori, avanziamo alcune rivendicazioni elementari.


La rinazionalizzazione, sotto controllo operaio e senza indennizzo
(se non per i piccoli risparmiatori), di tutte le aziende, i settori, i
servizi che sono stati privatizzati negli ultimi 20 anni, a partire dai
settori strategici: non è possibile costruire alcuna alternativa se
innanzitutto non si libera il campo dalle devastazioni compiute. Se non
si recuperano al controllo pubblico e all’interesse pubblico beni
fondamentali per la qualità della vita, a partire dall’acqua.


L’unificazione sotto controllo pubblico dell’istruzione e della
sanità: scuola privata e sanità privata non solo contraddicono la
necessaria universalità e gratuità di servizi pubblici fondamentali, ma
sottraggono grandi risorse al servizio pubblico. Spesso, oltretutto –
come nella sanità – per truffe e speculazioni ignobili sulla pelle dei
malati. E’ inaccettabile. Istruzione e sanità debbono essere pubbliche
e laiche.


La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei
lavoratori delle industrie in crisi, che inquinano, che licenziano.
Migliaia di aziende prendono soldi dallo Stato per realizzare
ristrutturazioni antioperaie, portare all’estero gli impianti, lasciare
sulla strada i dipendenti. E’ intollerabile. E’ necessario unificare le
4.500 lotte di resistenza oggi in corso nelle fabbriche in crisi a
difesa dei posti di lavoro in un ampio fronte unitario di lotta. E’
possibile solo se la parola d’ordine della nazionalizzazione delle
aziende in crisi è fatta propria dal movimento operaio italiano. Come
in settori d’avanguardia e lotte radicali di altri paesi.


La nazionalizzazione delle assicurazioni e delle banche. Banche e
assicurazioni sono l’architrave del potere economico in Italia. Ma
anche strumento di oppressione verso ampi strati popolari: attraverso
il nodo scorsoio di mutui usurai, il raggiro di correntisti e piccoli
risparmiatori, i legami con la criminalità, la partecipazione, da
protagonisti, a truffe gigantesche e scandali nazionali (Cirio, Bond
Argentini, Parmalat). La nazionalizzazione delle banche e la loro
unificazione in un unico istituto di credito sotto controllo popolare,
sarebbe non solo un fattore di eliminazione di irrazionalità e sprechi:
ma anche una leva di igiene morale e di liberazione dallo strozzinaggio
per un’ampia parte della società. E un colpo severo a mafia e camorra.


A chi obietta che queste misure, nel loro insieme, sono
“incompatibili”, con le leggi economiche dell’attuale società e
dell’attuale Unione Europea, rispondiamo semplicemente che è vero.
Infatti ci battiamo per un’altra società e per un’altra Europa. E’ il
capitalismo ad essere “incompatibile” con le esigenze della maggioranza
della società. E’ l’Europa delle banche con le sue quotidiane ricette
di sacrifici ad essere incompatibile con le domande popolari.


Solo un’economia europea democraticamente pianificata, basata sul
controllo delle leve della produzione e del credito da parte dei
lavoratori può consentire una riorganizzazione dei rapporti sociali in
funzione dei bisogni dei molti e non del profitto dei pochi.


Solo un’economia democraticamente pianificata, può affrontare in
Italia la moderna questione meridionale, impiegare e valorizzare tutte
le capacità di lavoro sull’intero territorio nazionale, riconvertire
l’industria bellica o inquinante con piene garanzie occupazionali per i
lavoratori, ampliare e qualificare la spesa sociale in direzione di
case, scuole, università, ospedali, ricerca, programmare un ampio
sviluppo dei servizi per l’infanzia, promuovere il riassetto
idrogeologico del territorio. E una battaglia per l’alternativa
anticapitalistica in Italia è parte della lotta per un’Europa
socialista, oltreché un contributo importante in questa direzione.



NO ALL’IPOCRISIA (E AI COSTI) DELLA “DEMOCRAZIA” BORGHESE


Un programma anticapitalistico non sarà mai realizzato dagli
attuali governi e dall’attuale Stato. Richiede una lotta generale per
un altro governo e un altro Stato.


L’attuale natura e organizzazione dello Stato sono funzionali alle attuali classi dominanti. Altro che “democrazia”!

Le grandi imprese e le banche controllano direttamente o
indirettamente ampi settori della burocrazia statale, centrale e
periferica: che è il vero governo ordinario e permanente della società.

Imprese e banche si fanno guerra tra loro attraverso l’uso privato
di pezzi dello Stato (servizi segreti, settori di magistratura) come
dimostrano lo “scandalo” Telecom e l’infinita odissea dei “casi” di
intercettazioni e spionaggio.

Imprese e banche si disputano il controllo della stampa e delle
comunicazioni con un fitto gioco di cordate e di clan: ed oggi
posseggono tutti i principali giornali di Centrosinistra come di
Centrodestra (quelli che intossicano l’opinione pubblica con la
predicazione dei “sacrifici”).

Imprese e banche si comprano quotidianamente la stessa
inosservanza delle leggi, ogni volta che è necessario e utile (come nel
caso di norme ambientali, obblighi fiscali, o della sicurezza sul
lavoro), attraverso il metodo ordinario della corruzione o delle
relazioni compiacenti con la pubblica amministrazione.

Imprese e banche pagano ordinariamente tutti i principali partiti
di governo (di centrodestra e di centrosinistra) sotto forma di
pubbliche regalie, finanziamento delle campagne elettorali, spese di
lobbies, come emerge, ad esempio, dalle carte del processo Parmalat e
come risulta ormai sempre più spesso dagli stessi bilanci pubblici dei
principali partiti.


Si può continuare.

E la commistione tra borghesia, Stato, politica dominante è
talmente profonda che vediamo ex generali dell’esercito entrare nel
consiglio d’amministrazione di Finmeccanica, pezzi dei servizi segreti
porsi al servizio di Tronchetti Provera e delle sue attività di
spionaggio, grandi dirigenti e ministri del Centrosinistra e del
Partito Democratico partecipare da protagonisti nella compravendita di
banche e nel lavoro di faccendieri (magari in tandem con Berlusconi …)
come nel caso Unipol-BNL.

Ed è solo la punta dell’iceberg.


E’ questo lo Stato che incarnerebbe la “sovranità popolare”, come
ci racconta la fiaba retorica bipartizan di Prodi e Berlusconi, Fini e
Bertinotti?

No: l’unica “sovranità” che questo Stato tutela è il potere di chi
detiene il potere, cioè una piccola minoranza della società. L’unica
legalità che difende è la legge del più forte (anche al prezzo di
un’ordinaria illegalità). Come dimostra l’azione criminale intrapresa
ciclicamente contro le lotte d’emancipazione della classe operaia e
delle masse oppresse: da Gladio allo stragismo degli anni ’70 sino alle
brutalità repressive di Genova 2001 contro la ribellione “noglobal”.

La cosidetta 2° Repubblica con le leggi elettorali maggioritarie,
i progetti di rafforzamento dei governi (nazionali e locali), a scapito
degli stessi poteri delle assemblee elettive, ha semplicemente
rafforzato i comitati d’affari delle classi dominanti, le loro
politiche antioperaie e il loro Stato, quale corpo separato dalla
maggioranza della società. La crescita scandalosa dei privilegi dei
parlamentari e dei costi delle istituzioni borghesi è solo il riflesso
indotto, la sanzione simbolica di quella separatezza.



SE NE VADANO TUTTI. GOVERNINO I LAVORATORI


Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici.

Naturalmente lavoriamo per la difesa di tutti i diritti e gli spazi
democratici che la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato
e strappato con durissime lotte. Prima contro il fascismo. Poi contro i
manganelli dell’attuale “democrazia” borghese. Ed anzi lottiamo per
ampliare (o recuperare) questi diritti contro l’involuzione in corso,
rivendicando il ritorno a una legge elettorale pienamente
proporzionale, la difesa e sviluppo delle libertà sindacali (dei
singoli e delle organizzazioni), la difesa dei diritti e delle libertà
delle donne, la parità di diritti tra lavoratori italiani e immigrati,
contro ogni forma di xenofobia, la parità dei diritti degli omosessuali
e di tutte le minoranze oppresse, contro ogni cultura e discriminazione
omofobica.

Ma non ci limitiamo a questo.

Non ci limitiamo a difendere diritti e spazi di tutti gli oppressi
dentro l’attuale democrazia dei padroni. Rivendichiamo una democrazia
dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società:
l’unica peraltro che può realizzare sino in fondo le stesse aspirazioni
democratiche. Rivendichiamo in fondo la democrazia reale: quella in cui
la maggioranza della società non ha solo il diritto di votare ogni 5
anni chi la trufferà in Parlamento, ma ha il potere di decidere le
condizioni della propria vita e del proprio futuro.

Per questo rivendichiamo una democrazia fondata
sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori stessi e delle larghe
masse popolari, con rappresentanti eletti direttamente nei luoghi di
lavoro e sul territorio; con il più ampio e libero confronto tra
diverse proposte, candidature, organizzazioni , partiti, sulla base del
principio proporzionale e del comune riconoscimento del potere
popolare; dove ogni eletto è permanentemente revocabile dai suoi
elettori e privo di qualsiasi privilegio sociale, economico, giuridico
rispetto alla sua base elettiva; dove il potere politico concentra
nelle proprie mani sia le funzioni legislative che esecutive; dove
tutte le articolazioni del potere e gli stessi strumenti di difesa del
nuovo ordine sociale sono basati sulla forza organizzata dai lavoratori
stessi e sono posti sotto il loro controllo.


Fantasie? Al contrario. Questa nuova natura e organizzazione dello
Stato si è affacciata concretamente, in forma compiuta o come tendenza,
in ogni grande rivoluzione dell’età contemporanea. Dalla Comune di
Parigi ai Soviet russi, dai consigli della rivoluzione tedesca ai
consigli del biennio rosso in Italia. E riemerge prepotentemente, come
potenzialità, ogni volta che le classi oppresse alzano la testa: dai
consigli di fabbrica dell’autunno caldo nell’Italia dei primi anni ’70,
alle assemblee popolari della sollevazione argentina (2001) sino
all’autorganizzazione di massa della rivolta francese contro la
precarietà (2005).

In ogni grande lotta di massa vogliamo porre la questione
dell’autorganizzazione dei lavoratori. Perché i lavoratori possono
comandare, non solo ubbidire.


A chi obietta che è una proposta arcaica, rispondiamo che è l’unica
risposta progressiva, reale, straordinariamente attuale, alle stesse
istanze di moralità pubblica, trasparenza, efficienza, economicità che
la propaganda dominante oggi solleva in modo ipocrita e distorto, e
spesso reazionario.


“Costi della politica”? Nessuna soluzione è più economica
dell’eliminazione degli stipendi faraonici agli attuali parlamentari (o
consiglieri regionali); della assegnazione ad ogni deputato del popolo
di uno stipendio da lavoratore; della soppressione del bicameralismo
(quanto costa il Senato?).

“Efficienza”? Nessuna soluzione è più efficiente di quella che
unifica poteri legislativi ed esecutivi, che smantella l’enorme
parassitismo dell’attuale burocrazia dello Stato, che affida alla forza
organizzata dei lavoratori e alla loro mano pesante (e non ad
amministrazioni colluse o impotenti) la repressione della mafia e della
grande criminalità organizzata.

“Moralità e trasparenza dello Stato”?

Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni
forma di segreto di Stato; che abolisce la diplomazia segreta; che
abbatte la separatezza dello Stato, restituendolo alla società civile.
E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il
potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice
il fondamento stesso della corruzione e del malaffare.


La borghesia ha fatto della sua politica un costoso strumento di
raggiro e di privilegio. Solo il potere dei lavoratori può edificare
uno Stato trasparente e a buon mercato, rifondando la natura stessa
della politica e trasformandola in strumento di gestione collettiva e
libera del bene comune.



NE’ PARTITO DEMOCRATICO, NE’ SINISTRA GOVERNISTA

COSTRUIAMO IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI


Su questo programma generale vogliamo costruire il Partito Comunista dei Lavoratori.

Per un anno e mezzo, dopo la rottura con il PRC, abbiamo sviluppato
il movimento costitutivo del PCL aggregando, su chiari principi,
compagni e compagne di diversa provenienza, ed estendendo la nostra
presenza organizzata in tutte le regioni e nella quasi totalità delle
province. Al tempo stesso abbiamo lavorato per lo sviluppo di un
movimento contro le politiche militari del governo Prodi, sino alla
promozione – accanto ad altre sinistre di opposizione – della grande
manifestazione del 9 giugno. Ci siamo battuti, anche come partito,
nella campagna per il no all' accordo del 23 luglio, costruendo e
prendendo parte ai comitati per il no, promuovendo comizi davanti ai
cancelli delle fabbriche, estendendo anche per questa via la nostra
presenza e radicamento nei luoghi di lavoro.

Ora apriamo il percorso congressuale fondativo del Partito
Comunista del Lavoratori, che si concluderà il 3-6 gennaio con il
Congresso nazionale del PCL, portando così a compimento la prima fase
di aggregazione delle forze.


Questo progetto è tanto più attuale, qui e ora, di fronte ai
processi di segno opposto che oggi investono la cosiddetta sinistra
italiana.

Il grosso dei vecchi gruppi dirigenti del PCI, poi DS, completano
il proprio tragitto entro un partito democratico all’americana, legato
ai poteri forti del paese.

Le sinistre di governo (PRC-PdCI-SD) si candidano ad occupare il
vuoto liberato dai DS unendo le proprie forze per continuare a
governare col Partito Democratico e i poteri forti: e con ciò portano
al naturale sbocco il proprio percorso ministeriale.

Si tratta allora di dar vita all’unico partito della sinistra
italiana che sia autonomo e alternativo alle cassi dominanti.
Recuperando il filo rosso del Partito Comunista d’Italia delle origini,
il partito di Antonio Gramsci: il partito di cui il movimento operaio
italiano è stato privato da più generazioni. Il partito della
rivoluzione.


Intransigenti sui principi, ci rivolgiamo nel modo più aperto, a
tutti coloro che vogliono ridare una prospettiva alla classe operaia e
ai movimenti di lotta di questo paese: ai lavoratori che cercano una
loro autonoma rappresentanza contro una politica dominante che li
colpisce;

agli attivisti sindacali, ovunque collocati, che vogliono un
sindacato che stia dalla parte dei lavoratori e non del padronato e del
governo;

a tutti i protagonisti di una stagione di lotte (operaie,
no-global, antimperialiste) che ha investito l’Italia negli anni
passati e che è stata tradita;

ai tanti iscritti e militanti delusi delle attuali sinistre di
governo e agli elettori allo sbando di un popolo di sinistra che si
sentono orfani di riferimenti credibili.


A tutti diciamo una cosa molto semplice: il PCL vuole costruire il
vostro partito. Senza altro interesse che non sia l’emancipazione e la
liberazione di tutti gli oppressi, in Italia e nel mondo.


















































 
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