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Angelo Ribelle

La Via Che Conduce All'Inferno E' Lastricata Di Buone Intenzioni? Piacere, Io Sono Il Pavimentatore...

 

 

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Senza Parole

Post n°214 pubblicato il 02 Febbraio 2014 da Solo_Vita

La brezza gelida faceva si che ogni goccia fosse una punta acuminata.

In mezzo a quella pioggia ansante, fatta di miliardi di minuscole goccioline, era ormai impossibile distinguere ogni puntura. Singoli impulsi nervosi così ravvicinati e costanti da diventare un unico, indistinguibile, fastidio. Un rantolo rannicchiato appena sotto la pelle. Insofferente, imperfetto, maledetto.
Lui se ne stava lì, lo sguardo smarrito in direzione dell'origine del vento, la schiena leggermente curvata in avanti, il cappotto fradicio e le mani strette nei pugni rabbiosi.
Il peso affidato quasi per intero al quadricipite destro, con la gamba sinistra a fare poco più che da contrappeso.

Pareva quasi un podista pronto a scattare da fermo, un angelo caduto in procinto di spiccare il volo. Più verosimilmente una statua di sale raffigurante un giovane uomo dai lineamenti contratti, con la pelle resa quasi trasparente da una sempre più grave ipotermia.
Attorno a lui una campagna scheletrica, scarna, resa riduzione di sè stessa dalle gelate mattutine e dalla pioggia degli ultimi quattro giorni.
Novantasei ore di lacrime da un cielo che pareva inconsolabile, tanto era umido e nero. Un enorme batuffolo imbevuto di petrolio disteso sul soffitto del mondo
E lui fermo, i muscoli pietrificati come soldati sconcertati al cospetto di un generale impazzito, lo sguardo fisso verso una voragine piena di significati, le orecchie tese nel cercare di scorgere un canto di sirena che mai arriverà.

La pioggia incessante proseguiva il suo colmare. Stava riempiendo tutto: fossi, campi, cantine. Tutto.

Ormai ne era scesa talmente tanta che pure la terra ne era ubriaca e la vomitava fuori. Ricordava quegli ubriaconi così fatti che si riempiono e si svuotano, così, con la stessa naturalezza con cui un diaframma si contrae e rilassa.
La luce filtrata da un drappo nero di nubi densissime illuminava fatua la campagna senese. Impossibile capire che ora fosse.

Le dolci colline, spoglie nel cuore dell'inverno, venivano radiografate da potenti lampi seguiti da tremori assordanti. Parevano vacillare perfino i viali di cipressi, con le loro punte flesse al vento e la postura seriosa nata nella notte dei tempi.

Ma il giovane uomo non si era mosso di un millimetro.

Anche le mutande erano zuppe adesso, mentre attorno la furia della natura continuava a riversarsi su tutto ciò che incontrava, con una scientifica, cinica predilezione per tutto quello che aveva una postura eretta e sangue caldo nelle vene.

Arrivarono i primi giramenti di testa, ma lui non si muoveva. Aveva lo sguardo fisso al cielo mentre gli pareva che la gamba sinistra non esistesse neppure più, cosi come le falangi arroccate nei pugni.
Gocciolava da ogni appendice del suo corpo: il naso, il mento, i lobi delle orecchie, le nocche delle mani. Rivoli gelidi che nulla potevano contro la sua sete di risposte.
Continuava a guardare il cielo mentre pensò che "quel Dio" doveva essersi per forza accorto di lui, unico essere dotato di alito divino in mezzo alla tempesta nel raggio di dieci chilometri.
Ma Dio non rispondeva.
Continuava a scagliare addosso di tutto senza proferire parola. Doveva forse tornare a cercarlo in una chiesa? Eppure anche lì aveva taciuto.
-Perchè non parli?- urlava adesso contro al cielo. La vena sul collo pareva scoppiare mentre di colpo il viso si era avvampato di un vermiglio che sapeva di vita pulsante -Perchè?-
Lo voce pareva inumana tanto era disperata e deformata dal dolore. Accartocciata su sè stessa, compressa da mille atmosfere, eppure ancora riusciva a far capolino da quel rottame umano.
Adesso era lui a vomitare contro al cielo. Proferiva di tutto, alternando implorazioni a bestemmie, carezze a pugni. Pareva che dopo aver accumulato tanta energia ora la volesse rispedire indietro come il più sgradito dei pacchi. Una parafulmine che invece di scaricare a terra rimandava tutto verso l'alto.

Ma neppure questo servì ad avere una risposta.

Quando qualche minuto dopo crollò disteso a terra privo di forze e di voce, non smise di inveire a fior di labbra contro quel cielo che aveva deciso di chiamare a sè senza neppure dare spiegazione.
Dio non voleva farsi trovare ed allora lui era andato a cercarlo sin lì, tra le crete senesi, in un posto che di marzo diventa un'esplosione di vita, di colori, di gioia. Lo aveva fatto nella giornata più terribile dell'inverno perche era sicuro che lo avrebbe trovato in mezzo alla tempesta con l'aratro in mano, pronto a seminare il bello in vista della primavera.
Ma aveva sbagliato, Dio non era lì, cosi come in nessun altro luogo in cui lo aveva cercato. E pensare che sarebbe stato sufficiente rispondere ad un -perchè-, per poter capire come mai saette di male possono colpire persone del tutto innocenti. Anime candide che pagano il conto di chissà quale tavolo, pieno di mangioni avidi e voraci.
Ed ora che si trovava disteso, privo di forze e senza sogni pregò che quel maledetto giorno si portasse via anche lui, che tanto a cosa serve continuare quando ti staccano un pezzo di anima e lo danno in pasto ai cani?
Non lo chiese a Dio stavolta, lo chiese direttamente alla tempesta.
Un tuono risuonò più forte degli altri: gli parve di udire una risposta affermativa.
"-Sei fatto a Sua immagine e somiglianza- dissero al piccolo uomo. Eppure senza vesti egli aveva freddo, senza cibo aveva fame, senza luce egli vagava nel buio.
Ma cosi gli raccontarono.
Fu allora che per placare le sue domande egli si coprì con tessuti, si procurò della carne, accese una lanterna e provò a muovere dei passi istintivamente in avanti.
Creò un prontuario con risposte per tutto: come diventare ricco, come prevalere sugli altri, come diventare potente. Ma si dimenticò delle cose veramente importanti, alla maniera di Icaro che non rimbembrò di avere ali di cera al cospetto del sole.
Per questo forse esistono il dolore, le lacrime, la morte: sono dei promemoria.
Un post it attaccato all'anima che ci ribadisce quanto siamo passeggeri, come canne in balia del vento, degli equilibristi sospesi sull'eterno.
Col cuore spaccato di dolore e l'anima a pezzi mi ripeto che non dimenticherò questa durissima lezione, mentre la quotidianità pare implodere su sè stessa..........."

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INFERNO, CANTO V, VV. 127-138

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lanciallotto, come amor lo strinse:

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.

 

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