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QUESTIONE DI ATTIMI

Post n°61 pubblicato il 13 Ottobre 2007 da Irvine2007
 

Ho visto una ragazza strana. L’ho incontrata al parco. Aveva lo sguardo triste. Io l’ho guardata da lontano e lei si è accorta di essere osservata da qualcuno. Poi si è girata. Ha incrociato il mio sguardo ma sembrava non mi vedesse. Mi bucava con gli occhi, guardava oltre, guardava lontano. Ho distolto subito i miei occhi, un po’ intimidito, un po’ perché mi metteva in soggezione quel suo modo di guardarmi. Ho camminato andando avanti oltre la panchina dove lei era seduta. Ma ci pensavo continuamente. Mi chiedevo cos’è che avesse quella ragazza. Sembrava triste. Molto triste. Al tempo stesso però sembrava serena. Come poteva darmi l’impressione di una persona triste e serena? Erano due elementi, la tristezza e la serenità che chiaramente non potevano coesistere in un essere umano. Poi ho pensato che magari fosse una di quelle persone tristi che per rassegnazione totale e mancanza di aspettative si arrendono e allora finiscono per sembrare serene. Ma in questi casi di solito si dovrebbe parlare di persone spente.

Mi sono seduto su una panchina anch’io. Ero poco distante da lei. Girandomi avrei potuto osservare ogni suo movimento. Intanto riposavo. Ero parecchio stanco in quel periodo. Anche una semplice passeggiata mi debilitava. Mi chiedevo se fosse il caso di parlare con quella ragazza e chiederle cosa avesse.

Non ero mai stato un tipo invadente. Avevo sempre odiato gli scocciatori. Ma quel tipo mi incuriosiva parecchio. Sembrava una persona buona. Un tipo interessante. Avrei potuto fare la sua conoscenza senza entrare nella sua sfera privata. Chissà. Magari potevo limitarmi a chiederle soltanto quale fosse il suo scrittore preferito. E io avrei cominciato a parlare di libri, di stili di scrittura e di romanzi scritti in prima o in terza persona. No, non le avrei detto nulla. Avrei rovinato tutto. Avrei finito per stancarla presto. Sarei stato sicuramente mandato a quel paese. Lei avrebbe pensato: ecco il solito pazzo di turno. Avrebbe pensato: capitano tutti a me. No non andava bene. Per me e per lei. Saremmo diventati più tristi di prima, entrambi.

Mi sono alzato e ho continuato a camminare nonostante la stanchezza e nonostante le mie gambe dolenti. Ho continuato a girare nel parco. Mi ripetevo nella mente ossessivamente sempre la stessa cosa.

Perché non hai il coraggio di parlarle?

Cos’hai tu da perdere?

La vita vola via, è tutta una questione di attimi.

Se non le parli adesso, non le potrai parlare più.

Queste parole rimbombavano nella mia mente, sotterrando il mio umore.

E se facessi il pagliaccio?

Non mi avrebbe certo giudicato come un tipo intelligente.

Come potrebbe apparire un tipo intelligente, uno che al primo incontro, si comporta da clown?

Potrei raccontarle la barzelletta del peccato.

Ma no, quella è una cosa patologica.

Ci deve essere un sistema, ho pensato.

Ma quale?

Troppa fatica, troppi pensieri, domande su domande.

Mi sono girato per osservarla ancora e ho visto la ragazza alzarsi dalla panchina e andarsene lentamente via.

Io l’ho guardata ancora.

L’ho guardata mentre camminava lenta.

Non le sono corso dietro.

Non ho fatto niente.

 

E da quel giorno non l’ho più rivista.

 
 
 
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