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Perché dobbiamo dirci comunisti

Post n°622 pubblicato il 21 Febbraio 2012 da VoceProletaria

Perché dobbiamo dirci comunisti

di Pietro Ancona,  20.02.12

      C'è qualcosa di malato nella fuga da se stessi, dagli ideali per i quali si è combattuto magari tutta la vita, negli allontanamenti e nelle  tristi e squallide abiure dal comunismo o dal socialismo, e cioè di quanto di meno immanente ci possa essere oggi nella realtà italiana ed europea in preda a spinte di segno assolutamente reazionario di destra. Ed è singolare che i ravvedimenti e i ripensamenti avvengano mentre si chiede la resa incondizionata ai lavoratori e la cancellazione di ogni seppur minimo tratto di socialismo nel welfare delle legislazioni europee. Perché  personaggi autorevoli della “sinistra”, maestri di pensiero, si affannano a comunicare che tutto ciò in cui avevano creduto è sbagliato e spesso anche abominevole?
    Sono rimasto assai colpito della spiegazione che Rossana Rossanda, un vero e proprio mostro sacro per diverse generazioni di intellettuali comunisti, ha dato ieri alla crisi di vendite del “Manifesto”  che oramai non raggiunge più le quindicimila copie giornaliere.
     Rossanda si domanda: se non possiamo più dirci comunisti che cosa siamo? Io credo che la crisi di lettori del Manifesto non nasca da una crisi dell’idea del comunismo nella gente ma dal progressivo spretamento di gruppi dirigenti storici della sinistra italiana e dal loro abbandono di ciò che Rodolfo Morandi chiamava le “latitudini dottrinarie del socialismo”. Questa crisi di “spreta mento”, di perdita della fede e delle ragioni della scelta politica è stata visibile in tutta la vicenda della aggressione e della distruzione della Libia.
     Rossanda riteneva che fosse condivisibile la rivolta armata contro la Jamahiria e la dittatura di Gheddafi ed ha dato spiegazioni assurde per l’intervento dell’Occidente dicendo che derivava da ragioni elettorali interne alle Francia. Il Manifesto ha tirato la volata da sinistra ad una sanguinaria guerra colonialista che ha sfasciato la Libia e l’ha trasformato in un inferno in cui la legge è scomparsa e si è in balia degli odi tribali.
     Credo che rispetto la questione siriana si stia ripetendo lo stesso “errore”  di valutazione.
Ma si tratta proprio di un errore oppure di un cambiamento radicale di prospettiva, in una condivisione della idea che l’Occidente sia la democrazia e la Siria, la Libia e l’Iraq siano tirannidi da estirpare anche con il bisturi della guerra e dei bombardamenti?
      Rossanda si ripara come Berlinguer sotto l’ombrello della Nato e sotterra l’analisi  comunista della realtà mondiale?
    A questo punto quale differenza tra Rossanda e Veltroni che criminalizza l’art.18 e D’Alema che dopo avere bombardato Belgrado si dichiara pronto ad arruolarsi per la Siria?
      Che c’è di diverso nelle abiure e nei ripensamenti di questi personaggi? Che cosa resta di sinistra o di comunista nel “Manifesto”? Perchè i compagni dovrebbero continuare a distinguere Rossanda da Bersani?
      E’ singolare che più la realtà precipita verso il peggio della crisi sociale ed economica e più si fa insopportabile e stringente la presa autoritaria di un capitalismo sempre più feroce e sempre più portato alla distruzione della civiltà europea come l’abbiamo conosciuta da cinquanta anni a questa parte e più  i gruppi dirigenti e singole personalità della sinistra comunista e radicale rinculano a destra, sempre più a destra.
      Qualcosa di simile si verificò alla vigilia del nazismo, quando importanti gruppi e personaggi della socialdemocrazia  si convertirono al fascismo.  Potrei capire che un capitalismo keinesiano progressista tollerante ed aperto al benessere dei ceti medi e dei lavoratori possa indurre un dirigente di sinistra a moderare, ad attenuare al massimo la propria intransigenza di oppositore.   Ma come si fa a diventare di destra quando abbiamo avuto la Tatcher e Reagan e quando il potere delle banche è diventato terroristico verso le famiglie e le nazioni ed i salari sono stati abbassati brutalmente in tutto l’Occidente?
     Nella fase storica che si è aperta sarebbe auspicabile, piuttosto che l’abiura, una riscoperta integrale del comunismo da Carlo Marx e Federico Engels alla Rosa luxemburg, a Lenin ed a Stalin.
      Lenin spiega alla perfezione il fallimento e la vacuità dei regimi parlamentari, e Stalin potrebbe offrire il modello sovietico della accumulazione collettiva e della trasformazione di un popolo di 160 milioni di contadini poveri ed analfabeti in un popolo di scienziati, ingegneri, professori, medici, tecnici capaci di vincere Hitler e di competere nella sfida spaziale.
      Ecco, mentre la crisi della società   spinge a destra la Rossanda,  Bersani e tantissimi altri, la  classe operaia  che c’è sempre, e la lotta di classe che non è mai finita, ripropongono la riscoperta integrale del Comunismo oggi più che mai attuale e corrispondente agli interessi generali della umanità.
      Per questo, io che sono stato socialista tutta la vita, credo che oggi essere socialisti non vuol dire convincersi delle buone ragioni di Friedman e di Monti ma diventare fino in fondo comunisti. Comunisti come potevano esserlo i bolscevichi. La Grecia, la Libia, l’Iraq ci indicano tutto quello per cui  dobbiamo lottare....
      Le scelte sono diventate radicali e discriminanti.

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Commenti al Post:
cittadinolaico
cittadinolaico il 10/05/13 alle 19:07 via WEB
Molto interessante il tuo discorso e credo che al fondo del discorso i veri socialisti e i veri comunisti in Italia si siano trovati d'accordo nel condividere una strategia di lotta. Parlo degli anni difficili della clandestinità dei partiti politici in Italia, durante il Fascismo, della preparazione della Resistenza. Parlo soprattutto di Rodolfo Morandi (che tu citi)negli anni della sua prigionia e della costituzione del PSIUP. Sto leggendo in questi giorni un suo libro e ne parlo sul mio blog. Per me essere socialista oggi significa essere soprattutto morandiano nel pensare l'organizzazione del partito ed il collegamento con la realtà concreta del mondo del lavoro. Ciao, Marco.
 
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