Stamattina guardo fuori.. gli alberi, le macchine che passano, le aiuole verdi, tutto avvolto da questa nebbiolina sottile che lascia le sue minuscole goccioline ovunque. Sembra quasi che l'aria si possa toccare, come fosse qualcosa di denso che puoi raccogliere o spostare e che difficilmente riusciresti a respirare.
Stamattina il cielo è grigio, forse perchè l'azzurro non riesce a scavalcare la nebbia ed arrivare fin qui, forse perchè la luce ha deciso che oggi poteva prendersi una pausa e lasciarci a cercarne un piccolo spiraglio che possa farci sentire un po' di calore.
Eppure stamattina mi sono svegliata pensando al sole. Non a quello che oggi manca, ormai a questo clima mi ci sono un po' abituata e so che sarebbe fatica vana.
No, pensavo al sole di un po' di anni fa, al sole della mia terra, quello settembrino ancora caldo, che ti riempe di luce e di sorrisi. Il sole della mia memoria di bambina, quando arrivava la vendemmia e nonno e papà si preparavano a fare il vino.
Mi è tornato in mente stamattina, io piccola che ascoltavo i discorsi dei grandi, assaggiavo l'uva che portavano a casa dai vari giri per vitigni in cerca di quella più buona e già aspettavo il grande giorno.
E finalmente arrivava. Ed era sempre un giorno di sole, e sempre papà si alzava presto.
La sento adesso l'emozione con cui aspettavo che venisse a prenderci per farci vedere il lavoro.
Il ricordo più forte è della luce fuori nel cortile, il sole abbagliante sugli uomini che si affaccendavano a scaricare l'uva, una montagna d'uva per me che la guardavo dal basso, un milione di acini bianchi e rossi e neri, con le api che vi giravano intorno attratte dalla loro dolcezza.
Io davo la mano alla mamma finche non si entrava dentro, e lì non riuscivo più a vedere: troppa luce o troppo buio, finche gli occhi non ci si abituavano e finalmente trovavano il nonno in piedi su una vasca, con in mano quello che a me sembrava solo un lungo bastone, intento a mescolare. Lasciavo la mano di mamma e correvo da lui, appoggiata al muro della vasca in punta di piedi per riuscire a guardare dentro. Le solite raccomandazioni - stai attenta, non toccare, non avvicinarti troppo - finchè qualcuno non mi prendeva in braccio e io riuscivo ad ammirare quella poltiglia rossastra o forse viola dall'odore dolciastro.
Vedi? - mi dicevano - quello è il vino nuovo...
Ed io restavo lì sospesa, a bocca aperta, a guardare la magia dell'uva che uva più non era che diventava il vino che vino ancora non era.
Sbalordita e meravigliata come solo i bambini sanno fare.
E il giorno dopo in cantina, seduta sulle scale, a guardare: l'enorme tinozza riempita di mosto, nonno e papà soddisfatti e il bicchiere riempito a metà per assaggiarlo, assaggio che era concesso anche a me e che per un minuto mi faceva sentire partecipe della magia.
I giorni successivi scendevo in cantina in silenzio, ad ascoltare lo sfrigolio della fermentazione e memorizzare quel profumo che ancora pochi giorni e poi sarebbe stato rinchiuso nelle damigiane.
In quel momento pregustavo l'ultima magia, quella della famiglia riunita la sera di San Martino a mangiare le "pittule" fritte nell'olio bollente, e la carne alla brace e le castagne arrostite e finalmente a stappare la prima bottiglia di vino dell'anno. Il profumo del cibo che si mischiava a quello dell'allegria.
La sera passava tra i giochi di noi bambini e le discussioni su quale vino era migliore... alla fine il nonno non la dava vinta a nessuno, era sempre il suo il più buono, senza possibilità di replica! E si sentiva quel calore che non era del fuoco, e neanche del vino, riuscivi a sentire il calore della famiglia. Quel calore che a parole è così difficile descrivere, ma che basta chiudere gli occhi e tornare indietro per risentirlo, caldo come allora, che si abbiano tre anni oppure trenta.
E' San Martino anche oggi, in una città che è mia solo a metà, dove il sole che non c'è mi fa pensare a quello che mi accecava nel cortile, dove l'odore della nebbia mi fa ricordare il profumo del mosto, dove la mia famiglia che non c'è mi fa sentire la nostalgia di casa.
Dispettosa la vita, che ci costringe a scegliere quale parte del cuore seguire, e poi continua a farci ripensare a quella parte che abbiamo lasciato.
Dispettoso il cuore, a cui basta un po' di nebbia per riportarci così indietro a farci desiderare quel calore.
Inviato da: penny_lanedgl
il 26/04/2010 alle 09:54
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il 06/01/2010 alle 13:31
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il 05/11/2009 alle 16:20
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il 03/11/2009 alle 02:10
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il 02/11/2009 alle 17:21