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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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« "VI RENDO OMAGGIO NICOLA E BART"I FUCILI DI BOSSI »

DOMINICALE

Post n°469 pubblicato il 26 Agosto 2007 da bargalla

                   

Continua a soffiare impetuoso il vento di grecale, il mare schiuma di rabbia, di stare in spiaggia non c’è verso, anche se ancora c’è tanta di quella bella gente che si gode gli ultimi giorni di ferie, incurante della sabbia che vola dappertutto e copre sdraio e asciugamani, degli ombrelloni chiusi per precauzione: gnomoni di meridiane pullulanti di bagnanti che sciamano sotto un sole implacabile e dei fogli di giornale freschi di stampa, ma ingialliti dal caldo, che svolazzano come improbabili aquiloni.
Faccio una capatina sulla scogliera solo per vedere le onde frangersi sugli scogli, per sentire gli schizzi d’acqua salata sulla pelle e il gusto del sale sulle labbra.
Un anticipo di quello che farò il resto dell’anno, quando il mare e la campagna ritorneranno ad essere dei pescatori, dei contadini e di quelli, come me, che fra un turno di lavoro e l’altro, si accompagneranno alla loro ombra per delle lunghe passeggiate senza meta con l’immancabile libro da leggere nel silenzio rotto solo dalle voci di Madre Natura, per il momento è ancora estate e nessuno, a parte me, vorrebbe che fosse già finita.     
In mare, non c’è quasi nessuno, i più temerari se ne stanno abbarbicati sugli scogli come iguane, qualche coppietta in vena di effusioni cerca un po’ di intimità, i pescatori della domenica, con vocianti famigliole al seguito, aspettando il tramonto, preparano le esche e tutto l’armamentario di canne, ami e lenze varie, le rade calette offrono riparo a qualche barchetta, tirata in secco, capovolta e trasformata per l’occasione in tavolo da gioco e da pranzo.
Osservo queste scene di semplice serenità familiare e di spensierata allegria, mi verrebbe voglia di aggregarmi a loro, ritrovo un paio di amici e di colleghi di lavoro, mi invitano a restare, ringrazio e rifiuto cortesemente; mi sentirei a disagio, sarei un pesce fuor d’acqua e con questo mare che si chiama solitudine sarebbe poi difficile prendere il largo senza risultare patetico.
Mi chiedo cosa sarebbe stato di me se mi fossi sposato o se fossi diventato prete, nella seconda ipotesi credo che mi avrebbero scomunicato, poiché già da seminarista ero in odore di eresia, figuriamoci adesso!
A volte cerco di immaginare come sarebbe stata diversa la mia vita se tu invece di giocare con i sentimenti, fossi stata meno sensibile ai richiami di “un baro che amico pensavo” e mi avessi concesso la gioia di vincere all’unico gioco del quale, nonostante le batoste prese, conservo un buon ricordo, non serbando affatto quel rancore che ancora mi porta ad avere nostalgia di te.
E, come puoi immaginare, mi basta veramente poco, anche il semplice pensiero, per farmi travolgere dalla marea dei ricordi e ritrovare la tua ombra nei luoghi che continuano a parlarmi di te, muti testimoni di una felicità rimasta prigioniera del tempo o, se preferisci, di un sogno dal quale mi sveglio nel momento più bello.
Ritorno sui miei passi, mi rifugio in campagna all’ombra degli ulivi e qui, al meriggio, l’aria caliginosa di questa caldissima estate che pare non voler finir mai, diventa ancor più tremula e mi sembra quasi di sentire l’acre odore del fumo che dall’altra sponda dello Jonio si leva segnando l’immane incendio che sta bruciando i boschi e le millenarie foreste del Peloponneso: Dio non voglia, ma sembra proprio l’ennesimo segno di una civiltà che incenerisce se stessa, annientando in un’atmosfera da cupio dissolvi le radici che l’hanno fatta nascere.
Ho ancora negli occhi le immagini infernali dei roghi appiccati dalla malvagità umana e mi chiedo se i piromani hanno mai piantato e visto crescere un albero: creature vegetali che sopravvivono all’uomo stesso e difendono con la loro presenza la natura e il territorio, ogni giorno di più violentati dalla furia omicida dell’essere umano;   per me sono degli assassini da perseguire al pari di ogni altro omicida, a maggior ragione se, com’è purtroppo accaduto, oltre alle creature vegetali, a morire sono anche le specie animali fra le quali l’homo sapiens non è poi così sapiente e intelligente come la stupidità umana vorrebbe far credere.
Guardo la cartina del Peloponneso, luogo di nascita dei grandi eroi dell’epos omerico e scorro i nomi di città mitiche che la memoria riporta alla mente con il carico di storia che il solo pronunciare comporta: Pilo, patria di Nestore, Micene la città di Agamennone, Sparta dove regnava Menelao, Olimpia, sede di uno dei massimi santuari ellenici dove ardeva il fuoco sacro agli dei, Kalamata, Megalopoli e il Monte Taigeto dalla cui rupe, secondo leggenda, venivano gettati dagli spartani i bambini nati deformi e malaticci.
Il Peloponneso, mitico luogo dell'anima, dell’Arcadia e di una cultura pastorale e agreste così ricca di fascino da essere assimilata ad un paese leggendario e fiabesco dove la vita si svolge serenamente e liberamente a contatto con la natura e nei piaceri della musica e della poesia, lontano dai clamori e dai tumulti della vita di città. Il Peloponneso, regione montuosa, coperta di boschi, abetaie e uliveti secolari, fra i quali si aggirava Pan, il dio arcade dei boschi, dei pascoli, degli animali selvatici e dei pastori.
Dubito che percorra ancora quelle vallate suonando il suo flauto per intrattenere le creature dei boschi e guidare le danze delle Ninfe.
Ora di mitico non c’è più niente, c’è solo morte e distruzione, il timor panico, restato nel linguaggio comune a significare l’improvvisa manifestazione del mostruoso dio Pan, ha lasciato il posto alla desolazione, al pianto e alla disperazione di chi ha perso tutto, anche gli affetti più cari.
Dubito che possano far qualcosa anche le sacre icone portate in processione sui luoghi dei roghi dai monaci greco-ortodossi.
Forse “la fede sposta le montagne e riempie le valli” ma nulla può contro la furia distruttrice dell’uomo che ha dissacrato tutti gli elementi e i principi di vita nel nome di un progresso preludio al “regressio ad infinitum”.
Forse gli dei si sono addormentati, anche per loro “il sonno della ragione genera mostri” e se l’uomo è una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, credo che il Creatore nell’attimo in cui soffiò nelle narici della sua creatura un alito di vita, stesse davvero dormendo.  
Prometeo che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, si starà pentendo per averlo fatto, gli starà rodendo il fegato più di quanto non abbia già fatto la mitica aquila, prima che Eracle lo liberasse dai suoi artigli; quel fuoco sta bruciando la sua Patria, sta scacciando Artemide che era di casa sul Monte Taigeto e sta facendo piangere Taigete, una delle Pleiadi, che di notte vegliano il sonno dei mortali. 
Scrive Mario Rigoni Stern: “Quando la pioggia di primavera scende sui boschi a risvegliare dal gelo le sorgenti, sembra anche di sentire il lieve cinguettio dei fringuelli maschi e il sommesso verso dei tordi botacci. Sì, allora il bosco diventa come una grande creatura che vive e si rinnova all’amore, al canto e alla musica. Pure d’inverno il bosco respira, quando il gelo fa scricchiolare i rami che rabbrividiscono e il pettirosso arruffa le penne dentro un cespuglio. Ma è terribile e raggela il cuore quando d’estate crepita, stride, urla e muore per il fuoco…Piangono gli alberi bruciando, e si offrono agli dei non per chiedere acqua, ma consumarsi in sacrificio per dimostrare e far capire agli umani la loro stoltezza.”
Mi avvicino ai miei ulivi con riverenziale rispetto, saluto i più vecchi, veri monumenti vegetali sacri alla dea Atena, sfioro i loro tronchi nodosi e scolpiti dal tempo, le foglie d’argento si muovono come il mare. Il vento mi porta l’eco un suono lontano, vorrei che fosse il suono di un flauto, ma è solo il lamento di un dio che muore.
Chiudo gli occhi, vedo i tronchi degli ulivi del Peloponneso anneriti dal fumo ardere come tizzoni ardenti e piango.
Gli dei spesso si addormentano, talvolta muoiono.
Non era forse estate quando su tutte le coste del Mediterraneo, tra gli ulivi, le viti, i fichi d’india e le ginestre, risuonò il grido “Pan è morto”?

 
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