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I FUCILI DI BOSSI

Se non fosse per quel poco di humana pietas che di solito si riserva anche ai personaggi pubblici fatalmente colpiti nel bene più prezioso, probabilmente a quest’ora avrei già omaggiato l’ex rappresentante di patatine fritte, l’ictato paladino dell’identità padana, con il mio più cordiale vaffanculo.
Consideratelo fatto, soprattutto perché il pregiudicato umberto bossi non è nuovo a certe sparate verbali e per quanto il suo eloquio sui generis provochi ribrezzo e indignazione, non meraviglia più di tanto, soprattutto perché è espressione di un certo modo di intendere la politica che si mantiene a galla e fa parlare di sé solo grazie (sic) a personaggi come il caimano e la compagnia degli alligatori legaioli che continuano indisturbati ad infestare con la loro ingombrante presenza la palude italiota.
Sarà stato l’ossigeno puro delle alpi orobiche ad avergli dato alla testa o quelle camicie verdi di rabbia e di egoismo padano “tassativamente” indossate dai suoi “federali” a spingere il grande officiante del dio Po, a dare fuoco alle polveri, scatenando l’ennesima offensiva sul fronte fiscale: una vera e propria chiamata alle armi in cui il ricorso ai fucili per difendere le casse lombarde dalle ruberie dello “Stato delinquente” non è il frutto di un attacco ischemico transitorio del buon senso, ma l’attuazione di un disegno chiaramente eversivo che parte dalla rivolta tributaria, passa dal federalismo fiscale per approdare alla secessione.
Il pregiudicato umberto bossi, già condannato per corruzione, può vantare fra l’altro, una condanna ad anni uno per istigazione a delinquere e con questi precedenti, la reiterazione del reato che si potrebbe configurare nell’invito a imbracciare i fucili e fomentare la rivolta fiscale contro “Roma ladrona” sa tanto di recidiva e come tale dovrebbe essere perseguito, specie se le finalità sono dichiaratamente eversive e tendono a destabilizzare l’ordinamento democratico.
Il Presidente della Repubblica “dinanzi a eccessi” così clamorosi nella polemica politica e nella propaganda partitica, ha invitato alla “moderazione del linguaggio e al rispetto dei valori nazionali e dei principi costituzionali”.
Valori nazionali e principi costituzionali, già altre volte calpestati dal signor umberto bossi, visto che nel suo palmares giudiziario figurano anche i reati di attentato alla Costituzione e all’Unità dello Stato, per non parlare dell’oltraggio a quella Bandiera che il senatur vorrebbe sostituire alla carta igienica.
I giornali in questi giorni hanno riportato una summa del pensiero bossiano, un florilegio grigio-pirla nel quale a brillare c’è solo l’imbarazzo della scelta, dalle pallottole che costano 300 lire cadauna, quanto la vita di un magistrato che osa mettere il naso negli affari legaioli, alla “soluzione finale” proposta per risolvere il problema degli sbarchi dei clandestini: “il rombo dei cannoni” ovvero gli abbattimenti forzati delle imbarcazioni con cui gli immigrati raggiungono le coste italiane, passando per i “300 mila uomini armati pronti a marciare su Roma”.
Da tutto ciò emerge, in tutta la sua pochezza, la squallida grettezza del personaggio e si delinea a fosche tinte il ricorso sistematico alla violenza che il profeta legaiolo eleva a scuola di pensiero: “Preferirei che il nord ricorresse alle armi per difendere il suo onore, piuttosto che in modo codardo rimanesse testimone impotente del proprio disonore. Nel caso l’unica scelta possibile fosse tra codardia e violenza, sceglierei la violenza, la disobbedienza all’ordine costituito”.
Se un comune mortale avesse espresso un concetto simile, sarebbe già da un pezzo nelle patrie galere; alimentare un clima da guerra civile parlando di fucili, di cannoni, di pallottole e di marce su Roma, serve solo ad innescare una spirale di violenza col preciso scopo di indebolire le fondamenta dello Stato e violare la Costituzione. Se lo fa un “parlamentare” che se la spassa con i soldi di “Roma ladrona”, le anime belle della repubblica degli evasori che incitano alla ribellione fiscale, parlano di “provocazione” dimenticando che altri “provocatori” per molto meno, sono stati definiti “terroristi” ed altri sono finiti “preventivamente” in galera.
Aspettando l’esercito nordista, il risorgimento padano, l’ottavo fucilieri e il quinto cavalleggeri del generale borghezio, continuo a leggere i proclami di bossi, la sua voglia di revisionismo storico, il rozzo linguaggio di uno che è stato anche ministro delle riforme prima che un ictus lo costringesse a passare di mano il testimone ad un suo pari che in fatto di “porcate” ha dimostrato tutta la sua insuperabile valentia.
Apprendo che per il sommo padano “i giovani dell’800 si infatuarono, cedettero alle parole artefatte di Garibaldi, dei Savoia e degli altri stronzi”.
Vorrei chiudere con le stronzate del pensiero bossi…ano, tirando la classica catenella, ma i precedenti penali, quelli lessicali e i carichi pendenti, invece di essergli di zavorra sembrano invece donargli una certa mefitica e flatulenta levità che lo fanno ancor più apprezzare dai sodali destrorsi del condominio delle cosiddette libertà, abituati peraltro a convivere infognati con chi ha fatto strame dello Stato di Diritto e della Legalità, i quali cercano di ridimensionare l’infelice sortita legaiola rubricandola alla voce “provocazione”.
Ne giustificano la “sparata” attribuendola alla “politica del governo Prodi che ha provocato una reazione di rigetto destinata ad aumentare soprattutto tra i ceti produttivi del Nord, penalizzati perché esposti alla concorrenza internazionale e per l’obiettiva disuguaglianza di trattamento nei confronti di altre Regioni d’Italia”. Questo, nello specifico, è il pensiero del ravanello pallido “rinforzaleghista” che parla di “disuguaglianza” dimenticando che molti cosiddetti imprenditori nordisti senza impresa e senza capitale, sono venuti qui al Sud, per fare “impresa” ma l’unica impresa in cui sono perfettamente riusciti è stata quella di fottersi i contributi dello Stato, e sparire con la “cassa del mezzogiorno” senza riuscire a creare neanche un posto di lavoro.
Non sarà certo un caso se tra i maggiori evasori spiccano gli industriali con una percentuale del 32%, non farà certo piacere al sciur bossi apprendere che l’evasione fiscale percentualmente premia il suo Nord, dove l’imponibile non dichiarato al Fisco raggiunge il 45,4% su scala nazionale.
Vogliono far passare l’idea che la bandiera nera dell’evasione fiscale appartiene al sud con il 34,5%, ma se si fa una semplice addizione e si somma il 18,9% del Nord-Est con il 26,5% del Nord-Ovest si ottiene proprio quel 45,4% che nel suo complesso la dice lunga sul motivo che spinge i “tartassati” nordisti a protestare contro un’imposizione fiscale che tutti indistintamente (sia al Nord come al Sud) riteniamo essere vessatoria e draconiana proprio perché finora ha premiato i furbi, gli orbi e i riccastri nullatenenti dell’ex Belpaese. Bisognerebbe che qualcuno spiegasse al sciur bossi le cause della stretta fiscale e forse capirebbe che sono da addebitarsi al malgoverno berluskoni del quale egli è corresponsabile e all’uso disinvolto e privatistico della Res Publica compiuto in cinque anni di regime mediatico, durante i quali niente era come appariva: tutto era truccato, anche i conti pubblici, proprio come il cavaliere mascarato.
Se si disaggregano i dati su scala regionale ci si accorge che Calabria, Sicilia, Puglia e Campania sono le regioni in cui è l’evasione è più forte in termini relativi, mentre Lazio, Lombardia (con buona pace di bossi) e Sicilia sono in termini assoluti le regioni dove si registrano le quote maggiori di evasione fiscale.
E il padano bossi ha anche l’ardire di minacciare la chiusura dei rubinetti: “se la Lombardia potesse chiudere i rubinetti, l’Italia morirebbe in cinque giorni, perché l’Italia vive con i soldi della Lombardia.”
Mi consenta il padano bossi e quelli della sua onorevole genia: se c’è qualcuno che vive gravando sulle spalle degli Italiani, questo qualcuno è proprio lui, quelli della sua risma di bassa lega che si fanno chiamare onorevoli e senatori e coloro i quali sputano nel piatto in cui mangiano (come i preti) volendo sindacare sulla qualità del foraggio e la quantità della biada.
Trovo gravissimo e inqualificabile l’apologia di reato patrocinata dal signor bossi e chiedo a chi di competenza, se non ci siano gli estremi per procedere nei suoi confronti: (evadere le tasse è un furto ai danni dello Stato) e suona di offesa nei confronti di coloro i quali, come recita l’art. 53 della Costituzione Italiana “concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, di quelli cioè che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo per finanziare i servizi pubblici essenziali garantendo il funzionamento dello Stato sociale.
Ma cosa volete che interessi a quelli come il bossi o il berlosko, il walfare, la scuola o gli ospedali pubblici: loro hanno i danè e possono permettersi di mandare i loro figli a quel paese per farli studiare, possono permettersi il lusso di andare essi stessi a quel paese per farsi impiantare il pace maker o per completare una riabilitazione che, nel caso del bossi e dei suoi sodali, dovrebbe accompagnarsi ad un piano per il recupero del buon senso e del rispetto per la Repubblica Italiana e le sue Istituzioni, Bandiera compresa.
In questo quadro di demenza politica e di iperboli guerresche si inserisce “lo sciopero delle lotterie” l’ultima strampalata trovata del pensiero bossiano, che sembra aver trovato l’avallo del “sommo cavaliere azzurro” il quale quando ci mette del suo non è secondo a nessuno e riesce a superare perfino il senatur.
Anche nel suo caso è cosa buona e giusta pescare nel repertorio grigio-pirla dell’ex presidente del consilvio per trovare qualche citazione a tema: “Continuano ad essere convinti che il fine del governo sia ridistribuire il reddito con le tasse, rendendo uguali il figlio del professionista e il figlio dell’operaio”.
Ipse dixit berlusconi silvio la sera del 3 aprile 2006.
E’ una data che non dimenticherò mai, perché io, figlio di contadino, mi sono sentito discriminato da uno che è nato con la camicia (per meglio dire, è riuscito a farsene cucire più di una su misura) e, proprio per questo, non si metterà mai nei panni di chi è nato senza.
Pertanto il popolo bue che lo ha scelto per mandriano, prima o poi dovrà chiedersi e chiedere al signor berlusconi silvio che cosa intende lui per governo, al netto dei suoi molteplici interessi e di quelli della sua schiatta, e quale fine deve avere, secondo lui, l’arte del governare.
E ancora, dalla prima pagina del sedicente “Libero” di martedì 21 nov. 07 riporto un’affermazione berluskoniana che da sola vale mille bossi, pur prendendo per buono il senso figurato col quale l’esimio silvio ha espresso il suo desiderio, non si può non accostarla al lessico del “piccolo piantone lombardo”.
Parlando dell’attuale presidente del consiglio e dell’impossibilità di toglierselo quanto prima dalle scatole, il ronzinante si lamentò con il pennivendolo di turno in questi termini: “Mi manca un killer…Serve un uomo di coraggio che dia a Prodi il colpo di grazia, ma non c’è”.
Parole in libertà, pronunciate senza che al pensiero seguisse l’azione, stante l’ovvietà di una boutade che, però ha avuto il merito di segnalare la penuria di quel tipo di “killer” così impavido da scacciare il prode tartufo romano senza ricorrere al killerarggio politico e mediatico o alla paventata compravendita dei senatori al foro boario di Palazzo Madama, estrema contromisura adottata dal padrone del casato delle libertà per ridurre all’impotenza il già inane mortadella; non altrettanto può dirsi della perentoria affermazione con la quale il caimano ha liquidato il fenomeno dell’evasione fiscale:“Evadere il fisco è moralmente giustificabile”.
La morale, ratzinger insegna, può essere un’opinione, ma quello che non è eticamente accettabile è la pretesa di un sedicente “statista” di attribuirsi una patente di moralità che la sua storia personale e giudiziaria ha già fortemente compromesso. Leggere a tal proposito “L’ombra del potere” di David Lane o “Citizen Berlusconi” di Alexander Stille. Essendo scrittori esteri non possono essere accusati di antiberlusconismo alla “Travaglio” e offrono uno spaccato della vita politica italiana davvero inquietante.
Premesso che saremmo tutti molto felici se pagassimo meno tasse, trovo quantomeno singolare che pochissimi parlino di “emergenza evasione”.
Fonti autorevoli hanno quantificato l’ammontare annuo dell’evasione fiscale in 100 miliardi di euro, mentre il debito pubblico ha ormai raggiunto la stratosferica cifra di 1629 miliardi di euro, ben ricordando che su questo come su ogni altro debito bisogna pagare interessi salatissimi, ergo nuove tasse.
L’Europa continua a dirci che dobbiamo ridurre il debito pubblico ed è di oggi la notizia che la Commissione Europea potrebbe avviare una procedura di infrazione per le favorevoli condizioni fiscali concesse dall’Italia alla chiesa cattolica che di fatto gode di un trattamento “elusivamente” permissivo in violazione di ogni elementare norma di equità fiscale.
Proprio perché gradirei pagare meno tasse, mi domando se non ci sia la maniera di ridurre l’evasione fiscale, costringendo anche la chiesa cattolica e non solo i grandi evasori, a “dare a Cesare quel che è di Cesare” in modo che poi la riduzione delle tasse per tutti, sia la normale conseguenza della lotta all’evasione e non sia solo e soltanto un infelice slogan elettorale.
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
Inviato da: ossimora
il 23/03/2012 alle 02:52
Inviato da: chiaracarboni90
il 31/05/2011 alle 10:51
Inviato da: fantasista76
il 03/11/2010 alle 08:33