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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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« POLITICAMENTE SCORRETTODOMENICALE »

CUI PRODEST?

Post n°484 pubblicato il 15 Novembre 2007 da bargalla

            

Se è vero, com’è vero, che mai nulla accade per caso, anche gli ultimi, tragici avvenimenti, certo non degni di un Paese civile, quale si considera l’Italia, sembrano seguire una regia occulta, una logica perversa, da causa-effetto più che sospetto, tendente a seminare insicurezza nel tessuto sociale e sfiducia verso lo Stato, le Istituzioni e gli uomini che pro tempore le rappresentano, tutti scientificamente fiaccati da un lento lavorio di delegittimazione tale da mostrarli inadeguati e incapaci di fronteggiare una situazione in cui qualcuno, dopo aver appiccato ben altri incendi intaccando lo Stato di Diritto e la certezza delle pene, ha buon gioco nel soffiare deliberatamente sul fuoco della violenza spicciola e quotidiana per alimentare un clima di insofferenza e di incertezza spingendo così  il popolo bue, istigato con blandizie varie da chi ha imparato a speculare sul consenso popolare, influenzandone mediaticamente le scelte, ad invocare lo spettro dell’uomo della provvidenza, sempre in agguato nel destino di una Nazione a sovranità limitata e con un’idea molto approssimativa di Giustizia e Libertà.
Un Paese dalla democrazia incompiuta, a corto di memoria e a sovranità limitata che, purtroppo, non riesce a chiudere i conti con un passato già spazzato via dal vento della Storia eppure sempre sul punto di erompere in un presente pericolosamente spinto al largo dalla deriva antidemocratica di un regime che ieri si chiamava fascismo, ma al quale oggi una razza padrona dice di ispirarsi rinverdendone i fasti, i fasci e i guasti, senza suscitare però quello sdegno che una così plateale apologia di un regime dittatoriale dovrebbe provocare.
Silvio “uber alles” è ritornato fra i nostalgici del duce, ma se n’era mai allontanato?
Il cavaliere nero dopo aver sdoganato gli eredi bolliti dalla fiamma missina, si è premurato di farlo nuovamente partecipando sabato scorso all’adunata degli epigoni duri e puri di benito per dare la sua benedizione e il suo appoggio ad un restyling di pura facciata che ha però avuto il merito di mostrare il vero volto di una destra massimalista, razzista e xenofoba che non ha mai abiurato il suo nefasto passato.
Si sono ascoltati slogan e proclami da “piazza Venezia”, mancavano solo il balcone, il fez e la camicia nera d’ordinanza per rendere la cornice del Palaeur altrettanto degna di così tanti gerarchi e potestà confluiti in massa per salutare al grido di “duce, duce” il redivivo benito.
Più o meno gli stessi slogan che a volte riecheggiano dalle curve degli ultras di certi stadi, dove il calcio è l’ombra dello sport che fu poiché sempre più spesso, è il pretesto per scatenare una violenza fine a se stessa, specchio deformato di una società incivile, egoista, corrotta e immorale che rimbalza inseguendo un pallone gonfiato dalla boria di un mondo attorno al quale ruotano molteplici interessi e il solito vorticoso giro di denaro. Il giocattolo si è rotto, eppure c’è ancora chi sfrutta le frange di un tifo estremista per fini tutt’altro che reconditi.
Bisognerebbe chiedersi “Cui prodest” questo clima da notte della Repubblica, avendo poi anche il coraggio di rispondere ad una domanda che permetta di capire la parabola di un professionista dell’antipolitica, sedicente statista e liberale, ma sarebbe meglio definirlo volgare liberista, il quale ha fondato un partito funzionale alle sue aziende e ai suoi interessi considerando che il partito-azienda, come scrive Curzio Maltese ne “I padroni delle città” è “totalmente frutto della strategia mafiosa di creare ex novo un referente politico”. Ci si aspetterebbe che un’affermazione del genere, lungi dall’essere campata in aria e non suffragata da prove documentali già oggetto di altre fatiche editoriali, suscitasse un moto di sdegno popolare o, almeno una pallida resa dei conti, ma questa, come altre verità inconfessabili, è destinata a scivolar via senza minimamente turbare i sogni dei furbi e degli orbi accecati dalle “apparenze” dell’ex presidente del consilvio, e il destino delle Istituzioni asservite, rese pavide e vulnerabilissime dall’uso personale e privatistico della Res Publica.
Di esempi se ne potrebbero fare a iosa e le famigerate plurimae leges ad personam stanno lì a dimostrarlo, nonostante la promessa di cassarle, puntualmente disattesa, da un governicchio nato da una porcata di legge elettorale che ha permesso al solito mandriano di trasformare il Senato della Repubblica in un foro boario, un suk nel quale fra una improbabile spallata e un’implosione di là da venire, le truppe cammellate dei patres conscripti e i loro tirapiedi barattano la democrazia, il bene comune e l’interesse generale, per un misero piatto di scipite lenticchie.
Il tutto secondo la regola ferrea del do ut des.
Se a tutto questo cascame ideologico e gattopardesco che vorrebbe passare per nuovo, democratico e liberale, si aggiunge una fiction televisiva trasmessa in ben sei puntate sulla rete ammiraglia del cavalier menzogna, un omaggio della ditta al “capo dei capi” quel totò riina che ha legato il suo nome all’epoca stragista di “cosa loro”, allora significa proprio che non c’è più limite all’indecenza; raccontandone la vita e i misfatti, si celebrano spudoratamente le gesta di un mafioso e, in un contesto più generale, quelle dell’onorata società che fra padrini e padroni di ogni risma e specie, è arrivata a conquistare anche la prima serata dei palinsesti televisivi. Per non dire altro!
Evito accuratamente di sintonizzarmi sia pure per sbaglio sulle reti televisive del cavaliere, ho cancellato dalla “lista programmi preferiti” le sue emittenti, un modo come un altro per boicottarlo, quindi questo mio giudizio lo esprimo sull’onda del sentito dire e, a quanto mi dicono, perfino dagli spot che pubblicizzano la miserrima miniserie italiota dedicata a totò riina, si ha la netta sensazione che si voglia scimmiottare “il padrino” di Coppola per collocare “il capo dei capi” nella storia (con la esse minuscola) di questo povero Paese, il quale si regge anche grazie alla fiorente economia (sic) mafiosa, l’unico settore che sembra non avvertire i segni della recessione e, naturalmente, il peso dell’imposizione fiscale. Scrivere e rappresentare con dovizia di mezzi, di particolari e con un notevole spreco di denaro, subito recuperato dagli introiti pubblicitari, la storia di un boss mafioso ancora vivente, caso più unico che raro, per farne un “santino” da elevare agli onori del piccolo schermo, senza pensare alla possibile emulazione e all’impressione derivante dalla convinzione che in Italia il crimine paga e incassa sempre, è servito solo a spargere altra immondizia da una tivù che ha già prodotto tanta di quella spazzatura da ingorgare le flaccide menti dei telesudditi, non più abituati a discernere il grano dall’oglio né ad usare il telecomando come protesi del proprio cervello, uno strumento indispensabile, forse l’unico rimasto, per esprimere il proprio dissenso nell’era del regime mediatico.
Per rinfrescarmi la memoria, sto rileggendo “Regime” il libro scritto da Peter Gomez e Marco Travaglio: “storie di censure e bugie nell’Italia di Berlusconi” con le relative condanne all’ostracismo pronunciate da sua remittenza nei confronti di Biagi, Santoro, Massimo Fini, Freccero, Luttazzi, Sabina Guzzanti e Paolo Rossi, accusati dal teleimbonitore di fare “un uso criminoso della televisione pubblica”, un pronunciamento meglio noto come il famigerato “editto bulgaro”.
L’ukase, pronunciato dall’innominato signore di berlusconia a Sofia il 18 aprile del 2002, è un attentato alla libertà di stampa e una prova tecnica di regime, a farne le spese, più degli altri epurati, sembra essere stato un maestro indiscusso del giornalismo italiano, recentemente scomparso, una voce scomoda e stonata per il sedicente potente di turno, convinto di poter agire nella più completa e totale impunità facendo sempre e comunque gli affaracci propri.
Enzo Biagi, a stretto giro d’Ansa, così commentò l’inopinata sentenza emessa dall’ex presidente del consilvio:
“L’uso della lingua italiana non è il forte del presidente del Consiglio e la frequentazione con Bossi non lo aiuta ad esercitarlo, ma siccome ha detto “uso criminoso della tivù”, vorrei sapere quale reato ho commesso: stupro, assassinio, rapina? Non sono certo un suo estimatore, ma non credo di aver fatto niente…
Il presidente del Consiglio ha un concetto della libertà di stampa che mi pare ristretto…
Mi viene in mente quello che disse una volta John Kenneth Galbraith a proposito di un certo personaggio:
“In altri tempi sarebbe stato un fascista, ora è soltanto un cretino”.
Uno che fa battute come quella di Berlusconi dimostra che, nonostante si alzi i tacchi, non è all’altezza. Purtroppo si dimostra che gestire un Paese è un po’ più complicato che gestire un’azienda. Continuo a credere che un presidente del Consiglio che ha conti aperti con la giustizia avrebbe avuto la decenza di sbrigare prima le sue pratiche legali e poi proporsi come guida per il Paese”.
Ecco, quel presidente del consiglio, dopo aver sbrigato le sue pratiche legali, da presidente del consilvio con il metodo delle leggi vergogna, ora, da arrogante e sfrontato ipocrita qual è, dall’alto della sua bassissima statura morale e delle sue vertiginose ricchezze, si arroga il diritto di piegare nuovamente le Istituzioni al suo volere (vedasi l’indegna gazzarra dei probi viri (si fa per dire) e il relativo mercato delle vacche in corso nella Camera Alta) e ritornare “democraticamente” alla guida del Paese per ulteriori anni cinque, e poi terminare, Dio non voglia, la sua dis…onorevole carriera politica al Quirinale come presidente della repubblica. Delle banane!

 
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