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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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QUOTIDIANA INDIGNAZIONE

Post n°486 pubblicato il 08 Dicembre 2007 da bargalla

                 

Piove e tira vento, fa quasi freddo, le condizioni meteo mi hanno costretto a rivedere il programma che avevo per questa giornata altrimenti dedicata alla raccolta delle olive nel mio piccolo podere, un’occupazione che in questo periodo assorbe la maggior parte del mio tempo libero lasciandomi addosso una stanchezza che spesso mi costringe a mettermi a letto senza neanche aver visto il telegiornale delle venti.
Forse non mi perdo niente, considerando lo stato comatoso in cui versa l’omologante informazione televisiva di “raiset” dove solo Rai 3 continua ad essere un’isola felice nell’arcipelago mass-mediologico, continuamente flagellato ed eroso dai marosi di un’anomalia tutta italiota pervasivamente influenzata ora dal clericalume imperante di marca vaticana, ora dal fariseume trionfante di stampo berluskoniano.
Abitando in aperta campagna, resto per lungo tempo in perfetta solitudine e questo mi aiuta a ritrovare me stesso anche nel puro sforzo fisico di giornate di “riposo” trascorse nel valorizzare piacevolmente, seppure a costo di spaccarmi la schiena e di farmi venire i calli alle mani, questo piccolo angolo di paradiso dove tutto mi parla di Madre Natura: il canto del gallo all’alba di ogni nuovo giorno o quello della civetta che al crepuscolo saluta il tramonto del sole, sono gli inni  e i salmi di un breviario laico da recitare a mattutino e a compieta nel silenzio rotto dalla pioggia o dal vento per ringraziare la Grande Madre che ogni giorno mi concede di meravigliarmi dinanzi al suo mirabile manifestarsi e di guardare al creato con gli occhi degli antichi Greci volendo io trovare nell’immanentismo bruniano e nei filosofi dell’età classica la risposta ai miei tanti perchè, così che “ove il guardo giro Immenso Dio ti vedo”.
Ho rispolverato il mio pianoforte, ho suonato la prima cosa che ho imparato negli anni del seminario: “l’Ave Maria” di Schubert, dolcissima, ho immaginato di suonarla ancora in chiesa ai matrimoni degli amici, poi mi son concesso delle variazioni sul tema finendo, come al solito, con la bagattella “per Elisa”, la sigla di chiusura dei miei impromptu strimpellati seguendo un invisibile spartito.
Ho sfiorato i tasti pensando alla Nadia, croce e delizia della mia “meglio gioventù” e di questi anni così intrisi di sofferta rassegnazione, con gli annessi e connessi (anche politici ed esistenziali) che la citazione del film di M. T. Giordana evoca.
Inevitabile volgere lo sguardo al passato mai passato, chiudere gli occhi per vederti meglio e poi riaprili sull’orizzonte che si dispiega nel grigio scenario di un giorno di pioggia dove anche i ricordi diventano lacrime e scorrono appannando i vetri oltre i quali in lontananza si profila una lunga teoria di paesini posti uno accanto all’altro che la sera si accendono come un presepe, ecco, cara Nadia, una di quelle luci è segno della tua presenza, magari l’hai accesa tu, o tuo marito, o uno dei tuoi figli; ebbene sì, cara Nadia, anche stasera sono qui a chiedermi quale fra quelle è la tua, perché “è bello sentirti vicina, è dolce saperti lontana”.
Ritorno con i piedi per terra, sfoglio i giornali soffermandomi sugli ultimi infortuni sul lavoro, gli efferati “omicidi bianchi” per quali mai nessuno ha pagato e pagherà, l’olocausto offerto sull’altare del profitto da padroni senza scrupoli, i grandi sacerdoti del capitalismo più barbaro, selvaggio e arrogante, gli imprenditori di se stessi prestati alla politica o in predicato di farlo i quali predicano rigore e intanto si baloccano fra stock options, scatole cinesi e compensi milionari, gli avanzi di galera che si fanno chiamare “onorevoli”, un’intera classe dirigente (meglio dire “digerente” perché ormai è tutto un magna magna) da appendere al pennone più alto dei palazzi del potere, poiché sono proprio loro i responsabili massimi di un degrado sociale che consente ad una confraternita di satrapi e di signorotti medievali di  celebrare il loro dio sfruttando e sacrificando la vita degli operai i cui figli, secondo il berluskoni pensiero “non potranno mai essere uguali ai figli dei professionisti” non fosse altro perché avranno più probabilità di restare orfani.
Personalmente non so che farmene di simile gentaglia che in un modo o nell’altro schiavizza il popolo bue, ritenuto indifferentemente carne da voto e da macello o, nel migliore dei casi, forza lavoro, dipendenti mal pagati e garantiti (da sindacalisti venduti) che qualcuno con una buona dose di cinismo chiama “collaboratori”, la mia quotidiana indignazione mi porta a mandare nel paese che tutti sanno, i nuovi negrieri travestiti da “padroni”, i predoni della vita umana, gli squali della finanza e gli avventurieri della globalizzazione a buon mercato.
Padri di famiglia morti bruciati vivi, la morte più atroce che possa esserci, non a caso adottata dalla santa inquisizione catto-vaticana, che in quanto a crudeltà non è seconda a nessuno; mariti e padri esemplari, come reciteranno i necrologi dei vari coccodrilli e caiamani della palude italiota, morti per mancanza delle più elementari norme di sicurezza, semplici operai morti senza neanche avere l’onore della prima pagina del telegiornale di rai uno che ieri sera ha aperto l’edizione delle venti parlando della Scala di Milano, secondo una scala, ma sarebbe meglio dire una scaletta di valori che la dice lunga sulla concezione che ormai vige in Italia secondo cui, purtroppo, la classe operaia non andrà mai in paradiso e semmai ci andrà, lo farà a sue spese, quando passerà nel mondo dei più.
Almeno questo è il convincimento del creativo ratzinger e del suo staff di emeriti rappresentanti della più potente, ipocrita e pericolosa multinazionale dello spirito, quella che propaganda il suo dio come il migliore, l’unico e il vero; una setta di parassiti clericali che passa il tempo ingerendo (e digerendo, perché ormai è tutto un magna magna!) negli affari interni di uno stato, sedicente laico, il quale si lascia condizionare dalla dottrinaria visione papalina e legifera secondo i diktat integralisti del sinedrio catto-vaticano, con la fattiva collaborazione dei suoi ufficiali di collegamento che siedono nel Parlamento Italiano.
Logica vorrebbe che certi teo-dem quando poggiano le loro indegne terga sugli scranni parlamentari per legiferare laicamente nell’interesse generale, si spogliassero del loro cilicio ideologico e clericale, senza avere la pretesa di farlo indossare anche a chi non vorrebbe, ma sono talmente teo-dem…enti da annichilirsi miseramente nel fondamentalismo della chiesa catto-vaticana. Discorso a parte meriterebbero gli “atei-devoti”, ma sono così de…vuoti da non accorgersi di essere ridicoli nella loro pingue voglia di stupire, il riferimento è ad un pachiderma nostrano che si fa chiamare “elefantino”, perché delle due l’una: o si è atei o si è devoti, infatti, le due accezioni sono semanticamente inconciliabili fra loro.
Ho letto la “Spe salvi” (“Nella speranza siamo stati salvati”) la seconda enciclica partorita dall’acuto filosofeggiare del pastore tedesco, una feroce invettiva, una lunga requisitoria contro la Dea Ragione , l’illuminismo, il marxismo e le ideologie del ‘900, una catilinaria in cui però herr ratzinger si guarda bene dal condannare adeguatamente quel capitalismo che permette anche alla sua organizzazione di “uccidere” nel nome del dio denaro e lo fa ogni qualvolta che asseconda l’operato di chi opera in condizioni di predomino, grazie a mammona, ad una ricchezza e ad un potere accumulati schiacciando chi non è in condizione di reagire. Bella forza!
“Ti piace vincere facile?” Sembra lo spot del “gratta e vinci”.
Dell’enciclica intitolata alla seconda virtù teologale, salvo soltanto l’ultima parte, quella dedicata a Maria, salutata con il titolo di “Stella Maris”, richiama l’immagine della Grande Madre, il culto del Femminino Sacro e perciò mi è particolarmente cara.
Naturalmente herr ratzinger ponza pro domo sua e già questo lo rende relativamente attendibile (altro che relativismo etico, concettuale e filosofico!) non vale quindi la pena dilungarsi sulle sue elucubrazioni mentali, anche perché la sua enciclica è un colpo mortale alla Teologia della Liberazione, giacché ribadisce l’esclusiva di una salvezza che apparterrebbe solo ai cristiani e condanna senza appello, come ai tempi dell’ex santo uffizio - già santa inquisizione - chi vorrebbe deporre i poveri dalla croce, lasciandoli appesi con quel Cristo che, anche Lui, aspetta l’input per risorgere a comando, sperando che il carattere escatologico della religione catto-vaticana, parafrasando Sergio Quinzio, non finisca per sancire la vittoria del  nulla sulla Croce e l’ineluttabile manifestarsi del “mysterium iniquitatis” al quale lo stesso Quinzio (a proposito di encicliche) ha dedicato un saggio illuminante, rimproverando alla gerarchia ecclesiastica, la voglia di eludere col silenzio quel passaggio fondamentale della seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi in cui l’Apostolo delle Genti profetizza il disvelarsi della grande apostasia finale.
C
ome sempre “la speranza è l’ultima dea” (Spes ultima dea), proprio per questo è da coltivare insieme alla certezza che la vera redenzione del genere umano o avviene hic et nunc (qui e d’ora) o non ha nessuna probabilità di verificarsi in un domani in cui se “gli ultimi saranno i primi” non sarà certo per merito di ratzinger e compagnia cantando, poiché proprio perché gerarchicamente “primi” verranno considerati “ultimi” ed è questa, in fondo, l’unica nemesi che potrebbe fare Giustizia di un modo di considerare la religione e la politica come un mezzo per infinocchiare il prossimo, tenuto conto che già al tempo di Euripide come nell’attuale “molto le speranze e i discorsi ingannano i mortali”.  
C’è, a tal proposito, una brevissima favola di Esopo che rende bene il concetto:
“Un gracchio affamato si posò su di u fico e siccome vi trovò i frutti ancora acerbi, si mise ad aspettare che maturassero. Ma una volpe, che lo aveva visto là fermo, quando ne seppe da lui la ragione, osservò: “Sbagli, amico mio, ad attaccarti alla speranza che, come un pastore, sa condurre al pascolo, ma non può assolutamente riempire lo stomaco”.
Di pastori in giro ce ne sono tantissimi anche perché c’è un gregge che si lascia docilmente tosare; i mandriani non mancano e ad ogni ora del giorno propinano l’immangiabile poltiglia politico-istituzionale preparata dagli chef prezzolati di una bassa cucina che usano gli scarti della Ragione per bollire e cucinare a fuoco lento le menti di un popolo bue quanto mai che il Rapporto del Censis disegna impietosamente raffigurandolo invischiato nella “mucillagine sociale” e antropologica di una “poltiglia di massa” in cui populismo e demagogia hanno buon gioco nell’agitare l’informe e disinformata “paccottiglia di coriandoli” senza nessun orientamento collettivo che non sia quello, interessatissimo, del mandriano di turno che continua a somministrare al popolo bue il surrogato di una libertà snaturata e fortemente condizionata dalla mancanza di Legalità e di Uguaglianza, mentre Oltretevere il papa re prosegue indisturbato nello “spaccio della bestia trionfante” (cito il mio Giordano Bruno) nel simoniaco commercio del sacro, vera “pietra filosofale” dell’alchemica setta catto-vaticana, che fra supposti assiomi e verità rivelate, ha costruito il suo dorato impero fatto di fideistiche menzogne e di crudelissimi inganni, sfruttando proprio “l’intimo bisogno di Dio insito nel cuore dell’uomo”. 
Il vento è mio buon alleato, scuote i rami degli alberi di ulivo facendo cadere le preziose drupacee mature sulle reti sospese a mezz’aria e quando, fra un  turno di lavoro e l’altro, passo per raccoglierle, ho l’impressione di svuotare reti piene di prezioso pescato, fra le rade foglie d’un argento avvizzito posatesi nella parte più declive delle reti, si accumulano le olive, nere, lucide, perlacee, il frutto di un albero sacro ad Athena-Minerva, quanto la quercia lo era per il padre degli dei.
Periodicamente le raccolgo pensando alla storia, ai miti e alle leggende che circondano l’albero da cui sono nate, fra qualche giorno diverranno olio, ce ne vogliono mediamente cinque chili per farne un litro.
Nutro una particolare venerazione per gli alberi di ulivo secolari e per le querce, monumenti vegetali di impareggiabile bellezza e soffro al pensiero che siano stati dissacrati dalla blasfema simbologia di un regime partitocratico che di fatto ha rinnegato ciò che quegli alberi rappresentano.
Partiti usa e getta che partono per la tangente senza curarsi più di tanto dei veri bisogni della gente, meri contenitori di ideologie svuotate e vilipese della loro linfa vitale e tutto per la smodata sete di potere che ha contagiato anche la sinistra cosiddetta “riformista” di questo povero Paese in crisi di identità e alla mercé di un “padrone” che sparla di libertà all’insegna del personale tornaconto e degli interessi di bottega del suo impero mediatico.

 
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