
Area personale
Ultimi commenti
Cerca in questo Blog
Menu
I miei Blog Amici
Chi può scrivere sul blog
| « QUOTIDIANA INDIGNAZIONE | UN ALTRO NATALE » |
TEMPO DA LUPI

Il vento della steppa ha portato su queste latitudini un freddo siberiano, ieri a pochissimi chilometri da qui è nevicato, oggi la morsa del gelo si è un po’ allentata e la temperatura, si fa per dire, è leggermente più gradevole essendo passata da uno a tre gradi, valori decisamente inconsueti per queste lande solitamente graziate dal generale inverno che sembra aver anticipato la sua periodica offensiva, sferrando un attacco in grande stile, difficile da considerare come “normale” manifestazione di un evento stagionale, specie se si pensa al caldo torrido di estati sempre più bollenti, in cui anche la canicola è pur sempre il sintomo di un malessere climatico più generale, che sembra investire patologicamente l’intero pianeta.
Con questo tempo da lupi non c’è niente di meglio che starsene al calduccio vicino al caminetto col fuoco che arde scoppiettando, ogni tanto fra un’incombenza e l’altra, lo ravvivo con gli alari e mi sorprendo ancora nell’ascoltare il crepitante sfavillare di un infantile, fiabesco desiderio che assume mille fantastiche sembianze e sale su insieme al fumo di altrettante evanescenti illusioni per poi perdersi nella nera cappa fino al comignolo che sbuffa come un’immobile locomotiva a vapore.
Ho riletto quanto appena scritto, inconsapevolmente è venuta fuori una metafora che ben riflette stato d’animo e carattere: sbuffo proprio come un’immobile locomotiva a vapore ben sapendo di non avere più alcuna meta e, proseguendo nel traslato del “binario triste e solitario” continuo a chiedermi, pur sapendolo, dove ho deragliato, chi ha manomesso lo scambio e quanto lunga sia questa galleria degli ideali svaniti in fondo ad un tunnel del quale, tuttavia, riesco a vedere la luce dei giorni migliori e le ombre di un grigio presente a malapena rischiarato dai bagliori dei ricordi più belli.
Ho messo il naso fuori solo per “governare” le galline, rifocillare cani e gatti e rifornirmi di altra legna da ardere, per il resto è stata una giornata di grandi letture e di musica visionaria, trascorsa in perfetta solitudine aspettando che un altro turno di lavoro arrivi di nuovo a scandire il mio tempo in cui i giorni sono tutti uguali e se non fosse per il colore rosso del calendario, non mi accorgerei neanche delle domeniche e delle altre feste comandate. Figuriamoci se mi accorgo del Natale, del Capodanno o dell’Epifania che pure ogni festa porta via, così come recita l’adagio, nel segno di un consumismo sfrenato a malapena condizionato dalla recessione dei cuori, dall’inflazione delle emozioni e dalla idolatrica processione dei sentimenti sui quali brilla sovrana la cometa dell’egoismo.
Dicevo di conoscere perfettamente la risposta alle domande che inconsciamente mi pongo, insisto nel chiedermi il perché di un viaggio che non mi porta in nessun altrove, lo faccio quasi per esorcizzare il demone di un passato che mi ha fatto salire su di un treno dal quale sono sceso in piena corsa senza curarmi di cadere malamente per evitare le spine e i rovi che hanno lacerato la mia anima; ferite a fatica suturate, ma basta davvero poco perché si riaprano esacerbando un dolore lenito appena dalla certezza che il risentimento di ieri, oggi è astio e livore.
Altre volte ho chiarito i motivi di un rancore nato dalla più turpe delle nefandezze e quando, com’è successo da ultimo in quel di Brescia, un prete bastardo e figlio di puttana finisce in galera, per giunta con la solidarietà della gerarchia ecclesiastica che, come al solito, per interessi di clan e spirito di corpo e di tonaca parteggia per i carnefici e mai per le vittime, è come se anch’io venissi per un attimo risarcito del danno subito, anche se a suo tempo provvidi da solo a farmi giustizia e la soddisfazione fu ancora più grande poiché il malcapitato pretacchione in carriera si guardò bene dal denunciare la mia vendetta.
Faccio di tutto per evitarli, ma per quanto mi impegni non riesco proprio a cancellarli definitivamente dalla mia vita, visto che spopolano come schifosissime baldracche paludate della loro arrogante e frusciante ipocrisia, quotidianamente esposte nella vetrina del postribolo massmediatico dell’ex Belpaese il quale, grazie alla paraculaggine di una classe politica popolata di prosseneti clericali e bigotti paraninfi, da tempo è andato a puttane (senza offesa per chi meritoriamente esercita il mestiere più antico del mondo) e per questo si è meritato un poco lusinghiero giudizio del New York Times secondo cui il popolo italiota è affetto da “un malessere generale”, uno scoglionamento oramai cronico, ma acuito e aggravato dal fatto che dopo cinque anni di malgoverno berluskoni, il deludente e fallimentare governicchio del tartufo romano, ha peggiorato la cagionevole salute del popolo bue, somministrando una terapia da cavallo ad un Paese già “scosso” e così facendo favorisce, come da sondaggi vaticinati dagli aruspici dell’oracolo di arcore, il ritorno del cavaliere Arpagone e della sua corte di cerusici maneggioni, im…pazienti come non mai di ritornare ad operare per gli interessi del loro signore e padrone.
Il quale signore e padrone, nei giorni scorsi si è vantato di essere andato “a scuola dai salesiani e avendo da essi imparato l’arte socratica della maieutica” ha pensato bene di applicare il metodo del dialogo per partorire una inconfessabile verità: la politica del do ut des, ovvero la compravendita, a proposito di erculee spallate forziste o di paventate implosioni governative, di un consenso senatoriale che se non fosse irriverente per l’Istituzione in quanto tale, sarebbe da equiparare all’antico foro boario dell’Urbe, un mercato del bestiame che, comunque, ben rappresenta quei “boni viri” che il popolo bue col suo voto irreggimentato ha espresso, secondo una porcata di legge elettorale pensata proprio per rendere ingovernabile l’ovile, pardon, la colonia dello stato pontificio, in cui davvero pochi possono dire di non sentirsi “pecore” così come ha pubblicamente dichiarato l’on.le Gianfranco Fini, a proposito dell’invito rivoltogli dal pecoraio silvio a rientrare negli stazzi del casato delle cosiddette libertà.
Sono lontano anni luce dal pensiero del leader aennino, però, una volta tanto, mi sento di dire: “Onore al camerata Fini!”
A furia di delegittimare tutto e tutti, nel paese dei buoi non c’è più niente di penalmente rilevante, neanche la certezza della pena (ammesso e non concesso che si arrivi ad una sentenza passata in giudicato), a condizione, naturalmente, che l’eventuale notitia criminis e le sentenze riguardino i cosiddetti “onorevoli” e le prerogative (sic) parlamentari, così che i rappresentanti del popolo bue possono tranquillamente spargere veleni e sollevare polveroni, violare la legge, corrompere e indurre alla corruzione, ben sapendo di poter fare e disfare a proprio piacimento secondo un collaudatissimo schema messo a punto dal maestro indiscusso dell’arte di apparire, il socratico berlosko, quello che ad ogni stormir di fronda giudiziaria che lo vede come indagato o imputato, se ne esce con la storia “dell’armata rossa dei pm” facendosi passare per vittima inverosimile di un complotto ordito a suo danno; proprio lui che è affetto da uno straripante complesso di superiorità, vuole per l’appunto apparire per quello che non sarà mai: una vittima, colpita da permanente mania di persecuzione.
Semmai sono altri, i più indifesi, quelli che si lasciano contagiare dalla berluskonite, ad essere vittime inconsapevoli di un morbo endemico che impazza via etere e nelle piazze italiote, meglio se corredate di “gazebo” dove l’agente eziologico circola e si diffonde per contatto diretto e indiretto; pur essendo molto diffusa, la berluskonite, è ancora poco conosciuta e sottovalutata dalla gente comune. Tra il popolo vettore e infettante, è considerata, infatti, di natura benigna “quoad vitam” (non se ne muore), ma talora e sempre più frequentemente, risulta penosissima e disturbante “quoad valetitudinem” (può essere invalidante) specie per gli strati sociali di una democrazia con un sistema immunitario pressoché compromesso dai continui attacchi del morbo populista che da berluskoni rischia di prendere il nome, una cattiva nomea di cui l’ex presidente del consilvio mena vanto con i suoi “me ne frego” davvero poco democratici, ma tanto fascisti e tantissimo mussoliniani.
Non so se si è capito, ma per ragioni personali e per formazione acquisita, odio i preti e quelli che si vantano di essere andati nelle scuole dei preti per imparare l’arte di frodare e raggirare il prossimo; odio i preti, odio la casta pretesca e papalina che ogni giorno minge fuori dal pitale loro assegnato in comodato d’uso da uno Stato, ormai semplice participio passato del verbo “essere” che a parole si dice “laico”, ma che, di fatto, in azioni, opere e omissioni, si dimostra clericale e teocratico, fin nelle fragili fondamenta che affondano fra le sabbie mobili d’Oltretevere.
D’altronde, come scrive oggi Eugenio Scalfari nel suo articolo di fondo: “E’ difficile essere laici nel paese delle chiese”. In pratica riprende e analizza un celebre articolo di Salman Rushdie già pubblicato nel ’99 e ripubblicato da “ la Repubblica ” venerdì scorso che lo scrittore dei “Versetti Satanici” ha inserito, aggiornando il punto riguardante il problema dello scontro di civiltà e le guerre di religione, nel suo ultimo libro di saggi intitolato “Superate questa linea”.
Un articolo scritto in forma di lettera indirizzata alla “Mia cara piccola seimiliardesima persona vivente…” Era ed è una bellissima lettera indirizzata all’ultimo nato, il seimilardesimo per l’appunto, con la quale egli cerca di rispondere agli interrogativi millenari (Dio, la moralità e le religioni, fra questi) che la specie umana porta con sé fin dai primordi. L’auspicio era ed è che il bambino “sei miliardi” in quanto membro di più recente acquisizione di una specie notoriamente indagatrice” sapesse crescere senza dogmi, cercando risposte nella Scienza e dunque, con buona pace di herr ratzinger, nella Ragione.
C’è un passo dell’articolo di Rusdhie che mi sembra fondamentale, anche perché trova una significativa eco nel film “I Centochiodi” di Ermanno Olmi.
“Scegliere la non fede è scegliere la ragione contro il dogma, fidarsi della nostra umanità invece di tutte queste pericolose divinità. E dunque come siamo arrivati qui? Non cercare la risposta nei libri di storia “sacri”. L’imperfetta conoscenza umana magari sarà una via accidentata e piena di insidie, ma è la sola strada alla saggezza che valga la pena imboccare. Virgilio che credeva che l’apicoltore Aristeo potesse generare spontaneamente nuove api dalla carcassa putrefatta di una mucca, era più vicino alla verità sulle origini di tutti i venerati libri antichi messi insieme”.
E ancora: “Solo l’ideologia radicale è chiara e distinta. La libertà, che è la parola che uso per definire la posizione etico-laica, è inevitabilmente più confusa. Sì, la libertà è quello spazio in cui può regnare la contraddizione, è un dibattito infinito. Non è, in sé, la risposta all’interrogativo morale, è la conversazione su quell’interrogativo.
Ed è molto di più di semplice relativismo….La libertà intellettuale, nella storia europea, ha significato principalmente libertà dai vincoli della chiesa, non dai vincoli dello Stato. Questa è la battaglia che combatteva Voltaire, ed è anche quello che tutti i sei miliardi di noi potremmo fare per noi stessi, la rivoluzione in cui ognuno di noi potrebbe giocare la sua piccola, seimiliardesima parte: potremmo, una volta per tutte, rifiutare di permettere ai preti e alle storie immaginarie in nome delle quali essi pretendono di parlare, di essere i poliziotti delle nostre libertà e del nostro comportamento. Potremmo, una volta per tutte, rimettere le storie nei libri, rimettere i libri sugli scaffali e vedere il mondo semplice e sdogmatizzato…Solo tu potrai decidere se vorrai che siano i preti a elargirti la legge e accettare che il bene e il male siano esterni a noi stessi… A mio parere la religione, anche nella sua versione più sofisticata, infantilizza il nostro io etico fissando infallibili arbitri morali e irriducibili tentatori immorali al di sopra di noi.
Immagina che non ci sia nessun regno dei cieli, mio caro seimiliardesimo, e improvvisamente il cielo cesserà di avere limiti”.
E in questa conclusione, tanto per cambiare, trova un’eco mirabile la teoria degli “Infiniti Mondi” del mio Giordano Bruno.
Ebbene sì, sono un anticlericale, un vituperato laicista il quale ascoltando le emetiche esternazioni clericali o i vomitevoli sproloqui di politici in crisi comiziale, non può non pensare all’incipit del Contratto Sociale di J. J. Rousseau:
“L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene. C’è chi si crede padrone di altri, ma è più schiavo di loro…”

|
|


Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
Inviato da: ossimora
il 23/03/2012 alle 02:52
Inviato da: chiaracarboni90
il 31/05/2011 alle 10:51
Inviato da: fantasista76
il 03/11/2010 alle 08:33