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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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DE FINIBUS TERRAE, UN ANNO DOPO

Post n°489 pubblicato il 31 Dicembre 2007 da bargalla



Osservo con estremo distacco la corsa ai festeggiamenti di fine anno, stento quasi a capire il motivo scatenante, faccio per dire, della voglia di divertirsi ad ogni costo, specie al pensiero che tutto lascia il tempo che trova. Un’indifferenza, la mia, accentuata dalla solitudine che da qualche anno a questa parte mi fa compagnia in giorni in cui il Tempo sembra quasi fermarsi per celebrare se medesimo, riacquistare nuovo vigore e succedere a se stesso, come se la cosa fosse davvero degna di essere celebrata con qualche rito propiziatorio.
L’immagine del mito ritorna puntuale insieme a qualche reminiscenza scolastica che del “mio tempo” andato costituisce la parentesi migliore, seppure la più sofferta: l’immortale Cronos, scaraventato da Zeus nelle viscere della Terra perché ingoiava la sua prole temendo di essere detronizzato dal frutto dei suoi lombi (evento che peraltro si compì grazie all’astuzia di Rea, sua moglie, la quale, stanca di veder finire ogni suo bambino nello stomaco di un padre poco affettuoso gli offrì un enorme sasso avvolto in fasce salvando poi quello che sarebbe diventato, secondo il mito, il padre della terza e ultima generazione degli dei insediatisi sull’Olimpo) continua imperterrito a divorare i suoi figli, a segnare, ineluttabile, il corso degli eventi, seguendo la traccia imperscrutabile, eppure già segnata, di una trama fatalmente ordita dal Destino.
Nessuno sfugge al proprio destino, nemmeno gli dei dicevano gli Antichi e, pur essendo il “tempo” una variabile che insieme allo “spazio” determina l’ordine delle cose, il caos primigenio del nulla è sempre lì, in attesa di esplodere e rinascere apparentemente ad una nuova vita, dalla durata già stabilita, e si manifesta per quello che è, una semplice variabile, buona sola per il computo delle stagioni e delle umanane vicissitudini, la scansione cronologica che per umana convenzione stanotte aggiunge un altro granello di sabbia alla universale clessidra.
Credo ci sia ben poco da festeggiare, soprattutto al pensiero che un altro morto è andato ad aggiungersi alla lista degli agnelli sacrificali portati al macello da una “repubblica fondata sul lavoro”, paradossale il richiamo ad un fondamento che più che nobilitare, mortifica grandemente fino ad uccidere i suoi figli offerti in olocausto sull’altare del profitto dai sommi sacerdoti del capitalismo tricolore e dai chierici del sinedrio catto-italiota che insieme al fariseume imperante trovano anche il modo di piangere lacrime di coccodrillo e di recitare a reti unificate non certo il “De Profundis” per la repubblica della razza padrona, bensì uno scaramantico “Te Deum” per la repubblica della razza predona in segno di ringraziamento per l’anno che verrà.
Ogni volta che un operaio muore sul lavoro è come se una parte di me morisse con lui, essendo io figlio di operai contadini, non posso non gridare tutto il mio sdegno per il modo col quale la cosiddetta classe dirigente (ahimè, anche i sindacati, venduti e riciclati dal regime partitocratico)  considera e retribuisce, sottopagandolo, il lavoro manuale e quelli che una certa politica vorrebbe che continuassero ad essere plebei e servi della gleba o, se preferite, popolo, massa informe da convogliare lungo canali produttivi dai quali attingere forza-lavoro e consenso elettorale a buon mercato.
Se, in una sorta di autarchia del sistema economico e produttivo, tutti gli operai e i contadini smettessero improvvisamente di lavorare per conto terzi e lo facessero esclusivamente per le loro famiglie, forse manderebbero in crisi l’intero sistema capitalistico, di certo sarebbero tenuti nella giusta considerazione da una risma di oligarchi, pregiudicati e spregiudicati, nella quale c’è ancora chi, come il signor berlusconi silvio, pensa e lo dichiara apertamente che “i figli degli operai non potranno mai essere uguali ai figli dei professionisti”.
L’unica consolazione mi è data da questo Tempo che passa inghiottendo patrizi e plebei, sudditi e regnanti, padroni e operai, preti e farisei; per tutti c’è “ a livella” o, come diceva Francesco d’Assisi “sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente po’ skappare”.
Tutto scorre, direbbe qualcuno, anche il tempo, tuttavia “per chi entra nello stesso fiume, sempre diversa scorre l’acqua” e qui emerge, in tutta la sua grandezza, il tema eracliteo del “panta rei” che con i suoi distinguo, offrirebbe ben più di qualche riflessione sulla precarietà dell’esistente e dell’esistenza, considerazioni davvero poco adatte ad un post che vorrei continuare a scrivere trascinato dalla corrente del tempo e dalle emozioni rivissute sull’onda lunga dei ricordi di una notte di San Silvestro in cui era realmente facile sognare ad occhi aperti.
Festeggio a modo mio la fine e l’inizio di un altro anno immaginando di essere stanotte poco lontano da qui e la meraviglia e lo stupore che ogni volta provo, quando ritorno dove lo sguardo spazia verso l’Infinito, mi riportano alla mente i versi con i quali termina “Finibusterrae”, una poesia di Vittorio Bodini, poeta leccese d’adozione, che dal Salento si lasciò sedurre e ispirare.
“…e tornerà il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta di questi
umili luoghi dove termini meschinamente,
Italia, in poca rissa d’acque ai piedi di un faro.
E’ qui che i salentini dopo morti fanno ritorno…”
Mi piace immaginare che Rocco Marzo, uno dei sette operai morti nella “spoon river di Torino” nato in un paesino vicino al mio, sia ritornato per sempre a “Finibusterrae”, in questo estremo lembo d’Italia che lo vide emigrante, per riposare in pace nei luoghi che l’hanno visto nascere.
Nel mio anonimo vagabondare, risalgo trasognato, la costa scoscesa, indugio fra dune di sabbia e rade calette di selvaggia bellezza, seguo le orme lasciate dalle ombre di ieri e qui, ai piedi di quel faro mi fermo, rassegnato, per riannodare il filo dei ricordi, mentre i pensieri insieme alle onde si infrangono e mille schegge di luce soffusa saettano schiumando sugli scogli nel vento querulo dell’imbrunire.
La prima cosa che da lontano appare arrivando la sera a Leuca, è il grande faro, il suo fascio di luce squarcia il buio e fende l’oscurità, un alternarsi luminoso e lieve di stasi e di estasi, una cascata orizzontale di vivida luce, momenti di trasparenza che si dissolvono alimentandosi l’un l’altro, come se attingessero ad una forza, sotterranea e celeste insieme, che di giorno si manifesta con il sole in tutto il suo abbacinante chiarore e di notte brilla di luce propria.
Leuca, approdo millenario, di Greci e Bizantini, qui sbarcò Simone detto Pietro per risalire la Penisola e giungere a Roma, da qui salpò Francesco d’Assisi per veleggiare nel vicino Oriente come messaggero di pace; Leuca la “bianca” e solare impronta del cielo, ultima zolla di una terra protesa fra due mari, conserva il “genius loci” dell’antico splendore. Vicino all’imponente faro dalla cui sommità si scorge l’isola di Corfù, sorge un santuario eretto sui resti di un tempio greco dedicato al culto della dea Athena-Minerva, che la tradizione cristiana ha poi consacrato a Maria “De Finibus Terrae”.
Mi ritornano in mente alcuni versi di Paul Claudel:
“Madre di Gesù Cristo, io non vengo a pregare.
Non ho nulla da offrire e niente da chiedere”.
La mia consapevole finitudine qui si ferma e si sublima, perché in questo luogo mitico, magico e sacro, si avverte la sensazione che “oltre” non si può più andare, nessun “altrove” può offrire un porto più sicuro di questo dove gettare l’ancora e aspettare, fiduciosi, che il vento spiri dalla direzione giusta e gonfi ancora una volta le vele.
Con i luoghi ho un rapporto simile a quello che ho con le persone e spesso mi capita, cara Nadia, di essere assalito, come stasera, da violente e struggenti nostalgie.
Il canto malinconico dell’ultimo gabbiano, una triste nenia che prelude al buio fitto della sera, richiama una dopo l’altra, le immagini mai sbiadite che di te conservo nella mia mente ancora, del tempo andato e della felicità perduta, del sublime e intenso afflato che in sere come queste ci coglieva sognando ad occhi aperti un futuro che ormai non ci appartiene.  
Da Leuca risalendo la costa rivedo le nostre mete, la piccola rada di Porto Badisco che accolse il mitico Enea in fuga da Troia; il faro di Punta Palascia la vedetta più orientale d’Italia che sulla ripida scogliera svetta a strapiombo sul mare (un luogo di incomparabile bellezza, un sito deturpato dalla presenza di postazioni militari il cui “Genio” vorrebbe completare l’opera di devastazione ampliando caserme e  servitù) e poi Otranto, la città più ad Est d’Italia che con “L’alba dei popoli” sarà la prima, come sempre, a salutare con i fuochi d’artificio sul mare l’arrivo dell’anno nuovo.
Aspettando il primo sorriso del sole, i tuoi occhi di cielo e di mare, forse stanotte cercheranno ancora una volta le Pleiadi, così come facevamo, quando alla Palascia aspettavamo  insieme l’anno nuovo e forse per un attimo, ritornerà a brillare, più intensa, una stella e solo in quell’attimo, forse penserai un po’ anche a me e al rito propiziatorio dei dodici chicchi di melograno che un Destino avaro d’amore fuggendo ha rubato, insieme al sogno mio più bello.    
Da allora anch’io fuggo via da ogni cosa e ai piedi di un faro ogni tanto mi fermo, forse fuggo anche da te che nel sogno cerchi invano di fermarmi legando i tuoi neri e lunghi capelli ai miei; fuggo da me stesso, ma non sfuggo al mio Destino e qui dopo un altro anno col pensiero giungo per aspettare in compagnia della mia solitudine, un altro anno ancora.
Il velo del mio tempo “dannato e fatuo” lentamente si dispiega nel buio della notte, copre l’aurora e il crepuscolo dei giorni uguali ai giorni; l’immoto presente resta lì sospeso dietro le quinte di un futuro incerto e cullato dal ritmo dolcissimo di un mare che fluttua calmo senza quasi ondeggiare, schizzi d’acqua salata cristallizzano le immagini e i ricordi, la luce improvvisa e intensa del “de finibus terrae” li fissa indelebili, come un flash, fra le diafane velature dell’Anima.
L’ultimo raggio di un sole che non c’è più, illumina fioco il tempo che passa, la luna “delle maree madre” nasconde lo sguardo nel freddo cielo d’inverno, un bagliore accecante sgorga roteando dal faro e ferisce gli occhi e il cuore: inizia un altro anno, inizia un altro racconto di buio e di luce.

                        
Buon Anno, Nadia. Buon Anno a tutti.

 
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