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SIGNORE, QUANDO MAI?
A dispetto di ogni ipocrita e strumentale professione di fede, nessuno può dirsi cristiano, men che meno il clericalume imperante e il fariseume trionfante, gli italici campioni di cattolica falsità, atteso il divario esistente fra la teoria e la pratica di una religione divenuta filosofia spuria, ambigua credenza politica, e pertanto vissuta in antitesi col dettato evangelico.
Di esempi la realtà ne offre a bizzeffe, basta sfogliare un qualsiasi giornale per rendersi conto di quanto certi cosiddetti cristiani impegnati in politica siano lontanissimi dall’attuare quel che suggerisce giustappunto di fare, il brano evangelico inserito nella Liturgia della Parola di oggi.
Magari quei politici sceglieranno come motto “Dio, Patria e Famiglia”, andranno ogni domenica a messa, siederanno in prima fila e faranno pure la comunione, salvo poi smentire con i fatti, con i provvedimenti di legge da loro adottati e con una discutibile condotta di vita, quel che solo a parole ogni giorno annunciano dal pulpito di un falso perbenismo benedetto da una gerarchia clericale tanto ipocrita quanto indegna di mercificare oltremodo il nome di Cristo. Quel che conta non è la religione, non è il papa, non è il moralismo dogmatico, non sono i preti e i vuoti enunciati fideistici di una chiesa che sfrutta l’intimo bisogno di Dio insito nel cuore dell’uomo; quel che conta è la condotta di vita, la pratica attuazione di un messaggio sensibile ai richiami del Vangelo seguendone, anche inconsapevolmente, le provocazioni, le proposte, le indicazioni.
Sono le scelte quotidiane a qualificare l'esistenza di ognuno non certo una religiosità di facciata o la professione di una fede cosiddetta cattolica, apostolica e romana che peraltro non cerca di differenziare la posizione di chi, pur dichiarando di non vivere una fede esplicita ed è ateo o miscredente, vive etsi Deus non daretur e attua di fatto l'insegnamento del Vangelo.
Come sempre è meglio vivere la Kantiana coerenza della prassi quotidiana, l’etica come precetto, piuttosto che privilegiare le vuote dichiarazioni dottrinarie catto-vaticane, specie se queste sono poi smentite dall'incoerenza delle scelte adottate in primis dalla chiesa dei papi.
Il Vangelo di Matteo (25,31-46) che prefigura il giudizio finale diventa perciò un criterio inatteso, sorprendente, un inequivocabile metro di giudizio per valutare l'esistenza, la profondità, la qualità di un vissuto che i credenti chiamano astrattamente fede, ma che altro non è se non il riconoscimento di un’umanità che manifesta la sua grandezza proprio quando è più fragile.
In quel brano evangelico non c’è nessun riferimento alle verità dottrinali e fideistiche, neanche alla precettistica celebrazione dei sacramenti, ma indica l'incontro con il Figlio dell'Uomo, nella disponibilità e nella concreta solidarietà con il Prossimo bisognevole di attenzione e di conforto.
In pratica non è necessario essere cristiani, men che meno cattolici, per fare del Bene.
Si tratta di un’identificazione che salutarmente inquieta i veri cristiani perché sanno di essere pietra di inciampo nel seno di una chiesa lontana dal vivere il Vangelo, i quali mettono la fede al riparo di nicchie dottrinali e liturgiche, rivelandola nei drammi e nelle speranze delle persone che incontrano nella spicciola concretezza di una quotidianità spesso negata.
Non che questa indicazione svaluti con facilità le dimensioni della dottrina, della riflessione, della preghiera, della celebrazione e dei segni di fede, praticati da credenti che comunque vivono in sintonia col dettato evangelico, ma le pone in stretta relazione con la prassi. Come dire, vanno bene la preghiera e l'Eucarestia, se queste assumono un significato profondo e veritiero, solo se e quando comunicano giustizia, luce, forza, coraggio, perseveranza per attuare una testimonianza fedele e coerente nella storia di tutti i giorni: una redenzione hic et nunc, una liberazione qui ed ora, un affrancamento degli Ultimi della terra senza rispettare il carattere escatologico di una teologia dell’oppressione che predica peggio e razzola malissimo.
La descrizione del giudizio finale, così come riportata dal Vangelo di Matteo sembra trarre spunto dalle scelte dell'oggi, drammatiche nel loro essere determinanti per il futuro di ognuno, credenti e non, proprio perché in relazione con i bisogni espressi dal genere umano su scala planetaria.
L'appello è rivolto a tutti i popoli della terra, nel superamento di ogni divisione e separazione, razza, ideologia e religione, per un progetto di umanità umanizzata al quale tutte le differenze dovrebbero concorrere: è l'uomo planetario per usare un termine caro a Ernesto Balducci.
Dove si incontra Dio e quale Dio si incontra? Ammesso che lo si voglia ancora cercare e incontrare in quel Prossimo che tende la mano solo per sentirsi umiliato e ricacciato negli steccati eretti dall’emarginazione e dall’esclusione: schedature etniche, impronte digitali e classi differenziate, l’aberrante negazione di un incontro che relega l’Uomo-Dio e lo crocifigge senza speranza alcuna di risurrezione. Una sconfitta per quanti si proclamano cattolici e cristiani.
Dio, per i cristiani, è totalmente uomo nella persona di Gesù, pienamente solidale con il destino dell'umanità a tal punto che lui stesso indica e pretende una concreta e misteriosa identificazione con i meno abbienti e gli ultimi della terra, con il Prossimo: la disponibilità o il rifiuto sono nello stesso momento all'uomo e al Figlio dell'Uomo, in definitiva, a Dio stesso.
"Ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare": il gesto concreto nei confronti di chi ha fame richiama immediatamente la condizione di impoverimento dei due terzi dell'umanità, la dimensione personale rimanda a quella comunitaria, il benessere di chi sta meglio si nutre dell’indigenza di chi sta peggio; il giudizio etico richiama le doverose scelte politiche, spesso dettate dagli egoismi più vari, la relazione fra gli affamati e il Cristo e Dio (chiamatelo come volete) esige la coerenza esemplare della Chiesa della povertà, diversamente quella stessa chiesa, divenuta una spelonca di ladri e briganti dovrebbe mettere in conto il supplizio eterno.
"Ho avuto sete e voi mi avete dato da bere": il bicchiere d'acqua offerto con il cuore a chi è assetato ci coinvolge direttamente nella questione dell'acqua, bene comune, diritto inalienabile dell'umanità, non proprietà di alcuni, non merce da privatizzare, da contrattare, da vendere. "Ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa": si tratta del coinvolgimento spontaneo e fraterno nell'accoglienza di ogni persona che viene da ogni sud del mondo, diversa per cultura e fede religiosa, l'impegno a liberarsi da egoismi, pregiudizi e paure.
La sensibilità e le scelte personali si inseriscono in una situazione sociale, politica, legislativa di crescente diffidenza e anche di ostilità nei confronti del diverso in genere, dello straniero in particolare. E proprio in questa situazione risuona più che mai stridente l'invocazione alle radici cristiane e all'identità cristiana da parte di coloro che attuano scelte xenofobe e razziste, prefigurando apocalittici scontri di civiltà nei quali non è detto che vincano quelli che stanno sempre dalla parte di una presunta ragione, spesso sinonimo di potere e di prevaricazione.
"Ero nudo e mi avete dato dei vestiti": il vestito e la coperta necessari per ripararsi dal freddo e per vivere con dignità richiamano ogni forma di povertà e umiliazione che denudano e privano persone, comunità, popoli interi della loro dignità, li riducono a numeri, a cose, a strumenti, a esuberi, a quote. Dare i vestiti insieme ad un lavoro e alla concretezza delle relazioni interpersonali rimanda all'impegno per l'affermazione dei diritti umani fondamentali.
"Ero malato e mi avete curato": la visita, la vicinanza, la solidarietà, l'accompagnamento con premura, cura, tenerezza della persona familiare, amica o sconosciuta, comunque incontrata in situazione di malattia, fisica o psichica, richiamano l'esigenza di una organizzazione sanitaria degna dell'essere umano; che si impegni a operare secondo scienza e coscienza perché si possa soffrire e morire nel modo più umano, senza trascuratezze, delazioni, denunce, né accanimenti.
"Ero in prigione e siete venuti a trovarmi": l'incontro con una o più persone in carcere coinvolge nella valutazione dell’inaccettabile condizione di gran parte dei carcerati, in un impegno a mettere in relazione la realtà della società e quella del carcere, così separate, nell'illusione che comunque il carcere sia risolutivo, invece di riflettere e di operare sul prima e sul dopo e su una detenzione rieducativa, non vincolata ad una punizione che disumanizza.
Si potrebbero indicare altre condizioni di vita, suggerite dalla cronaca di ogni giorno, in cui l’indifferenza del ricco epulone uccide il Lazzaro di sempre.
La verifica della fede, checché ne dicano preti e politici nostrani, esula da ogni astrattismo, da ogni credo e ideologia applicata ad un sistema capitalistico che esclude i meno abbienti, si manifesta nella nostra disponibilità e concreta solidarietà a migliorare le condizioni di vita di chi sta peggio, cancellando degradanti ingiustizie e sperequazioni sociali. Diversamente non c'è Stato, non c’è fede, non c’è religione, non c’è chiesa e non c’è nemmeno Dio.
“Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno…perché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi dissetaste, fui forestiero e non mi accoglieste, nudo e non mi ricopriste, malato e carcerato e non mi visitaste.
Signore, quando mai ti vedemmo affamato o assetato, forestiero o ignudo, infermo o nel carcere e non ti abbiamo servito?
In verità vi dico: quanto non avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto neppure a me”
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
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