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UN BAMBINO NEL MIRINO

Le notizie che giungono dalla Palestina sono sempre più drammatiche.
A Gaza c’è una pioggia di morte, mi scriveva qualche giorno fa un collega, siamo in piena emergenza umanitaria e nessuno si preoccupa di noi, non riusciamo a soccorrere neanche i feriti.
Mancano generi di prima necessità, come pane, latte, farina e riso, scarseggiano i farmaci e il combustibile, l’energia elettrica viene assicurata soltanto per quattro ore al giorno.
Ho provato subito un senso di rabbia e di impotenza.
Gli ho risposto con vuote parole di circostanza, vergognandomi come un cane al quale il destino ha concesso di nascere lontano da un campo profughi ponendolo anche nella condizione di osservare senza reagire a sopraffazioni e soprusi compiuti con la benedizione e la pilatesca complicità di un Occidente che può anche concedersi il lusso di festeggiare il Natale di un “Palestinese” proprio mentre a Betlemme e dintorni un altro “Erode” sta compiendo l’ennesima strage degli innocenti; un “Erode” che ha perfino la faccia tosta di documentare i suoi misfatti diffondendo su google le immagini dei bombardamenti aerei, proprio come se fossero le sequenze di un macabro video gioco.
E magari gioscono soddisfatti quando centrano il target.
E pazienza se di mezzo ci vanno i cittadini inermi, i vecchi, le donne e i bambini: gli “effetti collaterali” fanno parte del gioco.
Di questa guerra così assurda balza subito la sproporzione fra offesa e reazione: i razzi di Hamas su Israele sono da condannare, ma da soli non giustificano una risposta che comporta il dispiego di un esercito notoriamente schiacciante in quanto a potenza e armamento.
C’è dell’altro, c’è la voglia di scegliersi una controparte che sia per così dire più addomesticabile e non è certo un mistero che si voglia rovesciare e distruggere Hamas (che è stato pur sempre votato dalla maggioranza dei palestinesi), in modo che il “processo di pace” e il reciproco riconoscimento (due Popoli, due Stati) rimanga un pio desiderio.
Nel post precedente ho richiamato l’immagine della fionda, lo ribadisco: è come se ad un lancio di pietre si risponda con un colpo di cannone. E’ illogicamente “normale” che a vincere sia il cannone, espressione di forza e mezzo adottato per schiacciare il più debole, ma non sempre la ragione sta dalla parte del vincitore, il quale spesso adotta metodi criminali per vincere.
La solita accusa di “terrorismo” anche stavolta ha dato la stura all’ennesima tragedia e noi siamo qui a contare i morti, a fingere indignazione senza che notizie come lo speronamento ad opera della marina militare israeliana e l’allontanamento di una nave carica di aiuti umanitari partita da Cipro per la popolazione di Gaza, vengano adeguatamente “sparate” in prima pagina.
Quella nave si chiama “Dignity”.
Dopo i raid aerei è ora la volta dell’offensiva terrestre, l’operazione piombo fuso procede secondo i piani stabiliti dagli strateghi guerrafondai e dopo nove giorni di guerra possono vantarsi di aver causato oltre 500 vittime.
Dopo aver bombardato arsenali, strade, case di civile abitazione, scuole e moschee, ora nel mirino ci sono, Dio non voglia, anche gli ospedali, quei pochi che sono ancora operativi, sia pure fra mille difficoltà di approvvigionamento.
Secondo l’intelligence israeliana potrebbero nascondere depositi di armi.
Passi pure l’idea che a morire in guerra debbano essere i militari, possono anche scannarsi fra di loro dato che hanno messo in preventivo la morte come rischio del mestiere, ma quel che non riesco a concepire è il coinvolgimento e l’uccisione di cittadini inermi, di donne e di bambini.
Partendo dal presupposto che ogni guerra è sinonimo di morte e distruzione, trovo impossibile stabilire una scala dell’orrore e delle atrocità connaturate agli eventi bellici, così come si fa con i terremoti che sono pur sempre dei fenomeni naturali, ma se pure dovesse esserci un parametro col quale misurare il grado di intensità della follia umana e il livello di brutalità espresso dall’applicazione della legge del più forte, ebbene, credo che solo le immagini dei bambini coinvolti nelle guerre degli adulti possano esplicitarlo in tutta la sua cruda e malvagia bestialità.
Se proprio doveva intimorire qualcuno, quel vigliacco in divisa nella foto, poteva benissimo puntare il fucile ad altezza d’uomo, invece ha pensato bene di rivolgerlo verso il basso, verso il bambino, che piange per lo spavento. Anche questo è terrorismo!
Mi sembra di sentire il pianto di quel bambino, vedo le sue lacrime e piango anch’io con lui.
Non mi meraviglierei più di tanto se quel bambino crescendo svilupperà un odio viscerale verso gli Israeliani identificati, loro malgrado, con un militare oppressore.
Per indole sto sempre dalla parte del più debole e se in guerra deve proprio morire qualcuno, è cosa buona e giusta che a farlo siano i prepotenti, gli arroganti, quelli che si fanno “forti” dietro un fucile. Non i bambini, come quello nella foto.
Il sangue chiama sangue. Il suo sangue grida vendetta. 
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
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il 03/11/2010 alle 08:33