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SED LIBERA NOS A MALO

Ogni volta che il popolo bue diventa carne da voto si scatenano gli appetiti smodati dei famelici macellai del Bene Comune; i parassiti incarogniti dal do ut des e i mandriani paludati di clericale ipocrisia si arrogano il diritto di lanciare anatemi a destra e a manca imponendo scelte che violano apertamente non solo la Laicità dello Stato, ma anche quegli ideali ai quali pure dicono di ispirarsi senza tema di essere smentiti dal modus vivendi degli eminenti “mammasantissima” elevati motu proprio alla vanagloria dei loro altarini sui quali ogni abuso di potere viene santificato con la complicità di officianti mai così inclini a giustificare la sopraffazione, la menzogna e l’ipocrisia.
Le indicazioni elettorali del vicariato papalino sono la dimostrazione della considerazione che il clericalume imperante ha del fariseume trionfante considerato alla stregua di un minus habens che necessita di un precettore perfino quando si reca nella cabina elettorale per esercitare il cosiddetto diritto di voto.
Qualcuno ha auspicato la presenza degli osservatori dell’Onu per garantire la correttezza delle operazioni elettorali: non ha tutti i torti. Siamo in un regime mediatico dove ciò che conta è l’apparenza, e se è vero che l’apparenza inganna c’è da nutrire più di qualche dubbio perfino sulla trasparenza di una tornata elettorale imbrigliata dai lacci censori di un populista avvezzo a vendere perfino i presunti successi, di là da venire, nella lotta al cancro (“lo vinceremo in tre anni”) considerato soprattutto i tagli apportati dal malgoverno berlusconi alla ricerca scientifica.
Qualcun altro ha detto che bisogna rovesciare questo sistema per salvare la
Democrazia, ma ovunque il guardo giro vedo solo rassegnazione e accidia. Ben magra consolazione il constatare che per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi ‘governare’, senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti.
Ma il nostro, è ancora un popolo civile che quando occorre sa come farsi sentire?
Blaterano di sovranità popolare, il massimo per populisti senza scrupoli che si servono del popolo, quindi dello Stato, per continuare a fare impunemente i propri porci comodi.
Ogni tanto in qualche sbadiglio si legge qualcosa che rompe la noia quotidiana, ben venga quindi la nota di Pax Christi ampiamente condivisibile specie nel punto in cui ribadisce il comune sentire di pochi che dovrebbe suonare da sveglia per il torpore di molti: “Ci sentiamo duramente colpiti dalla deriva etica, politica e giuridica”, si legge nella Nota. “La diffusione della corruzione e l’abitudine all’illegalità nell’economia, nella politica, nella società stanno minando i fondamenti dello Stato di diritto e la dignità della persona. La ‘questione immorale’ si è estesa in ogni ambito” è “riemersa ultimamente nella ‘nuova Tangentopoli’, nella ricostruzione dell'Aquila, nei condizionamenti dell'informazione, nell'attacco al diritto al lavoro, nella revisione peggiorativa della legge sul commercio delle armi, è diventata una questione democratica-costituzionale. La degenerazione privatistica, aziendalista e populistica del sistema politico, la produzione di provvedimenti a sostegno di pochi, lo svilimento delle regole” stanno attuando “un vero e proprio ‘massacro delle istituzioni’ secondo l’ex presidente Ciampi” e uno “svuotamento progressivo della Costituzione, un abuso di potere recentemente visibile nel decreto ‘interpretativo’ salva-liste e nell’approvazione del legittimo impedimento”.
La costruzione della cittadinanza umana si fa sempre più difficile, “in un contesto carico di normative e proposte discriminatorie, spesso razziste, contrarie ai principi costituzionali e al codice internazionale dei diritti umani”. Si diffondono a macchia d’olio “modelli di comportamento arroganti e maschilisti basati sulla logica del più forte, del più ricco, del più furbo, del più esibizionista, del più volgare, del più cinico e del più egoista”.
Prosegue la Nota: “Il pasticcio delle liste elettorali in un clima di scontro esasperato, il disprezzo delle regole, l’accusa reiterata da parte governativa dell’esistenza di complotti organizzati da chi dissente o dalla magistratura stessa stanno esasperando una situazione già grave”.
“Alcuni dicono che è esagerato parlare di ‘regime’. Ma il momento di rottura costituzionale o il ‘punto di non ritorno’ è per definizione irreversibile. Una volta raggiunto, per molto tempo diventa impossibile o inutile protestare. Dovere civico è prevenirlo. Occorre vigilare sull’erosione graduale delle regole, sullo svuotamento delle istituzioni, sullo scontro permanente tra istituzioni dello Stato, sull’aggressione delle coscienze civili, sui rischi di assuefazione al degrado”. Insomma, conclude la Nota di Pax Christi, ci troviamo in una vera e propria “bolgia, che nell’inferno dantesco è il luogo dei fraudolenti”, da cui dobbiamo al più presto uscire “per rivedere le stelle del diritto.”
Avevo deciso di non soffermarmi più di tanto sul tema che segue avendolo già fatto nel post precedente, fino a quando non mi è capitato di leggere che l’innominato ha scritto al papa re complimentandosi con lui per gli strumenti adottati nel combattere la pedofilia in seno alla chiesa; la più turpe delle nefandezze definita “sporcizia” con un eufemismo curiale che non rende per niente giustizia alle vittime della violenza pretesca considerando che il vaso di Pandora, ogni tanto coraggiosamente scoperchiato, rivela l’immarcescibile presenza in seno alla chiesa di un covo di ladri e briganti dove il più pulito ha la rogna.
I “documenta” stanno lì a dimostrare il silenzio e le reticenze del cosiddetto magistero nel contrastare il dilagare di un reato che si è “dimenticato” di perseguire o di non combatterlo con la dovuta severità.
E se da una parte ci sono spregiudicati statisti che hanno mandato a puttane un’intera Nazione, dall’altro c’è un cimitero di spregevoli sepolcri imbiancati in cui l’ipocrisia trasforma i “documenta” in carta igienica.
Repetita iuvant: ritorno perciò sull’argomento aiutandomi con qualche passo estrapolato dalla cronaca più o meno recente. Le parole di oggi. I documenti di ieri. Basterebbe dare un’occhiata ai testi ufficiali del magistero papalino ed alle dichiarazioni (scritte) di eminenti uomini di curia per mettere un punto fermo sulla polemica che in questi giorni ha visto il papa ed i vertici ecclesiastici reagire con farisaica decisione alle giuste critiche giunte dalla stampa e dall’opinione pubblica dopo i nuovi, ennesimi casi di pedofilia esplosi in Germania, Irlanda, Austria ed Olanda (in Italia vige ancora il silenzio!), rispetto allo scarso impegno, quando non addirittura connivenza o complicità, che ha caratterizzato l’azione dei vertici della chiesa cattolica nel fronteggiare lo scandalo degli ecclesiastici pedofili.
Ora è lo stesso joseph ratzinger ad essere chiamato in causa per la vicenda di un prete tedesco che nel 1980, dopo essere stato accusato di abusi sessuali, fu trasferito dalla diocesi di Essen a quella di Monaco di Baviera, dove herr ratzinger era arcivescovo. Qui, il prete pedofilo fu di nuovo assegnato al servizio in parrocchia e anche nel capoluogo bavarese commise abusi su ragazzi. Alla generale indignazione e all’amarezza registrata negli stessi ambienti cattolici, ha fatto seguito la levata di scudi da parte dei vertici della chiesa tedesca. Anzitutto, mons. gerhard gruber, ex vicario della diocesi di Ratisbona, si è assunto la piena ed esclusiva responsabilità della scelta di aver affidato un servizio pastorale al prete pedofilo, sostenendo che l’allora arcivescovo non ne era al corrente (anche se è il vescovo ad essere responsabile di tutti gli incarichi pastorali in diocesi ed a firmare tutte le nomine); il portavoce del vaticano, padre federico lombardi, ha parlato di tentativi accaniti di “coinvolgere personalmente il santo padre nella questione degli abusi” e dello scandalo della pedofilia.
Si coinvolgono da soli, non c’è nessun complotto: chi è causa del suo mal, pianga se stesso!
Il signor camillo ruini, meglio noto come cardinal sottile, ha parlato di “campagna diffamatoria contro la chiesa cattolica e il papa messa in campo dai media” ed ha sostenuto che la questione pedofilia riguarda tutti e non solo i preti ed ha puntato il dito contro la “rivoluzione sessuale” Mal costume, mezzo gaudio!
Insomma, secondo le gerarchie, quelli emersi nelle ultime settimane non sono che “deplorevoli episodi” che non scalfiscono il sistema, che ha sempre vigilato e prestato attenzione alla gravità del fenomeno. Ma si sa: verba volant, scripta manent. E nei testi scritti gli esponenti vaticani sembrano apparentemente mostrare particolare sdegno nei confronti del “peccato” della pedofilia anche se poi non sempre le parole sono state suffragate dai fatti.
E non da oggi. In un documento papalino del 1517, noto come Taxa Camerae, nei primi due articoli si prevedevano delle vere e proprie tasse, per l’appunto, delle pene pecuniarie (guarda caso) un vero e proprio tariffario per i preti che volessero ottenere il perdono di alcuni peccati: “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione, chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi”. La “rivoluzione sessuale” qui non c’entra, eppure c’è qualcosa che mi porta ai “valori non negoziabili” della chiesa del signor camillo ruini sempre sensibile quando di mezzo c’è il denaro. E come la mettiamo col bambino equiparato alla bestia?
Fino a tempi recenti, a normare i casi i casi di abusi sessuali su minori compiuti dai preti, era un famigerato documento noto come Crimen Sollicitationis, redatto nel 1962 dal segretario del sant’uffizio, il “chiaccherato” card. alfredo ottaviani. Questo documento, stabiliva che il processo canonico al prete accusato di pedofilia era un processo diocesano e a condurlo doveva essere il vescovo della diocesi cui il prete apparteneva. Ma soprattutto, nei 74 articoli che costituivano il testo, si ribadiva continuamente l’esigenza di mantenere la segretezza sui fatti delittuosi.
L'articolo 4 recitava inoltre che non c’è nulla che impedisca ai vescovi, “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo, a meno che l’Ordinario del posto non lo abbia proibito perché ha già accettato la denuncia e ha cominciato l’indagine”.
Quindi, se si sapeva che un prete era pedofilo, ma nei suoi confronti non era stato aperto alcun processo canonico, nulla vietava al vescovo di trasferirlo in un’altra parrocchia. E così, infatti, per decenni è stato fatto. Non per la superficialità o la connivenza di qualche prelato, ma perché così prescriveva la norma.
E se si arrivava ad istruire il processo canonico, veniva fatto giurare a tutti di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all'accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni”. Al prete pedofilo eventualmente trovato colpevole la cosa peggiore che poteva capitare era la riduzione allo stato laicale. Alle persone abusate che avessero parlato di quanto gli era successo toccava invece la scomunica.
Una volta concluso il processo diocesano, se c'erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo, gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, al sant’uffizio. (Che fa rima con vizio!).
In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Caro ratzinger, serve pertanto a ben poco parlare di “crimine odioso” che deve essere affrontato con determinazione (bla, bla, bla!) come da te annunciato il 16 febbraio scorso, dinanzi ai vescovi irlandesi. Proprio perché sai bene che a dettare le norme in materia di procedimenti canonici nei confronti dei preti pedofili che quel crimine odioso hanno commesso (e commettono) sei stato tu stesso, nel 2001.
Nell’ottobre di quell’anno, infatti, quand’eri prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ex santa inquisizione, promulgasti un’epistola nota come De Delictis Gravioribus o come Ad exsequandam.
In essa richiamavi il precedente documento, il Crimen sollicitationis, e avocavi al dicastero da te diretto il controllo sui “crimini più gravi”, compresi gli abusi sui minori.
In quel testo, giusto per rinfrescarti la memoria, all’art.11, si ribadiva l’importanza della segretezza: “Nello svolgere questi processi si deve avere maggior cura e attenzione che si svolgano con la massima riservatezza e, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga perpetuo riserbo. Perciò tutti coloro che a vario titolo entrano a far parte del tribunale o che per il compito che svolgono siano ammessi a venire a conoscenza dei fatti sono strettamente tenuti al più stretto segreto (il cosiddetto ‘segreto del Sant'Uffizio’), su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica latae sententiae, per il fatto stesso di aver violato il segreto”.
Negli Usa (dove lo tsunami pedofilia scosse fino alle fondamenta molte diocesi cattoliche determinandone la bancarotta a causa dei cospicui risarcimenti dovuti alle vittime) il documento provocò la citazione in giudizio di herr ratzinger da parte dell'avvocato Daniel Shea per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas).
Secondo l'accusa, infatti, il testo emanato dalla congregazione per la dottrina della fede avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti.
Nel febbraio 2005 fu così emanato dalla corte un ordine di comparizione per il prefetto del dicastero vaticano. Ma il 19 aprile 2005, ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l'immunità diplomatica per il loro assistito. L'amministrazione bush acconsentì, anche per l’evidente imbarazzo che avrebbe suscitato l’audizione giudiziaria di un papa.
Caro ratzinger, se non fossi diventato papa, saresti finito sul banco degli imputati.
Mi ricordi qualcuno di cui al momento mi sfugge il nome.
E che dire della notizia pubblicata oggi dal New York Times secondo cui i gerarchi catto-vaticani, occultarono gli abusi di un prete americano sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordomuti?
La corrispondenza dei prelati americani con herr ratzinger, dimostra che l’unica cosa che a loro interessava (e interessa) era quella di salvaguardare la reputazione della chiesa: “ratzinger e bertone occultarono il caso” proprio secondo quanto prevedeva il crimen sollicitationis e la de delictis gravioribus.
Anche rispetto al dovere di denunciare all’autorità civile eventuali notizie di reato su preti pedofili all’interno della Chiesa, al di là delle generiche dichiarazioni circa la volontà di collaborare pienamente con le autorità civili, c’è molta ambiguità. Lo dimostrano, ad esempio, le dichiarazioni rilasciate dal signor tarcisio bertone, oggi segretario di stato vaticano, al mensile ciellino 30giorni, sul numero del febbraio 2002: in un’intervista rilasciata a gianni cardinale. Il signor bertone, la cui firma figura accanto a quella del futuro papa re nel succitato documento, in quanto vice di ratzinger all’ex santa inquisizione, affermò: “A mio parere, non ha fondamento la pretesa che un vescovo, ad esempio, sia obbligato a rivolgersi alla magistratura civile per denunciare il sacerdote che gli ha confidato di aver commesso il delitto di pedofilia. Naturalmente la società civile ha l’obbligo di difendere i propri cittadini. Ma deve rispettare anche il ‘segreto professionale’ dei sacerdoti, come si rispetta il segreto professionale di ogni categoria, rispetto che non può essere ridotto al sigillo confessionale, che è inviolabile”.
All’obiezione del giornalista secondo cui ciò che viene detto al di fuori della confessione non rientra nel “segreto professionale” il signor bertone, cardinale della chiesa dei papi, replicò: “È ovvio che si tratta di due livelli differenti. Ma la questione è stata ben spiegata dal cardinale ersilio tonini durante una trasmissione televisiva: se un fedele, un uomo o una donna, non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote per avere dei consigli perché ha paura che questo sacerdote lo possa denunciare; se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato... allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza”.
Alla faccia della sincerità! Più spudorati di così si diventa papi o presidenti del consilvio!
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