Creato da arzakk il 08/10/2008
Racconti erotici di un viaggiatore poco curioso - la lettura, per i contenuti scabrosi ed espliciti è riservata esclusivamente ad un pubblico adulto.

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Jane, bellezza nera - seconda parte

Post n°9 pubblicato il 30 Gennaio 2009 da arzakk
 
Foto di arzakk

Io, Jane e la sedia, siamo ormai un tutt’uno simbiotico. Una scultura di legni diversi: mogano, abete e noce. Fermo, rimango con quel dolce peso su di me, mentre lei piano oscilla in tutte le direzioni che le sue anche permettano. Quando viene avanti i nostri ventri scivolano e si fondono con il sudore e come due ventose sembrano non volersi distaccare. Va indietro e si allontana e mi sento come spezzare il sesso che rimane in lei ma cerca di piegarsi innaturale contro la forma che, comoda, la riempie. Penso a come lei possa sentirsi posseduta da me, se gli uomini che ha avuto della sua stessa razza abbiano, è logico, dimensioni più grandi delle mie. Ho paura di non essere all’altezza e come per gioco mi inarco un poco, spingendo in alto per supplire ai miei limiti. Stringo e spingo le sue natiche in modo che possa rimanere inserita. I miei pensieri non sono rilassati. Dovrei godere ma mi faccio stupide remore. E finalmente riesco a capire che quanto immagino, non le importi. Lo capisco dalla bocca che mi bacia, dalla lingua che mi affonda, dai suoi gemiti sempre più alti e da quanto la morsa che mi stringe diventi sempre più lubrificata. Il sudore che respiro dal suo corpo è una malattia che mi fa impazzire. Le mani che la scorrono impetuose sembra corrano via su strade conosciute, lisce come liscia in modo assurdo è la sua pelle. Incredibile più del velluto, più di qualsiasi materiale nell’universo è la sua pelle. Sa di sole, di montagne in ombra, fresche di ruscelli ma calde di vita che corre sui pendii.

Sale e scende, piano, poi forte, poi si alza, si divincola, e ridiscende come un’indemoniata. I suoi occhi si aprono per un momento e nella sua bellezza vedo che le piace come la sfioro, come le mordo il naso, nel modo in cui le stringo la schiena come se avessi paura che mi scappi via. La bocca socchiusa per respirare, forse perché lei è un leopardo ed io la preda, mi annusa, mi studia. Apre la bocca di più. Forse mi mangia. Ma no, “Fermati, aspetta” mi dice con la voce bassa ed un minimo di accento strano. Mi prende la base dell’asta e si sfila, lenta. Mi vedo ora con il suo trofeo in mano, lucido, bagnato, e scopro con la sola vista che le sue cosce sono ricoperte di rivoli di liquidi trasparenti. La visione mi fa esplodere il cervello. So che questo è un momento che ricorderò per sempre. Sembra che fiumi scorrano da lei come se il suo corpo fosse la terra, un monte che origini una sorgente di acqua splendida. Mi immagino di essere un pesce che risalga la sua corrente. Il suo flusso di energia come una stella in balia di correnti dello spazio. Un buco nero che mi inghiottirà.

Ora è di nuovo in piedi e si sposta verso una scrivania in legno ricoperta di una finta pelle verde. Pelle su pelle, sembra, si siede mettendo in mostra la sua sorgente stessa. Ho sete, e la voglio bere. Si getta indietro, poggiando sulle braccia e riversando la testa ed il collo sembra offrirsi senza parole inutili. Le prendo i seni con le mani, solo quel poco per sentire che i suoi capezzoli sono rigidi e vogliono certo essere presi in considerazione. Lo faccio, li bacio e ne è contenta. Vedo smorfie di piacere ben diverse da quelle di pochi secondi prima, e come un riflesso dilata ancora più le cosce e spinge di più la nuca lontano da me, come due calamite che si respingono. Le stringo le colline soffici e mi getto con le labbra verso quel magico triangolo morbido. Spingo il più possibile la lingua in lei. E’ pazzesco come sia liquida la sua corolla, come una pianta carnivora che mi digerisca. Vorrei essere un insetto curioso che possa venir digerito dai suoi umori. Sento come se quello fosse il mio destino per questa vita. Diventare cibo per lei. E tra i petali, sembro un colibrì o un ape che veloce, cerca nettare e trova ben altro. Non è nettare ma un fluido vischioso che mi sporca, anzi mi lava sempre più mentre insisto sul punto cenrale, rigonfio come un piccolo monte da scalare, un sensibile piccolo giocattolo che non mi stancherà mai. Mi dice di continuare, ed obbediente continuo. Le cosce mi serrano la testa come se dovessero staccarla. Penso alla mantide. Forse me la staccherà. Ma perché ho questi pensieri? Devo godermi il momento, non dimostrare di aver paura. Di niente! E’ solo un bottone di rosa. Le mie dita insinuano in lei, ritmiche, in controcanti lenti ma forti in intensità. Il rumore che ascolto è uno sciabordio di risacca, musica in cui vorrei danzare come un guerriero al plenilunio. Aumento e diminuisco. Non so cosa fare, attento alle risposte del corpo che ho sotto la bocca, ora sono io ad inghiottirla. Sono io la bestia che sola, senza il branco va al pozzo. E’ un’oasi, una vasca termale, un elisir dolce in una coppa di legno. E’ la mia donna in quel momento, e potrei uccidere se qualcuno volesse togliermi il suo gusto e la mia voglia di proteggerla. E’ una regina ed io la sua ancella, l’operaia, il fuco. Non so chi sono ma sono qui per servirla.

Sento che aumenta il ritmo dei suoi gemiti mischiati ai si, agli yes, a semplici mugolii sempre più forti. Insisto, continuo cercando di non perder il ritmo. Ho il viso completamente bagnato di lei: ne sono beato, assorto nei profumi che sembrano cambiare in continuazione, ma che sono invece sempre lo stesso, delicato. Come un sommelier cerco di darle una connotato usando semplici parole abusate: fruttato, agrumato, selvatico, denso. Ma che ne so io! Ora sono pazzo di lei. Come faccio ad esaudire in semplici descrizioni la mia voglia di dare un nome alle cose, alle azioni, a definire come per catalogare ogni momento della vita, questo sprazzo di esistenza che mi vede protagonista e vittima sacrificale? 

 

Fine della seconda parte - continua

 
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