Cris' personal blog
la seconda parte del diario di bordo...perchè io mantengo le promesse! ^__^
IL PERCHE' DEL BLOG
“Un’immagine vale più di mille parole” non è solamente un modo di dire: dietro un’immagine ci sono realmente parole e sensazioni che una dopo l’altra prendono forma a delineare ciò che nella nostra mente quella determinata immagine suscita. Un’immagine è il “catturare” visivamente, e quindi in maniera concreta, l’attimo; un attimo che fa scaturire dentro noi delle emozioni, dei ricordi, delle associazioni, siano esse positive o negative. E’ un fissare nel tempo un momento, un particolare, un’espressione, è memoria storica. affettiva. personale. o semplicemente emotiva.
Questo blog volutamente dà grande importanza più alle immagine che alle parole, che restano indiscutibilmente di fondamentale importanza in quanto vanno a completare ed esplicitare quello che io “sento” davanti alle immagini che scelgo di inserire. Altrettanto volutamente in questo blog mostro indirettamente una parte di me, di quello che sono e del mio modo di pormi rispetto alle cose. Tra le righe, insomma, traspare un po’ quella che potrei definire come la mia “filosofia di vita”: le mie passioni, i miei interessi, la mia sensibilità, gli ideali in cui credo.
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EMOZIONI TRA LE RIGHE
Post n°111 pubblicato il 09 Luglio 2007 da c.rendina
"La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione. […] Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri."
Devo ringraziare Cinzia (che mi ha prestato il libro) se in questi giorni ho in mano “Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi, docente universitaria di Lingue e Letterature Straniere in Iran negli anni ’80, durante il periodo della rivoluzione di Khomeini. Il romanzo è una digressione profonda e dolorosa dell’autrice, che principia la sua personale testimonianza dal momento in cui, nel 1995, Nafisi (che attualmente insegna alla Johns Hopkins University di Washington) viene espulsa dall'Università di Teheran dove insegnava letteratura anglo-americana, dinanzi al suo rifiuto di portare il velo, di farsi “ingabbiare” in un sistema che non approva in quanto incurante dell’identità della persona in quanto tale, che si fa giudice e manipolatore della libertà di ogni essere umano, specialmente di sesso femminile. Da qui nasce l’idea, la consapevolezza di non dover tacere, di non scendere a compromessi, a maggior ragione se si tratta di negare sistematicamente i propri ideali. Nafisi si fa portatrice della personale missione di dar voce alle donne, di restituir loro la libertà di espressione e, soprattutto, di immaginazione, anche solo per qualche ora la settimana, contrastando l’esterno e le sempre più numerose proibizioni imposte dal regime. Da qui la decisione di organizzare nel salotto di casa sua un gruppo di lettura con sette delle sue migliori allieve. Per due anni, il giovedì mattina, il seminario di Nafisi diventa per sette giovani donne un momento di fuga dal mondo esterno, l'unico giorno in cui poter togliere il velo dal proprio volto e dalla propria anima e dar voce ai sogni irrealizzati, ai desideri e ancor più alle proprie personalità inespresse, e guardare il mondo attraverso l'occhio magico della letteratura, che diventa strumento per imparare a difendersi dalla tentazione di vedere il mondo solo in bianco e nero, senza sfumature, e di conseguenza diviene l’unica difesa dall'intolleranza e dal fanatismo, nonché strumento di rivendicazione dell’importanza dell’immaginazione e dei sogni di cui nessuno dovrebbe essere privato. Una letteratura che è un mondo a sé, scissa da intenti politici, ma erroneamente interpretata (e perseguita) come “culla” di ideologie fuorvianti per le giovani menti universitarie, che rappresentano il futuro del paese. Un libro che smuove qualcosa, dal di dentro. che mi ha lasciata incredula, ad immaginare ferita la dignità negata di queste giovani donne iraniane. ad ammirare la loro forza ed il loro coraggio nel prendere posizioni radicali, anche contrarie al regime, nel perenne rischio di essere incarcerate o peggio, giustiziate, per “condotta troppo occidentalizzata” o per “aver mangiato una mela troppo avidamente in pubblico”. parole che lasciano l’amaro in bocca, e l’orrore nel cuore, di fronte a diritti umani negati con tanta leggerezza, perché “la donna vale la metà esatta di un uomo.” Si stringe il cuore dinanzi all’immagine di Nafisi che non sa più se esiste o no, sotto la veste scura e il velo che le toglie a poco a poco l’identità e la dignità. Una Nafisi via via sempre più incredula, indignata ma soprattutto ferita e amareggiata dall’ipocrisia di un regime che tante persone avevano sostenuto ciecamente, prima di esserne definitivamente svuotate, sconfitte, ed infine disilluse.
“Le ragazze erano punite se salivano correndo le scale dell'università per non giungere in ritardo alle lezioni: se ridevano nei corridoi, se parlavano a un ragazzo, se portavano la cipria e il mascara, se nascondevano nella borsa romanzi o minicassette o braccialetti, se avevano le unghie o le ciglia troppo lunghe (ci pensava il Preside a tagliarle), se camminavano con la testa eretta, se i lacci delle scarpe erano colorati, o le calze ostentavano un rosa peccaminosissimo.
Forse mi sono dilungata troppo … ma credo ne valesse la pena: il libro trova il modo di essere anche un meraviglioso atto d’amore verso la letteratura, passione e ragione di vita di Nafisi. |
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Sono in una clinica. Seduto su una sedia scomoda in una sala d'aspetto che guarda sul cortiletto interno. Tutto è tranquillo. Silenzioso e pulito.
Francesca è a pochi metri da me in un'altra stanza. Sta per partorire nostra figlia. Alice. Sono emozionato. Sono preoccupato. Penso a loro e penso a me. Francesca è la donna che amo. È un arcipelago. Un insieme di meravigliose isole che io, navigando nelle loro acque, visito in tutte le loro delicate forme. Di lei conosco ogni piccola sfumatura, ogni minuscolo dettaglio. Conosco i suoi silenzi, la sua gioia. I suoi mille profumi, l'ombra dei suoi baci, la carezza del suo sguardo. Amo la rotondità della sua calligrafia. La luminosità delle sue spalle nude e il suo collo a cui ho sussurrato i miei più intimi segreti. Sono incantato dalla capacità che hanno le sue mani di creare attimi di eternità dentro di me. Adoro i territori dove mi conduce quando mi abbraccia. Territori che conosco pur non essendoci mai stato. E nonostante tutta questa conoscenza riesco ancora a emozionarmi e a regalarmi istanti di stupore. Lo so: sono sdolcinato, stucchevole e patetico, ma non posso farci niente. Credo sia la conseguenza naturale di quando si incontra finalmente il piede che calza alla perfezione la scarpetta che tengo in mano da anni.
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