Post N° 15

Post n°15 pubblicato il 12 Giugno 2008 da xxsirenettaxx

Nel Welfare la risposta ai globo-scettici

di Salvatore Carrubba


Il tema della globalizzazione è tornato di drammatica attualità: adesso, non
sono più i no-global a dettare l'agenda; ma i globo-scettici come, in Italia,
Giulio Tremonti o, negli Usa, Lawrence Summers, il cui intervento di "pentito"
della globalizzazione conti¬nua a far discutere.

Confesso che mi convincono di più gli studiosi che hanno criticato Summers:
animati non da una fede dogmatica nelle virtù del mercato, ma dalla
preoccupazione di affrontare le questioni giuste, senza correre il rischio di
deragliare sui binari morti di un dibattito ideologico.

Da ultimo, Martin Wolf, autore di uno dei libri più belli e convincenti sul
perché la globalizzazione "funziona" ,ha notato, sul «Financial Times», che se
per globalizzazione s'intende lo sviluppo di economie finora condannate alla
povertà, essa è ineluttabile (e moralmente benvenuta, aggiungerei).

Il punto - osserva Wolf - è perciò cercare di «redistribuire i profitti della
globalizzazione, non di sacrificarli ».

Chi crede nel libero commercio e nell'apertura dei mercati, proprio perché è
determinato nelle proprie convinzioni dalla constatazione dei vantaggi che essi
arrecano alle economie più povere, non può rifiutarsi di leggerne i costi e,
soprattutto, le ansie che essi determinano in vasti settori dell'opinione
pubblica dei Paesi ricchi, preoccupati di perdere lavoro ai danni delle economie
emergenti.

Per questo anche chi, come Wolf, crede nella globalizzazione, nel mercato e
nell'economia libera non esita ora a indicare come possibile strumento possibile
per governarne i costi sociali una riforma profonda del Welfare State, un suo
rafforzamento laddove esso è troppo esile - come nel caso degli Usa - e, in
conclusione, un necessario aumento delle tasse per coprire i costi derivanti
dalle garanzie da offrire ai lavoratori colpiti dagli effetti negativi della
globalizzazione.

Se questa, come credo, è la strada, il sentiero si fa particolarmente stretto
per il nostro Paese che, messe da parte demagogia e promesse elettorali, ha
veramente poco spazio per aumentare un carico fiscale che è già tra i più alti
in Occidente.

E dovrebbe quindi impegnarsi a tagliare spesa pubblica improduttiva e
individuare risorse per riqualificare il proprio sistema di ammortizzatori
sociali.

Ma c'è un'altra questione che può restituire appeal alla globalizzazione.

Piero Ostellino ha osservato giustamente, sul «Corriere della Sera», l'assurdità
e l'illiberalità di voler imporre tetti alle remunerazioni dei super manager
delle imprese private.

Detto questo, occorre però aggiungere che sbaglierebbe il capitalismo odierno a
trascurare la questione della propria legittimazione etica, che può essere certo
consolidato solo da una riforma interna, non da assurdi interventi autoritativi.

Ancora il «Financial Times» dava notizia lunedì scorso di un sondaggio europeo
sulla percezione del gap tra redditi più alti e più bassi: un gap che è sentito
(soprattutto in Germania, Francia e Italia) sempre più forte e sempre meno
accettabile.

L'arma morale del capitalismo è sempre stata quella di proporsi come
insuperabile strumento di mobilità sociale (verso l'alto): se questa percezione
crolla, agli occhi di molti cittadini viene meno la sua stessa legittimazione
etica.

Evitare dunque che il gap tra ricchi e poveri aumenti, nel mondo e all'interno
delle singole società, è interesse primario dei capitalisti: se vogliono
impedire che, sotto la pressione di opinioni pubbliche incarognite, prevalga la
demagogia.

E se vogliono quindi contribuire a salvare la globalizzazione che li ha resi
ricchi.

 

 
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Post N° 14

Post n°14 pubblicato il 12 Giugno 2008 da xxsirenettaxx
Foto di xxsirenettaxx

VI Rapporto sul Processo di Liberalizzazione della Società Italiana

Il miraggio delle liberalizzazioni.

Innovazione parassitaria e declino economico

di Raimondo Cubeddu*, Alberto Vannucci**


* Professore ordinario di Filosofia Politica, Università di Pisa.

** Docente analisi delle Politiche Pubbliche, Università di Pisa.


Introduzione

La casta è un termine entrato di prepotenza nel dibattito pubblico in
Italia nel corso del 2007.

Il successo dell’omonimo libro di Rizzo e Stella (2007) ha confermato
l’ampiezza dello scollamento tra sistema politico e società civile.

Tuttavia, nonostante i molti segnali di una montante insofferenza
civile, il bilancio riformatore dell’ultimo anno appare estremamente
insoddisfacente.

Ancora una volta la classe politica si è dimostrata incapace di
riformare se stessa e di incidere sul tessuto economico e sociale,
andando incontro allo sdegno che ha accompagnato la denuncia degli
innumerevoli privilegi e rendite delle molteplici ‘caste’, quella
politica accanto a quella economica, professionale, finanziaria,
imprenditoriale, sindacale.

Un sistema politico-istituzionale ingessato, paralizzato da veti
incrociati e dal ‘vizio originario’ di una permanente instabilità, non è
stato fino ad oggi in grado di raccogliere le sfide della strategia di
Lisbona, posta nel 2000 dai capi di governo dell’Unione Europea.

L’economia della conoscenza, la società dell’informazione, la
competitività, la crescita sostenibile, l’apertura concorrenziale dei
mercati sono state interpretate in Italia come etichette dotate di una
blanda valenza evocativa, da applicare di volta in volta a provvedimenti
incoerenti, frammentari e discontinui, privi di qualsiasi valenza
strategica in un orizzonte temporale di lungo periodo.

I venti mesi di governo Prodi, nonostante i ‘pacchetti’del volenteroso
ministro dell’industria Bersani, non sono valsi a segnare una
sostanziale discontinuità rispetto alla stagnazione del precedente
quinquennio di governo del centrodestra.

Come si mostrerà in questo lavoro, tuttora l’ambiente istituzionale
italiano – esaminato in prospettiva comparata rispetto agli altri paesi
dell’Oecd – tende a scoraggiare l’avvio di attività innovative e
imprenditoriali in un contesto concorrenziale di mercato, e viceversa
incentiva attività parassitarie e ‘predatorie’ che mirano, attraverso
contatti e relazioni personali, a conservare o conseguire posizioni di
rendita.

Nel secondo paragrafo viene sintetizzato il modello teorico utilizzato
nella nostra analisi per studiare l’interazione tra le diverse
dimensioniin cui è possibile scomporre la cornice istituzionale e i
processi di acquisizione di conoscenze.

Nei due paragrafi successivi sono presentati dati aggiornati
relativamente alle variabili prese in esame: la vischiosità procedurale
e gli altri indicatori di inefficienza adattiva delle istituzioni; la
cattiva allocazione del talento, che indirizza gli sforzi creativi degli
agenti politici ed economici verso attività di ricerca di rendite,
ovvero verso l’uscita dai rapporti con lo stato, piuttosto che in
attività creatrici di ricchezza in un contesto di innovazione
imprenditoriale.

Il quinto paragrafo presenta una dimostrazione empirica della validità
del modello.

Sono infine presentate alcune osservazioni conclusive, che guardano alle
possibili ragioni dello stentato procedere dei tentativi di
liberalizzazione e di apertura concorrenziale.

 
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Post N° 13

Post n°13 pubblicato il 12 Giugno 2008 da xxsirenettaxx

LE ORIGINI POLITICHE DEL
DECLINO E DELL’INSICUREZZA

Luca Ricolfi, sociologo ed insegnante all’Università di Torino, ha
fondato “l’Osservatorio del Nord Ovest” e la rivista di analisi elettorale
“Polena” e, dal 2005, è editorialista de “La Stampa”. Il libro costituisce il IV Rapporto sul
cambiamento sociale pubblicato dall’Osservatorio del Nord Ovest ed è frutto di
un lavoro di équipe.


Ricolfi afferma : “Oggi siamo
ostaggi dello Stato, esattamente come siamo stati – per secoli – sottomessi allo
straniero. Il nostro guaio più grande, però, è che lo siamo due volte. La prima
volta, perché lo Stato è onnipresente là dove non dovrebbe esserci e la sua
onnipresenza finisce per soffocare l’economia, mortificare il merito,
scoraggiare l’iniziativa dei singoli. La seconda volta perché lo Stato è assente
dove dovrebbe esserci, e proprio questa sua assenza è all’origine della nostra
insicurezza, nei quartieri degradati come nei cantieri irregolari, nei territori
dove comanda la mafia come in quelli dove spadroneggiano avventurieri e furbetti
di ogni risma”.


Queste sono le origini del declino e dell’insicurezza.
Ecco la politica che non fa crescere l’Italia,
altro che Stato debole e necessità dello Stato forte! Quello che occorre è una
buona politica, cioè una politica diversa da quella praticata negli ultimi
quindici anni.


“I problemi sono
noti da lungo tempo, se ne conoscono la gravità e la tendenza al deterioramento,
ma non si prende nessuna decisione finché non esplodono. A quel punto si
interviene semplicemente perché non se ne può fare a meno, ma ovviamente
qualsiasi cosa si decida non può funzionare, perché il problema è stato lasciato
marcire troppo a lungo e ormai è diventato ingestibile…Se dopo tanti anni e
tante promesse – afferma ancora Ricolfi – nulla di veramente nuovo si è messo in
moto, se il nostro ceto politico è sempre lì ed è sempre uguale a se stesso, se
il nostro divario con gli altri paesi europei non ha mai smesso di aumentare,
forse è saggio cominciare a pensare che esistono problemi che non hanno
soluzioni, e che forse il rebus italiano è uno di questi.”


Dissento da questo
pessimismo perché sin dal tempo di Hume (e pare strano questo pessimismo da
parte di un ammiratore di Hume, come Ricolfi) il determinismo non è compatibile
con la complessità dei fenomeni sociali. Non è inevitabile l’essere ostaggi
dello Stato, tanto più che oggi abbiamo una maggioranza parlamentare più forte e
coesa che in qualunque epoca della nostra storia parlamentare ed una opposizione
che sembra affrancarsi dalla tradizionale ideologia di delegittimazione
dell’avversario. Per carità i primi segnali (Alitalia ed emergenza rifiuti) non
sembrano promettere nulla di buono, però anche gli errori della classe politica
potrebbero favorire la parte riformatrice che sta nascendo attorno ai temi
relativi alla giustizia, al sistema elettorale, al pluralismo dell’informazione,
all’assetto costituzionale...


Ossia i temi
istituzionali sono il nucleo per un programma politico di un soggetto politico
riformatore, in grado di dare la scossa al regime dell’immobilismo conservatore,
.perchè per fare politica in modo diverso bisogna mutare le regole che hanno
prodotto quell’immobilismo. (bl)


SOMMARIO: Al lettore
– 1. Crescita e competitività di L. Debernardi – 2. I conti pubblici di L.
Ricolfi – 3. Le priorità degli italiani di R. Cima e S. Zambrino – 4. Come
cambia il sistema Italia di T. Parisi – 5. La cultura: fra morale e antipolitica
di B. Loera – 6. Divergenze territoriali – Pensieri sull’Italia di L. Ricolfi –
Dulcis in fundo…quattro gianduiotti


 
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Post N° 12

Post n°12 pubblicato il 09 Giugno 2008 da xxsirenettaxx
 

MERCATO E
DEMOCRAZIA


SE IL CAPITALISMO DEMOCRATICO
COMPETE CON QUELLO AUTORITARIO


di CORRADO PASSERA
(Consigliere delegato di Intesa Sanpaolo) da IL SOLE 24 ORE del
30/05/08


Nella tradizione del
pensiero liberale e nella stessa storia occidentale, da più di due secoli e
mezzo siamo abituati a considerare naturale e imprescindibile il rapporto tra
mercato e democrazia. Anche se nel passato ci sono state numerose forme di
capitalismo "autoritario", cioè sviluppatesi in assenza di democrazia o con
forme di democrazia e di libertà civili molto limitate, il binomio
capitalismo-democrazia finora aveva sempre avuto la meglio, anche attraversando
esperienze devastanti come le guerre dello scorso secolo.


Oggi non sembra più
così. Il dinamismo del capitalismo democratico, fatto di crescita vigorosa,
coesione sociale, welfare, diritti civili, libertà di informazione e di
espressione, mobilità sociale, appare aver perso la sua spinta e si mostra quasi
inceppato.


Altri modelli
sembrano affermarsi come vincenti, in particolare in quelle aree del mondo tese
verso obiettivi di forte crescita come condizione di riscatto da una situazione
di sottosviluppo e povertà. La democrazia, come noi la intendiamo in Occidente,
non sembra più essere indispensabile per il successo di un Paese: anzi, talvolta
sembra essere un impedimento, o un lusso che non sempre ci si può permettere.


Ma non dobbiamo in
nessun modo farci tentare da una scelta alternativa tra mercato e democrazia.
Per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti a noi, abbiamo bisogno di più
mercato e, insieme, di più democrazia, contemperando competitività e coesione
sociale.


La globalizzazione
genera grandi opportunità ma mette in discussione i sistemi di equità vigenti
nei nostri paesi e minaccia lo spazio delle sicurezze sociali. Al contrario, le
società più solidali sono state in molti casi anche quelle con maggiore
dinamismo sociale e crescita economica. Non dimentichiamoci mai che solo il 15%
della popolazione mondiale vive in Stati di democrazia sostanziale e, non a
caso, quegli Stati sono anche quelli a più alto sviluppo economico e a più alto
benessere diffuso.


«Mercato e
democrazia» è il binomio scelto quest’anno come tema del Festival dell’Economia
di Trento. E in tale contesto l’ordine (prima mercato, poi democrazia) non
sorprende. In realtà, però, la democrazia viene prima: il mercato, infatti, per
essere forte ed efficiente, ha bisogno di una democrazia forte alle spalle.


La democrazia è
fondamentale per la sopravvivenza e la prosperità di un’economia di mercato,
perché porta alla creazione di istituzioni che difendono i mercati, che li
proteggono dalle spinte auto-distruttive insite nella loro stessa natura, ne
correggono i fallimenti e le distorsioni.


Senza quelle
istituzioni, quei sistemi di leggi, quegli apparati di controllo e indirizzo
chiamati ad applicarle, quei sistemi di protezione sociale che rappresentano una
componente fondamentale della democrazia sostanziale, il mercato, lasciato a se
stesso, imporrebbe la sua legge spesso crudele e iniqua, il suo darwinismo
sociale fondato solo su rapporti di forza. Non solo la coesione e il dinamismo
sociale sarebbero messi a rischio, ma la stessa efficienza economica
risulterebbe indebolita. Chi ha maggiore potere di mercato riuscirebbe a
comprimere la concorrenza, a imporre posizioni di monopolio. Beni e servizi
collettivi di fondamentale importanza quali l’istruzione, la salute, la
giustizia, la sicurezza non troverebbero nel mercato, o solo nel mercato, il
luogo ottimale per essere assicurati alla società.


Per tutte queste
ragioni, e nel rispetto reciproco, la democrazia deve avere il primato rispetto
al mercato. La politica e il suo esercizio democratico, tuttavia, per poter
meritare tale primato devono essere all’altezza del proprio compito nei
confronti del mercato. Un compito sempre più difficile, per tante ragioni.


Anzitutto il mercato
cambia rapidamente e continuamente, mentre spesso i tempi della politica non
sembrano essere in grado di tenere il passo. Il mercato è sempre più globale,
mentre la politica ha una dimensione che è rimasta di solito confinata a livello
nazionale, quando non addirittura locale. Il mercato, infine, assume crescenti
connotati che potremmo definire "aggressivi", esprimendo attori sempre più
potenti e finendo così per aumentare la sua forza negoziale nei confronti della
politica e creando in taluni casi commistioni pericolosissime.


Di fronte alle sfide
poste da una globalizzazione trainata dalla rapida apertura dei mercati, una
democrazia che disattende i suoi compiti, rimanendo indietro soprattutto sul
terreno delle decisioni, è una democrazia fragile che finisce per subire gli
inevitabili costi della globalizzazione senza saperne cogliere le grandi
opportunità. In Italia il nostro assetto democratico sta soffrendo da troppo
tempo di una vera e propria paralisi: sbloccare il processo decisionale è dunque
la priorità numero uno del Paese.


Il problema di molte
democrazie appare proprio quello di consolidare e aumentare il potere dei
governi perché essi siano in grado di rispondere più rapidamente ed
efficacemente alle crescenti domande provenienti da tutte le componenti delle
società che rappresentano. Ridare capacità decisionale alla democrazia non ha
nulla a che fare con restaurazioni autoritarie, ma significa salvarla da una
situazione di stallo. Una democrazia che non decide, che rimane imbrigliata in
una paralizzante ragnatela di veti, è una democrazia che non funziona, che
scarica sui cittadini costi altissimi e diffonde sentimenti di sfiducia.


Se non dovessimo
riuscirci il rischio è grandissimo. La storia ci dice che, là dove la politica
non è all’altezza dei suoi compiti, nascono l’antipolitica e derive
antidemocratiche di varia natura. Talvolta, proprio a causa dell’incapacità
della politica di rispondere ai bisogni della società si arriva a perdere la
democrazia, per vie antidemocratiche o talvolta, paradossalmente, per vie
addirittura " democratiche". Libertà economica (mercato) e libertà politica
(democrazia) sono pertanto due beni preziosi che devono alimentarsi e prosperare
insieme.


È dunque essenziale
riavviare una fase di crescita economica sostenibile. Qualcuno guarda con
invidia alle non-democrazie che crescono più di noi. Dobbiamo crescere di più
anche noi: sappiamo di poterlo fare agendo contemporaneamente e con decisione su
tutte le leve della competitività, della coesione e del dinamismo sociale.


Le dimensioni
nazionali appaiono comunque poco efficaci nel fronteggiare le sfide della
globalizzazione, mentre assistiamo al sopravanzare di nuove realtà geopolitiche
di dimensioni e vitalità impressionanti anche se spesso in notevole ritardo sul
terreno degli assetti autenticamente democratici.


Occorre pertanto
rilanciare il disegno europeista e accelerare il completamento della costruzione
del mercato unico europeo. E diventato urgente fare dell’Europa uno spazio
compiuto di democrazia, dotato di tutti gli strumenti politici necessari a
governare questo mercato nella competizione globale. Ma non basta: è urgente
fare dell’Europa non solo un’area di libero scambio, ma anche un’entità dotata
di forza e responsabilità politica e di autentica legittimazione democratica.
Occorre cioè fare dell’Europa un esempio su scala mondiale di come si possa
coniugare al meglio mercato e democrazia. È un compito vasto e arduo che aspetta
le classi dirigenti di molti Paesi, tra cui il nostro.


«Più mercato e più
democrazia», dunque, è l’obiettivo da raggiungere. Senza mai farsi prendere dal
dubbio che esista un bivio che divide, anche a casa nostra, mercato da
democrazia.

 
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Post N° 11

Post n°11 pubblicato il 09 Giugno 2008 da xxsirenettaxx
 

TRE
MOTIVI


L’IMPORTANZA DI DIVENTARE
VEGETARIANI


di UMBERTO VERONESI
da LA
REPUBBLICA del 6/06/08


Ciò che il vertice
Fao "ha dimenticato" di discutere è il cuore del problema della fame nel mondo,
che non è solo legato ai costi di produzione e distribuzione dei cibi, ma
soprattutto alle abitudini alimentari della popolazione del pianeta. Occorre una
rivoluzione nell’alimentazione dei Paesi ricchi per dare il via concretamente e
subito ad una soluzione della tragedia dei Paesi poveri, dove si soffre la fame.
Noi siamo alle prese con il problema opposto: aumenta l’obesità fra i nostri
figli, le nostre adolescenti anoressiche usano il troppo cibo come ricatto e se
ne privano fino a lasciarsi morire, la nostra dieta opulenta ci fa ammalare
sempre di più. Proprio su questi temi si riuniranno a Venezia a settembre alcuni
fra i maggiori esperti per la Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della
Scienza: «Food and Water for Life». Io penso che l’ingiustizia alimentare sia
una delle peggiori iniquità dei nostri tempi: una questione di civiltà e di
cultura, che ci riguarda tutti da vicino. C’è un comportamento individuale
responsabile, infatti, che può contribuire a riequilibrare questi due drammatici
estremi ed è la riduzione del consumo di carne.


Molti uomini di
scienza e pensiero hanno creduto che la scelta vegetariana fosse quella giusta
per l’armonia del pianeta. Dal genio rinascimentale di Leonardo daVinci, che non
poteva sopportare che i nostri corpi fossero le tombe degli animali, fino ad
Albert Einstein, il più grande scienziato del ‘900, che presagiva che nulla darà
la possibilità di sopravvivenza sulla Terra, quanto l’evoluzione verso una dieta
vegetariana. Anch’io sono convinto che il vegetarianesimo sia inevitabile, per
tre motivi. Il primo è di ordine ecologico/sociale. I prodotti agricoli a
livello mondiale sarebbero in realtà sufficienti a sfamare i sei miliardi di
abitanti, se venissero equamente divisi, e soprattutto se non fossero in gran
parte utilizzati per alimentare i tre miliardi di animali da allevamento. Ogni
anno 150 milioni di tonnellate di cereali sono destinate a bovini, polli e
ovini, con una perdita di oltre l’80% di potenzialità nutritiva; in pratica il
50% dei cereali e il 75% della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli
animali d’allevamento. L’America meridionale, per fare posto agli allevamenti,
distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria.
Trentasei dei quaranta Paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati
Uniti, dove il 90% del prodotto importato è utilizzato per nutrire animali
destinati al macello. Viviamo in un mondo dove un miliardo di persone non ha
accesso all’acqua pulita e per produrre un chilo di carne di manzo occorrono più
di trentamila litri di acqua.


Già oggi non
riusciamo neppure a contare quante malattie e quante morti potrebbe evitare un
minor consumo di carne. Veniamo così indirettamente alla seconda motivazione del
vegetarianesimo, che è la tutela della salute. Non ci sono dubbi che
un’alimentazione povera di carne e ricca di vegetali sia più adatta a mantenerci
in buona forma. Gli alimenti di origine vegetale hanno una funzione protettiva
contro l’azione dei radicali liberi, cioè quelle molecole che possono alterare
la struttura delle cellule e dei loro geni. Si può quindi pensare che chi segue
un’alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi e
possa vivere più a lungo. C’è poi un secondo fattore. Noi siamo circondati da
sostanze inquinanti, che possono mettere a rischio la nostra vita. Sono sostanze
nocive se le respiriamo, ma lo sono molto di più se le ingeriamo. Consumando
carne, ci mettiamo proprio in questa situazione, perché dall’atmosfera queste
sostanze ricadono sul terreno, e quindi sull’erba che, mangiata dal bestiame, (o
attraverso i mangimi) introduce le sostanze nocive nei suoi depositi adiposi, e
infine nel nostro piatto quando mangiamo la carne. L’accumulo di sostanze
tossiche ci predispone a molte malattie cosiddette "del benessere" (diabete non
insulino-dipendente, arterosclerosi, obesità). Anche il rischio oncologico è
legato alla quantità di carne che consumiamo.


Le sostanze tossiche
si accumulano più facilmente nel tessuto adiposo, dove rimangono per molto tempo
esponendoci più a lungo ai loro effetti tossici. Frutta e verdura sono alimenti
poverissimi di grassi e ricchi di fibre: queste, agevolando il transito del cibo
ingerito, riducono il tempo di contatto con la parete intestinale degli
eventuali agenti cancerogeni presenti negli alimenti. I vegetali poi, oltre a
contaminarci molto meno degli altri alimenti, sono scrigni di preziose sostanze
come vitamine, antiossidanti e inibitori della cancerogenesi (come i flavonoidi
e gli isoflavoni), che consentono di neutralizzare gli agenti cancerogeni, di
"diluirne" la formazione e di ridurre la proliferazione delle cellule malate. La
terza motivazione, ma non ultima, è di ordine etico-filosofico ed è quella che
ha fatto di me un vegetariano convinto da sempre. Io ero un bambino di campagna,
amico degli animali e oggi sono un uomo che ha il massimo rispetto per la vita
in tutte le sue forme, specie quando questa non può far valere le proprie
ragioni. Il cibo è per me una forma di celebrazione della vita, ma non mi piace
celebrare la vita negando la vita stessa ad altri esseri.

 
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Viene offerto supporto e consulenza gratuita!
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