corvo rosso
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Mafia: da Andreotti a Berlusconi, dalla tragedia alla farsa.
La mafia, il dichiarante Spatuzza, pentiti di ufficio, il senatore Dell’Utri, il presidente Berlusconi. Ci risiamo. È l’ultima edizione, riveduta e corretta, del processo Andreotti, nella prospettiva di una seconda tangentopoli che rimetta in discussione l’equilibrio politico del Paese come avvenne, con successo, nel ‘93. Allora la tesi fu che la Dc avesse una radice mafiosa e culminò nel processo Andreotti ed in altri tra cui quelli agli ex ministri Calogero Mannino e Antonio Gava. Processi durati un decennio e conclusisi tutti con l’assoluzione degli imputati. Una circostanza che dovrebbe far riflettere perché il teorema accusatorio avallato dai pentiti che riferivano circostanze generiche e bizzarre, come il famoso bacio tra Riina e Andreotti, era che la Dc fosse un’associazione a delinquere di stampo mafioso rimasta per cinquant’anni al potere con metodi criminali. Il senatore a vita Giulio Andreotti, per nove volte Capo del Governo e per oltre il doppio ministro, fu pure accusato di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli. Mafia, corruzione, l’intreccio tra politica e affari, perfino omicidi ed altri reati di sangue, per i teorici delle Procure, erano il comune denominatore del governo del Paese che si era perpetuato attraverso la Dc e, più recentemente, il Psi di Craxi. Era la sceneggiatura della Piovra ma divenne la base teorica della più catastrofica offensiva politica condotta dalle Procure militanti, alimentata e sostenuta dalle sinistre orfane del comunismo, alla ricerca di una nuova legittimazione e di una scorciatoia per il potere. Alcuni ci rimisero la pelle, altri la salute, cadde la prima repubblica e con essa i partiti, cambiò tutto e non in meglio ma nelle Procure nessuno dette conto degli errori commessi e dei danni gravissimi per le persone e per il Paese. Fu una tragedia con esiti nefasti per il Paese.
Oggi per Berlusconi va in scena lo stesso copione. Ci avevano già provato nel ’94 e, complici Bossi e Scalfaro, erano riusciti a far cadere Berlusconi ed a sostituirlo con Dini. Ma non era bastato. Altri tentativi erano falliti. Ed allora ecco il pluriomicida Spatuzza il collaborante Ciancimino junior, due fior di gentiluomini, che raccontano di un patto tra la mafia e Berlusconi, come quello tra Riina ed Andreotti. Dunque i soliti ingredienti comprese le quinte colonne, in buona o cattiva fede. Il tutto nella prospettiva di un’accusa tanto grave da indurre il Cavaliere non solo a dimettersi ma anche ad espatriare per far posto ai duri e puri di Micromega, Grillo, De Magistris, Di Pietro, Ferrero, fino al Pd di Bindi, Franceschini, Marino, Melandri, Veltroni e, prima o dopo anche Bersani e D’Alema, il tutto con lo champagne e gli auguri di Floris e Santoro, Travaglio e Dandini, Gomez e Vegassola, Conchita De Gregorio, Crozza, Padellaro e Vauro ecc..
Siamo alla farsa. Ci vorrebbe il grande Totò col suo ma ci faccia il piacere! Fa benissimo il Cavaliere a difendersi dai processi. Perché è chiaro a tutti che le carte sono truccate e che il fine non è di giustizia ma politico. È già successo. Ma in questo caso repetita non iuvant.
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Inviato da: kfj k jf
il 21/05/2011 alle 07:19
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