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Gilda e Rigoletto, eccetera

Post n°1245 pubblicato il 29 Marzo 2026 da giuliosforza

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   Gilda e Rigoletto  

   Era appena terminata la Seconda Guerra Mondiale (terminata si fa per dire: nelle sue conseguenze, foriere di una  Terza Guerra mondiale, in realtà, in un mondo in fibrillazione,  purtroppo già in atto) che venne a casa, ospite di una mia sorella, una splendida giovane bella e procace, una Sherley MacLaine in carne e ossa, della Shelley sosia perfetta alla quale non aveva nulla da invidiare ed io, appena uscito di fanciullezza, ne restai incantato e fui subito geloso di quanti, giovani e meno giovani, nel piccolo borgo abitato da pochi artigiani,  in assoluta  maggioranza da contadini e da pastori, le facevano l’occhio languido; ma non erano quei rozzi contadinelli a ingelosirmi, bensì un mio cugino universitario che aveva tutto per piacerle ed essere ricambiato. Io mi dovetti contentare del nome, Gilda appunto, destinato a risuonarmi dentro per tutta la vita e la vita in qualche modo anche bizzarro a condizionarmi. Ci credereste che quella giovane e quel nome mi condizionarono anche la fruizione del “Rigoletto” già la prima volta che lo vidi e che  subito precriticamente amai per il solo nome della protagonista, Gilda appunto? E ci credereste che anche oggi, che ho appena cessato di vederlo su rai5, in qualche modo lo ha fatto?

   Quello trasmesso oggi dalla Rai è l’ultimo allestimento del novantaseienne Franco Zeffirelli, scomparso poco dopo la prima rappresentazione all’Arena. Ho sempre venerato Zeffirelli per le sue scenografie splendidamente classiche in tempi di scempi avanguardistici, e non me ne vergognerò finché campo. Ma abituato all’impareggiabile Nucci e alle brave nostrane varie Gilde, Ambrogio Maestri e la giovane Giuliana Gianfedoni, nomi ambedue a me fino a stamane ignoti, ho avuto delle perplessità circa la congruità del ruolo loro affidato con la loro vocalità e la loro gestualità; perplessità per altro alla fine dello spettacolo svanite: Maestri ha una voce stupenda, piena e rotonda e senza incrinature, e stupenda, in ogni nuance timbrica, l’hala giovane soprano alla quale, son certo, è assicurato un futuro glorioso. Spero proprio di avere occasione di rivedere presto questo Rigoletto che il fasto zeffirelliano a nuovo esalta, e di rigodere una mattinata come questa in compagnia dei due interpreti e del vivo fantasma di Gilda-Sherley il cui nome e il cui volto porterò ormai fra i più cari con me nella tomba.     

*  

Le ochette del pantano

   vanno piano piano piano

   una dietro l’altra avanti 

   tutte in fila come fanti    

   Chi ha orecchie da intendere intenda    

   Da una filastrocca delle tantissime del maestro elementare parmense Renzo Pezzani (1898-1952), il Rodari della mia infanzia, di Rodari meno ideologizzato ma più essenziale, e perciò più efficace. Parere del tutto personale, naturalmente.

*

   Oggi al mio paese si festeggia San Biagio, protettore della gola.

Buon onomastico a te Papà mastro Biagio figlio di Cesarone, e a voi tutti 'Biasci' e 'Biascioni' di ogni epoca che popolaste 'Collenaru' e 'Palaterra' e che ora nei cieli fate corona attorno al Santo medico taumaturgo e martire vescovo di Sebaste. Scongiuratelo perché protegga le nostre ugole, onde possiamo nei secoli continuare a cantare la 'Gloria di Colui che tutto move', che lanciò nel non-spazio e nell'in-tempo quell'Essere in cui 'Ens et Verum et Bonum et PULCHRUM convertuntur'.

Evviva San Biagio!

*

   San Biagio tra i ghiacci.

   Dopodomani al mio paesello si festeggerà (si fa per dire, l’infrasettimanalità e il vuoto di gente ne obbliga il rinvio alla domenica successiva) San Biagio vescovo e martire, patrono invernale, in un clima atmosferico che non è certo quello di cento anni fa: oggi mi par quasi Persefone stia per sottrarsi al caldo talamo di Plutone. Allora il borgo (760 metri sul mare, preappennino abruzzese a pochi Km in linea d’aria dai massicci del Gran Sasso e del Velino) al 3 di febbraio era letteralmente immerso nel ghiaccio (tale io lo vissi bambino), ma ciò non impediva le celebrazioni dei riti cristiano-pagani al chiuso e all’aperto che del clima sfidavano il rigore.                                                                          

   Ancora ai tempi della mia infanzia erano freschi i ricordi di “riti” coraggiosi coi quali si dava inizio alla Festività, fra i quali spiccava la sfida davvero folle, direi eroica, tra i più robusti dei giovani: tuffarsi all’alba nel quasi sempre ghiacciato storico abbeveratoio di Piazza della Peschiera, quello che una improvvida decisione comunale degli Anni Sessanta avrebbe in seguito distrutto.  E che qualche giovanotto fosse nell’impresa morto sul colpo, o successivamente di polmonite, agli annali non risulta.                                                        

   Miracolo certo di San Biagio, ma forse anche del vinello novello autoctono ‘tarantò’   consumato a damigiane, se non a botti  (forse perché, come mi informa il ‘Magister vini’ Franco, facile come tutti i vinelli a inacidire?); delle ‘sasicce’  e delle ‘rimmelle’ dei poveri maiali trucidati con cruenta barbara liturgia a colpi di  “afferraturu” (sorta di pugnale a forma di grosso chiodo con manico) che non sempre raggiungeva subito, per l’imperizia del macellante, il cuore: e l’eco delle grida disperate io                        ancora odo nei miei vagabondari pei vicoli le stradine le piazzette deserte.

Evviva comunque, sempre e dovunque, ‘Sammiasciu’. Che gridato ancor oggi da me è un altro miracolo,

*

   MEMORIE

   Seguo in questo periodo con curiosità la periodicamente riproponentesi polemica sui bonus governativi alle scuole paritarie, le ex parificate, per lo più istituti di grande prestigio gestiti numerosissimi in Italia e nel mondo quasi esclusivamente da enti religiosi (Gesuiti, Fratelli delle scuole cristiane, Maristi, Marianisti ecc) che, paradosso dei paradossi, nate come scuole del popolo per il popolo, han finito per diventare scuole per le élites (politiche, economiche e di media ed alta borghesia). In due di queste scuole da giovane mi trovai ad insegnare, come supplente di discipline umanistiche in una, come professore di storia e filosofia nell'altra, gestita da laici. A quell' epoca di bonus mi pare ancora non si parlasse, anche se naturalmente non mancavano sovvenzioni sottomano o sotto forma di esenzioni tributarie. Nel liceo parificato nel quale alla fine degli anni cinquanta mi trovai a supplire per le discipline umanistiche, reso tristemente in questi ultimi anni famigerato dal romanzo 'La scuola cattolica' dell'ex allievo Edoardo Albinati incentrato sul famoso Delitto del Circeo i cui autori risultarono quattro ex alunni di essa, avevano studiato, dalle elementari al liceo, i tre fratelli Mattarella e Sergio, ancora liceale, era tra i miei alunni. Per smuovere un poco lo stantio clima culturale fondai un 'Circolo culturale giovanile "Giovanni Papini', di cui qui riproduco lo sbiaditissimo manifesto, che ebbe tra i giovani un certo successo. Tra essi non mi pare ci fosse il giovane Sergio Mattarella proiettato verso ben altri gloriosi destini. Ma non disdegnarono il Circolo personaggi illustri come Vasco Pratolini, l'autore de 'le ragazze di San Frediano' e di altri capolavori, che abitava in una strada vicina e non disdegnava corrispondere coi più vivaci dei giovani del Circolo, che morì col trasferimento del suo ideatore.

Sic transit gloria mundi.

 *

   AMALIA

   La mia infanzia e la mia fanciullezza hanno molti nomi. Uno di essi è Amalia che, liberato ieri dall'involucro che lo portava, fatto ora pura Anima danza e canta risuonando per i colli le valli e le selve dove, rusticana Heidi, conduceva le caprette e le pecore del numeroso gregge di papà Cesare il "Capraio", figura "alta e solenne e vestita di nero" come la carducciana bolgheriana nonna Maria, a pascolare.

Ma soprattutto risuona nelle stanze della mia vasta casa dirimpettaia alla sua donde perennemente emanavano i profumi di latte ribollente, di formaggi e ricotte che invadevano vicoli e piazze limitrofi; ma soprattutto risuona nella mia anima ove perenne ebbe stanza.

A chi racconti oggi, Anima Amalia, i nostri giochi innocenti con gli amichetti e le amichette del vicinato nella mia camera della loggia, i nostri salti nei pagliai freschi di erbe e fieno profumati del colle di Santa Maria e della Jusa, dei Coannegli e degli Irici? Ove vaghi ora Anima Amalia? A quale finestra ora ti affacci a salutare e "scutrinare" i passanti? La troppo vasta finestra del Firmamento ti è ora di ingombro? Ti accoglie essa a osservare dall'infinito i tuoi mondi ove ti trastullasti bambina? Rivolgi il tuo sguardo dal tuo infinito anche a quest' essere infimo antico che t'amo' e t'ama, che il tempo ancora travaglia, e che invano ancora cerca di dare un senso al suo, di tempo, non ancora Eternità, platonico Kronos non ancora Aionos?

Ciao Amalia. Indiati.

 *  

   Torna su rai5 Machbeth nella versione diretta da Chailly e scenografata da Livermore nel 2021. Chailly non si discute, sì Livermore, anche se la sua scenografia è meno scempiata della maggior parte di quelle oggi di moda. Ottimo il coro, ottimo chi fa lui, ottima chi fa lei. E stessa la famosa conclusione: la vita è una favola raccontata da un idiota, piena di suoni e rumori, che non significa nulla. Di fronte alla quale la vita-burla falstaffiana è una bazzecola. Che se poi si aggiunge il famoso credo blasfemo di Jago nell’Otello si è al nec plus ultra. Ed è difficile ritenere che Verdi non condivida ciò che fa cantare ai suoi personaggi

 
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