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Festa della Repubblica. Buongiorno in Musica. Tribschen. "La Danza di Nietzsche" pp.52-56

Post n°1129 pubblicato il 12 Giugno 2022 da giuliosforza

1031

   Intense giornate col giovane Rossini (Aureliano in Palmira). D’Annunzio-Zandonai (Francesca da Rimini), Verdi (Rigoletto). Musica Sanatrix et Salvatrix Mundi.

*

   Oggi festeggiano con la solita ipocrita magniloquenza una repubblica che non interessa più a nessuno, che a me non è mai interessata, pur essendomi in gioventù provato a trovarle, con buona volontà ma con esito zero, con gli amici di Nuova Repubblica un senso mazziniano. Ma Mazzini e la ‘sua’, di Repubblica, non hanno mai trovato voce nell’Italietta etta etta post resistenziale. Che sfilino pure dunque lungo Via dell’Impero, che ciancino inascoltabili, blesi quali sono, di democrazie, che depongano corone, che disegnino nel cielo di Roma le Frecce tricolori i loro mirabolanti arabeschi. Io non celebrerò, e sognerò con Fritz di Danza e di Musica, di Musica come Danza, di Danza come Vita insieme a Béatrice Commengé, trascrivendo, per gli amici che me l’hanno richiesto, alcune pagine (52-56) del suo La Danza di Nietzsche, purtroppo ormai di difficile reperimento, se non del tutto irreperibile. Sono pagine importanti, anche se non esaurienti, per intendere quel che nel suo bel volume l’appassionata e informatissima Algerina intende mostrare se non dimostrare. Buona lettura, dunque, ed a presto per altri eventuali contributi, se il mazziniano Iddio lo permetterà.

   (Un ricordo personale. Lo stesso ‘pellegrinaggio’ di N. a Tribschen feci io negli anni Ottanta del secolo scorso, evento di cui ho a lungo riferito nelle pagine di questo diario. Non sapevo di quell’episodio della vita del Filosofo. Narrai della mia emozione nel vedere i cimeli wagneriani sparsi per le stanze della  villa ora museo, ricordai che a Tribschen Wagner sulle note dell’Idillio di Sigfrido aveva accolto la futura sposa Cosima Liszt fresca  transfuga dal talamo condiviso con Von Bülow, il noto direttore d’orchestra, wagneriano fino alle midolla; dissi della Serenata notturna (Eine kleine Nachtmusik) eseguita sull’acqua sotto al monumento del ‘Leone di Lucerna’, progettato da Bertel Thorwaldsen e realizzato da Lukas Ahorn, commemorante il sacrificio delle guardie svizzere massacrate nel 1792 all’assalto delle Tuileries; la rabbia che si impossessò di me dinanzi a un busto del Nobel Spitteler denigratore di Nietzsche, autore  del per altro da me amatissimo Prometeo ed Epimeteo, Ma torniamo alla Commangé).

  “Era il maggio 1869. Il sabato precedente la Pentecoste. Nietzsche, che era appena stato nominato professore di filosofia” (per vero di filologia classica, nota mia) “a Basilea, aveva un solo pensiero: recarsi a Tribschen, vicino a Lucerna, per incontrarsi con Richard Wagner, che l’aveva invitato lì sei mesi prima durante un breve colloquio a Lipsia.  Wagner era la speranza, la possibile rifioritura, la probabile rinascita della tragedia greca. Finalmente un compositore per il quale Eschilo non era morto! Aveva potuto esclamare Nietzsche ascoltando I maestri Cantori. Era infine arrivato l’uomo dotato dello slancio di un «piede alato», capace di far rivivere lo spirito ellenico?» Quell’uomo viveva in Paradiso: Tribschen era uno di quei posti magici che si pensa di aver visto in sogno quando ci si capita per la prima volta, una vasta dimora piena di finestre e dominante un paro che s’allungava come una penisola sul lago dei Quattro Cantoni.

   A Lucerna, Nietzsche aveva preso il battellino a vapore che faceva il giro del lago, poi era andato a piedi fino alla casa che si scorgeva tra i platani centenari. Gli piaceva quell’acqua liscia, color del cielo, accerchiata da montagne, dalle cime innevate del Pilato alle creste del monte Rigi: «la sua Italia», avrebbe detto più tardi (Orta non era anch’essa una penisola?) Nietzsche procedeva passo leggero. Il paesaggio i9nvitava all’evasione e al raccoglimento al tempo stesso: aria e acqua, cime e abissi, i mondi si confondevano, come nella migliore delle musiche. Alla fine egli avrebbe dunque parlato con colui che viveva al di là delle vita, in quell’universo invisibile che «dà invece il nucleo intimo, precedente ogni configurazione», conformemente alle parole del suo secondo maestro, Schopenhauer. La musica era l’espressione della partecipazione del divino al mondo sensibile, e Wagner ne era l’incarnazione: Wagner, di un «idealismo cos’ assoluto, una cos’ profonda e commossa umanità».

   Nel giardino di Tribschen ci si sentiva già trasportati in un altrove indefinibile, come se lo spirito della musica avesse preso possesso dei luoghi. Dalla casa giungevano accordi sconosciuti al filosofo, una melodia nuova che gli faceva battere il cuore. La sua emozione, ascoltando le prime battute di quello che sarebbe diventato il canto di Brunilde nel Sigfrido, gli provava che l’arte – come avevano ben capito i Greci – era il completamento e perfezionamento dell’esistenza, destinata a persuaderci di continuare a vivere». Infatti, a quel giovane filologo ventiquattrenne che ancora non osava definirsi filosofo, una sola domanda si poneva: «Come vivere?»

   Nel paradiso di Tribschen, il Maestro viveva con «l’Unica» - la «geniale» Cosima von Bülow, che non era ancora sua moglie. A Nietzsche parve di sbarcare nell’isola di Naxos e di scoprire un’Arianna adorata da Teseo. Che cosa andava a fare il Dioniso?

   Tribschen diventò la sua «Italia», la sua Grecia, il suo Oriente. Là si discuteva della «visione dionisiaca del mondo, che Nietzsche ritrovava nelle composizioni del Maestro. A Cosima egli offrì il suo primo manoscritto, La nascita della Tragedia, ma anche una delle sue composizioni, la Notte di San Silvestro, che egli definiva «manifestazione dionisiaca». Da quando s’era messo a frequentare Wagner, ma soprattutto da quando aveva cominciato a credere di più nella propria filosofia, Nietzsche cedeva sempre meno a quella che chiamava «la schiavitù della musica». Wagner gli aveva scritto, un giorno: «Io mi sono sempre trovato male con le mie esperienze filologiche; voi vi siete sempre trovato male con le vostre esperienze musicali: ecco quanto. Musicista, voi sareste più o meno diventato quello che sarei diventato io se mi fossi ostinato con la filologia. La filologia m’è rimasta comunque nel sangue: musicista, è essa a dirigermi. Voi rimanete filologo, ma pur restando tale, lasciatevi dirigere dalla musica».

   Nietzsche non aveva bisogno dei consigli del Maestro. Come la tragedia greca fu per lui «partorita dallo spirito della musica», così tutte le due opere furono figlie dell’emozione più che del ragionamento, perché la poesia non esprime nulla che non sia già nella musica: «La musica è la vera idea del mondo». La musica è il riflesso dell’«Uno primordiale» e del «dolore originario»: ecco quel che avevano capito i Greci, per i quali la ritmica era nata dalla danza, dal movimento ripetuto fino all’estasi ai danzatori del ditirambo dionisiaco. La musica non deve essere «architettura dorica in suoni», figlia di Apollo, dio della misura; essa deve sorgere dalla profondità della terra, come Dioniso, dio della linfa primaverile e dello slancio vitale, essa deve passare per il corpo. Ora «l’essenza della natura deve esprimersi simbolicamente». Nel semplice girotondo ritmato delle voci, che stava all’origine del ditirambo di Dioniso, il Greco cercava di raggiungere simbolicamente l’essenza stessa del mondo. Perché la musica, «come arte particolare», potrà nascere soltanto quando si sarà «messa a tacere una quantità di sensi, soprattutto la sensibilità muscolare – (…) così che l’uomo più non imita né descrive subito corporalmente tutto ciò che sente». Ormai gli si è aperto il mondo dell’armonia, l’universo dei suoni, e delle melodie. Se l’uomo, attraverso la danza, celebra il «genio della specie», attraverso la musica egli tenta di raggiungere il «genio dell’esistenza stessa». Lascia per sempre il mondo dei fenomeni, trascende ciò che vive per spiegare la vita. Nell’universo dionisiaco, la poesia – terzo elemento della tragedia greca – non nasce non nasce dall’idea, né dall’immagine che l’artista si fa del mondo: nasce dalla musica, che gli è stata dettata dall’interiorità. «La poesia lirica è una folgorazione imitativa della musica» ed è chiaro che la tragedia morirà il giorno in cui la melodia sarà ridotta a semplice illustrazione della poesia.

    La felicità a Tribschen durerà tre anni. Nietzsche vi andò ventitré volte, le ha contate. Erano quelle visite a rendergli tollerabile la vita: così credeva, almeno. Continuava a comporre, nonostante le critiche violente che aveva suscitato la sua ultima opera, ‘Manfred-Meditazione’, da parte di von Bülow, di cui Nietzsche aveva ammirato le qualità di direttore d’Orchestra in occasione di una rappresentazione del Tristano; critiche  che egli aveva accettato con gran gioia giacché l’aiutavano a definire il posto che aveva la sua ‘brutta’  musica nella sua vita e nella sua opera: «Pensate che fino ad oggi – e questo fin dal tempo della mia prima giovinezza», rispondeva lui a von Bülow, «la mia musica mi ha procurato molta gi (…). Mi sono sempre chiesto da dove veniva quella gioia. Aveva qualcosa d’irrazionale in sé». E che cosa di più affascinante che tentare di cogliere il fondamento di quella gioia? Sempre il richiamo dell’inesplicabile, quello che darà le ali a Zarathustra perché possa levarsi in aria, libero da tutti i dogmatismi, vengano essi dalla religione o dalla scienza. Nietzsche era cosciente, in quegli anni precedenti la «malattia» e la «metamorfosi, nell’epoca in cui era un «dotto» più che un artista-filosofo, del fatto che la musica gli consentiva di «padroneggiare uno stato d’animo» che poteva forse essere più nocivo, se non lo esteriorizzava. Nella sua musica, per quanto mediocre, egli aveva la sensazione di «diventare quello che era»: faceva danzare le note come avrebbe fatto danzare più tardi le parole di Zarathustra. Andava all’assalto degli accordi come poi si sarebbe arrampicato sukka vetta delle montagne. Nondimeno, fin dalla ‘Manfred-Meditazione’ gli era chiaro che sarebbe stato musicista solo «quel tanto» che bastava «per il suo filosofico consumo domestico».

____________________    

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 

 
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Passeggiata con Juliette, Le style c'est l'homme? 'Viaggio a Reims', 'La fiaccola sotto il moggio', l'amor mio Anna Moffo

Post n°1128 pubblicato il 02 Giugno 2022 da giuliosforza

1030

   Torno dalla mia passeggiata mattutina per le strade del mio quartiere medio-alto-borghese per censo, ma assai basso per civiltà in alcune sue zone, come si evince dai marciapiedi imbrattati di escrementi canini che ti obbligano ad un pericoloso slalom, dai vasti verdi selvaggi, infestati da cinghiali e da serpi, che lo contornano, e dai frequentatori dei loro bar, in buona parte villani male inciviliti, caciaroni e volgari. Io cerco per questo di seguire sempre gli stessi itinerari, i più riservati, ove incrocio per lo più giovani mamme che, prima di recarsi al lavoro, che immagino impiegatizio o serenamente casalingo, portano a spasso i bimbi nelle loro carrozzelle o tenendoli per mano ad aiutarli nei loro primi passi. Una giovane bella e distinta signora, che ama evidentemente i miei stessi orari quasi antelucani, gradevolissimi in questo inizio di calura estiva, spesso incrocio, la cui bimba, ormai abituatasi al Vegliardo dal passo antico, sempre diversamente e bizzarramente vestito, dagli strani cappelli e foulards e i non meno strani bastoni, mi dà il buon giorno (quale più gradito buongiorno?) con uno smagliante sorriso e uno sguardo che abbaglia, come quello della mamma di cui possiede le stesse pupille perlacee incantatrici. Ma la bimba, che ha nome Juliette (nome che amo non tanto perché è il femminile del mio ma perché è lo stesso della Binoche, l’attrice mia prediletta) ed ha un babbo francese che pendola più volte al mese come se niente fosse tra Orléans a Roma, oggi per la prima volta incontrandomi non mi sorride, anzi dalle labbruzze increspate e dagli occhioni lucidi accenna a un pianto presto calmato dalla carezza materna. Richiesta da me e dalla mamma del perché delle sue lacrime, indica l’impugnatura del mio bastone. Già, perché il bastone che mi fa oggi un po’ da compagnia e un po’ da sostegno è uno dei più strani e impressionanti tra quelli che posseggo. Lo trovai presso un rigattiere che tiene negozio nello spazio di ristoro e di rifornimento della A24 presso l’uscita Carsoli-Oricola, dal quale nel tempo altro, di più o meno valore, etnico o d’antiquariato o ambedue le cose insieme, nel corso del tempo acquistai. L’origine del bastone mi fu denunciata incerta, africana o indonesiana. Un bastone talmente leggero da parer vuoto come un bambù, ma che   invece risulta  assai compatto e, leggermente incurvandosi e affinandosi, giunge, fra un intaglio e l’altro ad anello, a toccar terra quasi a punta: una punta anch’essa dura e resistente quasi fosse di ferro come quella del mio bastone animato di Normandia (ricordo d’un memorabile tour degli anni Ottanta in quella terra, ciceroni di lusso Jacqueline e Claude Held, poeti e scrittori per l’infanzia celebri nel mondo) tanto da poter essere usato anche come una pericolosa arma di difesa e di offesa. L’originalità del bastone, non tanto gradita a Juliette, consiste nell’impugnatura ad angolo retto, dello stesso legno ma posticcia, terminante in un teschio sogghignante, un sogghigno tra il riso e il cachinno rivolto a chi lo guardi. Quando lo porto nelle mie passeggiate, fa di solito pendant con un grosso anello d’argento massiccio anch’esso raffigurante un teschio, ma nella postura classica poggiante su due rinsecchite ossa di femore (un memento mori davvero superfluo per uno come me che con la Morte-Vita convive) acquistato in un elegante negozio di indianerie in piazza Garibaldi a Pescara, a due passi dalla casa paterna del Vate, anch’egli amante de Teschio (a lui  si ispirarono gli Arditi per farne uno dei loro simboli -a noi la morte non ci fa paura!).

   Ma Juliette ha tutti i motivi per piangere: pur se nascendo ha anche lei iniziato a morire, alle sue pupille perlacee solo rose purpuree in questo maggio della sua vita s’addicono, e tutti fiori che, pur essi destinati presto a marcire (se son rose …s-fioriranno!) son chiamati a farle corona.

   Che tu viva, Juliette, e canti, memore che solamente cantando e suonando dimezzerai, se non annullerai, le fatiche del vivere. La salvezza è in Frau Musika.

    Arbeitest Du bei Sang und Klang – wird die Zeit Dir halb so lang.

    Conserverai tu questo ricordo del Vegliardo dimenticando il suo bastone a Teschio?

*

    Lievi (!) pensari mattinali.

    Si dice sia di Bouffon, in occasione del discorso di saluto al suo ingresso all’Académie. Per altri di Pascal: Le style c’est l’homme (leggi: lo stile fa l’uomo). Dissento. Meglio si direbbe: l’homme c’est le style (l’uomo è lo stile, leggi l’uomo fa lo stile). Spunto per una riflessione più vasta sul Soggettivismo antropocentrico. Per l’Io il sistema tolemaico non cessa di valere. L’io (empirico) si pensa nell’Io, e pensandosi pone se stesso e il mondo. E Dio. Cogito, ergo Deus est. Cartesio prevaricato? No. Cosa difatti un mondo senza un Io che lo pensi e l’affermi? Cosa un Dio senza un Io che lo pensi e lo affermi? Semplicemente il mondo non sarebbe, Dio non sarebbe: la sua esistenza e l’esistenza del mondo dovrebbero demandarsi a una trascendenza (vedi Berkeley) garantista, quella dei tre storici monismi, che dal monismo escludono poi il Reale che dall’Uno si irradia e dell’Uno si sostanzia, trascendenza che, nell’atto stesso in cui la pensi, pensandola neghi. La trascendenza è un atto di fede, ripugna alla Ragione, alla suprema Ragione. Errore del vescovo anglicano irlandese ed empirista Berkeley, a cui l’aria la luce il mare di Ischia schiarirono, e nello stesso tempo, oscurarono, le idee, che volle bypassare  (non ho colpa dell’orrido anglismo) l’Io per esigere direttamente un Dio che per tutti gli Io pensi, garantendo l’esistenza di un reale e dei ‘singoli’ io. Una Mente che pensi per tutti. Ma tale mente non può trascender l’Io, non può autotrascendersi. Un Io che si autotrascenda, nell’atto stesso in cui si pensa, è una contraddizione in termini. Dunque: il trascendimento del sistema tolemaico in metafisica fallisce, nei riguardi dell’uomo soggetto pensante-creante persiste. Io-centrismo. Il lutto non s’addice all’io, che pensando si coglie Io. La morte dell’io sarebbe la morte dell’Io, la morte di Dio. Sempre dall’io-Io parte la luce che irradia e irradiando pone il reale e come tale, come Sé, lo configura.

*

   Viaggio a Reims. Allestimento della Scala del 2009. Regia di Luca Ronconi, scenografia di Gae Aulenti, direzione Ottavio Dantone. Opera buffa o?

   La fiaccola sotto il moggio 1965 regia di De Lullo con Romolo Valli, Rossella Falk, Ilaria Occhini, Carlo Giuffrè. La tragedia che con La figlia di Iorio più respira abruzzesità, quella che respirai con l’aria da bambino, l’aria che il gigante Velino inutilmente si sforzò di impedire mi giungesse, la tragedia che Gabriele più di tutte amava. Normale, per uno che “portava la terra d’Abruzzo sotto il tacco dei suoi stivali”. Ambientazione: Anversa degli Abruzzi, Gole del Sagittario, Villalago, Scanno, Cappadocia…  Alcuni dei miei luoghi dell’anima.

   Ah, perché non son io con i miei pastori?

*

   Una delle rubriche periodiche che di Rai Storia preferisco è “Ieri e oggi” dove illustri personaggi (per esempio quel geniaccio polivalente di Luttazzi, quella maschera sorniona del grande Foà, quel distintissimo signore e porgitore di Alberto Lupo ed altri pochi dominatori del Medium televisivo) ricordano in immagini, presenti i protagonisti, i momenti salienti delle loro prestazioni sia canore sia prosastiche. Questa volta Luttazzi presenta in presenza la soprano Anna Moffo, Milva e un formidabile xilofonista di colore, il cui nome mi sfugge, col quale trova anche modo di esibirsi al piano in un pezzo jazzistico a quattro mani di grande virtuosismo. Ma i miei occhi e il mio orecchio sono fissi sulla Moffo che è cresciuta con me (ha solo un anno più di me), che ho seguito incantato in tutte le tappe salienti della sua carriera artistica, e con grande dolore ho visto premorirmi per il solito assassino che delle donne  è solito assalire le parti più delicate e nobili.

    Ho ritenuto la Moffo non solo una delle più belle cantanti liriche, ma soprattutto una delle più brave e delle più naturali e signorili nell’ emissione della voce: pochissime come lei possono affrontare ogni partitura, anche la più complessa, con una naturalezza ammirevole: ella canta come parla, non sfigura, cantando, il volto con smorfie volgari, non spalanca la bocca  inverecondamente dando a veder il cavo orale in ogni suo anfratto, quasi si fosse in un laboratorio dentistico od otorino loringoiatrico e non su un palcoscenico. Ella canta come canta un usignolo, quasi facendo emergere la voce dall’anima e non dalle corde vocali. Unica la Anna, in ogni senso, che di senso, con poche altre e pochi altri, ha arricchito la mia vita. Non posso accettare che ella sia definitivamente sparita nell’immenso oceano del Nulla e che la sua Voce non risuoni più in qualche landa dell’Universo, ad abbellirlo.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 
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Passeggiata con Juliette, Le style c'est l'homme? 'Viaggio a Reims', 'La fiaccola sotto il moggio', l'amor mio Anna Moffo

Post n°1127 pubblicato il 02 Giugno 2022 da giuliosforza

 

1030

 

   Torno dalla mia passeggiata mattutina per le strade del mio quartiere medio-alto-borghese per censo, ma assai basso per civiltà in alcune sue zone, come si evince dai marciapiedi imbrattati di escrementi canini che ti obbligano ad un pericoloso slalom, dai vasti verdi selvaggi, infestati da cinghiali e da serpi, che lo contornano, e dai frequentatori dei loro bar, in buona parte villani male inciviliti, caciaroni e volgari. Io cerco per questo di seguire sempre gli stessi itinerari, i più riservati, ove incrocio per lo più giovani mamme che, prima di recarsi al lavoro, che immagino impiegatizio o serenamente casalingo, portano a spasso i bimbi nelle loro carrozzelle o tenendoli per mano ad aiutarli nei loro primi passi. Una giovane bella e distinta signora, che ama evidentemente i miei stessi orari quasi antelucani, gradevolissimi in questo inizio di calura estiva, spesso incrocio, la cui bimba, ormai abituatasi al Vegliardo dal passo antico, sempre diversamente e bizzarramente vestito, dagli strani cappelli e foulards e i non meno strani bastoni, mi dà il buon giorno (quale più gradito buongiorno?) con uno smagliante sorriso e uno sguardo che abbaglia, come quello della mamma di cui possiede le stesse pupille perlacee incantatrici. Ma la bimba, che ha nome Juliette (nome che amo non tanto perché è il femminile del mio ma perché è lo stesso della Binoche, l’attrice mia prediletta) ed ha un babbo francese che pendola più volte al mese come se niente fosse tra Orléans a Roma, oggi per la prima volta incontrandomi non mi sorride, anzi dalle labbruzze increspate e dagli occhioni lucidi accenna a un pianto presto calmato dalla carezza materna. Richiesta da me e dalla mamma del perché delle sue lacrime, indica l’impugnatura del mio bastone. Già, perché il bastone che mi fa oggi un po’ da compagnia e un po’ da sostegno è uno dei più strani e impressionanti tra quelli che posseggo. Lo trovai presso un rigattiere che tiene negozio nello spazio di ristoro e di rifornimento della A24 presso l’uscita Carsoli-Oricola, dal quale nel tempo altro, di più o meno valore, etnico o d’antiquariato o ambedue le cose insieme, nel corso del tempo acquistai. L’origine del bastone mi fu denunciata incerta, africana o indonesiana. Un bastone talmente leggero da parer vuoto come un bambù, ma che   invece risulta  assai compatto e, leggermente incurvandosi e affinandosi, giunge, fra un intaglio e l’altro ad anello, a toccar terra quasi a punta: una punta anch’essa dura e resistente quasi fosse di ferro come quella del mio bastone animato di Normandia (ricordo d’un memorabile tour degli anni Ottanta in quella terra, ciceroni di lusso Jacqueline e Claude Held, poeti e scrittori per l’infanzia celebri nel mondo) tanto da poter essere usato anche come una pericolosa arma di difesa e di offesa. L’originalità del bastone, non tanto gradita a Juliette, consiste nell’impugnatura ad angolo retto, dello stesso legno ma posticcia, terminante in un teschio sogghignante, un sogghigno tra il riso e il cachinno rivolto a chi lo guardi. Quando lo porto nelle mie passeggiate, fa di solito pendant con un grosso anello d’argento massiccio anch’esso raffigurante un teschio, ma nella postura classica poggiante su due rinsecchite ossa di femore (un memento mori davvero superfluo per uno come me che con la Morte-Vita convive) acquistato in un elegante negozio di indianerie in piazza Garibaldi a Pescara, a due passi dalla casa paterna del Vate, anch’egli amante de Teschio (a lui  si ispirarono gli Arditi per farne uno dei loro simboli -a noi la morte non ci fa paura!).

   Ma Juliette ha tutti i motivi per piangere: pur se nascendo ha anche lei iniziato a morire, alle sue pupille perlacee solo rose purpuree in questo maggio della sua vita s’addicono, e tutti fiori che, pur essi destinati presto a marcire (se son rose …s-fioriranno!) son chiamati a farle corona.

   Che tu viva, Juliette, e canti, memore che solamente cantando e suonando dimezzerai, se non annullerai, le fatiche del vivere. La salvezza è in Frau Musika.

    Arbeitest Du bei Sang und Klang – wird die Zeit Dir halb so lang.

    Conserverai tu questo ricordo del Vegliardo dimenticando il suo bastone a Teschio?

 

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Lievi (!) pensari mattinali.

    Si dice sia di Bouffon, in occasione del discorso di saluto al suo ingresso all’Académie. Per altri di Pascal: Le style c’est l’homme (leggi: lo stile fa l’uomo). Dissento. Meglio si direbbe: l’homme c’est le style (l’uomo è lo stile, leggi l’uomo fa lo stile). Spunto per una riflessione più vasta sul Soggettivismo antropocentrico. Per l’Io il sistema tolemaico non cessa di valere. L’io (empirico) si pensa nell’Io, e pensandosi pone se stesso e il mondo. E Dio. Cogito, ergo Deus est. Cartesio prevaricato? No. Cosa difatti un mondo senza un Io che lo pensi e l’affermi? Cosa un Dio senza un Io che lo pensi e lo affermi? Semplicemente il mondo non sarebbe, Dio non sarebbe: la sua esistenza e l’esistenza del mondo dovrebbero demandarsi a una trascendenza (vedi Berkeley) garantista, quella dei tre storici monismi, che dal monismo escludono poi il Reale che dall’Uno si irradia e dell’Uno si sostanzia, trascendenza che, nell’atto stesso in cui la pensi, pensandola neghi. La trascendenza è un atto di fede, ripugna alla Ragione, alla suprema Ragione. Errore del vescovo anglicano irlandese ed empirista Berkeley, a cui l’aria la luce il mare di Ischia schiarirono, e nello stesso tempo, oscurarono, le idee, che volle bypassare  (non ho colpa dell’orrido anglismo) l’Io per esigere direttamente un Dio che per tutti gli Io pensi, garantendo l’esistenza di un reale e dei ‘singoli’ io. Una Mente che pensi per tutti. Ma tale mente non può trascender l’Io, non può autotrascendersi. Un Io che si autotrascenda, nell’atto stesso in cui si pensa, è una contraddizione in termini. Dunque: il trascendimento del sistema tolemaico in metafisica fallisce, nei riguardi dell’uomo soggetto pensante-creante persiste. Io-centrismo. Il lutto non s’addice all’io, che pensando si coglie Io. La morte dell’io sarebbe la morte dell’Io, la morte di Dio. Sempre dall’io-Io parte la luce che irradia e irradiando pone il reale e come tale, come Sé, lo configura.

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   Viaggio a Reims. Allestimento della Scala del 2009. Regia di Luca Ronconi, scenografia di Gae Aulenti, direzione Ottavio Dantone. Opera buffa o?

   La fiaccola sotto il moggio 1965 regia di De Lullo con Romolo Valli, Rossella Falk, Ilaria Occhini, Carlo Giuffrè. La tragedia che con La figlia di Iorio più respira abruzzesità, quella che respirai con l’aria da bambino, l’aria che il gigante Velino inutilmente si sforzò di impedire mi giungesse, la tragedia che Gabriele più di tutte amava. Normale, per uno che “portava la terra d’Abruzzo sotto il tacco dei suoi stivali”. Ambientazione: Anversa degli Abruzzi, Gole del Sagittario, Villalago, Scanno, Cappadocia…  Alcuni dei miei luoghi dell’anima.

   Ah, perché non son io con i miei pastori?

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   Una delle rubriche periodiche che di Rai Storia preferisco è “Ieri e oggi” dove illustri personaggi (per esempio quel geniaccio polivalente di Luttazzi, quella maschera sorniona del grande Foà, quel distintissimo signore e porgitore di Alberto Lupo ed altri pochi dominatori del Medium televisivo) ricordano in immagini, presenti i protagonisti, i momenti salienti delle loro prestazioni sia canore sia prosastiche. Questa volta Luttazzi presenta in presenza la soprano Anna Moffo, Milva e un formidabile xilofonista di colore, il cui nome mi sfugge, col quale trova anche modo di esibirsi al piano in un pezzo jazzistico a quattro mani di grande virtuosismo. Ma i miei occhi e il mio orecchio sono fissi sulla Moffo che è cresciuta con me (ha solo un anno più di me), che ho seguito incantato in tutte le tappe salienti della sua carriera artistica, e con grande dolore ho visto premorirmi per il solito assassino che delle donne  è solito assalire le parti più delicate e nobili.

    Ho ritenuto la Moffo non solo una delle più belle cantanti liriche, ma soprattutto una delle più brave e delle più naturali e signorili nell’ emissione della voce: pochissime come lei possono affrontare ogni partitura, anche la più complessa, con una naturalezza ammirevole: ella canta come parla, non sfigura, cantando, il volto con smorfie volgari, non spalanca la bocca  inverecondamente dando a veder il cavo orale in ogni suo anfratto, quasi si fosse in un laboratorio dentistico od otorino loringoiatrico e non su un palcoscenico. Ella canta come canta un usignolo, quasi facendo emergere la voce dall’anima e non dalle corde vocali. Unica la Anna, in ogni senso, che di senso, con poche altre e pochi altri, ha arricchito la mia vita. Non posso accettare che ella sia definitivamente sparita nell’immenso oceano del Nulla e che la sua Voce non risuoni più in qualche landa dell’Universo, ad abbellirlo.

____________________    

   

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 

 
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'Zvanì', 'Giosuè'... Notti gianicolensi. Amore e Morte

Post n°1125 pubblicato il 27 Maggio 2022 da giuliosforza

 

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   Che resta da fare a un vecchio se non re-inventarsi, nella veglia e nel sogno, il più possibile magnificandola, la vita trascorsa? A me ciò riesce assai bene: diversamente non mi resterebbe che attendere una morte ignominiosa (plebea, son solito dirla), non ‘mortificante’ (che etimologicamente suona: ‘dante la morte’, da mortem facere, dunque Morte che uccide la Morte, morte della Morte!).  

   Ecco come ho giocato stanotte.

   In primo luogo mi son visto  lettore e commentatore di ‘Pianto antico’, la struggente breve lirica di Carducci, anzi di Giosuè; sì perché del ‘Leone di Maremma’ io ho sempre amato Giosuè, l’autentico poeta, il Giosuè-uomo còlto nei  momenti di più puro lirismo, e non nella pomposità di Poeta “laureato” e di vate ufficiale dei (ne)fasti della neonata Italietta e dei suoi fondatori; precisamente come m’è assai più caro ‘Zvanì’ dell’anche lui ‘laureato’ Pascoli, ‘laureato’ se non col Nobel, con le numerose vittorie riportate nelle gare internazionali di Poesia latina di Amsterdam, coi cui ricavati (una volta tanto le muse si smentirono e furono generose, e non solo di pane) poté comprarsi la casa-rifugio, ora santuario, di Castelvecchio di Barga. Solo dell’Ermapollodionisiopescarese, -questo l’endecasillabo che mi sono inventato per D’Annunzio- non mi è possibile distinguere, per ovvi motivi, il nome dal cognome.

   La seconda parte della notte l’ho trascorsa tutta al Gianicolo con quelli, dei miei studenti o dei “metanoetici”- tali dal nome dell’Associazione cultural-corale extraaccademica ‘Metanoesi’ che ci eravamo inventata per i nostri ludi …extramoenia - che con me, dopo l’omaggio al Nolano a Campo dei Fiori, salivano sul più bel Colle di Roma per festeggiare e brindare con l’akolàste pròposis, il Brindisi Libertino.

   Le nostre notti al Gianicolo si concludevano così goliardicamente con una giocosa sfida poetica tra l’Apollo-Johann Wolfgang e il Dioniso-Giulio: tanta, non c’è che dire, la mia presunzione, ma bisogna riconoscere che i pur perfetti settenari  del Bundeslied del giovane ventiseienne Francofortese, scritti per celebrare il matrimonio di certi amici svizzeri, non sono, in quanto a contenuti, all’altezza dell’autore del Faust e dell’West-östlicher Diwan, sono poco  più di quelli improvvisati dagli  stornellatori in qualsiasi matrimonio villico. I miei quindici endecasillabi e i due settenari, che non s’aspettano l’onore di esser musicati da un melanconico Franz, come fu dei versi goethiani, hanno invece il merito della ricercatezza dell’ironia e dell’irriverenza, pregi che normalmente vanno stigmatizzati ma che non guastano mai quando si è posseduti dallo spirito birichino del Nolano e dei suoi amici Elio e Dioniso con relativi corteggi di Muse pudiche o di mènadi discinte! Poi… poi sono, ed è la cosa che conta, autenticamente ‘pagani’, una qualità che non può mancare quando si brinda per dileggio sulla Roma addormentata dei necropompi, dei necrofori, dei tafei!

   Ai giovani le nostre nottate gianicolensi piacevano da morire e molti, fatti ormai uomini seri, le rimpiangono. Anche il Vegliardo giuntalodiano, naturalmente, le rimpiange, ma ormai non gli resta che attendere di poterle rievocare nei Campi Elisi.

   Ecco dunque la tenzone poetica. A voi l’ardua sentenza, poi riderete di cuore, se vi va!

   Del Bundeslied riporto solo alcuni versi, quelli che declamavamo sul Gianicolo, ma che in qualche modo anticipano lo spirito di tutta la composizione.

   Apollo chiama Dioniso:

     In allen guten Stunden,

     Erhöht von Lieb’ und Wein,

     Soll dieses Lied verbunden

     Von uns gesungen sein!

     Uns hält ein Gott zusammen,

     Der uns hierher gebracht,

     Erneuert unsre Flammen!

     Er hat sie angefacht.

     So glühet fröhlich heute,

     Seid recht von Herzens eins!

     Auf, trinkt erneuter Freude

     Dies Glass des echten Weins!  (J. W. Goethe, Bundeslied)

     (In tutte le meravigliose ore / nobilitate dell’Amore e dal vino / questo canto all’unisono / da noi deve essere levato. / Ci tiene insieme quel Dio / che qui ci ha condotto / e che rinnova le nostre fiamme! / quelle che Lui ha alimentato.

     Rallegratevi dunque oggi, / siate uni di cuore! / Orsù, alzate con rinnovata letizia / questo calice di vino verace!).

   E Dioniso risponde:

     Chàirete Dàmones!. Stendete, amici

     L’anima vostra e il vino la cosperga.

     Ed intrisa d’essenza il dio che l’ama

     Di sé inebri ed il mondo un folle iddio

     S’abbia novello che negli interstizi
     Intramondani capriolando il Tutto

     Colmi di Gioia insana, e Ilarità

     Faccia sua concubina, e dionisiaca

     Prole ne nasca cui oinopòtes Pan

     E Panodé sia nome e Panpaiàn.

     Da gole piene il canto

     Sgorghi e l’ombre inimiche fughi: il Lutto

     E la Tristezza e lor schiere di neri

     Corvigracchiantiausteri.

     E Panéuthymos vinca, regni e imperi.

 

     V’ha chi sua trenodìa fa sotto i salici;

     Noi a Panakòlastos alziamo i salici  (Giulio Sforza, Akolàste Pròposis)

 Codicillo del 26 10 ’96:

     Uni da Urano Gea li concepì

     Prototipi del Superuomo un dì.

     Zeus li divise, all’Unità li rese

     Ermapollodionisiopescarese.

*

   Sto rileggendo, di Béatrice Commangé, La danza di Nietzsche (Gallimard, Paris, 1988, Guanda, Parma, 1994. In copertina il Nietzsche, già immerso  nella sua lucida Follia, nella interpretazione di un altro lucido Folle, Edvard Munch). Un ottimo messaggio-massaggio per chi è minacciato di intorpidimento nel corpo e nell’anima.

*  

   Amore e Morte

   Per la prima volta mi gusto per intero, in tv, nello sconquasso dell’anima e del corpo, un “Andrea Chénier”, quello trasmesso da Rai5 nell’allestimento che inaugurò la stagione scaligera del 2017, direttore l’ottimo Chailly da sempre difensore e celebratore, contro l’albagia dei tanti critici, ungarettiani “termometri anali”, del capolavoro giordaniano. Seguo positivamente sgomento per tanta bellezza fino ad oggi a me sfuggita. Verismo assoluto, ma anche romanticismo assoluto. Superamento di sigle e categorie. Simbiosi perfetta di regia scenografia testo e canto. Me lo godo come un’opera del miglior Wagner, un vero e proprio Gesamtkunstwerk, un Gesamtkunstwerk italico, finalmente. Opera immensa (la passione della prima volta forse m’acceca?), potentissimo dramma d’amore e di morte nella drammaticissima cornice della Rivoluzione. E a ragione, dunque, più di una volta vengono con proprietà evocati testo e atmosfera lirica del Tristan und Isolde e se ne respirano misticismo ed incanto. E preludio all’atonalità, per ora limitato alla non indicazione di tonalità in chiave. Bella bella bella, forte forte forte, l’Opera di Giordano. Che egli sia, dunque, lodato con il troppo spesso, anche da me, negletto Illica: ché in Chénier libretto e musica si fondono a tal punto da farne apparire gli autori come un’unica persona in carne ed anima, cor unum et nima una. L’urlo finale all’unisono dei protagonisti ‘invasati’ (quasi isoldiano ‘unbewusst, höchste Lust!’), “Amore e Morte, Amore e Morte”! mi riecheggerà a lungo nell’anima.  

____________________    

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 

 
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Divagazioni su Pirandello e Dante. Effemeridi

Post n°1124 pubblicato il 14 Maggio 2022 da giuliosforza

 

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   Io giunsi, È il fine. O sacro Araldo, squilla!”. (Originale: Giungemmo. È il fine… Vedi Pascoli, ‘Alèxandros’, Poemi conviviali)

 *

   Grazie Rai 5

   Tre giorni di santo Relativismo pirandelliano: Sei personaggi in cerca d'autore, L'uomo, la bestia e la virtù, Così è (se vi pare). L’uomo dal fiore in bocca

   E poi l'ultima apparizione pubblica di Elio (Pandolfi) in uno spettacolo a tre (recitazione pianoforte, canto) al quale presenziai nella sala concerti della Filarmonica Romana in via Flaminia. Avevo accanto Luisa, la vedova del comune amico Mario Maranzana. 'Inventare il tempo', il titolo dell'evento, curato da Sandro Cappelletto, ove si diceva degli strazi dell'ultimo Puccini e della sua Turandot...'Non voglio morire, non voglio morire!'...urlava Elio, mentendo (per esigenze sceniche, naturalmente - non per nulla il corrispondente greco di commediante è ypokritès): a me Egli, ogni volta che ci si sentiva, confessava di non veder l'ora di andarsene. Ho trattenuto a stento le lacrime.

 *  

Non mi è molto simpatico, per certi aspetti, il Pirandello uomo. E non perché fosse, e fosse stato fino all’ultimo, fervente fascista (affari suoi, si direbbe), ammiratore e amico personale del Duce, Accademico d’Italia, firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti (quello al quale Croce ed un’altra quarantina avrebbero tiepidamente risposto col Manifesto degli intellettuali ‘non fascisti’ - tale il primitivo titolo, sfumatura significativa, allorché apparve su Il Mondo e su Il Popolo) come d’altronde moltissimi altri i quali, a Fascismo ormai caduto, si ‘rifecero la coscienza’ indossando  chi il colbacco chi la zimarra pretesca; o perché donatore, in occasione delle Sanzioni, della medaglia d’oro del Nobel alla Patria (lo stesso Croce donò la sua di senatore) e via discorrendo. Ma il vero, principale motivo della mia poca simpatia è che il tutto era platealmente in contrasto con i suoi convincimenti che dicono profondi; e i comportamenti che non seguono i convincimenti sono falsi e ipocriti, come ben fiacchi sono i convincimenti che non generano coerenti comportamenti. Per questo mi sono sempre chiesto come sia possibile in buona fede far convivere, come fa il Nostro, Relativismo e Fascismo. E inoltre la mia poca simpatia nasce da un motivo, diciamo così, assai personale e privato: a uno come me che la passione didattica ha sempre divorato e ancora a cent’anni divora, che a tutto ad essa sacrificò, non può essere simpatico chi,  nei suoi circa venticinque anni di  titolarità di una cattedra al Magistero femminile di Roma,  non dimostra alcuno slancio per l’insegnamento, è  più assente che presente (troppi  i suoi impegni privati legati al suo vero nobile mestiere: ed ecco perché con D’Annunzio ritengo che i veri artisti debbano essere lautamente mantenuti dallo Stato affinché possano dedicarsi con tranquillità alla loro nobile missione, quella di ‘sforzare’, attraverso l’Arte, ‘il mondo a esistere’), e per curare i suoi impegni privati trascura  e ha in uggia a tal punto quelli ufficiali,  didattici ed accademici, da attirarsi forti rampogne del conterraneo e amico Giovanni Gentile ministro dell’Istruzione.   Qualche attenuante sono disposto a concedergliela. Da tutti è risaputo che l’Agrigentino non aveva una vita familiare delle più felici e soprattutto la malattia mentale della moglie gli creava gravi problemi, di molto turbando la sua stessa serenità.

   Per il resto la mia stima e la mia simpatia gli vanno tutte.    Dalla frequentazione dei due paesi della Valle dell’Aniene (ai quali, seppure un poco già abruzzese, appartiene amministrativamente anche il mio), Arsoli e Anticoli Corrado (la rocca dei Principi Massimo il primo, storico ‘paese delle modelle’ il secondo) ove egli si recava a villeggiare quasi ogni anno (il figlio Fausto, noto pittore della “Scuola Romana”, ad Anticoli  si era addirittura accasato sposando una anticolana, e molte testimonianze nel locale Museo lo ricordano), numerosi  particolari ho appreso che me lo rendono un quasi familiare e che meriterebbero da parte mia un più articolato ricordo. E ancora: egli era l’artista preferito dal mio amico, e raffinatissimo attore, Mario Maranzana, che ai suoi testi dedicò innumerevoli spettacoli al Tetro Ghione e non solo, ne scrisse egregiamente in una breve ma originale e densa monografia, e quale ambasciatore di cultura lo commemorò e celebrò in ogni parte del mondo.   *

   Una giornata che avrebbe potuto essere, tutta, non vi avesse messo lo zampino TIM, albo signanda lapillo dies.

   Per una decina di giorni ho combattuto col mio gestore di telefonia fissa.

   A fatica raggiunto, un operatore mi assicura una immediata segnalazione. Ne nasce un traffico ininterrotto di telefonate e di messaggi vicendevoli per una settimana. Viavai e sopralluoghi, rivelatisi tutti inutili, di un giovane tecnico impacciato e di una tecnica angustiata da una minaccia di licenziamento. E finalmente una comunicazione rassicurante: ‘il guasto è in centrale e non nel suo impianto, quindi l’intervento sarà gratuito. Si provvederà immediatamente’. Fiducioso attendo. Ed ecco stamane il terzo atteso intervento domestico, che si rivela assai puntiglioso. Dopo vari armeggi coi suoi aggeggi, elettronici e non, sulle tre derivazioni, brutte nuove dal vivace tecnico (un capellone canterino e simpaticamente ciarliero di mezza età dalla lunga zazzera grigia tendente al bianco svolazzante su un volto barbuto): contrordine, il guasto è nel suo impianto e non nella linea esterna (te pareva, il commento di Laura, più sgamata di me). E colpevole è questa prolunga, che la invito a gettare subito nel secchio. Non provi a rimetterla: risalterebbe tutto l’impianto. Quel subito mi inquieta e comincia il mio travaglio: perché mai dovrei disfarmene subito? Che ci sia sotto un tranello? Che sia tutta una manfrina della Tim per estorcere soldi, e il capellone faccia parte del disegno? Che la responsabilità non sia della innocua prolunga? Cominciano ad assalirmi dei dubbi. Il tecnico mi invita a firmare sullo schermo del cellulare. Mi viene unoi scarabbocchio. Mi saluta e frettolosamente s’avvia. Quando è sulla porta lo richiamo; ho deciso (minchione!) per una mancia e gli faccio un dono inatteso: una bottiglia di grappa di Lambrusco. Fa la faccia sbigottita. Non gli par vero. Oh, il lambrusco, esclama, il mio vino preferito! E s’avvia, frettolosamente, e forse ride di me e della mia babbeaggine. E mi resta il travaglio: se provassi la prolunga su un’altra linea e mi togliessi ogni dubbio? E davvero risultasse sana? E se poi davvero il mio tel ammutolisse? Il tecnico capellone mi lascia in una grossa crisi esistenziale. Mi ha rovinato la giornata e forse non solo la giornata.  Fossi un Ibsen un Pirandello un semplice Thornton ci scriverei sopra una commedia semiseria (o dramma giocoso?).  

   Ma per fortuna c’è il pomeriggio di Rai5, questo sì tutto degno del sassolino bianco.

    Per il teatro Piccola città di Thornton Wilder, con Raoul Grassilli, Mario Carotenuto, Giulia Lazzarini ed altri della mia generazione. Deliziosa la prima parte dedicata alla vita e all’amore; nebulosamente, anche nel bianco e nero, mortuaria la seconda. Thornton, una felice scoperta. E per la musica il Gala del Belcanto, un omaggio a Donizetti e Bellini con un al solito ottimo italo-albionico Pappano, un poco migliorato, mi sembra, se non del tutto guarito, dal suo vizio… ‘boccaccesco’, quello di accompagnare il suo appassionato dirigere con rivoltanti boccacce che lo fanno somigliare (e a me fa schifo) a un ruminante in pieno rigurgito. Brava, anzi bravissima, oltre che bellissima (il che non guasta) soprano statunitense di origine cubana Lisette Oropesa (‘valutabile a peso d’oro’? Mai cognomen fu più omen) e il ventisettenne tenore spagnolo Xabier Anduaga, a cui l’inesperienza fa volentieri perdonare qualche minima défaillance di continuità e lindura tonali.

   Siano lode a Calliope e a Melpomene, disdoro a TIM.  

*

   Se dovessi un giorno o l’altro (cosa più che probabile) decidere di smettere di raccontami su queste pagine, lo farei col canto XXVII del Purgatorio, versi 124-141: la migliore sintesi del viaggio descritto dalla Commedia verso la scoperta di Dio come scoperta dell’Io.    

      Come la scala tutta sotto noi

      fu corsa e fummo in su ’l grado superno,

      in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

      e disse: «Il temporal foco e l’etterno

      veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte

      dov’ io per me più oltre non discerno.

      Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;

       lo tuo piacere omai prendi per duce;

       fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

       Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;

       vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli

       che qui la terra sol da sé produce.

       Mentre che vegnan lieti li occhi belli

       che, lagrimando, a te venir mi fenno,

       seder ti puoi e puoi andar tra elli.

       Non aspettar mio dir più né mio cenno;

       libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

       e fallo fora non fare a suo senno:

       per ch’io te sovra te corono e mitrio».  

   Questo ultimo verso è particolarmente forte e anticipa di secoli la moderna concezione laica di un Io liberato dalla sua angusta prigione, ove sta nella triste obliquità che pensa (Arturo Onofri, Terrestrità del sole) ed identificato col Tutto-Natura-Dio. Chi si intestardisce a leggerlo   in chiave confessionale trascendentistica non vuole intendere quale sia la forza rivoluzionaria in esso contenuta: coronare e mitriare Dante significa trasferire sul suo capo la corona imperiale e la mitria papale, vale a dire i poteri politici e religiosi che si arrogano una investitura divina per meglio prevaricare sui greggi degli ignoranti o degli ignavi e soffocarne gli aneliti di autonomia e libertà. Con questo verso il Fiorentino inaugura l’epoca del pensiero libero quattro secoli prima che l’Illuminismo inizi la sua battaglia non del tutto purtroppo ancora, se mai lo sarà, vinta. Ma ancora più forti sono i tre versi precedenti ove chiaramente Dante viene invitato a non seguire se non il suo arbitrio che è libero retto e sano, sicché sarebbe (fora) grave colpa (fallo) non agire di conseguenza secondo tale principio (senno).

   Così parla la Ragione a Dante per bocca di Virgilio. E Dante intende e condivide, oh se intende e condivide, ma quanto è condiviso ed inteso?

   E con quelli ancor più altamente simbolici del XXXIII del Paradiso ‘ereticamente’ (nei riguardi, intendo, dell’ermeneutica dantesca ‘ortodossa’) interpretati’:

      Quella circulazion che sì concetta

      Pareva in te come lume riflesso

      Da li occhi miei alquanto circunspecta

      Dentro di sé del suo colore stesso

      Mi parve pinta de la nostra effige

      Perché il mio viso in lei tutto era messo (v.132)

nei quali l’identificazione dell’Io con Dio appare ancora più esplicita: l’essenza divina di Dio  appare a Dante pinta della ‘nostra’ essenza, natura divina e natura umana gli si rivelano coincidenti, ed egli può sentirsi in tal modo affrancato da ogni sorta di eteronomia: culmine di un  processo che ogni essere umano è chiamato a compiere passando dall’anomia, attraverso l’eteronomia, all’autonomia, lo stesso che Gentile nel Trattato di Pedagogia come scienza filosofica  individua in un iter scolastico paradigma di tutto un ciclo vitale; un iter  che si proponga  via via, dall’infanzia all’Università, non di formare schiavi ma uomini liberi da ogni tipo di idòla, non di aggregare (ad gregem) ma di degregare (de grege); il solo che potrebbe giustificare l’esistenza di scuole che non siano prigioni di forzati, quelle denunciate da  Papini nel suo famoso ‘Chiudiamo le scuole’ (un «Giovanni Papini del 1914, estremo, particolarmente caustico e provocatore. Un testo, più che mai attuale, che esprime con decenni di anticipo un malessere oggi dilagante. Una soluzione estrema ad un problema reso cronicamente insolubile. Una proposta radicale che tutt’oggi potrebbe far discutere se qualcuno avesse il coraggio di esprimere un simile dissenso, con cui apriva il primo numero di ‘Lacerba’» -dalla quarta di copertina dell’edizione Millelire Stampa alternativa. Tratto da Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole. Vallecchi editore, Firenze, 1919).

*

   Cristiano Casalini, teorico e storico della Pedagogia in terra d'America, in vacanza nel "Golfo dei Poeti', mi invia da Lerici questa immagine (targa di una strada ove è scritto ‘Via San Franceso d’Assisi, già via Giordano Bruno’). Quel che v'è scritto fa ridere nei suoi cieli Bruno Nolano, noto spregiatore di plebi (l'Odi profanum vulgus et arceo' oraziano era uno dei suoi motti) ma soprattutto offende (oltre che far teneramente anche lui sorridere) il Menestrello di Dio, il Troubadour François, alias Francesco D'Assisi. Sicuramente il cambiamento di titolazione della strada é contemporanea all'erezione, per opera dell'ebreo Nathan, del monumento a Bruno a Campo dei Fiori. Meschina operazione, quella di Lerici. Cancelleremo la cittadina dall'itinerario del Golfo de Poeti. Schelley, Mary, Keats, Byron ne esulteranno nei loro Limbi.

*  

   Ogni mattina mi alzo, mi guardo allo specchio ancora amico, interlocutore discreto e confidente, e mi dico: basta con le tue ciance, vecchio! Sono novanta anni che rompi È scoccata l’ora del silenzio e del ritiro (della “preparazione alla morte”, come si diceva nella ‘cultura’ funerea in cui si tentò, vanamente, di educarti, quella che dicesti da trenodia, tu che ti sentivi nato solo per epinici). Poi subito mi pento e rilancio: sarà che non mi rassegno a morire prima di morire? Ed eccomi così qui anche oggi, per la gioia mia e, spero, vostra, cari pazienti ‘amici miei e non della ventura’, con le mie ciance semiserie.

   C’è chi scrive libri e che scrive…bastoni. Io una ventina di libri e libercoli, di poesia o di prosa, monografie o raccolte o curatele, li ho messi insieme, ma ciò che amo di più sono i miei cento e passa bastoni su ognuno dei quali, in caratteri visibili a tutti o solo a me chiari, è breve testimonianza di un’epoca della mia errabonda vita intellettuale e affettiva, nelle poche lingue antiche e moderne che ho frequentato. Bastoni di montagna o bastoni di città, rozzi o raffinati, raccolti nei miei vari pellegrinari ai luoghi del cuore e della mente, da me stesso fatti o acquistati o donatimi. Non potrà capire me o di me dire senza tener conto dei miei bastoni e di ciò che su di essi è raccontato della mia vita, chi s’azzarderà a tentar dire di me ‘quel che non fue mai detto d’alcuno’. (Tranquillo, Sfortia, pericolo inesistente: perché il monumentum aere perennius che fin dai tuoi teneri anni sognasti di erigerti non l’hai eretto, presto il rogo del tempo disperderà le tue ceneri, e con esse la tua memoria, nel vento).

   Non ho intenzione dunque di smettere di scrivere libri e di scriver …bastoni finché avrò fiato: è pronto un ulteriore volume, il terzo, del mio … opus magnum (!), Dis-Incanti, quel diario virtuale di un vegliardo, delle sue diànoie metànoie parànoie, strappato all’etere a cui fu improvvidamente donato (in forma, fremete, di blog), e riconfidato alla amata carta in cento cinquanta copie  eleganti di due grossi tomi in cofanetto ancora affastellati in vari angoli di casa in attesa di poter esser finalmente donati ai centocinquanta amici per i quali fu stampato. Questo terzo, in avanzato stato di preparazione, risulterà di un volume bifronte dall’identica copertina riproducente il vegliardo giuntalodiano, dalla lunghissima barba e dal girello, che ‘anchora inpara’ (sic) e destinato anch’esso ad esser donato agli amici ad perpetuam mei memoriam; e conterrà  anche il nutrito sito (nel frattempo non più supportato dalla rete e rocambolescamente recuperato) che precedette il blog, nonché la quarta serie di liriche neoclassiche dal significativo titolo La sera di Pan.

   Troppa legna al fuoco?

    Ma non forse Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Lc. 12,49)

  *      

   Notte magica musicale.

   Così in rete: "Villa Serra a Comago, in Val Polcevera, vicino a Sant'Olcese (GE), è un fantasioso complesso settecentesco rivisitato in chiave neogotica del XIX sec. Il tutto immerso in uno straordinario parco all'inglese, con vialetti tempestati di alberi maestosi, e aiuole con 150 varietà di ortensie. Qua e là giochi d'acqua, fontane e un laghetto abitato da cigni".

   Non so quale benevola divinità ha voluto ridonarmi una delle più belle notti di questi ultimi anni, restituendomi in sogno alla mitica atmosfera, questa volta anche musicale, in cui è immersa nei miei ricordi Villa Serra di Comago anni Cinquanta, fra lo stormire di mille piante, sequoie comprese, il canto d' un breve ma precipite ruscello che placa la sua corsa in un laghetto dalle acque trasparenti solcate da anatre placide e da cigni regali, il cinguettare di mille uccelli, il tubare di mille colombe, il garrire di mille rondini, il rombare dei tuoni e lo schiantarsi dei fulmini che, attirati da piante autoctone ed esotiche altissime e da cipressi svelti come antenne, scaricano, soprattutto nei giorni del corruccio di Giove, spesso a ciel sereno e nel pieno del Solleone (il mio segno), la loro potenza sul parco.

   Ora Villa Serra è, dunque, una struttura alberghiera assai signorile. Ai mie tempi, i tempi in cui è ambientato il mio sogno, l'edificio, in molte parti scadente, ma perciò ai miei occhi più fascinoso, ospitava unginnasio privato maschile ove appena ventitreenne, fremente di mille energie, non ancora laureato, ero stato chiamato ad insegnare greco latino italiano storia e quant'altro, ma soprattutto, innamoratissimo dalla nascita di Frau Musika, scrivevo diari poetici e componevo le mie prime 'nugae' musicali, i miei mai abiurati 'péchés de jeunesse', per il coro giovanile che avevo frattanto creato.

   Nel mio rutilante sogno stanotte s'operava oltretutto una miracolosa bilocazione: il coro "I Nuovi Ragazzi di Vivaro" ai suoi albori, destinato negli anni a trasformarsi in "Metanoesi", nella onirica finzione, più reale di ogni realtà, si esibiva nell'esecuzione del brano di cui qui riproduco la prima pagina della partitura (che a Villa Serra composi e che reca la data XII VI MMLVI), in simultanea tra le sequoie della villa genovese da una parte, e attorno all'olmo maestoso che spandeva la sua vasta ombra sullo spazio verde tra un rudere e l'altro del nostro Castello Borghese, dall'altra. Non ridano i miei amici Federico Biscione e Alberto Cara, i grandi compositori intimissimi di Frau Musika, dei miei ingenui balbettii: melomane da morire e soprattutto della nostra Signora modesto filosofo, ignoravo o non mi curavo delle varie vicissitudini alle quali l'Arte di Euterpe nel corso dei secoli, soprattutto negli ultimi, fu, con esiti ai miei orecchi per lo più assai poco gradevoli, sottoposta. Il brano s'intitola 'Sogna il guerrier le schiere', sottotitolo 'Madrigaletto', e il testo è tratto da uno dei poeti da me preferiti, quel Pierino Trapassi in arte Metastasio che, nonostante l'irrisione alfieriana della 'genuflessioncella d'uso', continuo ad amare se non più ad adorare.

   Trapassante dal guerresco al sognante, l''Arietta' ('Sogna il guerrier le schiere / le selve il cacciator / e sogna il pescator / le reti e l'amo. / Sopito in dolce oblio / sogno pur io così / colei che tutto il dì / sospiro e chiamo') è risuonata al mio orecchio per tutta la mia notte e ancora risuona in quest'alba finalmente di nuovo rosata.

   Risuona essa ancora pure all'orecchio di qualche "Nuovo Ragazzo di Vivaro" e di qualche "metanoetico"?

   Qualcuno di essi alle sue note ancora, 'sopito in dolce oblio', sogna, sospira e chiama?

Se non è, lo compiango. Il Vegliardo, a cento anni, ancora sospira e chiama. Oh se sospira, oh se chiama!

   P. S.

   Appello agli ex coristi: 'rauniamo' "le fronde sparte" dei nostri gruppi corali e andiamo a commemorarci con una cantata nostalgica nell' incanto di una notte agostana a Villa Serra di Comago?

 ___________________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 

 

 

 

 
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Frau Musika in tempi di calamità. Antonio Rostagno, Das Paradies und die Peri

Post n°1121 pubblicato il 03 Maggio 2022 da giuliosforza

 

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   Una deliziosa Frau Musika in tempi di calamità  

   Das Paradies und die Peri, il Paradiso e la Peri  

   Il musicologo torinese Antonio Rostagno, scomparso troppo presto alla soglia dei sessant’anni nel 2021, era uno studioso molto serio e nel contempo godibile, al quale era del tutto alieno quel linguaggio ermetico ai limiti del sensato e del comprensibile a cui molti critici, e soprattutto quelli musicali, troppo spesso con compiacenza ricorrono, ed era titolare di Storia della Musica alla Sapienza. Era succeduto nell’insegnamento a Pierluigi Petrobelli, altra figura eminente nel campo della musicologia, che ebbi modo di conoscere e di apprezzare in occasione degli incontri, musicali e non solo, che ai miei tempi egli organizzava al teatro Ateneo. Persona piacevolissima e signorilmente disponibile, specialista di Schumann e della musica romantica in generale, passò a Rostagno un degno testimone.   A un articolo di Rostagno scritto in occasione di una Peri palermitana ricorro oggi, che ricevo   in dono da Rai 5 il capolavoro giovanile dello sventurato Schumann, Das Paradies und die Peri, nell’allestimento appunto del Massimo di Palermo del 2017. Me lo godo, pur se ancora alquanto tramortito dalla quarta dose di anticovid, che avrei voluto volentieri risparmiarmi, e alla quale se ho poi ceduto è stato solo per la speranza, non certezza, di non crepare per il maledetto C19, che è una morte (detto senza offesa per i poveracci di ogni età e ceto che ne sono rimasti vittime) traditrice e ‘plebea’, una morte che amerei risparmiarmi, pur conscio che prima o poi, più prima che poi, mi toccherà fare i conti con la misteriosa Signora  da Petrarca,  Leopardi,  Heine, Schopenhauer e tanti altri accomunata alla Bellezza  e all’Amore -il colmo per dei pessimisti cosmici, ai quali un po’ di ragione sarei disposto a concedere  solo se essa avesse le leggiadria e la levità di quella invocata da Hermann Hesse nei versi  birboni di “ Der Mann von fünfzig Jahren, L’uomo di Cinquanta anni” (in Die Gedichte. Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1953, 1977,) ai quali rimando.   Ecco il testo di Rostagno, molto discorsivo e facilmente comprensibile anche da quanti non hanno dimestichezza con Schumann e con la musica romantica. La fonte ne è in rete la Redazione.     

Il Paradiso e la Peri di Robert Schumann: lacrime di serenità.

   «Non a tutti è noto cos’è una Peri, e pochi possono dire di conoscere l’oratorio di Schumann. Eppure lui vivente questo fu il solo lavoro (insieme alla Prima Sinfonia) a garantirgli una notorietà in patria e nel circuito internazionale.

   Dire cos’è una Peri in poche parole non è facile: nella più antica mitologia persiana era un essere demoniaco di genere maschile al servizio di Arimane, lo spirito del male nello zoroastrismoNelle più tarde tradizioni islamiche la Peri, divenuta di genere femmineo, ha fattezze e modi attraenti, figura alata, occhi grandi e si nutre del profumo dei fiori. Le Peri, in questa ultima forma, sono “razza peccatrice”, caduta nella colpa, ma aspirano a tornare nell’Eden, da dove sono state scacciate. Questa è la forma del mito giunta a Schumann. Nel 1840 si trova il primo accenno al riguardo nei suoi Diari, ma la leggenda della Peri è per ora indicata come Opernestoffe (materiale per un’opera); quando fra il 1842 e il giugno 1843 il compositore porta a termine il lavoro, esso ha assunto la forma di un oratorio. Richard Wagner nello stesso 1843, a Dresda dove ha colto i suoi primi successi, ipotizza un’opera sullo stesso soggetto persiano, ma presto abbandona il progetto non trovando come portarlo sulla scena; per questo, saputo della composizione di Schumann, si premura di scrivergli complimentandosi per la riuscita e per aver trovato la forma adatta (lettera di Wagner a Schumann, 21 settembre 1843).

   Schumann trae il soggetto da un racconto in versi del poeta Thomas Moore (1779-1852), precisamente dal secondo episodio del prosimetro (racconto in prosa e versi alternati) Lalla Rookh del 1817, realizzando una forma mista epico-lirica da concerto: lui stesso è consapevole di aver creato “un nuovo genere per la sala di concerto. Terminato il “poema per voci soliste e coro” (così nella prima stampa), Schumann scrive che si tratta di “un oratorio non per un luogo di preghiera, ma per persone serene” (für heitere Menschen): che intende? Il 1843 è un anno felice dal punto di vista esistenziale e artistico: Schumann, felicemente sposato, ha approfondito la composizione liederistica (1840) sinfonica (1841) e cameristica (1842); il grande “oratorio profano” riassume tutto ciò.

   Inoltre si direbbe che la “serenità” si riferisca anche al felice momento esistenziale di Schumann, finalmente sposato (a metà della composizione nasce la seconda figlia Elise), e professionalmente rassicurato per l’avvio del conservatorio di Lipsia, alla cui fondazione ha partecipato insieme a Mendelssohn. Ma i Diari di Clara parlano di “prostrazione” e “malinconia”, lamentando una sostanziale assenza del marito nei difficili primi momenti della figlia neonata. E se andiamo avanti di qualche mese dopo le prime fortunatissime esecuzioni dirette dall’autore (4 e 11 dicembre 1843), nella primavera 1844 troviamo Schumann in una delle sue più acute crisi, tanto da fargli quasi perdere la parola e le capacità motorie. Insomma, quella “serenità” si rivela piuttosto un’aspirazione e una sosta momentanea, in una psicologia fortemente tendente alla malinconia distruttiva e incapace di rimuovere alcuni oscuri sensi di colpa che l’assillano.

   Il portato autobiografico, ossia l’aspirazione alla “serenità” sempre provvisoria e instabile, è il primo dei grandi temi del Paradiso e la Peri; altro elemento è l’ispirazione orientale, ma “travasata” in simbologie e linguaggi europei e propri della cultura schumanniana. L’orientalismo è assai comune nella cultura germanica della prima metà dell’Ottocento, dal Divano occidentale-orientale di Goethe, a Friedrich Schlegel, Herder, Novalis, Schopenhauer, Rückert. In ambito musicale nel 1840 Heinrich Marschner compone la cantata Klänge aus Osten (“Suoni d’Oriente”) op. 90. Ma c’è qualcosa di più.

   L’idea del Paradiso e la Peri viene proposta a Schumann dall’amico Emil Flechsig; il dato sembra un vuota curiosità, ma non è così: Flechsig è un pastore luterano, come luterano è Schumann stesso. Ebbene, il testo persiano-islamico, adattato dai luterani Schumann e Flechsig, traendolo da un originale dell’irlandese-anglicano Moore acquista un significato interconfessionale, una possibile armonia fra religioni diverse, implicitamente indicando elementi affini fra le tradizioni cristiana e islamica. Per esempio, nei tre “doni che la Peri deve trovare perché le siano aperte le porte edeniche possono vedersi analogie con le tre prove dell’anima a cui dio sottopone il fedele nella religione cristiana (ovvie le differenze nel simbolo, evidenti le analogie nel simboleggiato). Si trovano esempi delle tre “prove dell’anima” anche nella letteratura maggiore: il caso della “favola” di Griselda, narrata da Boccaccio e da Petrarca, è l’esempio più noto. Altro elemento comune è quello della costanza, della fermezza d’animo, della tenacia come virtù suprema: la Peri non si scoraggia per le prove fallite, e la musica di Schumann coglie per due volte lo slancio con cui, davanti alle porte dell’Eden che rimangono chiuse, reagisce e si rimette alla ricerca.

 Le tre prove dell’anima scandiscono le tre sezioni, che Schumann divide fra narrazione (affidata alternativamente a un tenore, un mezzosoprano, un baritono e il coro), parti cantabili della protagonista e di altri solisti, sezioni corali sentenziose o contemplative. La redenzione finale assurge a carattere universale: appunto una musica “per persone serene”, una serenità che Schumann vuole comunicare a tutti. La prova finale, che riapre alla Peri le porte del Paradiso, è una lacrima di un delinquente che, davanti alla purezza di un bambino, s’inginocchia e ritrova la forza di pregare, una consolazione che le sue colpe gli avevano da tempo impedito (proprio come accade a Macbeth dopo il delitto). È la colpa redenta dalla purezza, ciò che          Dante chiamò “virtù”, quella virtù che l’umanità per sua natura deve perdere, per avere la forza di riacquisire con la forza della volontà. Schumann per tutta la vita ha lottato contro i suoi oscuri e divoranti sensi di colpa (non sapremo mai per quale spettro nascosto nella sua psiche), che hanno lasciato profondi segni nella sua musica. Nella grandissima musica di questo oratorio profano la “serenità” scaturisce appunto dal riuscito sforzo dell’uomo verso la redenzione, e la Peri redime la sua condizione di reietta portando al cielo la prova di questo percorso “verso la serenità”. Questo nella trasposizione artistica; ma abbiamo già visto come la realtà esistenziale di Schumann sia tragicamente andata nel modo esattamente opposto.

   L’oratorio è diviso in tre sezioni, ognuna descrivente un “dono” che la Peri coglie sulla terra per portare all’Angelo; sono tre racconti distinti, secondo la poetica della narrativa frammentaria tanto cara a Schumann. Ognuna delle tre grandi sezioni è a sua volta tripartita: A) descrizione della situazione (India, Egitto, Siria), ricca di riferimenti simbolici, assegnata a voci narranti, coro e interventi lirici della Peri; B) azione alternante narrazione e discorso diretto. Qui intervengono i personaggi al centro di ognuna delle tre sezioni: l’eroe patriota, i due giovani amanti, il delinquente pentito; C) conclusione lirico-contemplativa, dove salgono a protagonismo la Peri e il coro in dialogo (un fugato nella prima parte, un’innodia funebre nella seconda, ancora un fugato strumentale e una grande “luminosa” contemplazione finale nella terza). Alternando i tre livelli epico, lirico e drammatico Schumann ha realizzato quel “nuovo genere da concerto”, che non rinnega affatto la grande tradizione oratoriale di Händel e Haydn, e che si colloca in quel genere sinfonico-corale che nella Germania ottocentesca ha goduto di altissima considerazione.

   Per la prima “prova”, la Peri vola in India e la parte iniziale è occupata dalla descrizione musicale del viaggio. Nella successiva scena di realistica descrizione della battaglia, Schumann ricorre per l’unica volta nell’oratorio a una timbrica orchestrale di vaga suggestione “esotica”. Il “dono” per l’Eden è l’ultima goccia di sangue dell’eroe, che cade per la libertà della patria davanti al tiranno Gazna (sono fatti storici, Mahmud di Ghazni nell’XI sec. invase e sottomise Iran, India e Pakistan).

   Trovate chiuse le porte, nonostante le lacrime di compassione dell’Angelo, la Peri riparte per la seconda prova; ora vola in Egitto “colpito da mortale epidemia”. Presso un lago solitario si è rifugiato per morire un giovane appestato, con l’unica consolazione che la promessa sposa sia al sicuro nel palazzo paterno. La Peri è accolta dai Geni del Nilo, creature acquatiche ritratte da una vivace scrittura corale a tre voci, alleggerita dall’assenza dei bassi, su un animatissimo lavoro orchestrale (quest’episodio è assente in Moore). Vedendo la terra minata dalla peste, la Peri piange; la musica di Schumann realizza qui un senso di sollievo e sofferenza al tempo stesso non traducibile a parole, grazie all’ampio disegno di violoncelli e violini su cui il tenore-narratore declama: “Per le lacrime [della Peri] risplende intorno l’aria, il cielo sorride” e il disegno sofferente-consolatorio si trasmette al quartetto di voci sole (“Nella lacrima è una magica potenza”).

   Come nella prima sezione, anche qui dopo la descrizione inizia l’azione, la scena “in presa diretta”: prima era la guerra, ora è l’arrivo della giovane che, seguito l’amato, vuole morire con lui. Abbracciando il corpo appestato (la musica idealizza, ma si può misurare l’effetto di commozione se si pensa come in questi anni Balzac descrive impietosamente la devastazione fisica della malattia), la giovane bacia l’amato e la morte coglie entrambi in questo momento. La Peri porta l’ultimo respiro degli amanti all’Angelo, ma l’Eden resta chiuso; affranta ma instancabile, per il terzo dono la Peri vola in Siria, presso il tempio di Baalbek nella valle della Beqaa. Ancora una lunga sezione descrittiva precede la scena principale: un delinquente macchiatosi dei peggiori delitti, vedendo un fanciullo in preghiera, ricorda la sua purezza prima della colpa, e trova il coraggio di inginocchiarsi e pregare. Sui suoi occhi una lacrima di pentimento brilla per un raggio, nel quale la Peri riconosce il sorriso dell’Angelo; e finalmente quella lacrima le apre luminosamente le porte dell’Eden.

    Le due prime prove sono prove di morte: la Peri coglie ultimi attimi di vita, “doni” non graditi ad Allah, che non redimono ma concludono tragicamente una vita terrena; al contrario il terzo dono apre una nuova vita anche sulla terra, la vita libera dal senso di colpa. Nella spiritualità musulmana, il luterano Schumann trova così in Allah la figura di un dio che perdona e concede una nuova vita. Non so se mai è stato alzato un inno più “sereno” all’armonica unità fra religioni diverse. Il significato di questo finale di redenzione individuale si avvicina al finale di redenzione universale del “coro mistico” che chiude il Faust goethiano; e questo può sembrare un accostamento eccessivo solo se ci si ferma alle situazioni, ai versi, ai contenuti referenziali del Paradiso e la Peri, a volte apparentemente ingenui.

Ma Schumann è un compositore, il suo messaggio è trasmesso dalla musica, non dalle parole; e la musica descrive un percorso nel buio, nelle tragedie umane (guerra, amore e morte) per raggiungere la luminosa redenzione attraverso il pentimento, la preghiera, le lacrime. Questo è il percorso che Schumann indica agli “uomini sereni”. E se l’immagine della lacrima illuminata dalla grazia ha qualcosa di “ingenuo” e forse inattuale per noi uomini del terzo millennio, disincantati e concreti, tutto viene trasfigurato e idealmente nobilitato dalla musica. Questa è la forma di spiritualità sentimentalizzata che il compositore consegna al suo oratorio».

Antonio Rostagno

    Chàirete Dàimones!

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Cartoline pasquali. Resa al decoder. Excerpta. Natale di Roma

Post n°1120 pubblicato il 26 Aprile 2022 da giuliosforza

 

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   Ognuno di noi ha ricevuto e fatto i migliori auguri di Rinascita in questi giorni primaverili di Resurrezione, cercando le formule meno ovvie e ripetitive per esprimere i sentimenti nel modo che a ciascuno Amore detta dentro (ricordate? I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando”). A me, in tanto imperversare (graditissimo anch’esso, sia ben chiaro) del beneaugurare virtuale, non so a voi, sono mancate le cartoline di una volta che rappresentavano in colori sfumati d’acquerello poggi ameni fioriti di ogni fiore terrestre e aereo, di peschi e ciliegi ammantati di rosa, e nugoli di rondini arabescanti attorno al campanile rustico annunciante, al suono delle campane a stormo, al mondo la lieta Novella. Tre o quattro cartoline di questa fatta ricevo ancora regolarmente ad ogni Pasqua  dalla mia grande amica Jacqueline Held, poetessa, teorica del fantastico e autrice, da sola o col marito Claude Held, di centinaia e centinaia di racconti  album filastrocche. Di lei tradussi per l’editore Armando negli anni Settanta il bellissimo saggio L’Imaginaire au pouvoir  e due degli album, e con lei di Rodari, per ‘anthologie poche 2001’, Filastrocche in cielo e in terra; un autore, Rodari, per il quale ho sempre nutrito delle riserve non in quanto uomo, quale ad esempio si esprimeva nella rubrichetta firmata ‘Fortebraccio’ sul giornale ‘Paese Sera’, in cui lo ritenevo libero di rivelarsi in tutta la sua ideologia, ma sì come poeta al quale non riconoscevo, se non a scapito della efficacia lirica della sua scrittura, il diritto di tradurre in ritmo e rima la sua ideologia politica in grado di influenzare negativamente le giovani menti dei lettori; riserve che ebbi il cattivo gusto di esplicitare e di motivare anche nell’Introduzione che l’editore francese credette, senza informarmene, con una operazione censoria a sua volta di pessimo gusto, opportuno  sforbiciare.

   A proposito di semplicità e levità delle cartoline, di Pasqua, o no, ricevo da una ex allieva.

   Salve prof. Sforza, sono Antonella Malgieri, ho letto il suo Tag nel quale scrive a Giulia Gobetti che ha trovato veramente delizioso e godibile in ogni minimo dettaglio il mio "Quadretto di una casa in campagna". Con quel ''Quadretto'' le ho fatto, spero, intravedere un luogo a me tanto caro, la casa dei miei amati nonni, dove ho trascorso l'infanzia insieme ai miei familiari. Sono infinitamente contenta che sia stato a lei gradito. La ringrazio e mi dona tanta gioia aver avuto l'occasione di poter condividere con lei le mie emozioni. Sin dal primo giorno del corso di pedagogia generale, sono rimasta estasiata dal suo modo di trasmettere sapere e sentimenti. La ringrazio col cuore per aver arricchito l'universo della mia vita con il suo immenso essere.

   Su via, cara Antonella, non esageri ! Le sue lodi mi imbarazzano, ma mi fanno nel contempo piacere. Ad arricchire il mio essere, se ricco esso è, sono state giovani come Lei, che hanno riversato nella mia anima disponibile le loro fresche energie e le loro ansie di Conoscenza. Il suo quadretto di una casa di campagna mi piacque perché nella sua in-genuità ( che più che da gignere, generare, mi piace  far derivare da γῆ γῆς e dal prefisso in, donde in-terra, sapore e colore di terra, semplicità delle cose che si accettano e in quanto tali sono, e perennemente si ricaricano  come il gigante Anteo delle ovidiane Metamorfosi, al contatto con la Madre Terra (haec illi spelunca domus, sua casa è questa spelonca – simbolo evidente del grembo materno) viresque resumit in nuda tellure jacens, tale da risultare praticamente immortale; e che morirà solo, lui alto circa duecento metri e in proporzione pesante, allorché un altro gigante, Ercole, riuscirà a sollevarlo in aria  facendogli mancare il flusso delle materne  energie terrestri.  

*

Dietro insistenza di mia figlia ho ceduto, e deciso finalmente di installare (mi mancava troppo rai5) il decoder, che avevo rifiutato per un principio di cui ancora non sono pentito, e sono stato subito premiato con un bel Cocteau (La macchina da scrivere, in una storica edizione del 1971, regia di Mario Landi, e cast, si direbbe oggi, che siamo per lo più abituati a mestieranti di poco talento e di pessima scuola, da capogiro: Marina Malfatti, Enzo Tarascio, Raoul Grassilli, Mario Rigillo, Alida Valli, Ralda Ridoni in uno splendido bianco e nero) che ho come in un sogno osservato dal mio angolo con commozione mentre seduto al caffè La Rotonde di Montmartre animatamente colloquia con i vari Apollinaire, il pioniere dell’aria Roland Garros, Picasso, Satie, Cendras, Modigliani, Max Jacob (l’anima tormentata da me prediletta  e sentita quasi consanguinea, destinato come ebreo al martirio, anche se una malattia e la conseguente morte  ne lo affranca, con altri membri della sua famiglia) tutti personaggi che  ho incontrato lungo il mio cammino; e col  Mozart della Sinfonia numero 25 e la Synphonie espagnole del a me fino ad oggi ignorato Edouard Lalo. Direttore Eliahu Inbal.

   Grazie al maledetto decoder sono tornate le amate Presenze nelle mie stanze solitarie.

*  

Trascorro la mattinata della discussa Festa della Liberazione in compagnia di un Rigoletto del ‘55, con un baritono, Aldo Protti’ e una soprano, la romena Virginia Zeani, che mi incantarono e mi incantano. Grazie e pace a lui, già da tempo   nell’alto dei Cieli; grazie e pace a lei in terra, ancora vivente, novantaseienne, in America.  

   E in compagnia del Petrarca di Federico Ravello (‘Il più bel fior ne colsi’, SEI, Torino, ristampa 1953) dalla cui introduzione (pp V-XL, vedi post 1025 di Dis-Incanti) traggo i seguenti excerpta, non tutti di Petrarca ma a lui riferiti, il cui tono lamentoso, non proprio adatto a un clima di festa, ci dà per altro una perfetta idea del carattere del Poeta aretino. Non ci si crederà, ma a me più che da piangere viene irriverentemente da ridere. Non so a voi. Non mi lascio incantare dall’ipocrita viveur arquatese d’elezione.

   Irrequietus homo (chiara reminiscenza agostiniana?: facti sumus ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te) perque omnes annos anxius / ad mortem festinat iter, mors optima rerum (Petrarca, Africa, Lib. VI (l’uomo irrequieto, e tutta la vita ansioso, s’affretta alla morte, la cosa più bella di tutte le cose ci sia)

   Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede, / e di lacrime vivo, a pianger nato; / Né di ciò duolmi, perché in tale stato / è dolce il pianto, più ch’altri non crede. (Son. CXXX)

   L’un disposto a patire e l’altro a fare. ((un endecasillabo del  XXV canto del Paradiso, tratto abusivamente da  un contesto completamente diverso, nel quale  Dante ci dà la sua dettagliata e noiosetta  concezione dell’atto generativo,  ma dal Varvello usato per mettere in evidenza il diverso carattere dei due grandi scrittori, l’uno fatto, si direbbe,  per la contemplazione,  l’altro per l’azione)

   Da poi ch’i’ nacqui in sulla riva d’Arno / cercando or questa ed or quell’altra parte / non è stata mia vita altro che affanno.

   A me dispensa (risparmia) il reo dolor che pensa (Pascoli, preghiera dell’Eremita)

   Datemi pace, o duri miei pensieri

   Questo io conosco e sento, / che degli eterni giri / che dell’esser mio frale / qualche bene o contento / avrà fors’altri; a me la vita è male (Leopardi)

   Molto mi spiace allegrezza e sollazzo / e sol malinconia m’aggrada forte (Cino da Pistoia)

   Ed io son un di quei che ‘l pianger giova (Canz. XXXVII)

   Lacrimar sempre è il mio dolce diletto (son. CCXXVI)

   Mille piacer non vagliono un tormento (son. CCXXXI)

   Tacito vo, chè le parole morte / farian pianger la gente; ed i’ desio / che le lacrime mie si spargan sole .   In guisa d’uom che pensi e pianga e scriva

   Se dal mio stato assai misero e vile / per le tue man resurgo, / Vergine, i’ sacro e purgo / al tuo nome e pensieri e ‘ngegno e stile, / la lingua e ‘l cor, le lagrime e i sospiri. / Scorgimi al miglior guado, / e prendi in grado - i cangiati desiri. (Canzone, Vergine bella che di sol vestita, vv. 124-130)

   Chi può dir com’egli arde è in picciol fuoco.

   Signor de la mia fine e de la vita, / prima ch’ ‘i fiacchi il legno tra li scogli / drizza a buon porto l’affannata vela.

   E certo ogni mio studio in quel tempo era / pur di sfogare il doloroso core / in qualche modo, non d’acquistar fama, / pianger cercai, non già del pianto onore.

   Quel sì gentil d’amor mastro profondo / per cui Laura ebbe in terra onor celesti. /

   Di me non pianger tu, ch’i miei dì fersi, / morendo, eterni, e ne l’interno lume, / quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.

   La tua magnificenza in me custodi / sì che l’anima mia, che fatta hai sana, che fatta hai sana / piacente a te dal corpo si disnodi.

   Cercato ho sempre solitaria ita / le rive il sanno e le campagne e i boschi.

   Sì ch’io mi credo omai che monti e piagge / e fiumi e selve sappian di che tempre / sia la mia vita, ch’è celata altrui.

   Né pur il mio secreto e ‘l mio riposo, / fuggo, ma più me stesso, e ‘l mio pensiero, / che, seguendol, talor levommi a volo; / e ‘l vulgo, a me nemico e odioso, / Chi ‘l pensò mai? Per mio rifugio chiero: tal paura ho di ritrovarmi solo!

   Due cose belle ha il mondo, Amore e Morte (Leopardi)

   Bellissima fanciulla, / dolce a veder, non quale / la si dipinge la codarda gente, / gode il fanciullo Amore / accompagnar sovente; / e sorvolano insiem la via mortale, / primi conforti d’ogni saggio core (Leopardi)

   Che ben può nulla chi non può morire.

   E già l’ultimo dì nel cuor mi tuona.

   O ciechi, il tanto affaticar che giova? / tutti tornate a la gran madre anctiva / e ‘l vostro nome appena si ritrova.

   Veramente siam noi polvere ed ombra / veramente la voglia è cieca e ‘ngorda, / veramente fallace è la speranza.

   Quanti son già felici morti in fasce! / quanti miseri in ultima vecchiezza! / alcun dice: “Beato è chi non nasce”.

   Muor, mentre se’ lieto / ché morte, altempo, non è duol ma refugio, / chi può ben morir non cerchi indugio.

   Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace.

   Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace.

*

   MMDCCLXXV Natale di Roma.

    "Eine Welt zwar bist du, o Rom; doch ohne die Liebe / wäre die Welt nicht die Welt, wäre denn Rom auch nicht Rom!" (Goethe, Elegien I, I Meridiani Mondadori, 1989, p.299))

   "Un mondo tu sei o Roma, ma senza l'Amore

come il mondo non sarebbe mondo, così Roma non sarebbe Roma".

   Di tutt'altro tenore Virgilio:

   "Tu regere imperio popolos Romane memento / hae tibi erunt artes pacisque imponere morem / parcere subiectis et debellare superbos"(Eneide, VI, 851-3.)

"Ricordati, Romano, di governare col tuo potere i popoli -queste saranno le tue arti-: imporre costumi di pace, perdonare ai sottomessi, debellare i superbi".

   Due visioni del mondo, di Roma e dei suoi destini. ambedue a loro modo nobili.

   Ma io preferisco quella del 'barbaro incivilito" Goethe, il Francofortese che era solito celiare sul suo cognome rilevando come fosse bastato aggiungere una dieresi sulla 'o' perché il 'barbaro' Gothe diventasse il gentile Goethe!).

   Credo nella supremazia, quasi mai, ahimé, rispettata, della Poesia e dell'Amore.

   (Eppure, lo confesso, non mi dispiacerebbe intonare in questo Anniversario con le fanciulle del Campidoglio -ove ormai sono rimaste solo le...oche- l'Inno oraziano, perfetto per la musica pucciniana dell'Inno a Roma: "Alme sol curru nitido diemqui / promis et celas aliusque ed idem / nasceris possi nihil Urbe Roma / visere maius". "Sole che sorgi libero e giocondo / sui Colli nostri i tuoi cavalli doma. / Tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma".

   E l'Inno pucciniano vedrei bene come nostro Inno nazionale, all'altezza finalmente della maggior parte degli altri inni nazionali, al posto della pur simpatica marcetta mameliano-novariana.

   Detto senza polemiche e senza nostalgie: l'Inno pucciniano-oraziano-salvatoriano è, per chi non lo sapesse, del 1918, anno non ancora ...sospetto).

 Chàirete Dàimones

 

 
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Pellegrinaggio a Canossa, pardon Arquà Petrarca, per chieder venia. L'Aretino e il Fiorentino secondo Varvello

Post n°1119 pubblicato il 04 Aprile 2022 da giuliosforza

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   Perché tornare dopo quasi un secolo al Solitario di Valchiusa, e tornarvi sul Varvello, il libricciuolo dalla bella copertina in carta velina, il settimo della piccola collana di classici latini e volgari riediti negli Anni Cinquanta dalla SEI, la benemerita editrice salesiana poi confluita nella sempre cattolica ‘La Scuola’ di Brescia, e curato appunto da Federico Varvello, che del Canzoniere sceglie, secondo criteri soggettivi assolutamente dunque discutibili, cento quarantotto delle trecento sessantasei liriche  che lo compongono? Non solo certo per un motivo di nostalgia della mia adolescenza e della mia gioventù conturbate, per meglio dire soffocate, ma perché il personaggio triste e lagnoso, e insopportabilmente piagnone quale consegnatomi dal Varvello, piacque e fu di conforto, col Foscolo che a lui mi condusse per mano, alla mia anima di adolescente confinato in capo al mondo, prigioniero delle robuste mura di un collegio nell’estrema Liguria occidentale, e può tornare ad esserlo oggi alla mia anima rifatta bambina e stordita, in questo tempo di calamità e di tribolazioni, che risuona vuoto e rimbombante come  un vuoto cosmico e metafisico.    

   Oggi dunque dal ventunesimo secolo salto al quattordicesimo  a ritrovar l’Aretino, per pochi anni contemporaneo del Fiorentino, ma al contrario di lui acclamato e fortunato in vita quanto l’altro ignorato e sventurato: ambedue esiliati e raminghi, ma lui per scelta, l’altro per costrizione; lui coronato in Campidoglio l’altro bandito, lui convertito tardivamente, nonostante fosse di casa, riverito e vezzeggiato, presso la corte papale avignonese, ben remunerato per i suoi servigi con canonicati e prebende di varia natura, l’altro obbligato a sperimentare quanto sa di sale lo scendere e salir per l’altrui scale. Ma la sua preghiera alla Vergine, quella che conclude il Canzoniere, nonostante la prolissità non mi dispiace, e la reputo superiore all’invocazione di Bernardo (Vergine Madre Figlia del tuo Figlio, umile ed alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio) dell’ultimo Canto della Commedia che reputo un bel saggio sinteticissimo di mariologia e di teologia dogmatica, non certo un capolavoro di lirismo.   

   Di Petrarca ho amato ed amo soprattutto la lingua, di una sconcertante, anticipatrice modernità, quanto odio quella dei petrarchisti o petrarcheggianti dei secoli successivi, imitatori nemmen pedissequi, che si lasciano sfuggire la cosa più importante, l’animo del Poeta. È soprattutto a questo che voglio dare in questo mio ritorno attenzione, maestro e guida Federico Varvello che all’animo del poeta appunto dedica le XL pagine della sua Introduzione.

*

   Varvello pone come eserghi alla sua riflessione due citazioni, ambedue di Petrarca, assai pertinenti: una tratta dal poema latino Africa, Libro VI, l’altra dal Sonetto CXXX:

   Irrequietus homo perque omnes anxius annos / ad mortem festinat iter: mors optima rerum. (Irrequieto e ansioso, l’uomo, lungo tutti gli anni della sua vita, s’affretta alla morte: la morte, di ogni cosa la migliore.

   Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede / E di lagrime vivo, a pianger nato. / Né di ciò duolmi, perché in tale stato / È dolce il pianto, più ch’altri non crede.

   Due citazioni che ben sintetizzano l’animo del poeta.

   E prosegue con una analisi minuta dell’Opera dell’Aretino tenuta presente nella sua globalità, ma sempre tenendo d’occhio la specificità del Canzoniere. Scrive dunque:

   “Ugo Foscolo, che ebbe caro il Petrarca sin dalla sua giovinezza, e che lungamente e amorosamente meditò sul nostro poeta, intorno al quale scrisse, a giudizio di critici antichi e recenti, il suo migliore lavoro letterario, lamentava la mancanza di una storia della vita interiore di lui, della vita che più interesserebbe all’intendimento e alla valutazione dell’opera sua; ma gli pareva che mancasse l’uomo di squisita sensibilità, che fosse capace di scriverla. Molti eccellenti saggi di critica petrarchesca, alcuni dei quali veramente magistrali, vantano l’età moderna e contemporanea; ma la storia compiuta, la rivelazione intera di quell’anima, quale il Foscolo la vagheggiava, non si può dire di possederla ancora.

   E sarebbe questa, invero, il miglior commento alla raccolta delle sue rime volgari, ove quel ‘dolce di Calliope labbro’ con mirabile finezza di analisi psicologica, come in uno stupendo romanzo lirico, squisitamente ritrasse le più intime sensazioni e le mille ignote fluttuazioni dell’animo suo, così ricco, cos’ vario, così complesso, nella delicata e sottile esplorazione della propria coscienza. Esempio unico in tutta la storia della nostra letteratura”.

   Segue una comparazione del ‘genio disparatissimo’ dei due grandi toscani del Trecento, e scrive:

   …, il medesimo Foscolo acutamente osservava che il Petrarca è un egocentrico, che non vende e non sente che sé, laddove Dante esce di sé e sente tutte le voci della vita: la parola del primo eccita le più care simpatie e sveglia le più profonde commozioni del cuore; quella del secondo eccita maggior numero di immagini e di idee, perché più intensa, perché costretta da quel genio ad atteggiamenti, a significati nuovi.

   Il Petrarca fa sentire più immediatamente, Dante fa pensare di più.

     Sono differenze di due anime e di due età. Lo scrittore non vive più la vita ma la contempla. Alla violenza è subentrata l’accidia; onde la poesia di Dante è suscitatrice di energie e di immortali speranze; quella di Petrarca seduce alla stanchezza, allo scoramento, all’abbandono. Della robusta tempra, della maschia forza, dell’incrollabile fede di Dante non v’è traccia nel nostro Poeta.

   ‘Al ferreo uomo’, per usare le belle parole del Bartoli (Adolfo Bartoli, Il Petrarca, nel vol. La vita italiana nel Trecento, Conferenze, Milano, Treves, 1897), ‘che percorse la vita, avvolto tutto nei suoi disdegni, nelle sue ire, nelle sublimi fantasie dell’anima eccelsa, al poeta terribile, che scolpì il Medio Evo, e lo chiuse, succede l’uomo irrequieto, lo spirito ondeggiante e soave, il dotto evocatore dell’antichità pagana, il poeta delle grazie e dell’amore, che sorgeva nunzio di nuovi tempi.

   Il nume spariva e gli succedeva l’uomo. Con Francesco Petrarca noi entriamo in un periodo nuovo del pensiero e dell’arte, Per lui e con lui tramonta un’età e si affaccia all’orizzonte della storia quegli che, con un fondamento di verità, fu detto il primo uomo moderno”. A Dante ricorriamo volentieri, perché troviamo in lui quello che, purtroppo, manca in noi, cioè le generose, le fulgide, le sante idealità della vita umana; il Petrarca ci piace perché in lui troviamo quello che è in noi tutti, cioè le angosciose contraddizioni dell’anima nostra, costante solo nell’incostanza, sempre insoddisfatta, sempre irrequieta, sempre affannata, alla ricerca di una felicità ignota.

   Nessuna esitazione, nessun segno di discordia interiore, nessun ondeggiamento in quello spirito, che appare interamente dominato dai suoi grandi ideali religiosi, morali e politici; tutto è chiarezza ella sua intelligenza, tutto è forza nella sua volontà, che mira diritto al raggiungimento della meta che si propone. È natura energica e risoluta, fatta anzitutto per l’azione. Il Petrarca, invece, ebbe poca o nessuna attitudine per la vita pratica, alle lotte politiche; non fu un filosofo né un uomo d’azione; fu essenzialmente un’anima di artista, più ancora che di poeta e la vita non ebbe per lui esistenza che nel suo spirito (F. De Sanctis, Saggio critico su Petrarca, Napoli, A. Morano, 1869). Quegli è un attivo, questi un contemplativo. Ad essi sembra potersi applicare giustamente il verso dantesco:

l’un disposto a patire e l’altro a fare”.

   Pur consentendo sotto molti aspetti con l’analisi del Varvello, molti dubbi mi rimangono. Petrarca ebbe tutti gli onori e i piaceri che un uomo e un artista possono avere in vita, non aveva alcun motivo per essere pessimista e sentirsi dilacerato nell’anima. Un abisso lo separa dagli altri grandi al quale viene normalmente comparato, tra i quali Tasso, Foscolo, De Musset, Heine, Leopardi, Byron, per non citarne che alcuni, che nulla ebbero dalla vita tranne l’arte redentrice e consolatrice; egli ebbe l’arte sublime e tutto il resto, e non fa che piangere, lamentarsi, masochisticamente tormentarsi attorno a una donna (o a un fantasma di donna?) che alla sua vita in fondo superficiale serve a dare occasione per giocare a versificare, a vincere col ludo poetico  cosa? forse lo spettro della noia, quella pigrizia, quella ignavia che i romani dissero ignavia e i greci akedìa? Io credo di sì. Perché egli non pensa, ‘sente’. Un gioco poetico è il suo tormentarsi, quel gioco che è ignoto a chi esperimenta il pensiero tragico che attorce i visceri, che alimenta il dubbio roditore, che nei momenti più acuti (anche a lui una volta incidentalmente) fa esclamare datemi pace o duri miei pensieri, ad altri salvate ahimè le membra dal tarlo del pensiero, e al poeta di Myricae a me risparmia il reo dolor che pensa. Non riesco a prendere Petrarca sul serio. Non è un Poeta-filosofo Petrarca. La sua non è Poesia- pensante o Pensiero-poetante. Le sue lacrime non sono che un gioco. Troppo poco egli ‘pensa’, nel senso forte del termine, per essere disperato.

   Perché dunque tornare io al Petrarca?

   Lo lascio dire al Varvello, con la cui analisi in parte, solo in parte, lo ripeto, convengo. Io vi torno per rilassarmi, partecipando, in questo frangente della mia vita che mi danna irrimediabilmente al tragico duro pensiero del Nulla-Tutto che su me fatalmente incombe, al gioco ciarlatanesco delle lacrime che si mutano in perle, del dolore che si trasforma in gioia, dell’uomo che per l’arte, per dirla dantescamente, ‘s’etterna’. Per il resto non mi illudo, solo provo a sperare che il Caos-Caso della mente si muti in Kòsmos, ornamento. E provo con Beeth a “prendere il destino per la gola”.

  

   “Anima essenzialmente di esteta, con uno sfondo mistico, per cui fluttuò continuamente tra il sacro e il profano, nel fremito d’una coscienza nuova, che va ricercando se stessa, agli albori del Rinascimento, il poeta delle grazie e dell’amore passa in mezzo al mondo degli asceti, anelanti al cielo, spargendo su tutto un sorriso di poesia, primo, tra gli scrittori della nuova età, vagheggiando l’arte, nella sua sovrana bellezza, dandoci la rivelazione compiuta di uno spirito dolorante e pensoso.

   Nel dramma di quell’anima, rappresentata nelle sue lotte, ne’ suoi dolori, nelle sue contraddizioni, si agita e si rispecchia lo spirito umano, in ogni tempo, in ciò che esso ha di più intimo ed irrequieto, di eternamente contrastante e penoso. In questo appunto consiste la grande originalità del Petrarca e la ragione, per cui il poeta, in ogni età, letto, ammirato, imitato, conserva ancora, a distanza di secoli, tanto fascino e avvince a sé tanti cuori.

   Principalmente per l’espressione del dolore, che si tempra in dolce malinconia il Petrarca entra ancora oggidì in ogni cuore e ogni cuore entra nel suo.

   In nessun altro scrittore di quel secolo, e raramente nei seguenti, troviamo tanta corrispondenza di spiriti e compenetrazione dell’uomo con la natura, dell’anima propria con le cose, nella squisita analisi di affetti e sentimenti sinceri ed umani. Per questo egli è ancora vivo tra di noi e sarà vivo eternamente.

   Egli è sempre vicino agli spiriti nostri; sia che si ritragga, solo e pensoso, in cerca di luoghi solitari e deserti, o pianga nel quieto raccoglimento della sua cameretta, o sospiri la lontananza e lagrimi per la morte della donna amata, o inneggi alla bella natura, o riveli le sue ansie, i suoi affanni, le sue intime pene e lamenti la propria infelicità, o si volga, gemendo e pregando, a Dio, invocando pace all’anima travagliata e perdono per le sue colpe.

   Ed ognuno lo lascia e ritorna a lui ogni volta con desiderio, sedotto dall’armonia fascinatrice del verso, che ci inonda di una soave e tenera melanconia, perché egli è il grande, incomparabile poeta dell’anima umana, la quale non ha trovato interprete più delicato e gentile, e, in pari tempo, l’annunciatore della moderna poesia, in cui, dalla considerazione dei propri mali elevandosi al doloroso lamento della comune ineluttabile infelicità degli uomini e della infinita vanità di ogni cosa terrena, dominerà il canto sconsolato di Giacomo Leopardi”.

   Pellegrinerò ad Arquà come ad una Canossa ad implorarne il perdono.

    ____________________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

  

 
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Maria Teresa Gentile e Leopardi. Olindo Guerrini alias Lorenzo Stecchetti. RadioRadio

Post n°1118 pubblicato il 01 Aprile 2022 da giuliosforza

 

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   Prima che fosse creata, alla fine degli anni Settanta, l’università di RomaTre, Pedagogia si studiava in una facoltà della Sapienza detta Magistero, riservata ai diplomati delle Magistrali. A Magistero, essendo le magistrali di quattro anni, si poteva accedere solo per concorso, che in qualche modo sostituiva il quinto anno della scuola superiore. Il corso di studi prevedeva una laurea in pedagogia e un diploma di Direzione didattica. All’epoca in cui io cominciai la mia modesta carriera accademica, a Magistero insegnavano personaggi, che ho già ricordato in questo diario, di primissima qualità: italianisti, filosofi, pedagogisti, storici, francesisti, ispanisti, anglisti, germanisti, psicologi, geografi, storici dell’arte, dello spettacolo, esperti di comunicazione di massa, sociologi (un nome solo, Ferrarotti, chiamato dal direttore del corso di Pedagogia Volpicelli), eccetera eccetera,  di molti dei quali la fama varcava i confini nazionali. Quando poi, per motivi di clientelismo di vario genere ma anche per il naturale moltiplicarsi dei saperi sempre più specialistici, iniziò la giusta …moltiplicazione dei pani -e dei companatici-, la situazione un poco, anzi non poco, decadde, ed alla sua decadenza partecipai alquanto con la farraginosità della mia cultura e il mio incontrollabile anarchismo intellettuale.

   Due donne fra di essi nel corso di laurea in pedagogia primeggiavano: Iclea Picco per storia della scuola, scomparsa alcuni anni fa ad oltre cento anni, che aveva iniziato come assistente nientemeno che di Giuseppe Lombardo Radice; e Maria Teresa Gentile, di nobile progenie abruzzese lancianese, titolare di una delle cattedre di Pedagogia. La Gentile, di solida formazione classica, era una donna di sbalorditiva cultura. I suoi libri, tomi ancora e assai più complessi di quanto i loro titoli dicano, erano la croce degli studenti, che quasi tutti cercavano di scappare presso altre cattedre, e degli assistenti di cattedra: Immagine e parola nella formazione umana, Educazione linguistica e crisi di libertà, Pedagogia del concreto, La filosofia come Pedagogia (rovesciamento di quanto sostenuto da Giovanni Gentile, il grande teorico dell’Attualismo il cui barbaro assassinio grida ancora vendetta, nel famoso Sommario di Pedagogia come scienza filosofica), Il fondamento simbolico della pedagogia, Semantica radicale ed evoluzione emergente, Introduzione alla didattica dell’immagine, Responsabilità dell’immagine, e molti altri titoli che è superfluo qui ricordare. Mi invitò a farle da assistente agli esami, ma dopo la prima  seduta abbandonai, e me ne pentii (troppo lungo sarebbe spiegare il perché, pur se facilmente intuibile). La presunzione non mi mancava allora come d’altronde adesso, non ero d’accordo su parecchie cose ed anche sul modo di interrogare, che non metteva a loro agio gli studenti, soprattutto quelli maschietti e bellocci, Me ne pentii dunque, un altro collega più docile e malleabile prese il mio posto e ne trasse grande profitto in termini di carriera. Ma i nostri rapporti restarono ottimi, e più di una volta io fui suo ospite nella bellissima casa lancianese, protetta da un immenso pino che quai tutta la copriva, dove viveva in compagnia di una sorella anch’essa nubile, celebre avvocatessa del foro de L’Aquila.

   Di lei sto ora leggendo un  poderoso e ponderoso libro, penso il suo ultimo, dedicato a Leopardi  e la forma di vita (Genesi Formazione Tradizione) (Bulzoni Editore, Roma, pp 460 1988) che lei stessa, immagino,  sul segnalibro così presenta: Leopardi è analizzato come evidente caso di universale formazione, in base all’idea che il principio genetico costitutivo dell’uomo è la linguisticità la cui essenza dialettica, attraverso la molteplicità dell’esperienza, traspare nella poesia pur restando velata alla coscienza discorsiva del poeta. Nel pensiero di Leopardi una forma di lingua, prevalentemente convenzionale, serve e regola le esigenze esistenziali pratiche e quale promozione di civiltà imbarbarisce. Un’altra poetica è congenere alle cose e mira a ricrearne la realtà genetica: L’autrice sostiene che all’una corrisponde l’educazione, all’altra la formazione. E di questa mostra il procedere speculare e spiraliforme che, a partire da un fondo geometrico-matematico e nella polarità tra testo e subtesto, si snoda secondo una simmetria di modi e di gradi, indicati anche in diagrammi e illustrazioni iconiche, che introduce e giustifica l’aggancio alla Cabala”.

   Sicuramente la lettura sarà ostica, vista l’elegante allure del testo criptico-cabalistica. Se arriverò in fondo ne riparleremo. Per ora voglio citare il divertente esergo del capitolo “La parte e il Tutto” (p. 51) che secondo me spiega quanto un libro. Si tratta di un canto popolare marchigiano che anticipa l’essenziale del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in particolare cinque dei versi tra i più famosi (100-105): “Questo io conosco e sento / che degli eterni giri, / che dell’esser mio frale, / qualche bene o contento / avrà fors’altri, / a me la vita è male”.

   Questo il canto popolare marchigiano:

   Da piccola fanciulla principiai

   a non aver mai bene in vita mia.

   Quando che mi portava a battezzare

   Il compar mio si morse in su la via

   In chiesa mi si morse la comare

   La chiave della porta non apria.

   E quel catino dove mi lavava

   Non era rotto e l’acqua non tenia,

   e quella fascia con cui m’infasciava

   tutta tramata di malinconia,

   e quella cuna dove mi ninnava

   era di legno e frutto non facia.

*

   Via Olindo Guerrini è una delle strade della zona più recente, quella media alto borghese del Quartiere Talenti (dove per circa venti anni abitai e nelle cui vicinanze tornai dopo un trentennale …esilio a Tor Tre Teste) descritto al suo nascere con interessanti notazioni da Ennio Flaiano, che abitava in una delle stradine dell’attiguo Monte Sacro alto. Lorenzo Stecchetti, questo lo pseudonimo principale, fra tanti altri eteronomi, del Guerrini, fu un poeta verista, con suggestioni baudelairiane e poeiane che lo avvicinarono alla scapigliatura; fu poeta latamente verista e bibliofilo e politico locale (assessore fra l’altro in Forlì, dove era nato, e in Ravenna), fu massone iscritto alla Logia Dante Alighieri di Forlì, ammiratore di Carducci e stranamente meno di Pascoli, al quale per alcune tematiche fu assai prossimo. Ne lessi in gioventù Postuma, che esteticamente mi lasciò indifferente, ma che mi divertì per il suo spirito irriverente (fu denunciato anche da un vescovo che si ritenne offeso, e in un primo tempo condannato).

   Se oggi ne parlo è perché ho scoperto che nella strada a lui dedicata, tra via Dario Nicodemi e via della Bufalotta, trasmette una radio dal nome Radio Radio, che da emittente locale ormai vanta una espansione nazionale e internazionale. Mi risulta fondata una quarantina di anni or sono  da Ilario Di Giovanbattista  che ebbe ed ha fra i suoi collaboratori più stretti un personaggio dalla personalità complessa, variegata e multiforme, nato cantautore (vanta un personale rapporto  con papa Wojtila per aver messo in musica le sue poesie e importanti amicizie e collaborazioni coi principali artisti del secolo scorso e di questo, da Modugno a Battiato) e finito plurilaureato e psicologo di scuola psicanalitica e prof di letteratura in Istituti privati della Capitale eccetera eccetera: di Mimo o Mimmo Politanò, dico, un calabrese dell’Aspromonte emigrato fanciullo coi suoi in Argentina e tornato dopo una ventina d’anni mantenendo con tutta l’America Latina stretti legami  umani e artistici. Mimmo Politanò mi fa simpaticamente compagnia nelle primissime ore del giorno con la sua ricca trasmissione ‘Accarezzami l’anima’ e debbo confessare di trovarlo fine, intelligente, colto, spiritoso, mentalmente aperto e libero, ed anarchico e polemico quanto basta, di molto più presentabile e credibile della maggior parte dei personaggi per lo più appigionati imperversanti dalle radio di maggior nomea, pubbliche o private. Visto che trasmette da non più di due o tre km da casa, mi piacerebbe fare una capatina in Via Guerrini, discorrere con lui di molte tematiche filosofiche letterarie e musicali da lui trattate e da me condivise, per poi riferirne ai miei cinque lettori. Tenterò.   

 

 
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"Pietà" per Putin

Post n°1117 pubblicato il 27 Marzo 2022 da giuliosforza

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   Provo, non sussultate, pietà umana per Putin, come per ogni dittatore più o meno dichiarato. E mi spiego.

   Il dittatore è il vertice di una piramide sotterranea di cui molti di noi, per ipocrisia o imperdonabile ingenuità, fingiamo di non accorgerci. La piramide sono i potentati politici, economici, confessionali, guerrafondai, settaristici che ne rappresentano il corpo; il dittatore è il vertice individuabile che sul corpo posa e che senza di esso non si reggerebbe.

   Nelle denunce più o meno moralistiche imperversanti su ogni tipo di medium (pronuncia latina, di grazia), per il quale le guerre sono una succulenta e assai profittevole occasione di esercitazioni retoriche e propagandistiche, si tace del corpo sotterraneo della piramide e se ne prende di mira solo il vertice/dittatore. Troppa infamia ma anche troppo onore per l'esso/lui, che rischia di apparire, esso/lui, il martire più o meno consapevole, la prima vittima di un disumano sistema latamente, variamente, subdolamente plutocratico. Ipocrisia dunque nell'attribuzione delle cause e delle responsabilità di una guerra.

   Tutte le guerre nascono, è risaputo, dai trattati di pace delle precedenti, malamente concepiti o malamente applicati, dai disagi e dai disastri conseguitine; e sono come bubboni sul grande corpo dell'umanità che, una volta giunti a maturazione, fatalmente esplodono , e tutti gli istinti più selvaggi della bestia umana si scatenano, 'raffinati' dalla razionalità, truce caratteristica umana, che ha la sua suprema manifestazione nella bomba atomica la quale, è bene ricordarlo, finora è stata usata solo dagli autoproclamatisi democratici portatori di pace USA, colpevoli perciò del più inumano evento della storia, dalle conseguenze ancora in atto e nei loro sviluppi imprevedibili, di fronte al quale ogni genocidio, da che mondo è mondo e in ogni epoca e latitudine perpetrato, impallidisce.

   Terribile e complessa cosa è dunque la guerra, in cui l'homo si rivela, compiacendosene, l'hobbesiano homini lupus, ed irride all'Utopia del lockiano homo homini homo e, figurarsi, dello spinoziano homo homini deus. E la guerra attuale è già mondiale, anche se con le armi convenzionali combattuta per ora solo settorialmente, poiché mondiali sono le sanzioni economiche e culturali dichiarate, inutili per lo più a conti fatti le prime, come dal recente passato è ben documentato; e infami, da peggior nazifascismo e stalinismo, le seconde, poiché mirate a impedire la circolazione della immensa cultura russa di cui tantissimo, in ogni campo, l'intera umanità è debitrice.

   Pietà dunque per Putin, vittima più o meno consapevole delle stesse forze plutocratiche importate dall'occidente di cui immagino egli stesso far parte, e delle loro diaboliche trame; odio e disprezzo per essersi prestato, più o meno consapevolmente, a dare ad esse un nome: il suo.

*

   Ecco alcuni commenti, seguiti alle mie considerazioni, da cui espungo le immeritate ma sempre piacevoli lodi (di Alessandra Conti, di Sabrina Paonessa, di Patrizia Cipriani, e di altri) che li accompagnano.

Marco Bertelli:

    Inappuntabile, Professore. Grazie.

Enzo Rega

   Grazie per questa analisi. Sono d'accordo. Il dittatore fa la sua parte in una recita collettiva che ne supporta il ruolo di primo attore. Putin interpreta purtroppo benissimo la sua parte di despota feroce, ma, come nel caso di Hitler, accanto al "pazzo furioso”, e anche prima di lui, ci sono comprimari (persone, ma anche fatti, eventi) che ne hanno reso possibile prima l'ascesa e poi la conservazione e l'ampliamento del potere. La storia non la fanno i singoli, ma taluni singoli ne rendono possibile certi sviluppi nel bene e nel male. In questo caso assolutamente nel male:

    Giulio Sforza:

    grazie prof per il suo lucido commento. Io mi prendo solo il merito d'averlo provocato!

Enzo Rega:

     il merito è soprattutto il suo. La mia è una nota a margine.

Dunia Asha:

    Anche se so che hai ragione a sottolineare certe cose, no, nessuna pietà.

Lorenzo Fortunati:

   Mi dispiace Giulio ma per chi pone un così alto rischio per l'intera umanità, oggi, non può esserci pietà. Domani sì, oggi no. Sarei un falso a dichiarare diversamente, anche sforzandomi non riesco a trovare ragioni per accordargliela. È una vicenda con implicazioni troppo vaste.

Giulio Sforza

    L'odio e il disprezzo coi quali concludo la mia riflessione non escludono la pietà, se ci rifletti bene la motivano...

Marino Sassi

     Puntuale: i dittatori li alimentiamo noi.

Paolo di Nicola:    

Grazie Giulio! Sempre acuto e puntuale!

   Marja-Leena Lehtinen-Monti

     Sono più che d'accordo! Sono nata 1940 in Finlandia e penso di avere qualche cosa nel mio zaino storico...

Rosalba Manzo:

      Giustissimo... ma chi segue il dittatore fa peggio.. banalità del male

Suzanne Barbeau:

      Verissimo: " Il dittatore è il vertice di una piramide sotterranea di cui molti di noi, per ipocrisia o imperdonabile ingenuità, fingiamo di non accorgerci. Le dictateur est le sommet d'une pyramide souterraine que plusieurs d'entre nous, par hypocrisie ou naïveté impardonnable, faisons semblant d'ignorer.

Suzanne Barbeau (a commento di una foto allegato di Putin piccolo in braccioalla madre):

     E mi chiedo come questo ragazzino nelle braccia della madre ha potuto accettare e escogitare con l'accordo della Duma di stato quest'attacco contro altri poveri bipedi umanoidi come lui e come me.

Giulio Sforza:

     dalla finestra della mia camera da letto ogni giorno osservo i frugoletti di un giardino d'infanzia giocare ridere piangere; e ogni volta mi si stringe al pensiero di cosa loro possa riservare il destino...

Suzanne Barbeau:

     Si, vogliamo un futuro pacifista per loro. Non so che ideali poteva avere Putin quando era piccolo, nelle braccia della mamma. L'arrivismo proletario non è sempre positivo: alcune volte può avere buoni risultati, ma in certi casi è disastroso. Allora, a questo punto, meglio servo della gleba che presidente del governo... ma questo vale per tutti i parlamenti del mondo intero.

   _________________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 
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