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In "memoria" del Sessantotto. Omaggio a Karl Marx

Post n°984 pubblicato il 19 Maggio 2018 da giuliosforza

Post 904

    In ‘memoria’ del Sessantotto
    Oltre che il bicentenario di Marx quest’anno si celebra il cinquantenario del 68. Io non so trarre consuntivi, non so se è vero che i sessantottini italiani si sono tutti benissimo integrati nella società e nel sistema contro cui si scagliavano; ricordo gli eventi, anche tragici, della mia università; ricordo le provocazioni e le minacce a me (giovane abbastanza allora per capire le ragioni del disagio, vecchio abbastanza per intenderne la natura velleitaria e non piegarmi agli scalmanati che intendevano impormi il modo di far cultura e la maniera di trasmetterla -contenuti e metodo!), perché mi rifiutavo di mettere il cervello all’ammasso; ricordo che mi piacque il Maggio francese, padre di tutti gli altri maggi europei, e il suo grido prossimo alla blasfemia “Ni Dieu ni Mao ni Castro”, da noi inosato e inosabile; mi piacque da parte di intellettuali di ogni estrazione l’approfondita riflessione che sul fenomeno si fece oltr’alpe; e ricordo tante altre cose che scrissi nel post del 28 Ottobre 2014 sul mio blog, che qui appresso perciò ripropongo (non senza inviare un pensiero commosso a Jean Onimus, scomparso nel 2007 a novantotto anni) e che rappresenta il mio contributo a quel Sessantotto che nel suo meglio riposa in pace, e nel suo peggio è tentato di resuscitare. Quod di avertant
   

“Post 755 (803 secondo la numerazione automatica di Libero)
   

    Jean Onimus, L'asphyxie et le cri. Autori vari, Les idéologies dans le monde actuel
   

    Tra il 1970 e il 1978, prigioniero di una angusta mansarda la cui piccola finestra ovale, somigliante all’oblò dell’arca di Noè, dava su quel mare di nebbia che nelle albe estive è la Piana del Cavaliere, e sulle montagne del primo Appennino abruzzese, tradussi per l’Editore Armando vari libri, tre dei quali soprattutto mi piace ricordare. Ero allora in piena crisi mentale ed esistenziale, ed essi più di tutti mi aiutarono a superarla. Vissero con me il mio dramma solitario, insieme ai giovani amici che nelle alte notti, sapendomì colà recluso, appostati tra le rocce del castello diruto, ad alta voce mi invitavano alle loro bisbocce, delle quali cento volte ero stato l’animatore. O tempora!
   

    Il primo fu, nel ’71, Les idéologies dans le monde actuel, di autori vari (tra i quali Max Gallo, Michel Amiot, Jean Onimus. Jacques Merleau-Ponty). Era scritto in quarta di copertina: “Al di là delle tensioni sociali, economiche e politiche che lo dilaniano, il mondo attuale è il campo di battaglia delle ideologie. E’ che in una società tecnologica, sono le ideologie a produrre il valore e a dare un senso all’esistenza. In qual misura tali sistemi di idee sono dei paraventi, delle illusioni, una non-scienza? In qual misura creano uno spazio mentale indispensabile all’equilibrio umano? Quali ne sono i fondamenti o le origini? E’ possibile trascenderle? In quale misura sono delle filosofie, dei linguaggi, degli strumenti di lotta o degli alibi? Tali sono le domande, di una evidente attualità, alle quali questo libro tenta di dare una risposta”.
    Certo il libro è datato, oggi le ideologie sembrano tramontate, molti ne lamentano nostalgicamente la fine, un vento disorientante di relativismo soffia sul mondo: Ma non è il relativismo stesso una ideologia, la… peggiore delle ideologie? Non per me, se serve a risvegliare il senso critico, a dare una scossa alle coscienze addormentate, assopite, oppiate. Ché le ideologie saran pure scomparse, ma di sicuro non, ahimé, gli oppiacei!
Il secondo fu, sempre del Settantuno,
L’asphyxie et le cri, di Jean Onimus. Lo spirito del libro è già tutto nel titolo, l’asfissia e il grido. Anche questo testo è naturalmente datato, di ben altra natura sono oggi le inquietudini della gioventù, ben diversi i suoi problemi che non quelli della società del benessere sessantottina. Eppure a tanta distanza di anni la passione del professore nizzardo (giovane allora quanto bastava perché non fosse accusato di giovanilismo) conserva ancora tutta la sua freschezza e condividerla non è difficile. Egli può essere ritenuto una sorta di Marcuse francese, meno pedantemente sociologista (Onimus ce l’ha coi sociologi sistematici e le loro asfittiche e sovente settarie analisi del corpo sociale trattato non come organismo vivo ma cadavere da sezionare -pour disséquer il y faut le cadavre), All’uscita del libro, pubblicato dalla Desclée De Brouwer, editrice di ispirazione cristiana, la stampa francese si divise: chi applaudì, chi condannò, chi sospese il giudizio; tutte lusinghiere quelle qui di seguito riportate, delle quali due cattoliche, stranamente concordanti (in un organismo complesso come quello cattolico militante molte -troppe?- son le anime a convivere). Scrisse Maurice Clavel, il vivace ed inquieto giornalista e filosofo che visse sulla sua pelle varie esperienze, da quella pétainiana, a quella resistenziale a quella gaullista, sul Nouvel Observateur: “Vi trovo (in L’asphyxie et le cri) uno stupore, una contestazione radicale quanto la mia, e sotto certi aspetti maggiore, sotto forma di un canto d’amore e di un inno di gratitudine verso la gioventù dell’Occidente, ribelle, repressa, malata e messa al bando, che ha semplicemente salvato il mondo o gli ha offerto una possibilità di salvezza”. 
    Lucien Guissard su
La Croix, il principale organo della stampa cattolica francese: “ E se fossero i giovani ad aver ragione, perché i loro occhi sono puri e le loro esigenze ancora preservate dagli accomodamenti e i tradimenti degli adulti? Non si può rigettare con una alzata di spalle questa domanda. L’Asphyxie et le cri è un tentativo di risposta. L’autore vi ha messo cuore, lealtà, un sentimento acuto delle ricchezze morali il cui doloroso inventario è vissuto in una effervescenza davvero rivoluzionaria”.
    Meno diffuso, ma altrettanto partecipe, A. Blanchet, su
Etudes, la famosa rivista dei gesuiti francesi fondata nel 1856 (sul modello dell’italiana La Civiltà cattolica, fondata a Napoli sei anni prima): “Jean Onimus prende deliberatamente la difesa della gioventù ribelle, che affonda in un universo sempre più scientistico, meccanicistico, conformista, prosaico… “.
Io per mia parte uscii da quelle letture assai più prudente. Avevo vissuto sulla mia pelle il Sessantotto, che all’Università di Roma era stato particolarmente violento, testimone, pur se non oculare, di due morti violente. Libertario ed anarchico per natura, avrei dovuto essere con gli studenti senza tentennamenti, e potuto cavalcare con naturalezza la tigre sessantottina, come molti dei miei giovani colleghi fecero assicurandosi veloci e prestigiose carriere e grasse prebende. Ma il discorso si fa qui complesso, e merita che lo affronti a parte. Lo farò in uno dei prossimi post, dopo aver riferito del terzo libro che in quegli anni tradussi, sicuramente il più originale e provocatorio, almeno in Italia, ove il nome di Karl Marx, con quello di Mao, non poteva in quella temperie politica e culturale essere pronunciato invano”.

 

*

    Omaggio a Marx, un altro immenso tedesco, nel suo bicentenario. 
Non fui e non sono marxista, sempre, anche se ereticamente, ma non alla maniera di Marx, hegeliano. Eppure a Marx dedicai quasi un anno della mia vita traducendo per Armando Armando una delle sue più belle biografie scritte, con acume, "esprit de finesse" ed irriverenza tutti femminili, dalla francese Françoise Lévy. Meriterebbe una ristampa, Ma Armando Armando da tempo non è più, e la casa editrice che porta il sua nome è tutt'altra cosa...

    Voglio precisare che il libro in questione, Karl Marx. Storia di un borghese tedesco, non è un libro scritto da un marxista sul marxismo, ma da una giovane (allora) professoressa dell'Università di Nizza, la radicale ebrea Françoise Lévy, che con una documentatissima indagine guarda il Marx privato dal buco della serratura, restituendocelo in tutta la sua umanità, in tutte le sue debolezze, in tutte le sue incongruenze: un'opera di demitizzazione che al marxista 'critico' non dovrebbe dispiacere. Nell'82 il libro fece scandalo, non dovrebbe farlo oggi che, grazie agli dei, si sono infranti i monoliti delle ideologie. Riproduco la quarta di copertina che molto bene sintetizza il senso dell'opera della Lévy.

    “ Non mancano nella storia della cultura esempi di uomini celebri, artefici di autentici monumenti del pensiero, le cui vicende, sottoposte a una risentita indagine, finiscono per offrire una sconcertante smentita alla ideologia professata. Si pensi a Fröbel oppure a Rousseau, le cui meschinità, le cui miserie, le cui cadute sul piano della vita vissutasono il rovescio esatto delle finissime nuances che animano lo spirito del solitario di Ginevra.

    E’ il caso anche di questo Karl Marx affidato alle cure di Françoise Lévy, la quale in limine al suo saggio dichiara di voler deliberatamente assumere nei riguardi del filosofo di Treviri il punto di vista di colui che spia con puntiglio le debolezze del proprio eroe, cercando di sorprenderlo nella sua intimità più indifesa.

    Vediamo così delinearsi davanti ai nostri occhi il ritratto sorprendente d’un Marx en pantoufles, afflitto da manie e comportamenti che più borghesi e filistei non si saprebbe immaginare: il descrittore acerrimo delle contraddizioni del capitalismo, il teorico del feticismo alienante delle cose, insegue avidamente i piaceri, gli agi, i confort che la forza del denaro assicura; la ‘dimora’, luogo quasi demoniaco della interiorità borghese, lo affascina a tal segno da fargli ricercare case sempre più comode e belle. Non gli sono estranei neppure gli amori ancillari, fra cui spicca quello per la servante au grand coeur; né i più meschini pregiudizi, quando si tratta di provvedere la dote alle proprie figlie.

    Sciovinista, con una punta di predilezione per le virtù del popolo tedesco, da fargli pericolosamente ormeggiare il Deutschland über alles, egli giunge ad avere un atteggiamento distaccato persino nei confronti dei propri correligionari, di cui stigmatizza le deviazioni culturali.

Quasi ad ogni pagina di questo lungo inseguimento della duplicità marxiana scovata dalla Lèvy, di sotto all’alterigia dell’autore d’un nuovo vangelo, finisce così per trasparire la faccia del bonhomme avvilito in piccole cure, del pater familias attaccato alla roba.

Un Marx che scende dal piedistallo, dove l’avevano pomposamente collocato e riverito per più di un secolo i suoi apologeti?

    Anche da noi, recentemente, qualcuno ha cominciato per suo conto a tagliuzzare la barba al profeta, facendogli lo sfregio di preferirgli addirittura Proudhon. Ma la Lévy non propone soluzioni alternative, non va in cerca di ideologie altrettanto fumose ed erronee, resta all’interno del problema Marx, uomo e pensatore. La vivisezione rigorosa a cui lo sottopone, documenta con materiale di primissima mano e con notizie spesso inedite, lungo un excursus che va dalla stagione degli studi agli anni napoleonici, è di quelle che lasciano il segno, anche sui lettori più ideologizzati.”

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Thomas Bernhard e le sue stroncature contro Stato, Chiesa, Scuola

Post n°983 pubblicato il 26 Aprile 2018 da giuliosforza

Post 903

   Invito alla lettura di Thomas Bernhard e alle sue dissacranti stroncature a Stato Chiesa Scuola.   

  

   Davvero “Anchora inparo” (sic), come recita il cartiglio dell’incisione giuntalodiana rappresentante un Vegliardo che faticosamente si trascina per la biblioteca sorreggendosi a un girello.

    Conoscevo solo il nome di Thomas Bernhard, per taluni il più grande scrittore austriaco del XX Secolo, uno dei più grandi del Continente e forse del mondo. Nei suoi romanzi-monologhi non solo la scrittura è stravolta, ma con tutta  la sua esibita Rücksichtslosigkeit, la sua irriverente mancanza di riguardo e la sua critica spietata alla cultura e ai costumi austriaci (Nestbeschmutzer, colui che sporca il proprio nido -da noi traducibile col meno elegante ‘colui che sputa nel piatto in cui mangia’- fu detto dai suoi avversari) si pone come uno dei più grandi dis-educatori, nel senso nostro  di de-gregatori (coloro che strappano pecore al gregge) del genere umano, un “distruttore” alla Nietzsche, un apostolo dell’oltre-uomo affrancato dai residui della barbarie pre-superomistica. I deboli di spirito ne saranno scandalizzati e si sentiranno oltraggiati, gli spiriti forti ne godranno, riconfortati da cotanta impertinenza.

    Ho tra le mani un suo libro che da anni giaceva trascurato in un angolo di biblioteca, reparto scrittori tedeschi. Si tratta di Antichi Maestri (Alte Meister, Adelphi 1992, traduzione di Anna Ruchat) e l’ho riscovato per caso cercando il Novalis di cui nelle precedenti pagine di diario. E mi ci sono tuffato a capofitto rinchiudendomi come il protagonista Atzbacher nella Sala Bordone, antistante alla Sala Tintoretto, del Kunsthistorisches Museum viennese e con lui ascoltando le dissacrazioni del signor Reger, spesso affidate alla bocca  del vecchio custode Irrsigler, diventato col tempo il suo più fede discepolo e portavoce. E sarà proprio  Irrsiegler a iniziare la salva contro i visitatori, le guide  ed i critici d’arte “da cui sentiamo esclusivamente le solite chiacchiere sull’arte che ci danno ai nervi, le chiacchiere insopportabili degli storici dell’arte (p.13)… Gli storici dell’arte, diceva Reger, sono i veri e propri devastatori dell’arte. Gli storici dell’arte raccontano sull’arte una gran quantità di chiacchiere. L’arte viene uccisa dalle chiacchiere degli storici dell’arte. Santo cielo, penso spesso qui seduto sulla panca quando gli storici dell’arte mi passano accanto spingendo innanzi quelle greggi di sprovveduti, che peccato per questi esseri umani ai quali gli storici dell’arte, diceva Reger, fanno passare una volta per tutte ogni gusto per l’arte (p.27)… Le cosiddette arti figurative sono della massima utilità per un musicologo come me, diceva Reger, e io, più mi sono concentrato sulla musicologia, e anzi più mi sono fissato sulla musicologia, tanto più insistentemente mi sono occupato delle cosiddette arti figurative; viceversa, penso che per un pittore, ad esempio, sia molto vantaggioso dedicarsi alla musica e che se uno ha deciso di dipingere per tutta la vita, così pure per tutta la vita sarà per lui vantaggioso dedicarsi agli studi musicali (ivi). (Quando dedicai un anno accademico e un convegno, prendendo lo spunto da Orazio ma allargando il senso della sua affermazione,  al tema Ut pictura poesis, ut pictura et poesis musica, ut pictura et poesis et musica chorea, ignoravo Bernhard; e pensare che avrebbe potuto essere uno degli autori, se non il principale, di riferimento).

    Come in un discorso a braccio sono continue le divagazioni (quella sulla musica non è che la prima) alle quali Reger-Bernhard si abbandona, quelle divagazioni che solo ai disattenti e ai superficiali possono apparire dispersive, e invece servono a recuperare l’argomento a nuovi e più vasti significati, ad ampliarne ventaglio  riferimenti ambiti, in fine ad approfondirne e dilatarne il senso. Già nelle prime pagine egli si diffonde, con la libertà che la sua intellettuale anarchia gli consente, sulla lettura, sulla maniera di guardare un’opera d’arte, sull’ignoranza degli insegnanti, sulla divaricazione inconciliabile tra natura e cultura, sullo Stato usurpatore, attraverso la scuola, di menti e di coscienze, sull’aberrante maniera di educare alla musica nelle scuole. Dovrei riprodurre le prime trenta pagine per intero, per dare una minima idea della violenza, della verve polemica, direi della rabbia con cui Bernhard si scaglia (e la sua scrittura non prende respiro) contro le falsità e le ipocrisie della cultura, a cominciare da quella estetica ufficiale.  Mi dovrò contentare di riprodurre degli ampi stralci, i più icastici ed efficaci. “A volte la gente mi guarda sorpresa quando vede chi io qui, seduto sulla panca, leggo il mio Voltaire e per di più bevo un bicchiere di acqua fresca, si meraviglia, scuotono il capo e se ne vanno, ritenendomi probabilmente un individuo a cui lo Stato ha concesso la libertà che si dà ai buffoni. Sono anni ormai che a casa non leggo più un libro, mentre qui nella Sala Bordone ho già letto centinaia di libri, il che non significa però che qui nella Sala Bordone io abbia letto da cima a fondo tutti questi libri, io in vita mia non ho mai letto un solo libro da cima a fondo, il mio modo di leggere è quello di uno sfogliatore di grande talento che preferisce sfogliare piuttosto che leggere, e che perciò sfoglia dozzine, qualche volta centinaia di pagine, prima di leggerne una…E’ meglio leggere dodici righe di un libro con la massima intensità e penetrarne, possiamo dire, il senso profondo, piuttosto che leggere tutto il libro come il lettore normale, che alla fine conosce il libro che ha letto come uno che viaggia in aereo conosce il paesaggio che sorvola. Non ne percepisce neppure i contorni…Chi legge tutto non ha capito niente. Non è necessario leggere tutto Goethe, neppure Kant è necessario leggerlo tutto, e neppure Schopenhauer; qualche pagina del Werther, qualche pagina delle Affinità elettive, e alla fine di questi due libri ne sappiamo di più che dopo averli letti dalla prima pagina all’ultima, ciò che comunque ci priverebbe del più puro piacere della lettura…  E anche circa la lettura di una quadro, di un così detto capolavoro, le idee di Bernhard sono dirompenti. Direi che egli sostiene una sorte di falsificazionismo popperiano applicato all’arte ed all’esperienza estetica. “Finora in ciascuno di questi quadri, in ciascuno di cosiddetti capolavori, ho scovato e portato alla luce un errore palese…Solo dopo aver constatato ripetutamente che il tutto e il perfetto non esistono, solo allora ci è dato di continuare a vivere. Il tutto e il perfetto non li sopportiamo. Dobbiamo andare a Roma e constatare che San Pietro è una costruzione abborracciata e di pessimo gusto, che l’altare del Bernini è un esempio di ottusità architettonica. Dobbiamo vedere il Papa faccia a faccia  e constatare personalmente, per poterlo sopportare, che è un uomo sprovveduto e grottesco come tutti gli altri…”. Cercare dove e come Bach, Beethoven, Mozart, Pascal, Montaigne, Voltaire, El Greco, Veronese falliscono per poter godere del buono che è in essi. E per quanto riguarda la musica,  non c’è stato un solo compositore, neppure tra i più grandi, che abbia composto una fuga compiuta, nemmeno Bach ci è riuscito, che pure era la calma e la purezza, la limpidezza compositiva in persona… La mente deve essere una mente che cerca, una mente che cerca gli errori dell’umanità, una mente che cerca il fallimento. Una mente diventa effettivamente umana soltanto quando cerca gli errori dell’umanità…Così sono stato sempre più felice nell’arte che nella natura, per tutta la vita la natura mi è parsa inquietante, nell’arte invece mi sono sempre sentito al sicuro…nella natura non mi sento a mio agio neppure per un istante, mentre mi sento sempre a mio agio nel mondo dell’arte, e assolutamente al sicuro nel mondo della musica. Per quanto mi riesce di ricordare, non c’è niente al mondo che io abbia amato più della musica…E per quanto riguarda i visitatori della Pinacoteca “incalzati, questa è la parola giusta, perché questi gruppi non camminano, ma come se qualcuno li tallonasse attraversano il museo a passo di corsa, fondamentalmente privi di ogni interesse, del tutto stremati per le emozioni che certo hanno già provato durante il viaggio che li ha portati a Vienna…Gli italiani, con la loro innata sensibilità artistica, si comportano sempre come se l’arte ce l’avessero nel sangue. I francesi attraversano il Museo piuttosto annoiati, gli inglesi hanno l’atteggiamento di chi sa e conosce tutto. I tedeschi al Kunsthistorisches Museum guardano tutto il tempo il catalogo mentre attraversano le sale, gli originali che sono appesi alle pareti li vedono appena, seguono il catalogo e attraversano il museo strascicando i piedi, immersi sempre più profondamente nel catalogo, finché non giungono all’ultima pagina del catalogo e a quel punto si ritrovano fuori dal museo….”.

Termino queste citazioni con quella di una pagina esilarante nella sua violenza ai limiti del denigratorio (e come tale fu letta dai critici austriaci) dedicata alla mala educazione estetica operata dagli insegnanti, la cui corporazione è formata “da sentimentali di poco cervello”… che sono al servizio di “questo inestetico Stato cattolico”, mendaci della “mendacità della Stato cattolico e del potere cattolico che governa lo stato…” Le bordate, le filippiche bernhardiane contro la corporazione degli insegnanti di stato austriaci a molti dei mie lettori potranno risultare esagerate e poco condivisibili. Non a me che, pur con qualche prudenza e minor generalizzazione, non sono stato mai tenero nei confronti della maniera in cui l’educazione estetica in generale (l’educazione dei sensi, come vuole l’etimologia), e quella musicale in particolare, viene praticata nelle scuole italiane (al qual proposito mi permetto di rimandare al mio e di Teresa Luciani Musica in prospettiva europea. Educazione musicale comparata, Seam, Roma, 1996)…Dopo dunque la divagazione musicale così riprende Bernhard: “Di austriaci, e in particolare di viennesi che vanno al Kunsthistorisches Museum ce ne sono ben pochi, se si prescinde dalle migliaia di scolaresche  che ogni anno compiono al Kunsthistorisches Museum la loro visita di pragmatica. Le scolaresche vengono guidate attraverso il museo dai loro insegnanti e dalle loro insegnanti, cosa che sugli alunni ha un effetto devastante, perché in occasione di queste visite al Kunsthistorisches Museum gli insegnanti, con la loro piccineria di maestri di scuola, soffocano qualsiasi sensibilità degli alunni nei confronti della pittura e dei suoi artefici. Ottusi come sono nella maggior parte dei casi, gli insegnanti uccidono ben presto negli alunni che sono stati loro affidati qualsiasi inclinazione, non solo l’inclinazione per la pittura, e in conseguenza della loro ottusità, e quindi della loro ottusa verbosità, la visita al museo da loro guidata di quelle per così dire vittime innocenti diventa quasi sempre per ogni singolo alunno l’ultima visita a un qualsivoglia museo. Dopo essere andati una volta al Kunsthistorisches Museum con i loro inseganti, quegli alunni non vi mettono più piede per tutta la vita. la prima visita, per tutti questi giovani esseri umani, è nello stesso tempo anche l’ultima. Gli insegnanti durante queste visite annientano per sempre l’interesse per l’arte degli alunni che sono stati loro affidati, questo è un fatto assodato. Gli insegnanti rovinano gli alunni, la verità è questa, è una storia vecchia di secoli, e gli insegnanti austriaci in particolare rovinano nei loro alunni, fin dall’inizio, soprattutto il gusto per l’arte; ancora oggi, ottuse nella maggior parte dei casi, le menti degli insegnanti austriaci continuano a non avere nessun riguardo per lo slancio dei loro alunni verso l’arte e l’universo artistico in generale, che fin dall’inizio affascina ed entusiasma tutti i giovani nella maniera più naturale. Gli insegnanti, invece, da veri piccoli borghesi quali essi sono, si oppongono istintivamente al fascino esercitato dall’arte sui loro alunni e all’entusiasmo che l’arte suscita in loro, riducendo l’arte e l’intero universo artistico al proprio dilettantismo stupido e deprimente, e nelle scuole fanno passare per arte e per universo artistico in generale quelle loro rivoltanti arie per flauto, e quei canti corali, anch’essi rivoltanti e abborracciati, per i quali gli alunni non possono che provare disgusto…Non esiste gusto artistico più dozzinale di quello degli insegnanti…Del resto a infoltire la corporazione degli insegnanti sono solo i sentimentali e i perversi  di poco cervello, tutta gente che proviene dagli strati più bassi del ceto medio. Gli insegnanti sono i galoppini dello stato, e se, come nello stato austriaco di oggi, lo Stato è corrotto dalla testa i piedi, spiritualmente e moralmente, e non insegna nulla se non depravazione e imbarbarimento e caos pericoloso per l’intera comunità, è ovvio che anche gli insegnanti siano spiritualmente e moralmente corrotti e imbarbariti e depravati e caotici….Gli insegnanti insegnano che cos’è questo stato cattolico, insegnano quello che lo Stato stesso li incarica di insegnare: grettezza e brutalità, volgarità e vigliaccheria, abiezione e caos…” (pp. 26-28, passim).

   Qui mi fermo, ma la spietata analisi di Bernhard si spinge ancora più il là. La denuncia impietosa che lo scrittore austriaco fa di uno stato tirannico, inestetico ed antiestetico, politicamente e moralmente corrotto, che ha negli insegnanti, aguzzini di corpi e di menti, i suoi galoppini, prosegue in ogni direzione, e non risparmia nessun aspetto della vita politica, intellettuale e sociale. Qualcuno potrebbe dirla datata, provocatoria, illiberale. E certamente sotto molti aspetti lo è. E la classe insegnante potrà ritenersi offesa. Ma farebbe male ad offendersi. Dovrebbe invece prenderne spunto per una profonda riflessione ed un’autoanalisi che sommamente le gioverebbe, in un momento di così grave crisi, anche da noi, dell’istituzione loro affidata; una crisi che, come (o a causa di? ma non voglio esser più marxista di quel che non  sono) quella economica, sembra non dovere avere più fine.

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Quirino Principe, "Francesca da Rimini" di D'Annunzio-Zandonai alla Scala

Post n°982 pubblicato il 15 Aprile 2018 da giuliosforza

Post 902

Riproduco qui, per gli amici dannunziani e melomani, dal “Sole 24 Ore” domenicale di oggi, un interessante articolo del noto storico, filosofo e musicologo Quirino Principe, nella speranza di far loro cosa gradita.

Quirino Principe: Francesca da Rimini. L’eros eterno di Dante e di Wagner.

Alla Scala l’opera di Zandonai su libretto di D’Annunzio, ora riedito per Salerno Editrice: la vicinanza a “Tristan und Isolde”.

“In un libro di Sossio Giametta, grande studioso e traduttore di Nietzsche, la relazione tra quest’ultimo e Wagner è individuata come il più significativo fra i nodi ci pensiero che esprimano l’essenza dell’Occidente post-cristiano e moderno. Sentiamo di condividere il giudizio, e ne traiamo una conseguenza. In Tristan und Isolde, immensa ipostasi dell’Occidente che amiamo e in cui ci riconosciamo e per cui combattiamo e combatteremo. Wagner ci offre la decifrazione della fondamentale antinomia che coinvolge l’essere umano, ogni altro essere, il microcosmo e il macrocosmo. Eros dona il massimo appagamento e la massima felicità, Eros infligge atroce ferita e intollerabile infelicità, così come nel frammento (48 DIELS-KRANZ) bios è la vita ma anche l’arco da cui vola la freccia della morte.

    "La contraddizione si annulla soltanto se l’antinomia è spinta a un’estrema conseguenza: Thanatos. I due amanti sono uno in aeternum, quando si avvera il sublime verso dantesco in cui Francesca pone l’epigrafe al suo destino, a conclusione della duplice anafora: Thanatos è il vero compimento di Eros, soltanto in Thanatos la loro unione è invincibile.

    "Come valutare l’opera che va in scena alla Scala oggi 15 aprile, diretta da Fabio Luisi, con regia di David Pountney, e con Maria-José (Francesca), Marcelo Puente (Paolo), Gabriele Viviani (Giovanni lo sciancato), Luciano Ganci (Malatestino). Riccardo Zandonai (Sacco di Rovereto, mercoledì 30 maggio 1883-Pesaro, lunedì 5 giugno 1944), compositore più agguerrito culturalmente rispetto a molti altri suoi colleghi italiani, grande lettore con escursioni in svariate letterature, dalle nord-europee a quelle orientali, scelse con entusiasmo come soggetto l’episodio dantesco di Inferno V 82-138. Già quando aveva 16 anni, tra il settembre 1899 e il febbraio 1900, Zandonai aveva composto una cantata per tenore e orchestra su quegli stessi versi di Dante.

    "L’entusiasmo fu riacceso un anno dopo, quando apparve la tragedia in versi Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio, “poema di sangue e di lussuria”, andata in scena al Teatro Costanzi (oggi Teatro dell’Opera di Roma) lunedì 9 dicembre 1901. In quell’anno Antonio Scontrino compose le musiche di scena per la tragedia. E’ una lieta coincidenza che in questi giorni esca, per l’editrice Salerno e con la consueta esattezza e ricchezza filologica e bellezza editoriale, una nuova edizione della tragedia, da cui appare meglio il  sapiente mosaico di riferimenti danteschi e pre-danteschi costruito da D’Annunzio (sin dall’inizio, là dove un giullare canta alle ancelle il Meravigliosamente un amor mi distringe di Jacopo da Lentini). Dodici anni dopo, Zandonai riprese in mano il soggetto, configurandolo come una grande e ambiziosa opera, e sognando di assorbire nella propria musica l’alta poesia e la raffinata e coltissima drammaturgia di D’Annunzio. Il poeta si mostrò singolarmente disponibile, anche a consentire uno “sfondamento” soprattutto nei confronti dei passi più concettualmente ardui del testo dannunziano. Per tale operazione, Zandonai fruì del lavoro del suo stesso editore, Tito Ricordi (“Tito II), Milano, mercoledì 17 maggio 1865-ivi, giovedì 30 marzo 1933). L’opera andò in scena al Regio di Torino giovedì 19 febbraio 1914.

    "E’ legittimo pensare che Francesca da Rimini di Zandonai sia, se non proprio un (o “il”) Tristan und Isolde italiano, almeno un erede, portatore di un frammento ardente della stessa energia ignea, dello stesso Eros? Crediamo che così sia. Se l’assoluto capolavoro wagneriano è la più alta epifania dell’archetipo a noi indicato ottant’anni fa da Denis de Rougemont come “l’Amour et l’Occident”, senza dubbio, dopo il “récit” tristaniano filtrato attraverso  varianti e metamorfosi da Kyot a Chrétien de Troyes a Thomas a Béroul a Gottfried von Strassbourg ad Alain Chartier a Pierre Sala, nessuna trama narrativa più o meno storica è così fascinosamente vicina al primigenio “Urbild” quanto la sanguinosa vicenda dei due cognati di Romagna. Già il triangolo dantesco si sovrappone facilmente alla terna Isolda-Tristano-Marke; inoltre, l’abile esplicitazione, che risulta dal testo di D’Annunzio ritoccato da Ricordi, di Malatestino  “dall’Occhio” («quel traditor che vede pur con l’uno», Inferno, XXXVIII, 85) fatto rientrare nella trama in nome del “verosimile”, invoca l’analogia con il traditore, libidinoso respinto e vendicativo sire Melot. Colpisce, poi, il convergere delle due conclusioni: la definitiva indissolubilità dei due amanti nella loro condizione finale. Ciò fa sì che la leggenda-mito di Tristano e Isolda “in pectore” molto dantesca (dolente, cortese, asperrima), e che il testo dantesco di Inferno V sia “in pectore” molto tristaniano. L’incontrarsi delle due “inventiones” era inevitabile, e il terreno di incontro non poteva essere se non la musica, il cui linguaggio illumina di colpo ciò che anche se affidato alla parola più alta può rimanere oscuro. Ciò spiega l’immensa fortuna musicale del testo di Dante, da Liszt (Dante-Symphonie, 1856),a Tschaikovskij (1876), Thomas (1887), Goetz (1876, Cagnoni (1878), Mancinelli (1907), Mercadante (1831), fino alla bellissima Frančeska da Rimini (1906) di Sergej Vasil’evič Rachmaninov. Sotto tale prospettiva, il finale della Francesca di Zandonai è terribile e meraviglioso. Abbiamo sempre osservato che il “castigo” inflitto da Dante ai due “lussuriosi” (essere avvinti in eterno, indissociabili) è in realtà un dono inestimabile: Dio, se è veramente Dio per definizione, non può non premiare i due amanti in nome di Eros, e infatti concede ad essi, in eterno, ciò che essi sognarono da vivi. In D’Annunzio-Zandonai-Ricordi, alla fine Gianciotto trafigge con lo stocco i due cognati mentre essi sono in piedi, avvinti, e si baciano. Il colpo mortale non li divide: avvinti essi scivolano a terra, e tali rimangono, eternamente appagati, nella «bufera infernal, che mai non resta»”.

 

 

 

 
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Da Novalis a D'annunzio al Dojo di aikido del Maestro Dionino Giangrande

Post n°981 pubblicato il 13 Aprile 2018 da giuliosforza

Post 901

Profluvie di parole al Dojo di Aikido di Dionino Giangrande. Come avviene quando si apre una diga dopo un lungo periodo di accumulo, diedi la  stura ai miei pensieri rischiando di travolgere e di annegare con essi e in essi me stesso e il mio eletto pubblico.  Lo sproloquio, perché di un vero e proprio sproloquio infine si trattò, aveva per titolo I Discepoli di Sais e il discoprimento dell’Isi velata . Un percorso mistico  dia-meta-paranoetico da Novalis a D’Annunzio, due ore di intricate redole verbali attorno a un sentiero per sé linearissimo, diretto all’illustrazione di un semplice assunto: le cose migliori del mondo non essere cose, l’essenza delle cose essere il Mistero, mistero ontologico partecipabile (dalla marceliana ragione partecipativa), non dimostrabile (dalla ragione oggettivante). E la principale strada (do) all’Essenza (ch’è armonia –ai- ed Energia –ki- del Tutto) essere, con (raramente) l’amore e (raramente) la fede, l’Arte in generale e la Poesia (Novalis: mistero sono le cose, e sta alla poesia svelarlo; D’Annunzio: l’Arte sforza il mondo a esistere) e la Musica (Marcel: La musique dit vrai, la musique seule) in particolare. Oupanishad, Tao, Zend Avesta, Bibbia, Platone, Plotino, Bruno, Pascal, Goethe, Beethoven, Novalis, Baudelaire, Rimbaud, Wagner, D’Annunzio, Onofri …chiamati a suffragare con la loro testimonianza il processo mistico che vede nell’attonimento panico, nell’estasi cosmica conseguente alla risoluzione della coscienza individuale nella Coscienza universale, nell’affogamento dell’io nell’Io assoluto, nella presa di coscienza  del proprio esserci nell’esserci di tutte le cose (tat twam asi, hae omnes creaturae in totum ego sum et praeter me aliud ens non est-), nell’oblio infine dell’arcana forma, della triste obliquità che pensa onofriane, e nel dissolvimento entro il polý pèlagos toû kaloû (il platonico ‘immenso oceano del bello’-l’isottiano ertrinken, versinken, unbewusst, höchste Lust) il suo culmine. Mistica sacra e mistica profana, cime d’Elicona e Carmelo coincidenti, amor sacro ed amor profano fusi in un atteonico bruniano  “eroico furore” umano-divino, come nell’estasi berniniana di Santa Teresa. Proposito improbo, percorso intricato. Ma in realtà nulla d’altro che pure suggestioni,  puri contagi, mi ero proposto, perché nulla di più ero e sono in grado di propormi nella mia azione didattica che concepisco tale solo SE scevra da ogni intenzione  didascalistica, non potendosi, me lo insegnò Giovanni Gentile, insegnare nulla a nessuno, un sapere non potersi trasmettere, potersi trasmettere solo un’informazione, che è come una derrata prima della sua consumazione ed assimilazione . Che se poi, contra spem,  il proposito  anche in minima parte si realizza, il merito va tutto a qualche  benevolo iddio.

Con mia grande sorpresa, gradito  dono del Maestro Dionino, memore forse delle mie passioni musicali senza pudore con altre esibite nei miei corsi universitari, un trio di piano, soprano e tenore fu chiamato a introdurre il nostro pomeriggio mistico  con l’esecuzione di due  delle diciassette romanze da Francesco Paolo Tosti composte su testi dell’amico di convento Gabriele  (il convento di Francavilla a Mare trasformato in cenacolo da Paolo Michetti, il pittore della grande tela de La Figlia di Iorio ora conservata nel palazzo della Provincia a Pescara, e  sicura ispiratrice del dramma omonimo dannunziano):  A Vucchella, un ‘divertimento’  delicato e giocosamente ammiccante, deliziosamente giocato su simbolismi tipicamente dannunziani , casti quanto sensuali; e l’ultima (Che dici, o parola del Saggio?)  delle quattro  canzoni d’Amaranta (la contessa Giuseppina Mancini,  una delle vittime, finita folle, del carnefice amoroso, coprotagonista del Solus ad Solam). Francesca Scorretti al piano. Filomena Forino soprano, Diego Caravano tenore, tutti e tre dojoisti, colmarono  delle loro note la grande sala del lasalliano Pio IX aventiniano, creando l’atmosfera più adatta all’evento e caricando il Vegliardo delle energie necessarie  per la gaudiosa … impresa. Un grazie al Maestro,  a Francesca, a Filomena, a Diego. Che le Muse continuino ad esser loro  amiche, li coinvolgano e travolgano nella loro danza, corifei l’Apollo solare,  Diòniso e Pan.

Sì comm'a 'nu sciurillo,
Tu tiene 'na vucchella,
'Nu poco pucurillo,
Appassuliatella
.

Meh, dammillo, dammillo,
È comm'a 'na rusella!
Dammillo, 'nu vasillo,
Dammillo, Cannetella!

Dammillo e pigliatillo,
'Nu vaso piccerillo,
'Nu vaso piccerillo
Comm'a chesta vucchella
Che pare 'na rusella
'Nu poco pucurillo
Appassuliatella.

 

Che dici, o parole del Saggio?

"Conviene che l'anima lieve,

sorella del vento selvaggio,

trascorra le fonti ove beve."

 

Io so che il van pianto mi guasta

le ciglia dall'ombra sì lunga...

O Vita, e una lacrima basta

a spegner la face consunta!

 

Ben so che nell'ansia mortale

si sfa la mia bocca riarsa...

E un alito, o Vita, mi vale

a sperder la cenere scarsa!

 

Tu dici: "Alza il capo; raccogli

con grazia i capelli in un nodo;

e sopra le rose che sfogli

ridendo va incontro all'Ignoto.

 

L'amante dagli occhi di sfinge

mutevole, a cui sei promessa,

ha nome Domani; e ti cinge

con una ghirlanda più fresca."

 

M'attende: lo so. Ma il datore

di gioia non ha più ghirlande:

ha dato il cipresso all'Amore

e il mirto a Colei ch'è più grande,

 

il mirto alla Morte che odo

rombar sul mio capo sconvolto.

Non tremo. I capelli in un nodo

segreto per sempre ho raccolto.

 

Ho terso con ambe le mani

l'estreme tue lacrime, o Vita.

L'amante che ha nome Domani

m'attende nell'ombra infinita.

 

E tanto per concludere con le provocazioni:

Il faut être toujours ivres (Baudelaire)

Un longue, immense, raisonné dérèglement de tous les sens (programma etico-estetico proposto da Rimbaud -ange ou démon?- al poète maudit)

P. S.

Casualità? Presentimento? Novalisiana Ahnung?

Recatomi dal fioraio qualche giorno prima dell’incontro in cerca di una pianticella  da sistemare in un angolo del pianerottolo di casa, optai per una pianta a foglie grandi e larghe, di cui non chiesi il nome. Ora lo so. Il suo nome è Amaranta, l’ ‘immarcescibile’.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Frau Musika. Pedemonte. Promeneur solitaire. Voici venir la nuit. Corbière

Post n°980 pubblicato il 29 Marzo 2018 da giuliosforza

 

Post 900

Quanto io abbia amato Frau Musika, la donna che mai ho tradito e da cui non sono stato mai tradito, tutti sanno. Come ad essa, particolarmente nella sua dimensione sinfonica e da camera, da Beeth in poi al suo culmine Wagner (nel quale la voce è strumento tra strumenti, con essi dialoga senza prevaricazioni e  privilegi,  per cui anche l’Opera è in realtà tutta una  lunga sinfonia) ed ai suoi epigoni, abbia dedicato tutti i miei pensieri di uomo e le mie riflessioni di teorico del fatto estetico in generale e di quello poetico e musicale in particolare (Ut pictura poesis, ut pictura et poesis musica, ut pictura et poesis et musica chorea), tutti sanno. Ma non tutti sanno che di essa io mi sono nutrito come del pane quotidiano, dentro e fuori casa, per tutta la vita. Ed ora che la vecchiezza non mi consente che rarissimamente di recarmi a venerarla nei suoi santuari, in questo tempo della grande Attesa la mia casa stessa ho trasformato in suo santuario. Tutto il giorno il mio stereo è sintonizzato sul quinto canale Rai Classica, ch’io sia presente o assente, che riposi o che vegli, intento alle faccende domestiche, alla lettura o alla scrittura. Desidero che le pareti della mia casa e tutto quanto in essa contenuto se ne impregnino, e ne traspirino, e ne risuonino anche quando avrò cambiato dimora, disciolto nelle cose o proiettato nell’Urklang di un universo allietato dai concerti delle schiere angeliche. Questo il mio desiderio, questa la mia speranza. E che un misericordioso Iddio li esaudisca.   

 

*

Leggo con piacere che una stele a ricordo del maestro Giacomo Pedemonte, a mezzo secolo dalla scomparsa, è stata scoperta nella chiesa di Sant'Ambrogio, o del Gesù, di piazza Matteotti a Genova, dove l'insigne musicista, nativo di Pontedecimo e al quale Genova ha intitolato una strada a Sampierdarena, fu apprezzato organista per oltre 52 anni. La stele, opera di Andrea Dagnino, è stata offerta dagli ex allievi Eugenio e Rossana Albertoni e riporta le parole di apprezzamento a Pedemonte da parte del cardinale Siri. 
Dopo che con Clemente Pagliassotti, primo violino al Santa Cecilia di Roma, e Pegreffi (il padre di Elisa, secondo violino del famosissimo Quartetto italiano e violinista egli stesso al Carlo Felice) ebbi la fortuna di studiare con lui armonia e contrappunto negli anni Cinquanta. L’avevo conosciuto un 8 Dicembre di non ricordo quale anno nella basilica dell’Immacolata in Via Assarotti ad un concerto al Grande organo a quattro tastiere: suonava una fuga di Bach (mi par la notissima in re minore) ed un pezzo per sola pedaliera, un pezzo di bravura non ricordo di chi ch’era miracolo ch’egli, minuto com’era, potesse eseguire. Ma lo fece, e magnificamente lo fece. Da quel giorno ci frequentammo, non mancai a un sola delle sue esibizioni, ma quando gli chiesi che mi desse lezioni fu titubante: conoscendomi sapeva quanto io fossi disordinato, capriccioso e restio a stare alle regole. 

G. Pedemonte aveva studiato al Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Milano diplomandosi in pianoforte e organo, e dal 1922 tenne la cattedra d'organo nel Liceo Paganini; scrisse molte e apprezzate pagine per organo e opere vocali. Una di queste, inedita, è in mio possesso: un inno religioso di squisita fattezza, semplice e complesso insieme, capace di coniugare con estrema eleganza classicità e modernità.

Giacomo Pedemonte: un’altra grande figura che mi piacerebbe ritrovare in uno dei paradisi che sogno, settore Artisti, dove vivono la loro vita eterna i pochi uomini superiori della cui sensibilità e del cui pensiero è, stando a Gabri, rappresentazione il mondo e che ebbero come unico ufficio la celebrazione e la difesa della bellezza.

 

*

 

Da Aristotele, Montaigne, Rousseau, Beethoven, Baudelaire, Nietzsche, Walter Benjamin ho appreso a pensare passeggiando. Anche in quest’alba il Parco delle Sabine, trasformato in un immenso tappeto giallo dalla finalmente risorgente Persefone, m’avrà  pensoso promeneur solitaire, o svagato flȃneur.  Lo spirito di Jean-jacques particolarmente, che da troppo tempo trascuro, mi sia di compagnia, e con lui Michel, Ludwig, Charles, Fritz, Walter. Lo Stagirita, che non mi è particolarmente amico, può anche non scomodarsi. Il Mistero della Vita che da sotto le zolle riesplode a colorare il mondo, e che anche nelle mie membra  torpide penetrando, e aprendosi faticosamente la strada per i meandri delle vene semioccluse, attinge cuore e cervello, avrebbe bisogno di ben altro cantore. Ma ecco io me ne lascio avvolgere, e lo respiro a pieni polmoni, incurante dei legnosi scheletrici runners (così “barbaramente” amano dirsi) tutti intenti al calcolo dei battiti cardiaci e delle calorie consumate,  solo attento ai bambini (da cui, fiori tra i fiori, il Mistero della Natura  rinnovantesi più traspira) che si rincorrono o rincorrono merli e cornacchie, non avendo più gentili volatili non ancora trasmigranti a disposizione. E intono col Francofortese il canto della Primavera e con lui ne godo l’incanto.

Wie herrlich leuchtet / Mir die Natur! / Wie glänzt die Sonne! / Wie Lacht die Flur!

Es dringen Blüten / Aus jedem Zweig, / Und tausend Stimmen / Aus dem Gesträuch.

Und Freud und Wonne / Aus jeder Brust. / O Erd’, o Sonne! / O Glück, o Lust.

…………………

Come magnificamente risplende per me la Natura! Come brilla il Sole/ Come tutta la vegetazione sorride! Spuntano fiori da ogni ramo e mille voci da ogni cespuglio. E gioia e incanto da ogni petto.  O Terra, o Sole, O felicità, o Volutta!

*

E’ questo, decisamente, un pomeriggio di gaudiose, e malinconiche, nostalgie. Ho appena terminato di scrivere di Pedemonte che alla radio ascolto due melodie valdostane struggenti: Voici venir la nuit (elaborazione per quattro voci di Arturo Benedetti Michelangeli) e Montagnes  valdôtaines, dal 2012 inno regionale ufficiale. Nostalgie perché? Non solo perché le ascoltai e le cantai già negli anni adolescenziali, ma perché, nella mia elaborazione per quattro voci dispari, furono due dei pezzi non dico forti, ma sicuramente d’effetto, del mio Coro Metanoesi ai suoi primordi. Un buon motivo per tentare di riunire i frammenti del gruppo e trascorrere una intera giornata di rievocazioni, magari al caldo del caminetto, attorno ad una polenta fumante (una delle mie specialità, polenta alla salsiccia di fegato stagionata) nella mia casetta di montagna. Ragazzi, preparatevi e ripassate. Eccovi i testi. Ne troverete facilmente lo spartito in rete.

1)

Voici venir la nuit là-haut sur la montagne / et le soleil s’enfuit à travers la campagne. / et l’on entend / le montagnard / chanter dans la prairie / le doux refrain d’amour / qui charme mon amie / et tralala…

Voici la fin du jour et les jeunes bergères / pensent à leurs amours en disant leurs prières. / Et l’on entend….

La cloche du hameau résonne en distance / le son du chalumeau nous invite à la danse. / Et l’on entend…

2)

Montagnes valdôtaines vous êtes mes amours, / hameaux, clochers, fontaines, vous me plairez toujours. / /Rien n’est di beau que ma patrie / rien n’est si doux que mon amie. / Ȏ montagnards, ô montagnards, / chantez en cheur / chantez en choeur / de mon pays de mon pays / la paix et le bonheur./ Halte-là halte-là halte-là / les montagnards les montagnards / halte-là halte-là halte-là / les montagnards sont là / les montagnards les montagnards / sont là.

*

Ho studiato teologia, ma non sono un teologo, ho studiato e scritto di filosofia ma non sono un filosofo, ho studiato e scritto di musica, ma non sono un musicista, ho studiato e scritto di poesia e ne ho io stesso prodotto, ma non sono un poeta. Che dunque sono? Sarebbe troppo semplice rispondere: un dilettante d’ingegno che gode a raccoglier come Matelda fior da fiore, o un cialtrone della cultura curioso di tutto ma incapace di andare a fondo di nulla. Troppo facile e troppo semplice. Innamorato (antistoricamente?) dell’uomo totale, che dissi Ganzmensch in ossequio a i miei padri spirituali di Turingia, coi francesi i più diletti, pensai non potersi più concepire, con buona pace di Platone e di Goethe, l’uomo-parte, l’uomo di un sol mestiere, il Teilmensch, o il rousseauiano homme fractionnaire, nell’epoca dell’alienazione, dell’ansia asfittica dell’Homo faber tecnologico, che ha visto fallire l’ideale ambizioso del così detto umanesimo del lavoro (contraddizione in termini, ché se il lavoro si umanizza cessa di essere lavoro e si fa ludus), riducendosi ad arida appendice  della macchina programmatica che qual truce Cerbero graffia gli spirti, ed iscoia e disquatra (Inferno, VI, 18); nell’epoca della heideggeriana denkende Dichtung, del pensiero poetante, della poesia pensante. Ma non mi voglio prendere troppo sul serio. E diletto il lettore con una citazione di Tristan Corbière (uno dei poètes maudits raccontati da Verlaine), autore di un sono libro, ma che libro!, dissacratore: Les Amours jaunes, Gli Amori gialli, che tutte le librerie mi danno per fuori catalogo e che perciò posso citare solo nella traduzione italiana di Giuseppe Montesano, l’autore di quel tomo di 2000 pagine uscito da Giunti, e di cui tempo addietro dissi su questo Diario, dal titolo Lettori selvaggi. In questi versi-non versi che riporto, il poeta-non poeta del dolcefarniente, l’unico tra i maudits che con Isidore Ducasse conte Lautréamont poté permetterselo, spinge i suoi paradossi (sotto i cui colpi di “metronomo impazzito…si spezzava la logica della Poesia: rotta e  fratturata da trattini usati ossessivamente come segnali di interpunzione; rintronata da assordanti e pre-céliniani punti esclamativi che suonavano come bacchette metalliche su una smisurata percussione; interrotta da traits-d’union che formavano parole per devastare i significati univoci: «falso-fiore», «farfalla-papavero», «Venere-Cotone»; scucita da punti sospensivi che sgretolavano metrica e ritmo in salti logici, e mandavano in tilt la sintassi… (in Montesano, ivi p. 971) fino a irridersi, con effetti logici e comici sorprendenti, e a irridere il lettore, in questo caso me, appena reduce dall’essermi posto la domanda: chi sono?, e dall’essermi risposto in modo artificioso. La vera risposta fosse  nei cinque tetrastici degli Amours jaunes che seguono?:

Don Giovanni d’ideale, - senza idea; / Ricca rima, e – mai rimata; / Senza essere stato, - ritornato; / Ritrovandosi dovunque perduto.

Poeta, a dispetto dei suoi versi ; / Artista senz’arte, - a rovescio, / Filosofo, - a casaccio.

Un buffone serio, - per niente buffo. / Attore, non seppe il suo ruolo; / pittore: suonava la musette; / e musicista: - con la tavolozza.

Una testa! – ma senza testa: / Troppo folle per saper essere idiota; / Prendendo per un motto di spirito la parola issimo; / -i suoi versi falsi furono i soli veri.

Fu un vero poeta: non sapeva cantare. / Morto, amava la luce e disprezzò il lamento. / Pittore: amava la sua arte – Dimenticò di dipingere… / Vedeva troppo – E vedere è un accecamento ( in Montesano, ivi, pp. 973-974)  

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 




 

 

 

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati  sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Ferrarotti alla Rocca dei Papi. Istituto universitario "Progetto Uomo". Di uno dei miei cento bastoni

Post n°979 pubblicato il 24 Marzo 2018 da giuliosforza

Post 899

Chi non conosce la Rocca dei Papi di Montefiascone ignora uno dei luoghi più spettacolari d’Italia. Dal suo culmine tutta la Tuscia etrusca si offre all’occhio ammirato: il lago di Bolsena, nel quale si specchia, con le due isole Bisentina e Martana (luogo di prigionia e di assassinio di Amalasunta, figlia del Goto Teodorico; del martirio, secondo leggenda, di Santa Cristina  patrona di Bolsena e, più amena memoria, delle crapule di papa Martino IV a base di  anguille di Bolsena e di vernaccia -quanta mala patimur pro ecclesia sancta Dei!); i monti Volsini che alla Rocca fanno corona, oltre i quali si respira già aria di Toscana e di Umbria, i Cimini e il mare. Non meraviglia quindi che l’immensa sala della Rocca papale, miracolosamente salvatasi dalle offese del tempo, periodicamente accolga eventi di grande rilievo come loro superba ed esclusiva ambientazione. Anche  l’Istituto Universitario per operatori di comunità Progetto Uomo, affiliato alla Università Pontifica Salesiana (fondato e   diretto dal dinamico Nicolò Pisanu) che da qualche anno ha sede in Montefiascone, lo sfrutta per le sue più solenni occasioni, quali l’inaugurazione degli Anni Accademici e le varie manifestazioni culturali (convegni, conferenze, dibattiti, trattenimenti ludici) che lungo l’anno ne punteggiano l’attività. Cotanto spettacolare scenario ha accolto, in un rigidissimo ma serenissimo cinque marzo, un esterrefatto (confessa di non aver mai trovato al mondo sala più straordinaria di quella) Franco Ferrarotti splendido novantaduenne, invitato a intrattenere il pubblico studentesco su uno scottante tema di attualità: i benefici (pochi), i danni (tanti), che l’epoca della “civiltà tecnologica virtuale” (uno di più subdoli ossimori, a rifletterci bene) procura alla civiltà del libro, e, più in generale, all’umanesimo pedagogico. Le opinioni di colui che può ritenersi con buona ragione il fondatore della sociologia italiana (ero assistente volontario di Volpicelli presso il Magistero di Roma  quando  Volpicelli, di formazione gentiliana, lo chiamò giovanissimo presso l’Istituto di Pedagogia da lui diretto, superando la diffidenza attualistica nei confronti  delle nuove discipline socio-pedagogiche e psico-sociologiche,  e  così allargando il ventaglio di quelle previste nel tradizionale curriculum del corso di laurea in Pedagogia) sono ben note: nei suoi innumerevoli libri, nei suoi interventi giornalistici, nelle sue conferenze in tutto il mondo  egli conduce una strenua battaglia , pur ritenendola  persa, contro l’invadenza  dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, che considera distruttori del pensiero critico-creativo e autori del più tremendo attacco all’intelligenza, per la definitiva disumanizzazione dell’umano che minaccia, mai nella storia condotto da qualsivoglia altra orda barbarica. Con la sua nota oratoria e  l’energia di un trentenne,  Ferrarotti ha intrattenuto per oltre due ore un pubblico attentissimo di giovani figli del tempo che allo Zeitgeist può parere in partenza insensato tentar di sottrarre. Cosa che Ferrarotti ben  sa,  ma che non gli impedisce di infierire contro i responsabili della morte del libro (“vorrei salvarlo con respirazione bocca a bocca” ) e di spingere  a fondo le sue provocazioni contro le vittime inermi ed inerti dei prepotere della affabulazione virtuale. E ben fa. Insinuare il germe del dubbio nelle anime giovanili, ahimé per natura fin troppo disposte (nonostante le pose contestatrici e pseudorivoluzionarie) ai dogmatismi e ai plagi, scuoterne le coscienze già imbottite di soporiferi, è di somma importanza, se si vuole sperare che quanto di buono è, e di certo ve n’è, nelle nuove tecnologie comunicative, non sia soffocato,  estrema iattura, da quel tanto di pessimo che in esse sicuramente è.

Io, che gli anni  e le vicende del pensiero han reso disincantato, ho seguito Ferrarotti con autentico piacere ascoltando dalla sua voce, diversamente e brillantemente detto, quanto avevo fin da giovane letto in Gabriel Marcel, l’autore col quale ebbi il piacere di corrispondere in occasione della stesura della mia tesi di laurea, poi stampata col titolo di Metaproblematico e Pedagogia. Motivi marceliani. Marcel, convertito dall’hegelismo a una sorta di socratismo cristiano (socratico cristiano egli desiderava, se proprio necessario, esser definito e non esistenzialista cristiano, come i manuali amavano ed amano etichettarlo) aveva dedicato ai temi della disumanizzazione, del massismo e dell’egualitarimo abbrutenti ( figli della “scienza” e della sua figlia maggiorata, la tecnica, causanti un trauma ontologico, prima esaltante poi deludente) le sue pagine più belle, contrapponendo ragione partecipativa a ragione oggettivante, mistero a problema, riproponendo, in linguaggio filosofico o drammatico sempre suggestivo, temi classici come Amore, Comunione Ontologica, Fedeltà, Speranza, di cui con eccessiva superficialità e non impunemente l’umanità si è disfatta; al problematico contrapponendo il metaproblematico, allo spirito di oggettivazione lo spirito di partecipazione che il Mistero ontologico garantisce. Ferrarotti, seppur con parole diverse, ha riproposto quei temi, per altro intonando un inno, quasi una trenodia, alla fine dell’Homo Humanus’ destinato  fatalmente a soccombere. Io, più ottimista, spero s’inganni, fiducioso che una qualche Provvidenza, o una qualche  hegeliana List der Vernunft , travolga l’Homo cyberneticus e lo restituisca alle chiarità dell’alba dei tempi,  quando gli astri del firmamento danzavano in coro e i figli degli uomini lanciavano grida d’allegrezza”.

P. S.

Mi auguro che l’Istituto Progetto Uomo, a cui voglio bene per avergli dedicato, spero non disonorevolmente, dodici anni, lunghissimi e brevissimi, del mio post pensionamento da Roma Tre, poco per volta si impadronisca di tutta la Rocca Rocca, sottraendola all’assedio dell’Istituto del Verbo Incarnato (una congrega, mi si dice, ma è sicuramente una vile calunnia, di fondamentalisti pericolosi per le sorti della Conoscenza) che la stanno insidiando dalla parta bassa di essa, in cui si sono saldamente insediati.    

 

*

 

Il bastone con cui oggi sono uscito, uno dei miei cento dieci bastoni personalizzati (tale e tanta  è, evidentemente, la mia inconscia necessità d’appoggio e di sicurezza!), non è uno dei più belli né dei più robusti, ma certamente uno dei più ricchi di senso. Ha come impugnatura un volatile dal variopinto piumaggio che potrebbe far pensare a un pellicano (pie pellicane, Jesu Domine, me immundum munda tua sanguine!) ma che a me all’epoca (anni ottanta?) piacque pensare come una fenice, l’uccello che ogni cinquecento anni muore bruciato per poi risorgere dalle sue ceneri; un uccello dall’alta simbologia, dunque, degno di  un altrettanto alto e nobile commento poetico  (non i miei soliti versicoli). Ricorsi così al Goehte del West-östlicher Divan e di Sprüche und Aphorismen,  e alla Gaspara Stampa del Canzoniere. E trascrissi sul bastone i nove versi seguenti, otto del Francofortese ed uno (citato ne  Il libro segreto dannunziano) della Cortigiana veneta, che hanno a che fare col fuoco, il divenire e le rinascite, temi cari al Vegliardo da sempre ma soprattutto, e ben se ne comprende il motivo, nei melanconici giorni dell’Attesa.

 

Sagt es niemand, nur den Weisen,
Weil die Menge gleich verhöhnet,
Das Lebend'ge will ich preisen,
Das nach Flammentod sich sehnet
.

(Non ditelo ad alcuno, ditelo solo ai saggi, ché la plebe ne riderebbe: voglio elogiare il vivente che brama la morte tra le fiamme).

 

E dagli Aphorismen:

 

Und so lang du das nicht hast,

dieses Stirb und Werde,

bist du nur ein trüber Gast

auf der dunklen Erde.

(E finché non hai ben in mente impresso Muori e divieni, sei soltanto un ottuso ospite sulla buia terra.)

 

Di Gaspara infine, contemporanea del Nolano, il verso che ho sempre immaginato poter essere all’Arso vivo del Campo dedicato: Vivere ardendo e non sentire il male.

 

_______________________

 

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 
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Il contagio dannunziano parte seconda

Post n°978 pubblicato il 12 Marzo 2018 da giuliosforza

 

Post 898

(segue dal post 897)

ad osare solo dopo aver, nell’introspezione diuturna, nella diuturna meditazione, scavato in fondo a sé stessa per trovare in quel fondo le stesse radicazioni dell’universo e di Dio, il senso ultimo della Verità (rousseauiano sondare  nel pozzo del proprio cuore, agostiniano rientrare in sé, ché in interiore homine habitat veritas).

Quale più alto programma educativo?

Avvicinarsi a D’Annunzio è avvinarsi non solo a colui che ha celebrato la “bellezza del mondo, il dinamismo del pensiero, l’unicità del vivere” (Guerri) come nessun altro, ma a colui che ha offerto sé stesso in sacrificio (come ogni grande creatore che nel dolore partorisce e con depressioni e sconforti indicibili e inconcepibili dal profano paga lo scotto delle sue estasi e delle sue esaltazioni) per l’umanità, per riscattare l’uomo e il suo stesso presunto Liberatore (Erlösung dem Erlöser, Parsifal wagneriano) da sé stesso, e avviarlo al superuomo. E ciò usque in finem. Il tetrastico evocato a conclusione del Libro Segreto, che ai bigotti piagnoni evoca il fallimento del progetto vitalistico d’annunziano, ne fa testimonianza. Il 

 

Tutta la vita è senza mutamento

ha un solo volto la malinconia

il pensiere ha per fine la follia

e l’amore è legato al tradimento

 

è prova di uno di tali momenti di angoscia inesprimibile da cui nemmeno il Cristo fu alieno (Tristis est anima mea usque  ad mortem… Deus meus, deus meus, ut quid dereliquisti me?’). ma non può essere inteso che nel complesso dell’opera totale, dagli scritti giovanili alle prose giornalistiche, ai grandi romanzi, alle raccolte poetiche, ai drammi italiani e a quelli francesi, alle prose così dette intimistiche e memorialistiche (dico i così poco frequentati Notturno, Le faville del Maglio, Di me a me stesso, Taccuini, e naturalmente il Libro segreto) nei quali l’itinerarium mentis (et cordis, aggiungerei) in deum (quale che sia il dio d’annunziano) è soprattutto un itinerario estetico che si disnoda fra  triboli e  spine sì, ma soprattutto fra rutilanze di colori e fragranze di profumi, tra fiori e canti ed inni ed urla di gioia alla Vita che, sempiterna, celebra nell’universo, in quell’universo primieramente che è il cuore dell’uomo, i suoi fasti.

Se è vero che Angedenken an das Schöne/ ist das Heil der Erdensöhne  (“nella contemplazione del bello è la salvezza dei figli della terra”: due versi goethiani dai quali discende, ma chi lo nota?, l’abusatissimo dostoevskjiano “la bellezza salverà il mondo”), al Pescarese deve guardarsi come all’apostolo insuperato della Bellezza, come a Colui  che il Bello più di ogni altro in sé-opera-d’arte-totale incarna, celebra, gode e soffre, e addita, lui, l’immanentista panteista irriducibile, come possibile auspicabile esito trascendente di una teleologia infine per il Bello salvifica. Ens et Pulchrum per Gabriele convertuntur, Bello è l’attributo essenziale di quell’Iddio “che nel dì novissimo rinnovellerà il volto dei suoi eletti a simiglianza della sua Bellezza recondita”, come a lettere cubitali fa scrivere tutt’intorno alla volta della cappella del tempio del suo battesimo, il San Cetteo dalla sua munificenza ridonato a vita e splendore novelli, in cui volle dalla tomba interrata di  San Silvestro traslate le spoglie dell’adorata, “santissima Madre”.

E’ troppo chiedere che D’Annunzio, al pari di Dante, sia introdotto come classico obbligatorio nei programmi delle scuole della Repubblica? Come, e più di Dante, Egli è moderno, ma, soprattutto, come Bruno e Nietzsche, è futuro: verrà il giorno in cui la Conoscenza, da troppo tempo pregna, finalmente partorirà il superuomo, l’uomo “estetico” dalla sensibilità (aisthesis)  raffinata, dilatata,  rimbaudianamente s-regolata: la sensibilità del Corpo (dell’Iddio) cosmico. Sarà quello il suo Giorno, e il Giorno della nostra impavida speranza.

Nitimur in vetitum.

 

Civitavecchia 12 05 2013

 

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* Dell’intervento, tenuto a braccio a conclusione del convegno di Civitavecchia del 12 Maggio 2013, do qui una ricostruzione più ordinata, di proposito per altro mantenendole quel carattere disinvoltamente, goliardicamente ludico e quello stile discorsivamente affabile che ad un vegliardo si perdonano.

 

*

A MO’ D’APPENDICE

 

Brevi divagazioni su Alcyone e su Il Piacere

 

Indubbiamente Alcyone con Maia brilla di più sfolgorante luce fra le cinque Pleiadi dannunziane.

Quello che Enrico Thovez, simpatico rodomonte, forse antenato per via materna (Maria Berlinguer) del mite marchese catalano Enrico Berlinguer segretario pcista, e primo e più accanito denunciatore dei presunti “plagi” dannunziani, era solito dire provocatoriamente di Callimaco e di Saffo, cioè che avrebbe volentieri dato tutta la letteratura italiana per un loro verso, io mi sento di dirlo, un po’ meno  provocatoriamente, di D’Annunzio: per un verso di Alcyone darei, se non  tutta,  buona parte della letteratura italiana contemporanea.

 

Chi voglia penetrare lo stile e l’anima del Poeta e non sia disposto a lasciarsi fascinare, spoglio di pregiudizi pre-critici e di riserve mentali, dall’attonito mondo alcionico ed in esso nudo profondare, rinunci. E’ necessario offrirglisi, abbandonarglisi, semplicemente e totalmente, come a una grazia di Dio; lasciarsi trascinare da suoi ritmi come da un'onda di musica wagneriana; attoniti attendere, come Berenson bambino in contemplazione davanti ad un quadro, che l’Opera da sé si dis-veli e parli “dentro”.

A questo fine non giova far precedere all’immersione la lettura delle sagge e fredde analisi introduttive dei critici. Le analisi sono anatomie. E le anatomie, è risaputo, vogliono il cadavere. Esse si esercitano in corpore vili. E corpo vivo è invece l’Opera nella quale stai per tuffarti. Sarebbe come avviarsi ad un banchetto con l’animo non di chi voglia godere dei profumi e dei sapori dei cibi ma di chi voglia sottoporli ad un esame di laboratorio. Cosa buona e prudente è dunque  non farsi avviare, o sviare, alla lettura dal dotto critico e dalle sue erudite e cavillose introduzioni. Se mai ad esse, per pura curiosità, potrà tornarsi in fine, ormai attrezzati  all’uopo. Ma si sarà allora già usciti d’estasi, già riemersi, si sarà, dal gorgo, si potrà, per puro gioco, problematizzare, fuor d’emozione e di commozione, col disincanto del critico, l’improblematizzabile. Per gioco, ripeto, per puro gioco.

 

La fortuna dei critici sono gli scrittori. Quanto più gli scrittori son grandi tanto più i …rampicanti (non oso per rispetto dirli parassiti) hanno spazio ed opportunità per abbarbicarsi, come un’edera al tronco di un sequoia. Ma la sfortuna dello scrittore, quanto più grande esso è, sono i “cattivi” critici. E del lettore. Nessuno come il  critico “cattivo” è in grado di attossicare il cibo al quale ti avvicini bramoso di nutrirtene e di goderne. Egli spende il suo tempo ed il suo talento (ne ha, sovente, di talento, anche grande, ne ha di ingegno, non ha, ahimé, di genio, ed è ciò probabilmente a rodergli, a renderlo astioso e bilioso, a farne quella “vendetta dell’intelligenza sterile nei confronti dell’arte creativa” che, secondo Elias Canetti, è) a trovare il pelo nell’uovo, a sfogare tutta la sua burbanza e pedanteria con mille ma e mille se, felice quando glie se ne offre l’occasione da un inciampo, da un incidente di percorso, da una caduta di stile, che è così naturale (non può esser perennemente teso l’arco della creatività), se “spesso anche il grande Omero sonnecchia”. Naturalmente non tutti i critici dannunziani sono “cattivi”. Francesco Flora era, ad esempio, delizioso. A leggerlo hai la felice impressione dell’affabile forbito signore che con finezza garbo ed intuito ti introduce alla gioiosa fruizione dell’opera d’arte. E sa farlo con fine arte maieutica e poietica, con pudore e rispetto,

Di tutti i critici dannunziani egli fu certo il migliore. Degli attuali, per quanto riguarda Alcyone, Gibellini e Roncoroni sono indubbiamente i più dotati, e per di più la loro analisi non è viziata da quei pregiudizi ideologici che caratterizzarono e caratterizzano gli antidannunziani viscerali, anche se i ma e i se e i distinguo del comasco, sinceramente fastidiosi. Giordano Bruno Guerri, poi, in veste di narratore disincantato e insieme appassionato, e Annamaria Andreoli in quella di critica ma soprattutto di eccellente biografa, rappresentano due casi a sé di illuminata dedizione alla causa del Vate, ne sono uno il   Giovanni l’altra la Maddalena, e noi fanatici ne siamo loro grati.

Tra le tante accuse che accompagnarono, soprattutto agli esordi, il Pescarese, quelle di plagio furono sicuramente le più numerose. Per lo più accuse ridicole e risibili, dettate da acrimonia, come ridicoli e risibili i loro autori, compreso l’Olimpico Croce.  Non c’è artista che non abbia bisogno di uno spunto, di una spinta, di una qualche “poca favilla”, cui “gran fiamma seconda”.

Esplicitamente lo riconobbe Goethe quando scrisse: “Jeder grosse Künstler”, cito dall’almanacco Mit Goethe durch das Jahr,  reisst uns  weg, steckt uns an, ogni grande artista ci attira a sé, ci contagia”. Ed esplicitamente lo riconobbe lo stesso D’Annunzio quando, già nel suo primo capolavoro, Il Piacere, scrisse:

“Gli (ad Andrea Sperelli) vennero alla memoria i primi versi di una canzone del Magnifico:

“Parton leggieri e pronti

Dal petto i miei pensieri…”

Quasi sempre, per incominciare a comporre, egli aveva bisogno di una intonazione musicale datagli da un altro poeta; ed egli usava prenderla quasi sempre dai verseggiatori antichi di Toscana. Un emistichio di Lapo Gianni, del Cavalcanti, di Cino, del Petrarca, di Lorenzo de’ Medici, il ricordo di un gruppo di rime, la congiunzione di due epiteti, una qualunque concordanza di parole belle e sonanti, una qualunque frase numerosa bastava ad aprirgli la vena, a dargli, per così dire, il la, una nota che gli servisse da fondamento all’armonia della prima strofa. Era una topica applicata non alla ricerca degli argomenti ma alla ricerca dei preludii”. (edizione zanichelliana tascabile del 2009, introdotta da Eugenio Ragni, pag.235).

Roncoroni puntualmente, con zelo forse eccessivo, insiste nel mettere in risalto i presunti, numerosi debiti di D’Annunzio alcionio nei confronti del simbolista Henri de Régnier, di lui pressoché coetaneo (1864-1936), soprattutto quello dei Jeux rustiques et divins  usciti nel 1897. Mi sono procurato, scaricandola da internet, la raccolta régnieriana e la sto leggendo attentamente. Ebbene, se è innegabile che lo stesso clima panico si respira nell’opera, per me assai godibile, del Poeta di Honfleur, e da essa prendono abbrivio molte situazioni alcionie, vero è pure che  di molto queste superano i modelli originali in afflato, evocatività, contagiosità; gli stessi modelli, seppur di valore, dalla perizia lirica e linguistica dannunziana vengono ulteriormente valorizzati, reinseriti come sono in nuovo, preziosissimo castone che ne esalta il primitivo splendore.

In quarta di copertina del volume (Oscar Mondadori, 1982) si fa finalmente piazza pulita delle pedanterie e si va al sodo. Senza più i cavilli ermeneutici dell’interprete togato, che presume di anticipare al lettore ciò che dell’opera  sarebbe vivo e ciò che sarebbe  morto, vietandogli il gusto di scoprirlo eventualmente da sé (non risparmierebbero gli editori se ci liberassero dalle dotte disquisizioni introduttive e ricorressero ad un semplice chiosatore di redazione per quel minimo di note indispensabile alla comprensione del testo?), in poche parole vien detto l’essenziale, quanto al lettore basta per motivarsi all’impresa (ché una vera e propria impresa è tentar di penetrare l’arcano insondabile di un’Anima grande distesasi sulla carta), per la quale occorrono curiosità, disponibilità, apertura mentale, intelletto scevro da pregiudizi di ogni sorta  (gli idòla specus tribus fori theatri), umiltà. Cito integralmente:

 

Alcyone, terzo libro, dopo Maia ed Elettra, delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, è unanimemente considerato il capolavoro del D’Annunzio poeta. In esso, vero e proprio diario lirico di una breve stagione estiva vissuta tra le colline di Fiesole e le spiagge della Versilia, tra le Apuane e il mare e, nel contempo, storia di un impossibile sogno di totale divinizzazione dell’uomo attraverso i sogni e attraverso il mito, D’Annunzio trasfigura e traduce musicalmente sensazioni, impressioni e immagini e scardina il lessico, la sintassi e il metro tradizionali per conseguire il massimo della suggestione e dell’estasi panico-naturalistica. Con le sue 88 poesie, perfetta sintesi di immediatezza lirica e di elaborazione tecnica, di “natura” e di “arte”, Alcyone rappresenta il momento più felice della creatività dannunziana e segna il punto di partenza di tutte le esperienze poetiche novecentesche”.

 

*

Delle quattordici Upanishad vediche, o commentari, trasmessi per lo più oralmente e solo tardivamente raccolti, una solo ne conosco bene, per averne fatto oggetto di un corso accademico nei primi anni novanta per il ciclo “La Pedagogia dei grandi Libri”: il Bhagavad Gīta, che per taluni studiosi sarebbe oltre tutto entrato abusivamente nel catalogo upanishadico. Ne ho solo perciò nozioni raccogliticce, tratte, in prima seconda o terza mano, dalla traduzione latina settecentesca di Anquetil-Duperron.

Una delle mie predilette citazioni, oltre al Tat twam asi, approssimativamente tutta questa Vita sei tu, caro al Wagner che lo dedica a Cosima in una notte stellata di Bayreuth, trovai per la prima volta proprio ne Il Piacere, là dove Andrea, in convalescenza (“purificazione e rinascimento”) per le gravi ferite riportate in duello, s’abbandona all’estasi panica  nel giardino di Schifanoia in compagnia di Krishna Schelley e Byron (“Are not the mountains, waves and skies, a part of my soul, as I of them?... I live not in myself, but I become Portion of that around me; and to me high mountains are a feeling” –Byron, Childe Harold’s, III, 75 e III, 7):

 

“Hae omnes creaturae in totum ego sum et praeter me aliud ens non est”.

Tutte queste creature in tutto io sono, e fuori di me non è altro essere”.

Non son forse già qui tutto Bruno, tutto Spinoza, tutto Hegel, tutto Beethoven, tutto Goethe, tutto Schelling, tutto Wagner, tutto Nietzsche, tutto Gentile, tutto D’Annunzio?

 

Amor labor vitast. Risus quoque vitast. Et mihi confricor (Formiggini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Il contagio dannunziano. Parte prima

Post n°977 pubblicato il 12 Marzo 2018 da giuliosforza

Post 897

Nel 2013, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dannunziano, tenni per gli amici di un circolo culturale di Civitavecchia un discorso che riporto qui senza mende. E’ il mio modo di onorare oggi il 158° compleanno del Pescarese.

IL CONTAGIO DANNUNZIANO*

 Chàirete Dàimones!

A voi il mio saluto classico, e con esso il saluto di Colui dal quale l’appresi, il “Folle” di Röcken, quel Friedrich Nietzsche (“il Barbaro enorme/ che risollevò gli iddii sereni/ dell’Ellade su le vaste porte/ dell’Avvenire”) che del panico Ermapollodionisio pescarese (mio è l’endecasillabo), fu Maestro fra i maestri; al nome del quale, e non certo solo per l’ode celebrativa “Per la morte di un Distruttore”, il suo nome sarà per sempre legato, alla cui Ombra sarà la Sua in eterno inseparabilmente unita, due corni della tessa fiamma, come  l’Ulisse e il Diomede danteschi.

Mi fu data l’opportunità di provare a contagiare della mia passione dannunziana un numerosissimo ed attentissimo pubblico di adolescenti e di giovani, o di spirito giovani, nel nobile liceo intitolato al Vate nella “sua” Città, sulle sponde del “suo” fiume, l’undici marzo scorso, vigilia dell’Anniversario. Ancora caldo e carico di quella grande emozione, una tra le più forti e grandi, se non la grandissima, della mia vita (ché, pur se numerose altre volte abbi occasione di celebrare il vate,  mai mi sarei atteso dagli dei il dono di poterlo fare di fronte ad una platea di adolescenze in fiore nella pienezza della mia ancor vigile vecchiezza, non ancora perciò turpe e tediosa) eccomi ora a voi con l’intenzione di tentar di plagiare, se ce ne fosse bisogno, anche voi della mia passione per Colui che un critico ed uomo politico cattolico, Domenico Magri, in anni in cui pur il solo pronunciare il nome di D’Annunzio era ritenuto blasfemo, ebbe l’animo di celebrarlo, con le parole dal Manzoni  dedicate alla memoria del Còrso (“qui, nell’ode d’Hugo, plus grand que César, plus grand même que Rome/ absorbe dans son sort le sort du genre humain”) come Un di coloro in cui volle Iddio “del creator suo Spirito/ più vasta orma stampar”.

 

Sono qui a dirvi liberamente, senza ritegni, senza remore, senza freni, se non qualche fren dell’arte, affabilmente ma anche affabulatoriamente, ai limiti del cialtronesco (non è forse sfarzo anagramma di Sforza?) della mia  ormai pressoché centenaria passione dannunziana, del mio invasamento, della mia possessione.

Non sono un “esperto” di D’Annunzio, non sono un dannunzista, non sono un filologo, non sono, sia detto senza offesa, uno spulciatore (uno di quelli ai quali dobbiamo la nostra ammirazione e la nostra gratitudine per l’erudita e paziente opera di scavo, di cernita, di ripulitura, di chiarificazione); semplicemente un dannunziano innamorato sono, un “intimo”, anzi intimissimo, di Gabriele, con stigma,  cum labe (et tabe)  originali nunciana conceptus, nato drogato d’abruzzesità e di d’annunzianesimo: come Lui porto “il limo della mia terra (d’elezione) alla suola delle mie scarpe, al tacco dei miei stivali”; i colli e le valli della mia terra equa, dura ed altera come la contigua terra dei Marsi,  respirano abruzzesità con le arie dell’ “Adriatico selvaggio”, del Gran Sasso e della Maiella le quali, travalicati il Sirente, il Velino, i monti della Duchessa, giungono a carezzarli o sferzarli, fresche d’estate, rigidissime d’inverno; ancora l’Ombra del mio possibile avo Muzio Attendolo, fondatore della stirpe sforzesca (potrei aver nelle vene il sangue di uno dei nove figli di Maria da Marzano Contessa di Celano sua moglie) affogato nei turbini del Pescara alle sue foci nel tentativo di strappar loro un suo cavaliero, vaga fra le selve e i monti della mia terra; ancora l’anima di Vittoria Colonna (figlia di  Agnese, figlia di  Battista Sforza e di Federico da Montefeltro, marchesa d’Ischia e di Pescara, confidente e musa ispiratrice -“Un uomo in una donna, anzi uno Iddio”-, nel Cenacolo romano da lei fondato dopo la morte prematura nella battaglia di Pavia del marito Francesco d’Avalos, del solitario di Macel de’Corvi, di Colui che …”nuovo Olimpo/ alzò in Roma ai celesti…”) attraversa con l’Ombra del Sulmonese di stirpe sabella la mia piana del Cavaliere; ancora l’Ombra di Lui, che ebbi ospite assiduo per un trentennio nella casa di via delle Caserme, alla sua casa prossima, messami a disposizione dalla  magnanimità di amici carissimi, colma di Sé, insieme agli Amici di Turingia, i silenzi delle mie stanze romane.

 

Il D’Annunzio di cui vorrei contagiarvi non è certo quello degli stereotipi ricorrenti  che lascio ai cultori di pettegolezzi. Io intendo dirvi di Colui che, come Novalis, intuì il mistero delle cose ed affidò all’arte, che sola ne possiede il segreto, il compito di svelarli; di Colui che fece suo, ed in sé (Orbo veggente, Arcangelo coclite) elevò al massimo grado, spingendolo  fino al parossismo, il programma dall’adolescente Rimbaud (ange ou démon?) affidato al Poeta Veggente: “un long, immense, raisonné dérèglement de tous les sens”; di Colui che, sforzando alle estreme conseguenze il panismo ed il cosmismo bruniani (a loro volta  corollari obbligati delle premesse, cusaniane e copernicane, della Coincidentia oppositorum e del De revolutionibus orbium coelestium, in grado di operare una vera e propria revolutio mentium terrestrium, per le ardite teorie dell’infinità dei mondi, della circolarità dell’essere in cui tutto è centro e periferia, dell’identità di causa creante ed effetto creato, di finito e di infinito, di Dio e Mondo. di Mens super omnia e di Mens insita omnibus: teorie inauguranti l’era dell’immanenza-trascendenza quale tensione interna, eroico furore, “raptamento” atteonico, del particolare che avverte in sé il respiro dell’universale, del Tutto divino che ad ogni ente in cui storicizzandosi si significa conferisce pari divina dignità, fondamento dell’unica possibile ecologia come discorso intorno all’universo mia casa e mio corpo), seppe liricamente rendere (“ par da scorza tu esca”, “sei fatta virente”, heideggeriana, ma già bruniana e nicciana denkende Dichtung, poesia pensante), in tutta la sua vastissima opera, dalle prose e dalle poesie adolescenziali all’estremo, sublime quanto criptico, Libro Segreto o  Cento e cento e cento pagine di Gabriele D’Annunzio tentato di morire, l’invocazione rinascimentale ad una metanoesi e ad una metantropologia che sono ancora tutte, ahimé, di là da venire.  Dell’onnivorace celebratore della Vita voglio dirvi, “dono grande e terribile del dio”, in ogni suo momento ed in ogni suo aspetto, dalla nascita all’odiata vecchiezza, nella gioia e nel dolore, nel bene e nel male, al di là del bene e del male; del curioso insaziabile fino all’estremo anelito, come il Vegliardo dell’incisione giuntalodiana evocata nelle ultime pagine del Libro segreto nella quale un antico Veglio si trascina a fatica col suo girello mentre un cartiglio sulla sua testa recita “Anchora apprendo”; di Colui che nel Notturno confida: “Nulla sfugge agli occhi senza posa attentissimi che la natura mi ha dato e tutto m’è alimento e aumento. Una tal sete di vivere è simile al desiderio di morire e di eternarsi” (parole da incidere, come programma che tutti gli altri annulli, sugli architravi e sugli stipiti delle porte di ogni scuola, dal giardino d’infanzia all’Università); di Colui che con il sindacalista Alceste de Ambris s’inventa nella Carta del Carnaro la più “bella” costituzione del mondo, che tenta in Fiume la costruzione di uno stato etico in quanto estetico, che nei “Fondamenti” (art.14) scrive:

 

“Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nelle università dei Comuni giurati:

“la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà:

l’uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono:

il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia ben eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.”;

 

che sesta corporazione dice quella comprendente

 

 “il fiore intellettuale del popolo: la gioventù studiosa e i suoi maestri: gli insegnanti delle scuole pubbliche e gli studenti degli istituti superiori: gli scultori, i pittori, i decoratori, gli architetti, i musici, tutti quelli che esercitano le arti belle, le arti sceniche, le arti decorative”;

 

che  prefigura ed auspica la decima (Energeia Euplete Euretria)  come quella non avente

 

arte né novero né vocabolo. La sua pienezza è quella che è attesa come la decima Musa. E’ riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento. E’ quasi una figura votiva consacrata al genio ignoto, all’apparizione dell’uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ànsito penoso e il sudore di sangue.

E’ rappresentata, nel santuario civico, da una lampada ardente che porta inscritta una antica parola toscana dell’epoca dei Comuni, stupenda allusione ad una forma spiritualizzata del lavoro umano:

“Fatica senza fatica”;

 

che nel paragrafo “Dell’Istruzione pubblica” scrive (art, 50):

 

“Per ogni gente di nobile origine la cultura è la più luminosa delle armi lunghe…La cultura è l’aroma contro le corruzioni. La cultura è la saldezza contro le deformazioni…Qui si forma l’uomo libero.

Qui si prepara il regno dello spirito, pur nello sforzo del lavoro e nell’acredine del traffico…

 

e all’art. 54:

 

“Alle chiare pareti delle scuole aerate non convengono emblemi di religione né figure di parte politica.

Le scuole pubbliche accolgono i seguaci di tutte le confessioni religiose, i credenti di tutte le fedi, e quelli che possono vivere senza altare e senza dio.

Perfettamente rispettata è la libertà di coscienza. E ciascuno può fare la sua preghiera tacita.

Ma ricorrono sulle pareti quelle iscrizioni sobrie che eccitano l’anima, come temi di una sinfonia eroica, ripetute non perdono mai il loro potere di rapimento.

Ma ricorrono sulle pareti le imagini grandiose di quei capolavori che con la massima potenza lirica interpretano la perpetua aspirazione e la perpetua implorazione degli uomini”;

 

di Colui che nel paragrafo “Della edilità (art. 63) rinnovella il collegio degli

 

Ufficiali dell’Ornato della città” che “impedisce il deturpamento…allestisce le feste civiche di terra e di mare con sobria eleganza…persuade ai lavoratori che l’ornare con qualche segno di arte popolaresca la più umile abitazione è un atto pio….si studia di ridare al popolo l’amore della linea bella e del bel colore…”;

 

di Colui che nel paragrafo “Della Musica”, con cui emblematicamente la Carta si conclude, stabilisce (art. 64):

 

“Nella Reggenza italiana del Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale.

Come il grido del gallo eccita l’alba, la Musica eccita l’aurora, quell’aurora…

Intanto negli strumenti del lavoro e del lucro e del gioco, nelle macchine fragorose

che anch’esse obbediscono al ritmo esatto come la poesia, la Musica trova i suoi movimenti e le sue pienezze.

Delle sue pause è formato il silenzio della decima Corporazione…;

 

e nell’art.65, l’ultimo:

 

Le grandi celebrazioni corali e orchestrali sono ‘totalmente gratuite’ come dai padri della Chiesa è detto della grazia di Dio”.

 

     Sfido chiunque a trovare in qualsiasi Costituzione esistente così elevati pensieri e proponimenti più puri, a tal punto sublimi ed impegnativi da essere spinti a pensarne impossibile la realizzazione; sfido chiunque a trovare un testo legislativo che attribuisca alla cultura, all’arte in generale ed alla musica in particolare un tale valore educativo e sociale. Come per il Baudelaire delle Fusées (“la musique creuse le ciel), per  il Verlaine de L’art poétique (“De la musique avant toute chose”), per il Marcel del Quatuor en fa dièse (“La musique dit vrai, la musique seule), per l’estensore della Carta la musica è qualcosa di più di un puro ébranlement nerveux, è ragione partecipativa, è strada diretta all’Essenza, scorciatoia per l’Assoluto, meglio e più della religione e dell’amore. Utopie? Forse, Ma esse son lì, testimonianza di una tensione etica ed estetica che non ha pari in alcun progetto istituzionale di nessuno Paese al mondo.

 

Sono nello scrittore e nell’uomo D’Annunzio (“categoria” in cui lo Spirito, per dirla hegelianamente, si è in maniera unica ed irripetibile spazialmente e temporalmente determinato, “avatar”, per dirla coi linguaggi più accessibili delle spiritualità iniziatiche orientali, in cui il divino si è reincarnato),  un tale bergsoniano élan vital, una tale faustiana tensione (Streben), una tale “romantica” nostalgia (Sehnsucht) d’assoluto che proporlo ad esempio educativo (positivamente “dis-esducativo”, nel mio linguaggio, in quanto de-gregante, affrancatore dal gregge prono) non è provocazione e blasfemia, è dovere. Vivere la vita sub specie Nuncii, mi consentirete questa arditezza, è ritenere il mondo caos, nonsenso, non-essere prima che l’umano-divino soffio dell’Arte (quell’Arte che “sforza il mondo a esistere”, così in Maia) lo vivifichi, prima che la parola dell’artista lo pronunci); è ritenere l’umano pensiero creatore di sé e del mondo, un’operazione, nella sua astrattezza, concreta, nella sua concretezza astratta (“Pensieri scintille dell’Atto/ faville del ferro percosso,/ beltà dell’incude…, ancora in Maia): ché vuoto un pensare che non si traduca in azione, cieca un’azione che dal pensiero non sia illuminata. “Ardire non ordire”, “memento audere semper”, “clausura fin che s’apra, silentium fin che parli”, sono solo tre dei mille motti che il vate a sé propone , e a chi legge la sua opera scritta o fatta pietra, ad incitare l’anima

( segue nel prossimo post)

 
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Antonio Croce. "Filosofie in dialogo. Lina Cavalieri, Ornella Muti

Post n°976 pubblicato il 06 Marzo 2018 da giuliosforza

 

Post 896

Sul finire degli anni novanta svolsi, collegati al mio insegnamento di Pedagogia generale, tre corsi di perfezionamento in Educazione estetica, riservati ai laureati di facoltà diverse in attesa di concorso. Tra i più attenti uditori era un bel giovane dalle fattezze erculee proveniente dall’Accademia di Belle Arti il quale amava ritrarre, colti nei momenti ch’egli riteneva più espressivi, i relatori che più lo ispiravano, tra cui  figuravano, oltre me e i miei collaboratori, personalità illustri del mondo della cultura e dell’arte. fra i quali amo ricordare  in particolare Gianluigi Colalucci, capo-équipe dei restauratori  della Sistina, Mario Maranzana, attore ed intellettuale  raffinatissimo, oltre che grande amico, da me recuperato con fatica alla causa del Vate (storica rimarrà la sua lettura de La figlia di Iorio e di molte liriche di Alcyone), e  il figlio di Aldo Fabrizi Massimo  -della cui morte recentissima solo ora apprendo- autore in quel periodo di una discussa biografia del padre e gestore di un noto ed esclusivo ristorante all’Infernetto: il suo compito era  trattare il tema, non poteva esser diversamente, dell’educazione alimentare come educazione estetica. Me colse e splendidamente ritrasse in un momento di riflessione (s’ascoltrava Mozart, ma i miei pensieri vagavano lontano, molto lontano dalle note della Kleine Nachtmusik) e ne venne fuori un ritratto  di me (che è visibile nel mio profilo FB) realistico e surrealistico insieme, da esso emergendo la mia conturbata natura di quei giorni tempestosi e in esso leggendosi, quasi impudicamente squadernati, i miei più riposti pensieri. Lo considero il mio ritratto ufficiale, il più significativo, al quale vorrei affidata la mia memoria… Antonio Croce, questo il nome dell’artista, autore anche del ritratto di copertina del mio volume di poesia L’Evità che la femminilità intende celebrare soprattutto nel suo aspetto demonico (ché fu cedendo all’invito del serpente e infrangendo l’improbabile divieto di Dio di cibarsi del pomo proibito dell’albero della scienza che Eva spalancò le porte del mondo alla Conoscenza). Il grafico di Croce rivela l’intento mostrando un  serpente in forma di una grande esse (la esse di…Sforza?!) che stringe nelle fauci il frutto proibito e quasi ingloba in sé una  Eva colta di spalle ed offerente la sua pura nudità al policromo sfolgorio di tre immensi Soli.

Varie sono le tecniche d’espressione di Croce e vanno dal classico olio all’acquerello, dalla litografia all’incisione. E vario è lo stile, figurativo quanto basta e quanto basta astratto. Fanno parte della sua più recente produzione sette nature…vive, realizzate con tecniche diverse, che arricchiranno e allieteranno le pareti dell’ospedale pediatrico di Arezzo: Torre in Maremma, Campagna verso Telamone, Follonica Pineta, Paesaggio al Ponte Pisano, Studio di Querce a Montano, Paesaggio a Magliano in Teverina, Paesaggio di Maremma, Poteva darsi più degno e suggestivo ambiente espositivo?.

Non sono un critico d’arte, ma penso di essere un discreto osservatore e fruitore d’arte. Trovo nella produzione di Antonio Croce una sensibilità profonda, un sentimento panico quasi d’annunziano e debussyano per il quale il segno grafico si simbolizza esalando nelle cose e pittura e poesia e musica confondono i propri linguaggi e i colori coreograficamente danzano nella danza corale delle cose. Scrisse il Venosino: Ut pictura poesis. Nella mia personale poetica la musica e la danza irrompono nella similitudine dilatandola: Ut pictura poesis, ut pictura et poesis musica, Ut pictura et poesis et musica chorea. Debbo anche all’arte di Antonio Croce se la mia sensibilità estetica, non abbastanza esercitata nei confronti delle arti plastiche e figurative, ha avuto nei miei tardi anni un risveglio dilatandosi a quel longue immense raisonné dé-règlement de tous les sens  che l’adolescente (ange ou démon?) Rimbaud proponeva a programma del poète maudit.

*

Per la prima volta ho assistito ad una conferenza nella bella sala Vecchi della Università Pontificia Salesiana (PSU,  con facile facezia dai maligni anagrammato in… PUS), ex Ateneo Salesiano, denominazione rimasta per la Piazza antistante, per la Farmacia e per altre attività commerciali dei pressi. Pubblico numeroso e vario, per lo più composto da docenti delle varie università pontificie e da pochi studenti, ed attento. Relatori Cecilia Costa, sociologa a RomaTre, Emilio Baccarini  antropologo a Tor Vergata,  Maria Grazia Lancellotti, dirigente del Liceo Classico Orazio,  Gennaro Cicchese della Lateranense, questi anche in veste di spigliato moderatore. Si presentava un volume largamente già reclamizzato (e già adottato, parola di Costa, per gli oltre mille studenti della sua cattedra) dal titolo importante: Filosofie in dialogo. Lexikon universale: India, Africa, Europa (Mimesis 2017), frutto del lavoro a sei mani di Claudia Caneva, M. Sinsin, S. Thuruthijil. Non avendo il volume con me non ho potuto controllarne di persona lo spessore culturale (lo spessore cartaceo, che m’attendevo, dal titolo, fosse quello d’un dizionario enciclopedico, era invece modesto a guardarsi), soprattutto perché i relatori, come avviene in quasi tutte le presentazioni di libri, son portati a parlare più di sé che del libro, ad usarlo come occasione per pavoneggiarsi, autoelogiarsi,  quando non per gigioneggiare. Mi è parso di capire, dalle poche velocissime esemplificazioni, che si tratta di una analisi filologico-etimologica comparata di non so quanti termini comuni alle tre culture al fine di evidenziarne la radice comune nei vari ambiti linguistici antichi e moderni. Quando avrò il testo tra le mani saprò dirne di più e azzardare una opinione complessiva. Per ora debbo contentarmi di lodare le intenzioni, che sembrano ottime: quelle di iniziare da un discorso linguistico per poi allargarsi ad un discorso etico - politico sul fenomeno complesso della mondializzazione, o globalizzazione che dir si voglia, che agli autori (presumo tutti cattolici, entusiasti di Papa Francesco, evocatissimo nei vari interventi -se si esclude quello molto preciso, documentato,  e letto, per espressa volontà di non perdersi in antididattiche divagazioni distraenti, della Preside del liceo classico Orazio) devono avere giustamente a cuore.

*

Appena rivisto il film del 1955 La donna più bella del mondo, in cui Gina Lollobrigida impersona Lina Cavalieri, la bellissima grande cantante ed attrice romana vissuta tra il 1875 e il 1944, ed uccisa dalle bombe americane nella sua villa presso il nobile collegio femminile di Poggio Imperiale nella sua diletta Firenze. Leggo che fra gli innumerevoli ammiratori di tutto il mondo fu anche il Nostro, che le dedicò una copia de Il Piacere come "alla più bella Venere della terra".  Altra curiosità dannunziana: fu il regista Damiano Damiani a dare alla giovane attrice Francesca Romana Rivelli il nome d’arte di Ornella Muti, in onore dell’Ornella de La  Figlia di Iorio e della Elena Muti de Il Piacere. Sarà per questo che tanto mi piacque e ancora mi piace la sensuale cerbiatta? Onore a Lei, al regista e naturalmente a Lui, che l’avrebbe sicuramente circuita, amata  e celebrata come solo Lui sapeva fare.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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Campo dei Fiori, di Milosz. Ode a Bruno (autocelebrazione)

Post n°975 pubblicato il 23 Febbraio 2018 da giuliosforza

Post 895

Non sono andato a Campo dei Fiori per vari motivi, di cui il primo è che gli acciacchi della vecchiezza cominciano a rendermi difficili gli spostamenti in una città caotica come Roma. Il secondo, in realtà  il principale, è che tutte le le manifestazioni di piazza e di massa non mi piacciono, come non sarebbero piaciute allo Scontroso di Nola. Inoltre non amo i ‘liberi pensatori’ dal…pensiero unico ag-gregato, e in tal modo  autorinnegantisi: sono per i ‘pensatori liberi’, anarchici individualisti. Quando con gli studenti realizzavamo le famose (per pochi biliosi famigerate) serate libertine il 17 febbraio, al Campo si faceva gruppo a noi, incuranti del chiasso di bande musicali e di altoparlanti, ci si isolava in un angolo e dopo il veloce omaggio al ’Corrucciato” (ma perché quella tonaca, se l’aveva buttata alle ortiche?), si saliva a gozzovigliare goliardicamente fino all’alba sul Gianicolo e a brindare, da quella storica altura, "sulla Roma addormentata dei necropompi, dei necrofori, dei tafei". Che tempi, amici, in cui con ogni mia energia ero teso a non ridurmi ad un allevatore di cretini! Non sono andato nemmeno, con grande rimpianto, a Nola, dove gli amici del Centro bruniano, prima delle commemorazioni culturale del 17, han festeggiato Bruno, come da anni ormai, con un simposio cultural-gastronomico voluto dall’avv. Paolino Fusco in memoria della  “Cena delle Ceneri", descritta dal Nolano nel dialogo omonimo londinese.  Sono stato presente in ispirito:  ho difatti inviato, perché fosse letta pubblicamente da Rita Alessandra Fusco, esperta d’arte e di Bruno e fine dicitrice, la celebre poesia del Nobel polacco Czeslaw Milosz intitolata Campo dei Fiori, tradotta dall'amico Paolo Statuti, che vive in Polonia, ed è traduttore, poeta, pittore, musicista, come ampiamente testimoniato dalle sua numerose pubblicazioni e dal suo bel blog “Un’anima e tre ali”. La ricondivido oggi anche qui, facendola seguire da quella mia cosuccia neoclassica che fa parte dei Canti di Pan e ritmi del thiaso, di tutt’altro stile, ma forse non del tutto discara al Nolano che in essa compiaciuto si autocelebra.

A Roma in Campo de Fiori
Ceste di olive e limoni,
Selciato con spruzzi di vino
E con schegge di fiori.
Frutti rosati di mare
Ammassati sui banchi,
Bracciate d’uva nera
Sulle pesche vellutate.
Proprio su questa piazza
Fu arso Giordano Bruno,
Il boia accese il rogo
Fra il popolino curioso.
E appena il fuoco si spense,
La folla tornò a bere,
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.
Rammentai Campo de Fiori
A Varsavia presso la giostra,
Una chiara sera d’aprile,
Al suono d’una gaia orchestra.
La musica soffocava
Gli spari dal ghetto,
Volavano le coppie
Alte nel cielo terso.
A tratti il vento alle fiamme
Strappava neri aquiloni,
E la gente ridendo
La fuliggine afferrava.
Gonfiava le gonne alle ragazze
Quel vento dalle case in fiamme,
Scherzavano liete le folle
Nella domenica festosa.
Si dirà che la morale
E’ che a Varsavia o a Roma
La gente si diverte, ama
Incurante dei martiri sul rogo.
Oppure si vedrà la morale
Nella fugacità delle cose
Umane, nell’oblio che nasce
Prima ancora che il fuoco cessi.
Io invece pensavo allora
A quelli che muoiono soli,
Pensavo che quando Giordano
Salì su quel patibolo,
Non trovò nella lingua umana
Nemmeno una parola
Per dire addio all’umanità,
L’umanità che restava.
Già correvano a ubriacarsi,
A smerciare bianche asterie,
Ceste di olive e limoni
Recavan nel gaio brusìo.
E lui era già distante,
quasi fossero secoli,
La sua scomparsa nel fuoco
Essi attesero appena.
Di questi morenti, soli,
Già obliati dal mondo,
Anche la lingua ci è estranea,
Come lingua d’antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
E allora dopo tanti anni
Nel nuovo Campo de Fiori
Un poeta accenderà la rivolta.
(1943, Varsavia)


Bruno nolano sono,
l’achademico
di nessuna achademia. La tristezza
è la mia gioia (come in Michelagnolo
la mia allegrezza è la malinconia,
e mio conforto son questi disagi”).
Vado lottando contro
i babbuini 
eterocliti , i natural coglioni
le bestie tropologiche, i menchioni 
morali e contro gli asini anagogici.
Un grandissimo nutro desiderio
di conoscer costumi nuovi e ingegni
e nuove verità, di cognizione
per confirmar buon abito, di cosa
mi manchi per accorgermi e cercare.
Un
eroico furore mi possiede
di cogliere nel mondo le fattezze
di Dio e d’esperire l’infinito
dentro il finito e nel particolare
l’universale, infine tutto in tutto.
Con l’aiuto di Lullo il pane frangere
della scienza vorrei per ogni pargolo.
In Dio
coincidentia oppositorum
le contraddizioni del reale
risolvo ed intelletto universale
lo predico; lo canto un intelletto
uno e medesimo che tutto riempie,
che l’universo illumina e indirizza
la natura a produrre le sue specie
sì come si conviene; e dico artefice
interno perché
forma la materia 
e la figura dal di dentro, come
da dentro il seme e da radice manda
esplica il stipe e il stipe poi da dentro
i rami caccia. Mens insita omnibus
predico Iddio e
Mens super omnia
(questo residuo di trascendentismo
solo forse non è contraddizione 
o un modo d’aggirar l’Inquisizione)
e non posso non predicar l’Effetto
della stessa natura della Causa
e dire il mondo eterno ed infinito
(aguzza i ferri padre Bellarmino!).
Predico l’
eternal vicissitudine
delle cose, e sull’alta sua coscienza
la qual di dominarla mi consente
atteggio la mia azione e moralmente
m’elevo. In tale consapevolezza
sono tranquillità e serenità,
è trionfo della vita sulla morte.
Pel gioco della saggia Provvidenza
ogni
minuzzaria si ricompone
nella Ragione dell’Uno-Ente-Vero.
E si fonda Ragione su Natura
(Natura che non è
ribalderia)
Fortuna su Natura indi Virtù
su la Fortuna che Virtù sollecita.
Delle segrete cause delle cose
sono curioso ed
a nimio sciendi
desiderio non quiesco. Odio chi dice:
Che vi val, curiosi, di studiare
voler sapere quel che fa la natura,
se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
ma con man gionte e in ginocchion vuol stare
aspettando da Dio la sua ventura”.
L’anima “di colui che tutto muove
per l’universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove”.
Così “
spiritus domini replevit
orbem terrarum” … così “intus alit
totoque se”, ut ait Vergilius, “corpore
miscet”. Sono così con me d’accordo
il Saggio antico, Dante, il Mantovano
-anima ho scritto io là dove gloria
il Fiorentino scrive; ma che vale
la differenza?- E più risplende, è chiaro,
nell’uomo che simìle ad Atteone
va a caccia di divino per le selve,
i piani, le montagne, le convalli,
lancia i suoi cani (i suoi pensieri) dietro
la deità pudica (o solo sadica)
che accende la passione, va ostentando
le sue divine forme e poi sparisce 
per le intricate redole del tempo-
Atteone che i cani infine sbranano
avendo in lui riconosciuto il dio
ch’egli fuori di sé cercando va.
Oh raptamento atteonico, oh furore
eroico dell’attimo in cui il limite
dilegua e l’infinito dilagando
per i meandri della finitudine
li colma e la coscienza solitaria
affoga dentro al
pelagos polý
dell’Uno-Ente-Buono-Bello-Vero!
Bruno nolano sono, nelle tenebre
dell’ignoranza brillo come un faro
di sapïenza ed ardo come un astro
nel firmamento. Il vento le mie ceneri
oltre il campo disperse per le vie
per le piazze pei fori per le ville
per i colli e dai colli alla campagna
triste e possente e tenera del Lazio
(“
Forza del Lazio quanto sei soave!
come scrive Gabriele a me sì caro!)
dalla campagna al mare. Chi me cerca
chieda alle notti illuni e alle tormente
chieda alle albe e ai tramonti, chieda ai fiori
chieda agli alberi, interroghi gli uccelli.
Sono la brezza che spira dal mare,
sono la folgore che spezza il cielo
da Gianicolo a Celio, son la voce
dei venti che si schiantano tra cupola
e cupola ed in vortice sul colle
che Vaticano ha nome imperversando
i sonni fanno inquieti al Pescatore.
Sono Bruno nolano, son la voce
che invoca l’essere, sono la voce
dell’essere che provvido risponde.
Sono Bruno nolano, sono il Cristo
della novella età che i nuovi Caifa
arsero al Campo in un rigido giorno
e nubilo d’inverno. Ma nel cielo,
chiaro ai confini d’orizzonte, già
s’apprestava a danzare Primavera.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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