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"La gazza ladra". Efemeridi

Post n°1140 pubblicato il 14 Ottobre 2022 da giuliosforza

 

1045

   Ho rischiato la morte per un libro, o di libro. Sarebbe stato un degno crepare.
   Nel tentativo di prendere dallo scaffale più alto di una delle mie biblioteche il volume (due kg e mezzo) 'Polonia', ricordo di uno dei miei viaggi periodici a Lodz per gli incontri coi colleghi interessati alla mia dis-educazione estetica, il volume, che era in posizione precaria, malamente appoggiato a un Pascoli bonaccione e sornione, dono degli amici di Parma, appena aperto lo sportello mi precipitava di spigolo sulla testa, procurandomi, oltre al dolore e a un bozzetto che farà per un po' compagnia a una preesistente vistosa keratosi, un leggero intontimento durato vari secondi. Una commozione cerebrale da libro! Quale altra più degna commozione?
   Oltre che dalla mia imprudenza, l'evento, che avrebbe potuto esser nefasto per un centenario come me, con ogni probabilità mi e stato procurato da Zvani' e da Gabri, in primo piano nella foto, gelosi della mia discendenza (?) da Bona Sforza che, in qualita' di moglie di re Alessandro Jagellone, portò a Cracovia e alla Polonia tutta il Rinascimento.
   Sarò pure un povero vecchio, einsam nicht allein (Goethe), ma chi più invidiato di me?
   Vaneggiamenti di un pomeriggio afosissimo di una già quasi matura Vergine. 

*

   Simpatici e arguti i commenti degli amici. Eccone alcuni;

   Maria Salvi

   Ricordati che la fanciulla dello studio radiologico ti vuole rivedere integro, bellissimo e senza bernoccoli!!!

   Anna Fonio

   No, professore caro, non faccia più queste imprudenze, ho un discreto scaleo nascosto che mi permette di arrivare fino in cima alla libreria a muro ed essendo il "sussidio" fornito di una stabile area di sosta, ne approfitto: sono noiosa lo so, ma essendo imprudente per natura, questo è l'unico mezzo per scalate letterarie.      Un affettuoso, preoccupato saluto.

   Patrizia Cipriani

   Stupendo Professore mio Professore ... una commozione cerebrale da libro! Grazie grazie grazie. 

   Faccia attenzione, però Prof 

   Marco Bertelli

   A giudicare dalla lucidità e dallo stile (i soliti, per altro) coi quali ha "steso" questo post, si direbbe che la "commozione" sia occorsa più al testo che alla testa; del resto, caro Prof., entrambi sono in suo possesso e una collaudatina, ogni tanto, forse fa anche bene. Oggi ha riscontrato, forse per l'ennesima volta ma in questo caso in maniera "sensibile", quanto sia ancora salda la testa e quanto sia instabile il sapere. 

   Polo Statuti

   Insomma, caro Giulio, una vera e propria librata in testa, che ben ti porti! 

*

   Il kumquat semiseccato dalla calura è già in via di ripresa : i nuovi mandarinetti già fanno capolino fra le foglie ancora sofferenti. Secondo la donatrice è un simbolo beneaugurante anche per Colui, quasi novantenne, che ricevette il dono! Come anche per lui ritiene valere i versi di Hikmet che il dono accompagnarono!

E sia, generosissima N.!

*  

 In questi giorni ho festeggiato l’89esimo compleanno. Per trarmi dall’impaccio dei singoli ringraziamenti ai beneauguranti ho scritto per celia:

   “Mi dicono che nei Campi Elisi l'idioma più parlato, insieme al greco e al sanscrito, sia ancora il latino. Per questo comincio a riesercitarmi in tempo rispondendo in latino in anticipo ai gentili auguri degli amici:

   Gratias ago vobis propter magnam bonitatem vestram vestraque dilectissima omina.

   Peramanter Julius alias ATEM”

   Qualcuno ha avuto la bontà e la benevolenza di (fingere?) di apprezzare!

*

   Cosa rende più insopportabilmente patetico e più schifosamente antipatico un vecchio? La vanesieria e la civetteria, le due ...virtù che a me notoriamente non mancano.

   Stamane mi sono recato in uno studio radiologico agghindato come un dandy, tutto bianco, tranne il basco ‘Borsalino’ bicolore di seta bianca e pelle avana (bel cimelio, ora che anche il famoso marchio ha chiuso) e la fanciulla angelica dello sportello mi ha sussurrato, immagino per non farsi sentire e un poco approssimandosi alla mia guancia quasi poggiando la sua sul vetro (maledetto vetro!) divisorio: lei è bellissimo. Incredulo, non dirò imbarazzato, ho reagito col più bel sorriso di cui sono ancora capace, ma il Fritz che oggi mi inanella il prezioso foulard (già, perché il venerdì è il suo giorno, come il lunedì è quello di Ludwig, il Martedì di Richard, il Mercoledì di Gabri, il Giovedì del Satiro del Cicala arso al Campo, il Sabato di Pan, la domenica della mia principessa Paolina - mia perché moglie infedelissima di Camillo Borghese, principe del mio borgo e del relativo castello - ritratta in un bel cammeo di finto avorio) è scoppiato in un riso beffardo. Invidioso, evidentemente: ancora gli scottano i dinieghi di quella civetta di Lou.

   Mi dispiace per Fritz. Ma io mi porterò a lungo nel cuore e negli occhi lo sguardo e le parole sussurratemi dalle labbra dolcissime della fanciulla incomparabile dello sportello del Laboratorio Gilar di Via delle Vigne Nuove.

*

   Qualche gradito commento:

Giovanna Meloni

   Ti adoro 

Guido del Giudice

   Oggi sul foulard ci sarebbe stato meglio il “Satiro del Cicala”! 

Marco Bertelli

   Il fascino non può avere tempo, anzi, ne è il fustigatore 

Filippo Pippo Peruzzi

   Farfallone birbantello.....

Claudio Leoni

   Confessa! Avevi un piano mentre ti agghindavi!!!

Rosalba Manzo

   Splendido come sempre anche nella inarrivabile esposizione

Anna Fonio

   Non è da tutti che le giovani donne, notoriamente. Accigliate e sbrigative nell'ambito sanitario, le abbia dedicato un superlativo così simpatico

Anna Fonio 

   Le fanciulle sono delle birboncelle...

Mario de Laurentiis

   Racconto divertentissimo e come al solito di grande spessore narrativo. Grande Prof.Un abbraccio.

Angela Simonetti

   C'è da essere gelose... Prof, la classe non invecchia

Agnese Borriello

   La bellezza profonda dell'animo...la tua vera immortalità!

*

   Musica Salvatrix

   Tristissimo, col pianto nel cuore e negli occhi, per il ritorno dalla Terra ove profondissime affondano le mie radici, ma mère non m’infligea, come a Réné, la vie (Chateaubriand), ma la vita mi chiamò a celebrare come ‘dono grande e terribile del Dio’ (D’annunzio), ancora una volta Frau Musika mi è venuta, fedelissima amante, in soccorso. Tutta una lunga vita passai (oltre che, nei miei modestissimi limiti, a farla) a riflettere, parlare, scrivere di Colei senza la quale la vita sarebbe un errore (Nietzsche, ohne Musik ist das Leben ein Fehler); di Lei che creuse, scava, le Ciel (Baudelaire),  che è avant toute chose (Verlaine), è tristaniana (Wagner) unbewusst, hӧchste Lust, un in dem wogenden Schwall, / in dem tӧnenden Schall, / in des Weltatems wehendem All – ertrinken, / versinken, - / unbewusst -, / hӧchste Lust, un affogare, sprofondare, senza coscienza, suprema Voluttà, nel flusso ondeggiante, nell’armonia risonante, nello spirante universo del respiro del mondo!); di Lei  che sa le strade riposte dell’Essenza, che ‘è lo stesso io profondo’, che sola dit vrai (La Musique dit vrai, la Musique seule, Marcel); oggi dunque puntuale la mia fedelissima amante mi è venuta in soccorso con un fantasmagorico Zauberflӧte in un allestimento della Scala del 1994, sul podio un Muti nel pieno del suo vigore interpretativo, un Robero De Simone in regia al culmine della sua fantasia inventiva, e un cast tutto tedesco in grado di estasiare con la doppia melodia del canto e della lingua. E al termine del lungo percorso che Sarastro impone a Tamino per ritrovare, con l’ausilio dei suoni del magico flauto e del birichino campanellino variamente tintinnante, la sua Pamina, i due innamorati si abbracciano e intonano, accompagnati dagli armigeri, il canto della vittoria sulla morte attraverso la musica: Wir wandeln durch des Tones Macht / Froh durch des Todes düstre Nacht, grazie alla potenza della musica avanziamo lieti attraverso la notte tetra della morte.

   Il Flauto magico ha fugato la mia tristezza e l’angoscia di morte che ormai è compagna inseparabile della   mia vita. Esso non è solo il capolavoro, in apparenza di una levità celestiale e qua e là non poco sbarazzina, in realtà di una profondità ed esotericità pressoché inaccesibili ai non iniziati, del genio di Salisburgo; è anche più bell’inno elevato alla potenza letificante e salvifica di Frau Musika. La quale sia dunque ancora una volta, sempre e ovunque, benedetta.

*

   La Gazza Ladra.

   Un’altra riscoperta e un’altra riconciliazione

   Ogni sacrosanto anno che Dio mandava (e manda), le bande che al mia paese venivano (e vengono)  a strimpellare nelle feste patronali di San Biagio o di Maria Santissima Illuminata (titolo raro ed originale per una Madonna, che io sacrilegamente amavo trascrivere in …illuministica), per le strade, dentro il caratteristico gazebo policromo a cupola o sul volgare palco all’uopo allestiti, non facevano mancare nel loro repertorio la famosa Ouverture o Sinfonia dell’Opera in questione, una delle più brillanti di quelle uscite dalla mente fantasiosa del musicista (qua e là, più qua che là, ripetitivo) pesarese. A forza di sentirla strimpellare finii per odiarla e per odiare con essa tutta l’Opera e passai anima e corpo (non ne sono pentito, naturalmente) alla musica tedesca, particolarmente, ma non solo, a quella neoclassica e romantica.

   Oggi è tempo di un’altra confessione: mi sono ripensato su La Gazza Ladra, un’opera semiseria, che meglio si direbbe seriamente giocosa (denkende Dichtung?), giocosamente seria, per mettere in risalto l’unità che i due elementi raggiungono, non semplicemente sovrapponendosi o giustapponendosi. L’edizione è quella del Teatro Filarmonico di Verona e la ripresa televisiva non le rende completamente giustizia. Ma mi contento e, come tutti quelli che si contentano, godo. Nella recensione di Cammarano trovo tutti gli elementi da me condivisibili e perciò mi diverto a riprodurla. Le valutazioni circa direzione, regia, scenografia e infine voci mi sembrano tutte nel loro complesso valide. I dissensi sarebbero di minimo rilievo, e perciò mi astengo dall’evidenziarli.

   “La gazza ladra, opera assente dai palcoscenici veronesi dal lontano 1824, torna al Teatro Filarmonico nel fortunatissimo allestimento di Damiano Michieletto, con le straordinarie scene di Paolo Fantin ed i bei costumi di Carla Teti, presentato al ROF nel 2007 e vincitore del Premio Abbiati.
Lo spettacolo, a distanza di qualche anno, grazie anche alla fedele ripresa della regia operata da 
Eleonora Gravagnola, rivive in tutta la sua fresca vitalità.
Tutta la vicenda, assai poco reale, viene trasportata da Michieletto in una dimensione onirica. Nel corso della 
sinfonia vediamo una ragazzina che, non riuscendo a prendere sonno, si balocca con un gioco di costruzioni tubolari, che in seguito riappariranno, ingigantite, sulla scena. Nel momento in cui la bimba si addormenta il sogno comincia: è ella stessa la gazza che svolazza irridente ed incosciente sulle teste dei protagonisti, ignara che il suo rubare causerà equivoci ed infelicità. La presenza della bambina-gazza è costante. Ciò che per ella è un gioco si tramuta per gli altri in autentico dramma; la situazione, come in un sogno che si tramuta in un incubo, le sfugge di mano ed al contempo non la riguarda.
Tutto finisce nel momento in cui la piccola si risveglia, spaventata, nella sua cameretta: è stato un sogno, solo un sogno.
L’azione scenica è improntata ad una elegante leggerezza, in più di un momento ammantata di malinconia, grazie anche all’efficace disegno di luci di 
Paolo Mazzon.
Se la parte visiva dello spettacolo convince pienamente, qualche perplessità suscita l’esecuzione musicale.
La Ninetta di 
Majella Cullagh ci è parsa eccessivamente leziosa nel fraseggio ed affaticata nell’emissione. La voce è poco ricca di armonici e di conseguenza il suono risulta spesso fisso, soprattutto nell’ottava acuta.
Mario Zeffiriè un Giannetto appassionato negli accenti ma impreciso quanto ad intonazione, particolarmente nel passaggio. Il timbro appare in più di un’occasione vagamente artefatto, anche a causa di un abuso di falsettone.
Sontuoso il Gottardo, spietatamente  sardonico, di 
Mirco Palazzi, padrone di un mezzo vocale di grande bellezza e dotato di ottima intelligenza interpretativa.
Ottimo anche il Fernando nobile ed appassionato di 
Roberto Tagliavini, sempre misurato nel porgere la frase e cristallino per quanto attiene alla linea di canto.
Il Fabrizio di 
Omar Montanari convince per rigore interpretativo, per precisione nell’intonazione e per la misura negli accenti.
Discreto il Pippo scanzonato di 
Silvia Regazzo, la per altro quale manifesta qualche opacità nelle note gravi.
Bene la Lucia arcigna di 
Giovanna Lanza, sempre attenta a non eccedere nella caratterizzazione.
Nelle parti di contorno ricordiamo la buona prova di 
Iorio Zennaro, Isacco, e di Matteo Ferrara, nel doppio ruolo Ernesto e del Pretore.
Corretti, infine
Cosimo Panozzo, Antonio, e Gocha Abuladze, Giorgio.
Giovanni Battista Rigon, nonostante un’ orchestra non particolarmente collaborativa, riesce ad imprimere il giusto ritmo narrativo alla partitura, alternando momenti di tensione drammatica ad altri di abbandono più squisitamente elegiaco. I tempi sono serrati ma non convulsi, le dinamiche stringenti, gli impasti sonori ben equilibrati.
A posto il 
coro, preparato da Armando Tasso.
Un plauso alla danzatrice acrobata, il nome della quale non è indicato in locandina, che interpreta splendidamente la bambina-gazza.

Successo pieno e prolungato per tutti, con applausi più intensi per Palazzi, Tagliavini ed un'ovazione per la Gazza”.

Alessandro Cammarano

*

   Ogni qual volta pubblico un volume di Disincanti decido che sarà l’ultimo. Poi ci ripenso. Trattandosi di un Diario, perciò di opus per sua natura in itinere, fermarmi significherebbe arrestare il cammino della mia vita, cosa che, fino a che la coscienza mi assiste e vigile è la mia mente, non intendo sia. Poi, come si dice, si vedrà. Perciò si rassegnino i miei eredi, di sangue o di spirito. Faccio loro obbligo testamentario della pubblicazione (come omaggio estremo post mortem agli amici ed  estrema memoria cartacea di me), insieme ai naturali peccati -perché poi peccati? - di gioventù, dei cumuli di diari adolescenziali e giovanili, e delle quintalate di altro simpatico ciarpame letterario poetico filosofico musicale del loro avo, soprattutto anche dell’ultimo volume, a quel punto forzosamente interrotto, di Disincanti, il volume quarto che conterrà gli estremi aneliti della mia anima inquieta e sarà la mia Incompiuta.

____________________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Franco Moscetti il 09/11/22 alle 18:31 via WEB
Proverbiale testa dura dei Vivaresi???&#128516;
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