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ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

SCIA DI UNA STELLA

Post n°288 pubblicato il 14 Giugno 2019 da ElettrikaPsike

 

 

 

10/06/2019

 

 

“Una persona non muore subito per noi,

ma resta immersa in una specie di aura di vita

che non ha nulla di una reale immortalità

ma che fa sì che essa continui a occupare i nostri pensieri

proprio come quando era viva.

È come in viaggio.”

 

MARCEL PROUST

 

 

 

Buon viaggio...

 

 

 

 

 
 
 

Europa non è solo mitologia, ma un continente abitato

Post n°287 pubblicato il 27 Maggio 2019 da ElettrikaPsike
 

 

 

Εὐρώπη

- leggasi Europa -

principessa di Tiro e regina di Creta,

venne amata da Ζεύς e con lui concepì, fra gli altri, anche Μίνως

- leggasi Minosse -

colui che, fra le altre cose,

architettò il famoso labirinto

entro il quale nascose

la propria vergogna...


 


 

Ma tu fammelo sapere se domani ci sarà ancora l'Europa, chiedeva l'amico woodenship nel suo blog, giorni fa.

Ed io ho letto i suoi versi, e poi ho letto anche molti fra i commenti lasciati ai piedi del suo scritto. E molti erano lamenti e sentenze, scontenti e registrazioni amarissime di uno scenario anch'esso amaro. Ma io penso che prima di parlare di un territorio geografico e recriminare lamentando il proprio disgusto  - anche quando è legittimo e di fatto un'onta c'è - si dovrebbe parlare di uomini.

In sintesi, si dovrebbe parlare delle persone che lo vivono e lo compongono, o davvero non si continuerà a far altro che restare perennemente nell'ideale astratto di un nome mitologico indipendente da chi lo vive.

Non rinnego quella sensazione d'impotenza nel vedersi governati o indirizzati da chi non reputiamo all'altezza e non sono qui a negare quanto possa farci snervare il sentirsi in una condizione di cattività (di qualsiasi natura) e quindi come sia facile perdere di vista anche la sensatezza. Perché è evidente quanto sia istintivo cadere nella banale trappola dell'atteggiamento qualunquista che ci fa sempre guardare verso il fuori, non riuscendo a capire che non si può non considerare che comunque ognuno di noi nel proprio piccolo è giá quell'Europa.

Sarò un'illusa ammalata di filosofia per qualcuno, e mi sta bene; ma io la penso sempre nello stesso modo a questo proposito, e credo che se essere realisti o pragmatici significhi essere ciecamente ottusi, allora ben venga chi dice che solo quando si comprenderà che il mondo è un riflesso di noi stessi, ne potremo essere definitivamente liberi.

Quello che vediamo quando guardiamo le cose non è tanto una mappa per capire le cose che vediamo accadere ma un tracciato per capire chi siamo.

Il punto é uno solo, il singolo che fa? Quando abbiamo davvero l'opportunità di mettere in pratica, cadiamo rovinosamente calpestando i fondamentali. Indignarsi e lamentarsi sono due malattie estremamente contagiose e non meno pericolose di altre, anche se non regolarmente classificate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

L'Europa non è solo mitologia, è anche un continente abitato.

A chi inforca - ed in qualunque ambito - lamentele e indignazione per quello che non va nel mondo, mi verrebbe da rispondere sempre e solamente questo: un giorno, quando conoscerai te stesso, capirai anche perchè il mondo è come è.

Cambia te stesso, intanto. E fallo possibilmente in silenzio. 



 

 

 
 
 

POETESSA MALEDETTA... O MALEDETTA POETESSA

 

Dalla cenere io rinvengo,

e con le mie rosse chiome,

divoro uomini come aria di vento.

- Sylvia Plath -

 

 


Più di una persona a me vicina, nel tempo, mi ha espresso preoccupata molteplici perplessità riguardo alla mia stranezza - o meglio, alla pericolosità della mia stranezza! - ma in particolare una persona importante ha speso una buona percentuale della sua vita a decantarmene i motivi. E l’ultima volta è accaduto in tempi recenti.

Non lo so perché, in realtà forse questa volta potrei appellarmi all’astronomia e dire che magari le congiunzioni astrali erano più favorevoli, o semplicemente le circostanze propizie erano divenute mature al punto che la mia attenzione decidesse di coglierne i frutti; ma certo è che rispetto alle altre precedenti milionesime volte, la richiesta di riflessione è stata accolta.

Come sia o non sia, però, è bene che inizi dal principio spiegando che l’azzardo imputato ai miei atteggiamenti riguardava la sconsiderata mancanza di riguardo nei confronti della mia incolumità; vale a dire una scarsa autoprotezione rispetto alla salvaguardia della mia già poca salute.

Le accuse erano sostanzialmente rivolte verso il mio disordine di vita comprensivo di una rischiosa tendenza all'estraniazione ma la causa di questi miei aspetti - come sempre... -veniva rinvenuta in quel mio noto e profondo disgusto verso la moltissime volte citata indole borghese-mediocre-convenzionale.

Questa mia (innegabile) idiosincrasia verso il conformismo, infatti, secondo l'"accusa" non farebbe che enfatizzare altri atteggiamenti in profumo borderline già fin troppo delineati.

Le imputazioni mi hanno convinta a riflettere e così ho ottenuto le mie risposte. Ma prima di procedere con le mie discolpe, ancora una piccola (davvero piccolissima) premessa:

 

Lungi da me il voler enfatizzare modelli da “poeti maledetti” per aderire alla controcorrente del convenzionalismo,

dal momento che l’atteggiamento eterodosso da anarchico sregolato 

 di chi si atteggia ad originale per forza 

mi risulta stomachevole esattamente quanto il più invalso conformismo.

Pertanto, se proprio dev’essere, credo di trovarmi più a mio agio con chi si definisce

una "maledetta poetessa"

piuttosto che

una "poetessa maledetta"…

Ed ironia a parte, la differenza non è affatto sottile.

 

 

Fatta questa essenziale precisazione arriviamo al punto.

Naturalmente anche io - proprio come molti di voi e come chi mi ha avanzato le sue rimostranze - sono convinta che aderire a comportamenti come quelli delle malaugurate figure di poeti ed artisti nefasti non sia una grande mossa, e che non possa certo fare granché bene per qualsivoglia igiene mentale ed integrità fisica - a medio se non proprio a brevissimo termine si andrebbe necessariamente a distruggere entrambe - ed il fatto di restare totalmente e troppo al di fuori dalla realtà non farebbe che accelerare il passo verso lo strapiombo segnalato. Su queste ovvietà cristalline, ripeto, non c'è alcunché da eccepire.

Sicuramente se si vuole sopravvivere e non ci si vuole dare alla devastazione in nome dell'arte o per vocazione puramente scismatica è necessario darsi una quadra e seguire comunque alcune regole; ma allo stesso modo e con identica convinzione, ritengo che per quanto sia necessario dormire, mangiare, preservarsi ed essere presenti a se stessi per non incorrere in gravi conseguenze (leggi: sofferenze), anche la capacità di abbandonarsi al fluire delle sensazioni psichiche, vale a dire il metafisico cullare dell'anima, faccia bene al cuore. Ed alla fine, si prenda cura di noi proprio come - e forse anche un velo di più -  farebbe un'ora di sonno o un buon pasto, completo nutriente e caldo…

D’altro canto, per quanto insofferente ai dettami, alle preconfezionate certezze e a tutti i percorsi schematici - e sì, lo ammetto, non così di rado affetta da facile disinnamoramento per la vita nella sua strutturata e rigida forma materiale - e per quanto non poche volte, ma probabilmente troppe, mi estranei in atteggiamenti di alienazione, straniera nel nome e anche di fatto (quando si dice che la scelta di un nome alla nascita non va mai sottovalutata…) pure nella mia imprevedibile disaffezione, io non sono una outsider.

Forse una outlander si, ma non outsider.

Perché il mio volere o saper essere (anche) altrove, non interferisce totalmente con la mia capacità di poter essere anche al'interno dei margini.

 

Mio malgrado (e per mia salvezza) sono perfettamente inserita in un lavoro che richiede la massima attenzione, la cura, la lucidità ed anche la responsabilità verso persone che hanno un disagio quando non stanno propriamente male.

Molto spesso gran parte di loro sono bisognose di particolari riguardi perché non autonome e per questo in gran parte dipendenti; sole, ammalate, anziane o semplicemente perché del tutto analfabete oppure con situazioni problematiche - detenuti o ai domiciliari - oppure, ancora, semplicemente spaesate perchè di culture straniere e non ancora inserite.

Anche io, come quasi ognuno di noi, sono piena di regole da seguire che aleggiano nei polmoni insieme all'aria e devo rispettarle tutte.

Ed in più, come accade anche a molti, al di là dei tempi spesi per il lavoro, al di là dei pazienti, divento io stessa una paziente.

Così devo rispettare le scadenze dei farmaci, delle flebo, delle iniezioni, dei dosaggi e trovare anche  i tempi del recupero biologico necessario (tempi nettamente differenti rispetto a chi sta "normalmente bene"). Ed al di là di un più che lecito "chissenefrega" che potrebbe giustamente arrivare a questo punto da chi sta leggendo, tutto questo è solo per dire che le cose elencate servono a tenere esclusivamente il mio corpo vivo.

Ma come tutti, poi, devo anche trovare i tempi per esistere.

E nel mio caso significa poter scrivere, oltre nutrire gli spazi per gli affetti - fisici e ideali - e tenere quindi anche la mia mente, il mio cuore e tutto il resto di me vivo…

Quindi, alla fine, anche io sono come tutti, imperfetta ma perfettamente in grado di essere perfettamente organizzata. E perfettamente in grado di essere dentro i margini di questa giostra della società.

Ma naturalmente a modo mio, e forse con percentuali diverse da quelle che probabilmente chi mi ama riterrebbe più opportune per me.

Però, alla fine, nonostante io accetti tranquillamente di avere una variabile di ore al giorno obbligate alle regole che mi permettono di poter guadagnare un compenso, stare in questa società e curarmi, nel restante tempo non riesco e non voglio avere regole da giostra.

In quei momenti sono libera ed allora lì, davvero, non ho più chiostri, calendari e direttive e lì, non voglio né posso mettere alcun timer all'anima.

Io penso solamente che, alla fine dei giochi, anteporre più o meno automaticamente le regole mettendo a tacere l'anima, anche quando questa ha lo spazio per scorrere libera e piena, forse ci farà dormire di più e ci proteggerà meglio il sistema immunitario ma ci renderà anche più depressi.

Sterilizzare il povero Pathos (forse) ci farà vivere biologicamente a lungo, ma alla fine in che modo?

Io non penso che si possa mettere l'anima in stand-by e che abbiano costruito mai cronoscopi per le emozioni.

Le mie impressioni sono l'orologio e sono loro le mie scadenze, certo non la luce del sole, il buio quando viene notte o qualche sveglia che mi dice che ora è.

E questo per spiegare che cosa io intenda per convenzioni.

E quando mi si dice che la cosiddetta mediocrità non va poi del tutto demonizzata, mi dispiace, ma rispondo che non sono affatto d'accordo.

Non credo, infatti, che sia necessario accettare la mediocrità ad ogni costo per riuscire a sopravvivere. Esistono molti compromessi ben più plausibili.

E sia chiaro: io non sono e non voglio essere Jeanne Hébuterne, Modigliani o J. K. Toole - né vivere e morire come loro - ma vorrei ricordare che anche rigidi inquadramenti e vite trascorse sulle righe di binari forzatamente borghesi non hanno evitato che altri - Sylvia Plath, Virginia Woolf - s'infilassero la testa dentro un forno o si annegassero con i sassi in tasca...

E benchè tutto questa sia - o dovrebbe essere - di un'evidenza accecante, meglio sempre rimarcare una volta di più che l'eccesso di rigidità e di ordine e la repressione della passione sono nocive quanto la peste dell'anarchia…

Ma che dire, ancora? Io non rinnego nessunissimo grammo delle mie anomalie ma, in tutta onestà, preferisco sentirmi strana quanto i pensieri di una Frida (Kahlo) che non quanto una Sylvia (Plath).

E sicuramente, anche durante i miei lunghi esili da Persefone, mi sento più vicina alle parole della pittrice, perché anche le mie, magari ferocemente risentite contro il dolore e contro la parte più artificiosa e prosaica della vita, sono pur sempre parole combattenti.

Guerriera, in fondo, è un'altra espressione del mio nome.

 

Un'ultima cosa...

Io voglio assolutamente vivere, ma come l'artista messicana, spudoratamente risoluta e (in)sofferente, ammetto di poter dire: 

Spero che la mia uscita di scena sia gioiosa; ma spero, comunque, di non ritornare più.

 

 

 

La vita scorre, ed apre sentieri che non si percorrono invano

ma nessuno può trattenersi e liberamente giocare su quel sentiero,

perché così facendo ritarda o devia il viaggio atomico  generale.

La vita insiste per essere mia amica

ed il destino mio nemico.

 

- Frida Kahlo -

 



 
 
 

I cattivi artisti copiano, i geni rubano.

 

I cattivi artisti copiano, i geni rubano.

(Pablo Picasso)

 

Se dovessi inserire in un ipotetico calderone una certa percentuale d'ingredienti per mescolare la genialità - almeno da quanto suggeriscono gli studi effettuati in tal senso - prima di portare in ebollizione il filtro, dovrei amalgamare un misero 1 per cento di motivazione, un discreto 29 di ottima formazione ed un notevole 70 per cento di lavoro.

C'è anche da aggiungere, però, che la strega sono io, e l'ultimo composto - la spolverata che completa la pozione -  alla fine spetta solo a me. Ed io credo che l'elemento magico mancante si possa individuare facilmente in quel barlume che viene dato in dono solo ad alcuni e che per quanto possa venire considerato "ispirazione" non è definibile in nessun modo. Tranne, forse, con la parola "anomalia"...perché dopotutto di questo si tratta: una magnifica anomalia sul sistema della normalità.

Laddove, sia ben chiaro, la normalità sta per "24 ore di calma piatta con trascurabili rialzi occasionali."

(In tutti, tutti e ripeto tutti i sensi).

 

Il genio, al contrario, è colui che detiene la capacità di vedere dieci cose lá dove l’uomo comune ne vede una, o dove l’uomo di talento ne vede due o tre. La sua qualità principale, infatti, non è nemmeno la perfezione quanto proprio l’originalità e con essa la meravigliosa capacità di aprire senza sosta "nuovi ed imprevisti confini".

Pertanto, condannare una mente geniale alle questioni pusille di tempo, denaro, ambizione sociale e professionale - che tanto stanno a cuore a piccoli e grandi uomini comuni - è davvero come voler mettere un cavallo da corsa su di un tapis roulant.

Perché queste cose interessano solo agli spiriti mediocri. Vale a dire ai ligi ragionieri delle regole, anche se poi ragionieri propriamente non sono e magari sono ingegneri, letterati, medici oppure operai.

Ma sempre ragionieri restano. E restano ragionieri pure se fanno gli artisti.

E possiamo chiamarli indifferentemente anche burocrati della massa, pastori di greggi candide, o le classiche pecore bianche - come volete voi, tanto sono tutti sinonimi - ma gli uomini di genio, in ogni caso, sono e resteranno sempre altri.

E questi miracolose menti molto spesso non le troveremo neppure fra i primi studenti della classe o tra gli individui più lodati perché, addirittura, risultano incapaci di studiare durante la loro gioventù.

Ed in buona sostanza, parafrasando i Vangeli si puó serenamente asserire che è paradossalmente più facile trovare - accanto al notissimo cammello nella cruna di un ago - una mente geniale in un reparto psichiatrico o chiuso in un eremo, piuttosto che ben inserito tra i "vip della società".

Perché se non é affatto difficile contare uno, cento, milioni di uomini talentuosi ai vertici del successo, resta invece molto raro trovarvi un genio. Ma l'abbiamo detto: talentuosi non significa geni, ed è infinitamente più probabile che una mente prodigiosa sia un outsider tra gli outsiders che non un direttore di banca o uno scrittore di successo.

I geni molto spesso sono abbracciati da disturbi bipolari, baciati da spettri autistici o marchiati da angosce paniche e sensibilità esasperate e più o meno inconsciamente sentono che bisogna imparare tutto in modo diverso da come lo impara la massa. Anche quando la massa é composta da talenti.

Ma nel caso ve lo chiedeste, no, non basta buttare nella discarica la propria vita fatta a pezzi, chiamando in soccorso una eventuale e poco probabile sregolatezza geniale, non basta distruggersi per diventare artisti maledetti.

E non è sufficiente neppure quando si è effettivamente e tangibilmente bravi e magari davvero si sa scrivere, o si conosce profondamente la musica, si hanno buone idee,  una mente chirurgicamente e strategicamente scientifica o se,  in definitiva, artisti innovativi ed evoluti lo si è veramente.

Il punto, difatti, é molto semplice: forse si può anche dannare la propria vita nel nome della genialità; ma se si ha solo del talento, resta una mossa da stupidi.

Perché se è vero che in qualche misura la genialità non è altro che l’infanzia ritrovata a volontà,  essenzialmente è comunque un equilibrio conquistato sul bordo dell’impossibile. Ed è solo per questo che alla fine dei giochi le si può perdonare tutto (o quasi).

E se un genio nasce tale, e probabilmente (almeno in parte) é corretto dire che nulla gli deve mai essere insegnato, questo è vero per una sola ragione: perchè i suoi errori sono invariabilmente una possibile anticamera della scoperta.

Anche perché avere genio - più di ogni altra cosa - significa partecipare all’irrazionalità del cosmo ed agire come quelle temperature estremamente elevate che hanno il potere di dissociare le combinazioni di atomi e di raggrupparli in un ordine assolutamente contrario, rispondente a tutt’altro tipo.

E quindi, alla fine, non è affatto per una questione di cliché se un'anima geniale preferisce abitare al piano di sopra della casa della follia; ma per una semplice e facilmente comprensibile questione d'interessi comuni.

Il genio - lo sappiamo - altro non è altro se non una forma autorizzata di follia, una pazzia con metodo. Ma se sono abbastanza d’accordo con l’affermazione del dottor Nordau che tutti gli uomini di genio sono pazzi, mi trovo ancora di più d'accordo con Oscar Wilde quando sostiene come il dottor Nordau dimentichi che (quasi) tutti gli uomini sani di mente abbiano una buona possibilità di essere idioti.

I geni sono così, e di quel che la gente può osservare in loro, o pensare, credere e dire di loro, in poche parole (tre sole):

Se - ne - fregano!

Sono come i temporali, e vanno convintamente contro il vento. Gli sguardi incuriositi o contrari, i mormorii ed i rimproveri  intorno a loro non li avvertono nemmeno: loro fanno altro, sono altrove.

I geni non sprecano tempo a cercare o anche solo a desiderare consensi dalla gente, loro terrorizzano la gente, loro purificano l’aria.

Non a caso, infatti, si dice che solo l’idiota e le menti geniali siano capaci d'infrangere a dovere le leggi fatte dall’uomo, ed io penso che forse è per questo che, alla fine, siano proprio loro i più vicini al cuore di Dio.

 

 

E non preoccupatevi se avete dubbi sull'essere o non essere un genio, non c'è umiltà che tenga: chi lo è sa di esserlo, se non altro per una cristallina capacità di giudizio.

E se avete anche solo una briciola di talento, non temete neppure di non poterlo riconoscere nel caso lo incontraste... io credo che il genio sia sempre riconoscibile, se non si è totalmente  stupidi.

Ma attenzione, però, perché se almeno in parte é vero che quando un genio appare in questo mondo lo si può distinguere dal fatto che tutti gli idioti sono coalizzati contro di lui, è anche vero che essere platealmente riconosciuti come un incapace non è sempre una garanzia di genialità incompresa...Meglio valutare da quale aristicratico pulpito il giudizio viene espresso prima di autocelebrarsi come Il proverbiale ciuchino. 

Anche perchè, chiariamolo ancora e sempre, se nell'ambito del mero spettacolo il pubblico sará pure il solo ed indiscusso sovrano, per le arti e per le scienze la questione è un tantino diversa e quel medesimo pubblico - ammesso che presenzi ed abbia qualche interesse per le arti e per le scienze - così meravigliosamente tollerante e pronto a perdonare tutto e tutti, non solo mal sopporta la genialità ma difficilmente la capisce ed il suo consenso (o dissenso) puó avere un'attendibilitá veramente prossima allo zero.

Ancora una volta, però, possiamo stare piuttosto tranquilli perché la mediocrità non riuscirà comunque a fare danni permanenti.

Difatti é cosa nota che un genio autentico, proprio con quelle stesse pietre che il pubblico gli avrá inevitabilmente tirato addosso, si adopererá a costruire nuove strade per tutti. Perché alla fine - volendolo o meno -  la genialitá crea sempre una concordanza tra il mondo esteriore fenomenico ed il mondo (ideale) dove vive. 

Ma poi, a dirla tutta...basterebbe anche poco per essere un pochino di più - e tutti - geniali.

Dopotutto qualsiasi uomo che tenga aperti gli occhi e sappia restare fedele alle decisioni prese per poterle realizzare - ma questo, bene inteso, non esclude il fatto di sapersi evolvere, cambiando anche idea - senza neanche rendersene conto diventa un genio.

E chi proprio non riesce a trovare dentro di sé il proprio genio, almeno dovrebbe cercare la voglia - per se stesso, e non per gli altri, chi se ne frega degli altri...- di avere talento.

E chi proprio non ha talento, di avere almeno un'inclinazione.

E chi non ha nessuna inclinazione può, comunque, sempre mantenere la prestanza innocente della materia prima. Quella materia a cui, è vero, pare non spetti alcun obbligo ma d'altro canto anche nessuna intromissione...

Inoltre qualcuno sostiene - e lo penso anche io, quando non sono scioccamente occupata a contare l'idiozia del genere umano - che ogni essere sia effettivamente geniale almeno una volta l’anno, e che i veri geni alla fine siano solamente quegli individui che non hanno mai paura di esprimere in qualsiasi contesto e tempo si trovino, proprio quelle medesime idee brillanti che tutti noi talvolta, o di frequente, abbiamo.

Sono realmente convinta che tutta l’umanità giunga al mondo con più regali di quanto sia consapevole di avere e che davvero la maggior parte di noi nasca geniale, o perlomeno ne abbia ogni potenzialitá; ma sono altrettanto convinta che, subito dopo, perda tutta questa genialità molto rapidamente.

 

Ogni creatura è un genio.

Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi,

questo passerà l’intera vita a credersi un incapace.

Albert Einstein


 

"Si vive imitando il passato. Ed è oltre quell'imitazione il genio. In quella realtà in cui, uomo e dio diventano una cosa sola."

Grazie al contributo in divenire di Nat!

 

N.B.


Per questo, quando sarò in decrepitudine, vorrei poter ancora

avere la voglia e la convinzione di dire ad un giovane prudente:

 

"Vai, buttati e rischia tutto quello che hai,

perché ho vissuto abbastanza per poterti dire che nella vita

i soldi, la paura e l'orgoglio

non hanno nessunissimo valore

e queste questioncelle piccole piccole,

se non sei piccolo anche tu,

lasciale ai cervellini piccoli piccoli

e a tutti i loro rosari di buon senso.

Un buon senso piccolo piccolo piccolo..."

 

Ed un'altra cosa.


Lo so che va di moda dare raccomandazioni del tipo

"quando verrà la morte fatevi trovare vivi".

Ecco...io invece rispondo anche no, grazie.

Voi fate un po' come vi pare;

ma per quanto mi riguarda

la morte non mi prenderà affatto viva,

mi dovrà trovare già completamente morta.

E possibilmente,

 con un sorriso in volto

e con un dito ben alzato

- freddo e rigido -

pronto ad accoglierla.


 

 

 

 
 
 

LA CONTAMINAZIONE DEI SENSI

 

 

ΣΥΝΑΙΣΘΆΝΟΜΑΙ

 


Sinestesia:

Una parola che significa letteralmente "percezione unita e simultanea".

E che mi riguarda. Da sempre. Anche senza saperlo.

 

 

 "Alcune persone si stupiscono e non capiscono le mie domande quando chiedo loro cose come:

che colore ha la vocale A, per te?"

 

Riconosciuta nel XIX secolo come una vera e propria patologia neurologica, in realtà è semplicemente un fenomeno ultrasensoriale che stabilisce interferenze piuttosto sorprendenti tra i nostri cinque sensi. Poco, però, se ne parla, raramente si conosce e probabilmente anche una parte di individui che ne sono affetti (o arricchiti, a seconda da come la si guarda), ne è cosciente e sa di cosa realmente si tratti.

O, almeno così è stato per me, che dai miei tre-cinque anni fino ad una decina di anni fa non ho mai saputo che fosse una condizione caratterizzata anche da un nome.

Ma un nome ce l'ha e si parla di sinestesia quando una stimolazione sensoriale viene percepita dall’organo interessato alla percezione suscitando contemporaneamente anche ulteriori rappresentazioni associate ad altri organi di senso. In sostanza, i soggetti sinestetici (o altrimenti detti sinestesici) vivono esperienze sensoriali definite complesse perchè multidimensionali e contaminate.

Accade, così, che la vista di una lettera e di un numero possano evocare associazioni con un colore o con un profumo, e sentire una musica possa produrre specifiche immagini oppure richiamare sensazioni al palato nel momento in cui la si ascolta.

Se piuttosto celebre è la frase del matematico e filosofo Wittgenstein al riguardo "Alcune persone si stupiscono e non capiscono le mie domande quando chiedo loro cose come: che colore ha la vocale A per te?"  di fatto non è però poi così insolito questo suo quesito per chi - come me ed un altro 15% circa degli individui accertati dalle stime della ricerca come sinestetici - compie da sempre ed involontariamente questo genere di associazioni.

Vecchio (quasi?) come il mondo, il fenomeno è stato però considerato e studiato con una certa assiduità solo da tempi relativamente brevi. La causa di questo processo, rivelata dalle ricerche, sarebbe riconducibile non tanto alla presenza di un numero maggiore di connessioni neurali nel cervello sinestetico, quanto ad uno scarso isolamento di quelle reti neuronali che determinano la capacità di creare collegamenti sinaptici fra i concetti, anche quando questi si trovano ad essere piuttosto lontani tra loro.

In realtà, grazie alla capacità di produrre associazioni, più o meno tutti sono in grado di richiamare alla memoria esperienze che riguardano altri sensi, lo stesso cervello umano è organizzato in modo tale da permettere di richiamare alla memoria immagini di situazioni vissute e poi di associarle liberamente con notevoli possibilità di creare nuove e incommensurabili combinazioni; nonostante questo, però, per la maggior parte delle persone le informazioni rimangono chiaramente separate e filtrate, ed inoltre questa facoltà che tutti - in modalità differenti - possediamo, non richiede che i sensi registrino realmente la presenza di oggetti o di suoni.

Per i sinestetici, invece, la questione è un pochino differente perché tutte queste associazioni vengono percepite in un modo così reale da poter essere quasi paragonate a stati alterati di allucinatori.

Le percezioni dei sinestetici, difatti, sono il risultato di un incrocio particolare tra le fibre neuronali del cervello che, probabilmente, dipende dalla prossimità fra alcuni centri nervosi. La vicinanza del centro dell'udito con alcune aree coinvolte nella percezione del colore, ad esempio, potrebbe così spiegare la sinestesia che include suono-colore e lo stesso discorso varrebbe per tutte le altre combinazioni sensoriali.

 

Al contrario esistono alcune patologie che, nel causare allucinazioni spontanee, pongono realmente l’individuo in una dimensione intermedia fra l'immaginazione e la realtà empirica. Per questo è impossibile non domandarsi come - e se - le predisposizioni sinestetiche piuttosto che le vere e proprie patologie psichiche che sollecitano percezioni senza oggetto possano, in qualche modo, essere anche d'aiuto alla creatività.

Durante l'allucinazione il cervello, infatti, si attiva in modo imprevedibile.

Prendendo un caso conosciuto ed accertato come quello di Giorgio de Chirico ed analizzandolo, possiamo facilmente dimostrare come gli stati allucinatori dell'artista inducessero percezioni che possedevano la medesima qualità nitida della visione normale ma che potevano essere localizzate nello spazio esterno piuttosto che all’interno delle aree cerebrali (come avviene invece nel caso dell’immaginazione).

Solitamente, infatti, quando si osserva un volto ed i suoi lineamenti, viene attivata quell’area del cervello preposta all'elaborazione dei volti che permette di prenderne coscienza; se durante un’allucinazione, però, quest’area si attiva autonomamente, ne conseguirà allo stesso modo un’esperienza sensoriale e si avrà la percezione di un volto anche quando nessun volto è presente davanti ai nostri occhi.

E' abbastanza chiaro, quindi, come questo tipo di situazioni possano evidentemente influenzare un artista e tornargli tecnicamente utile nel ritrarre ciò che la mente gli mostra, poiché per l’artista - di fatto - si tratta di un’esperienza reale e incontrollabile.

Ma ritornando al fenomeno sinestetico - che ripeto non è affatto rarissimo e può riguardare, infatti, fino al 4% della popolazione - se, in particolar modo, il cervello dei creativi o degli scienziati sembra essere il più predisposto ad essere interconnesso rispetto a quello delle persone più strutturate in discipline differenti, un motivo c'è ed è riscontrabile proprio in questa maggiore idoneità nel mettere in correlazione idee e concetti anche molto distanti tra loro che inevitabilmente la sinestesia comporta.

E se va da sè che non tutti i sinestetici siano necessariamente celebrità geniali (magari fosse così semplice...) è però piuttosto logico e vero il contrario, vale a dire che molte celebrità geniali sono state - di fatto - beneficiate dalla sinestesia. 

Proprio la sinestesia spiegherebbe, quindi, la maggiore predisposizione all'ars combinatoria che sempre ha accompagnato l'inventiva delle menti di Charles Baudelaire o del Nobel per la fisica Richard Feynman, di Vincent Van Gogh o del musicista jazz Duke Ellington, non tralasciando W. Amadeus Mozart ed il pittore Vasilij Kandinskij, che diceva di voler "creare quadri che si potessero ascoltare e musiche che si potessero vedere".

     

Eppure non è tutto un arcobaleno questo universo neuronale.

Infatti, proprio i quattro i geni preposti a regolamentare la sinestesia risulterebbero  essere anche quelli coinvolti nella determinazione di alcune condizioni cliniche quali l'autismo, l'epilessia ed altre patologie di matrice neurologica. Ed inoltre, ma questo è facilmente intuibile data la plasticità del cervello umano, la sinestesia risulta essere anche una condizione frequente negli individui non vedenti.

La sinestesia, infatti, può frequentemente insorgere in caso di cecità proprio in virtù del fatto che il sistema nervoso dimostra di sapersi riorganizzare funzionalmente in seguito ad una lesione traumatica, trasferendo direttamente le funzioni che un organo leso ha perduto dall'area danneggiata ad un’altra zona cerebrale esente da trauma. E la corteccia occipitale dei non vedenti, infatti, è capace di un notevole cambiamento dinamico e di un successivo adattamento in seguito alla perdita della vista. 

In particolare, la sinestesia non è quindi da considerarsi propriamente come un'anomalia ma come una sorta di allegramente e riccamente disordinata condizione aggiuntiva, che provocando la contemporanea stimolazione di più canali sensoriali ci permette di percepire il mondo oltrepassando i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerlo. E se per Kandinskij questo significa intravedere il contenuto del futuro, io sinceramente vorrei dare ragione a qualcun altro, e dire che superando i imiti nei quali il tempo vorrebbe tenerlo costretto, ci indica che il tempo stesso non esiste...

 

 

 

«Fino a 15 anni ho pensato che tutti vedessero, nelle cose, i colori. Colori nei libri, colori nelle formule matematiche, colori ai concerti. Ma quando finalmente ho chiesto a mio fratello di che colore era la lettera C (giallo canarino) ho realizzato che la mia mente non era così normale come avevo pensato.»  Melissa McCracken, pittrice.

 

                                                         N.B.

Come suggerito da legrillon, ecco qualche facile test per alcune forme di Sinestesia, che possono aiutare a saggiarne la presenza in coloro che la vogliono indagare:

https://www.adnkronos.com/2016/12/27/vedi-forma-creata-dai-numeri-solo-uno-duemila_Vidfd40xry9UKvfrXPSm8I.html?refresh_ce

https://www.focus.it/site_stored/imgs/0005/026/noisy-gif.630x360.png

 

...Ulteriore aggiunta:

Ci sarebbe un altro testimonial d'eccezione da inserire nella raccolta

degli allegri cervellini sinestetici

(lo preferisco a sinestesici).

 

E ce lo suggerisce Korov_ev:

 "...anche Nabokov aveva la stessa alterazione genetica di cui sopra e ne spiega con tanto di elenco delle corrispondenze lettera-colore gli effetti. Lo fa in una specie di sua autobiografia intitolata "Parla, ricordo", bellina, ma un po' pesante non tanto per ciò che dice, ma per lo stile che spesso prende quel non so che di lista della spesa..."

E se lo dice lui, ci possiamo fidare.


 

 
 
 
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