Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

BAGATTERIE LETTERARIE AL COSTO DI TIFFANY

 

 A proposito di "borghesi, borghesia e mediocrità varie da scandalizzare" parlerò,

qui di seguito,

di pseudo-editoria da chincaglieria...

 

Ma solo dopo aver ricordato - ad Olimpiadi 2020

(iniziate ed appena terminate nel 2021)

e Paralimpiadi che si inaugureranno tra 16 giorni -

l'antitesi della mediocrità, del lassismo e dell'arrendevolezza,

dando un ulteriore "arrivederci" agli atleti uscenti

ed un "benvenuto" a quelli che inizieranno tra poco più di due settimane,

con un applauso che duri per almeno altri 4 anni.

 

Un applauso per tutti quegli uomini e quelle donne che,

dal remoto 776 a. C.

(data in cui ebbero inizio i Giochi per la prima volta nella storia)

versano sangue e spendono sudore

per dispensare voli, forza e velocità

di sicuro degni degli dei immortali.   

 

 

Ed ora, a noi.

Salutate le divinità olimpiche, parliamo invece di mortali fin troppo mortali...

 

 

Ho volutamente acquistato un manuale online per prova, come indagine di mercato letterario, per meglio comprendere il contagioso fenomeno dei compendi di tuttologia scritti da ipotetici esperti in settori indefiniti e venduti a costi improponibili.

Così, ho scelto a caso un vademecum tra i molti e variegati proposti da uno dei molteplici autori del genere, di cui - tra l'altro - non viene riportata alcuna informazione biografica (titoli di studi compresi) ma che sembrerebbe definirsi un non meglio precisato "counselor" in qualche materia non specificata.

Ed ho realmente perseverato nella mia impresa, nonostante già dalle prime righe del sito che lo promuoveva si evincesse molto chiaramente quale sarebbe stato il livello di manchevolezza del prodotto.

Non mi sono, però, fatta bloccare dal linguaggio sgrammaticato e neppure dal contenuto dilettantistico e l'ho comunque acquistato per poterlo analizzare nella sua totalità, sebbene la cifra richiesta fosse assurdamente elevata.

Ma, a volte, il fine giustifica anche il dispendio di mezzi non troppo economici. E per sottoporre alla luce dell'oggettività alcune bagatterie editoriali, il costo, pur se non rimborsato, varrebbe bene una pizza con dolcino incluso.

 

Che dirne quindi...?

 

La dispensa in questione è un pdf di 160 pagine circa e venduto, udite l'assurdo, al costo di 27 euro scontati (!)

Perché - con quel patetico tentativo di spicciola psico-strategia che caratterizza tutte le più squallide televendite - a detta dell'autore, ormai in pieno delirio sponsorizzante, il costo originario della sua opera/lista per la spesa, presentata come strumento di alta strategia relazionale, sarebbe stato all'incirca di una novantina di euro.

E a questo punto l'assurdo diventa follia psichiatrica.

Difatti, la nostra piccola ricerca enciclopedica (dal momento che di enciclopedico ha il prezzo) è essenzialmente un agglomerato di frasi buttate giù in tono assolutamente confidenziale e raffazzonato, in pieno stile “promemoria per gli acquisti” per intenderci, sia da un punto di vista lessicale sia nei contenuti chiaramente puerili ed involontariamente indirizzabili ad un'utenza esclusivamente adolescente.

In sostanza: una costosissima sequela di consigli usciti dal mercatino rionale del pesce e transitanti verso il bar dello stadio, dopo un'obbligata sosta ricreativa nel cortile della scuola ed infine clamorosamente offerti al prezzo di un Tiffany.

Ora, ammesso ed accettato il fatto che in Italia non esiste un ordine professionale né un albo al quale potersi iscrivere per poter essere lecitamente definiti  "counselor", è pur vero che non è neppure sufficiente la sola convinzione dell’aspirante alla "professione", sicuro di avere qualche tipo di competenza socio-psicologica in qualsivoglia ambito, per qualificarlo legittimamente. Eppure, i termini "consulente" o "esperto" sono allegramente e indefinitamente utilizzati da molte persone in cerca di un'urgente identità e di una comoda fannulloneria ben remunerata.

Così spuntano - ahimè molto più dei funghi - ad ogni angolo del web e, doppio ahimè, persino in qualche scaffale tra i libri veri, sempre più numerose e trasandate folle di avventurieri, pienamente disposte a contrattare - meglio e più delle meretrici - tutte le loro pubblicazioni con editori grossolani dal senso artistico d'un beccaio.

Detto ciò, non ho nulla contro l'audace entusiasmo di chi si propone vendendo aria condita e comprovato ciarpame, auto-titolandosi come "esperto di qualcosa". I famigerati polli, infatti, sono e restano quelli che li seguono e che pagano per la loro merce o per un servizio di consulenza; ciononostante qualcosa da ridire sulla capacità di auto-giudizio di questi bagatti e sull'onestà intellettuale di chi li pubblica, l'avrei eccome. Anzi, molto più di qualcosa ci sarebbe da dire su costoro; ma alla fine la loro sciatteria si riassume già interamente con la parola limitatezza.

 

Quindi, concluderò la critica ricordando semplicemente a chiunque capiti su questo post che un romanzo di Tolstoj online si paga circa 3 euro laddove questa guida rabberciata viene venduta a 27...con tanto di divieto legale di divulgazione dell'ebook (con link a scadenza e limitato numero di download) a terze persone, anche in forma gratuita. Ma, avendo letto il fascicolo, credo di aver capito che queste precauzioni si possano chiaramente spiegare con i più che leciti timori da parte di autore ed editore che l'opera in questione possa essere conosciuta per ciò che di fatto è ancora prima di essere pagata ed, ovviamente, si possono anche tradurre nella comprensibilissima speranza da parte loro che il contenuto venga, il più velocemente possibile, dimenticato.

 

 

 

 
 
 

EPATER LES BOURGEOIS N°3

Post n°320 pubblicato il 05 Luglio 2021 da ElettrikaPsike
 

 

 

Domanda:

Chi moraleggia cose come "I deboli non possono perdonare perché il perdono è attributo dei forti" è sotto effetto di stupefacenti o solo grandemente presuntuoso?

 

Perché, diciamocelo,

nessuno

- forte, debole, saggio o idiota che sia -

può decidere di concedere o non concedere il perdono a chicchessia.

Ed il motivo è anche piuttosto logico e semplice:

non c'è individuo sulla terra che detenga il calice della verità e che si possa erigere nella condizione di elargire qualcosa che non gli compete affatto e che, di gran lunga, è superiore alle sue capacità come, appunto, il perdono.

Quindi voliamo un tantino più bassi, per favore.

Ai nostri pari possiamo scegliere di dare o non dare apertura, comprensione o compassione empatica ma l'unica facoltà che ci appartiene, se proprio vogliamo giocare a fare Dio, maneggiando impropriamente (e pericolosamente) il perdono, è quella di perdonare solamente noi stessi...

 

 

 
 
 

DIGRESSIONE VIVARIUM

 

 

Pur restando pienamente nell’intento di epater les bourgeois, questa volta procederò per una via traversa, imboccando il percorso cinematografico di una pellicola di Lorcan Finnegan: Vivarium (letteralmente, recinto per animali da allevare in condizioni prossime a quelle naturali).

Di questo film – un’allegorica versione del prototipo di ligio conformismo in profumo di borghesia e dintorni ed amalgamata in tinte alienanti – si è detto, scritto e recensito veramente di tutto ma, con mio rammarico, nessuno fra i molteplici recensori che ho letto ha impugnato una benché minima chiave o, quanto meno, una matita sufficientemente temperata per disegnare la sacrosanta (ri)soluzione finale.

La trama è quella semplice e di per sé metaforica di una vita preconfezionata ed un tantino deludente. Una giovane coppia, desiderosa di accasarsi, si lascia consigliare da un bizzarro ed alienato agente immobiliare che li conduce a visitare un’ordinata ed accessoriata villetta in un asettico, rigorosamente lineare, desolato e verdissimo quartiere più irreale d’un quadro di Magritte. Al termine del giretto illustrativo, lo strano individuo sparisce nel nulla; ma il problema vero inizia a presentarsi nel momento in cui la coppia si accorge di non potere affatto allontanarsi da quel quartiere di casette color menta pastellata sotto un cielo di nuvolette statiche, perché si disvela un interminabile labirinto uguale a se stesso. 

Il “recinto entro il quale allevare animali in condizioni prossime a quelle naturali” da cui prende titolo il film, inizia a delinearsi ancor più chiaramente, però, nel momento in cui, tra le scatole che compaiono dinanzi a loro contenenti viveri dal sapore artificiale, in perfetta linea con una vita di plastica, ne trovano anche una al cui interno c’è un neonato da crescere. Non ci sono altre indicazioni sulla scatola, all’infuori dell’esortazione ad allevarlo per poter essere nuovamente liberi. 

Il bambino sembra essere una sorta di alieno antropomorfo sullo stile in miniatura dell’agente immobiliare. Cresce ad una velocità inquietante ed imita i genitori in ogni cosa, apprendendo i loro atteggiamenti e riproducendone perfettamente le voci. L’infante, inoltre, non si limita mai nello strillare come un ossesso per ottenere nutrimento ed ottenere ciò che vuole, mostrandosi, con il passare del tempo, sempre più simile ad un animale parassita (e non a caso all’inizio del film, si vede appunto un cuculo – volatile profittatore per antonomasia – affidare i propri piccoli ad una madre surrogata anziché sfamarli da sé), restando fondamentalmente inerte e per lunghi periodi ipnotizzato davanti ad una fittizia televisione che trasmette esclusivamente frattali in bianco e nero.

La disperazione, piano piano, riesce ad allontanare anche la coppia innamorata: lui passa i suoi giorni cercando una qualche via di uscita scavando assiduamente una fittizia fossa in giardino, mentre lei cerca di resistere, oscillando tra momenti di compassione ed altri di assoluta repulsione verso quello strano bambino e la loro nuova vita in trappola.

 

 

OCCHIO ALLO SPOILER!

CAMBIATE POST, VOI CHE NON AVETE VISTO (MA INTENDETE VEDERE) VIVARIUM.

Il film, ovviamente, non finisce bene. Dopo aver cercato in diversi modi di uscire, infatti, entrambi i protagonisti muoiono ed il figlio alieno, divenuto ormai adulto, esce dal quartiere solo per andare a sostituire il predecessore ormai morente all’interno dell’agenzia immobiliare. Contribuendo, in questo modo, a ripetere all’infinito la storia.

I punti su cui fare attenzione, però, vanno ben oltre le evidenti metafore di vita preconfezionata in un percorso prestabilito da forze “aliene”, nonché invisibili, che inducono ad un futuro composto di "casa-consumismo-figli e morte". Un percorso già tracciato che sembra trovare breve interruzione solo grazie a sporadici svaghi (i protagonisti del film ritrovano un unico momento di spensieratezza ballando la musica dallo stereo della loro macchina ormai rimasta ferma, senza più benzina) e dai ricordi di contesti passati (l’auto, difatti, sembra essere l’unico ambiente ancora reale, una sorta di isola felice che mantiene il profumo della vecchia vita).

In buona sostanza, ed in questa prospettiva, le ipotesi sembrano essere solo 2: se va bene si muore sfiancati dal lavoro con il conforto del ricordo (come accade al protagonista maschile), ma se va male si termina la propria esistenza semplicemente sepolti ancora vivi (come accade a lei) perché, come spiega chiaramente il figlio imposto, il solo scopo di una madre è allevare il figlio, dopodiché non le resta che morire.

Ma al di là dell’innegabile richiamo ad una vita spesa su rigidi percorsi lineari, c’è da considerare che, unanimemente, il ragazzino inquietante viene liquidato con sorprendente facilità dal pubblico che ha recensito il film alla stregua di mostro. Arrivando, in taluni casi, a scomodare addirittura Rosemary’s baby per poterlo considerare diabolico. Al contrario, la coppia viene considerata soltanto come una vittima senza alcuna responsabilità, semplicemente condannata ad un’inevitabile e tragica fine.

Esistono, però, alcuni elementi allegorici che sembrano essere stati del tutto ignorati e rimasti sorprendentemente invisibili agli spettatori, proprio come invisibili risultano essere le forze aliene che tengono in ostaggio la coppia.

Proprio quel bambino così terrificante, infatti, quando la “madre surrogata” gli dimostra un minimo d’interesse e volontà di avvicinamento, esprimendo anche il desiderio di decifrare il suo mistero, sembra fare una sorta di passo verso di lei, consegnandole un libro privato, nonchè pieno di simboli dal linguaggio incomprensibile che, dal canto suo,  però, la donna non si prende affatto la briga di decifrare. Esattamente come non sembra interessata a capire che cosa fossero quei frattali che il bambino, nel corso del film, guardava ipnotizzato sullo schermo del televisore.

Anche questa inspiegabile mancanza di curiosità dei due protagonisti verso tutto ciò che a loro è ignoto è un'altra stranezza che non viene colta dal pubblico. I due, infatti, si limitano a trascinarsi nella nuova vita-labirinto e a disperarsi per la loro condizione senza mai cercare, neppure per una volta, di comprenderla.

La coppia, totalmente vinta dallo sfinimento, non ha né la voglia né la forza per opporsi al bambino, pertanto non gli nega nulla: desistono dall’allontanarlo da quello schermo ipnotico e assecondano i suoi strilli, non prendendo neppure per un attimo in considerazione l’ipotesi di crescerlo in modo differente. Stremati, si trascinano giorno dopo giorno lasciandosi vincere dal labirinto. Eppure, a voler guardare con un po’ di attenzione, proprio quel mostruoso ed inquietante bambino riesce a manifestare anche margini di potenzialità differente e inaspettata, con barlumi di umanità non prevista e del tutto scartata a priori.

Si, è vero, esistono alienità agghiaccianti nel film - così come esistono anche nella realtà - elementi invisibili che sembrano condizionare e scandire segretamente la vita, togliendo autenticità e annichilendo, letteralmente, mente e anima; ma forse, come sempre accade, è solo una nostra scelta quella di credere che esistano forze esterne a noi a determinare il corso dell'esistenza. Magari identificandole in un figlio non voluto, in una casa che ci sta stretta o nelle giornate tutte uguali, srotolate in una apparentemente molto comoda e fasulla tranquillità da cui non si riesce a scappare. 

La protagonista, ad un certo punto, rincorrendo il figlio imposto ormai adulto, cade in una sorta di tana del bianconiglio di Alice e capisce che la sua vita nella trappola a forma di  quartiere residenziale è sempre stata un meccanismo che, forse, non ha mai voluto vedere.

Nella caduta, molto simile ad una discesa agli Inferi, sprofonda nelle dimensioni delle case adiacenti o sottostanti di tante altre coppie, scoprendo che non erano affatto soli in quell'incubo e che, di fatto, ci sono moltissime altre coppie fatte a pezzi e disastrate, con altrettanti figli agghiaccianti e non richiesti a fare i parassiti davanti allo schermo acceso, seppure ogni personale nucleo viva una dimensione isolata ed invisibile all’esterno.

Il salto della donna dimostra, così, che il coprotagonista maschile aveva trascorso inutilmente i suoi giorni scavando una fossa con la pala in giardino, quando per andare oltre la superficie di una dimensione artificiale ciò che serve non è mai una vanga, ma un salto dentro se stessi.

Vivarium, però, è stato ideato per essere etichettato come una storia senza via d’uscita e dovunque cercherete sul web troverete solo risposte senza soluzione. Eppure le chiavi per aprire una fuga ci sono.

A ben guardare, persino l’indicazione di allevare il pargolo, all'inizio del film, poteva prevedere un'alternativa alla scelta obbligata. Se da un lato, infatti, si riferiva chiaramente alla liberazione inevitabile dovuta alla morte, dopo aver speso una vita disperata a crescere un mostro, d’altro canto poteva anche significare una liberazione offerta da un’apertura ad orizzonti inimmaginabili, in grado di gettare le basi per un futuro diverso.

Per tutti, bambino compreso.

Ragionando per sliding doors, quindi, la coppia avrebbe semplicemente potuto provare ad imparare il linguaggio del libro criptato, aprendosi ad una nuova lingua. O, magari, in alternativa, creare un terzo linguaggio che potesse spalancare confini differenti, in grado d’insegnare al bambino emulatore un amore che avrebbe in qualche modo potuto apprendere.

Forse, educandolo alla creatività e ad un calore a lui del tutto precluso,  i due adulti sarebbero diventati esempi di una vita differente da imitare. Insegnanti capaci di modellare paesaggi non più statici e cieli non più artificiosi sotto i quali anche le fragole avrebbero potuto avere, probabilmente, un sapore più gustoso.

E, paradosso tra i paradossi, c'è da evidenziare che il lavoro dei neo-genitori del film è proprio, rispettivamente, quello dell’insegnante d’infanzia e del giardiniere…Chi, dunque, meglio di loro, avrebbe dovuto saper coltivare l'educazione del pargolo, modellandolo in ben altre prospettive?

Verso la fine del film, poi, quando il protagonista sta per morire sul ciglio della strada abbracciato alla donna che ama, ricordando i tempi felici ed iniziali della loro storia, le dice di sentirsi a casa, anche lì. A dispetto di ogni trappola o labirinto materiale e fisico intorno a lui ad imprigionarlo. Eppure, anche questo passaggio sembra essere passato inosservato nelle recensioni. 

Ed è un peccato. Perché, forse, una facile uscita dal labirinto smette ad un tratto di essere impossibile nel momento in cui si arriva a comprendere che gli alieni non sono più sconosciuti da temere e che non esiste trappola esterna che ci impedisca di trovare casa all'interno di noi o che qualsiasi bambino, in definitiva, è uno specchio che ci mostra il tipo di educazone che ha ricevuto, in quanto da subito non fa che imitare e riprodurre coloro che sono stati preposti ad allevarlo.

Il punto di tutta questa mia solfa cinematografica, dunque, è solo per dire che nella vita, proprio come nell'arte, la prassi comune resta quella del lassismo impotente. E laddove viene rilevata e mostrata la pochezza mortificante ed estraniante, raramente vengono anche proposte soluzioni, ma ci si limita soltanto a considerare il problema in se stesso... 

 

 
 
 

UN'ARIA D'INFINITO MI COMMUOVE

 

 

Guardando l'orizzonte, un'aria di infinito mi commuove,

anche se a volte, le insidie di energie lunari, specialmente al buio,

mi fanno vivere nell'apparente inutilità,

nella totale confusione

 

 

In origine era previsto un altro argomento per epater les bourgeois; ma in questo Maggio di perdite, al contempo, onoriamo le 14 vittime di quella caduta mortifera sul Lago Maggiore e l'anima di un essere speciale che ha fatto della musica un'espressione filosofica...

Ma c'è anche un piccolo, unico sopravvissuto, ricoverato in rianimazione che sta resistendo. E che cosa può essere meglio de La Cura per augurargli di rimettersi presto e trovare tutto l'amore possibile affinché possa sopperire alle perdite che l'hanno colpito? E quali parole migliori dei versi de Le sacre sinfonie del tempo per salutare tutti quelli che se ne sono andati, ricordando a chi è restato che tutti noi siamo esseri immortali?

Rimescolando i versi...io lo dico così:

  Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza, conosco le leggi del mondo, te ne farò dono e percorreremo assieme le vie che portano all'essenza...Ti proteggerò dalle paure e ti solleverò dai dolori, ti proteggerò dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, ti salverò da ogni malinconia e tu guarirai da tutte le malattie... Perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te, io sì, che avrò cura di te...

Le sento più vicine le sacre sinfonie del tempo con una idea: che siamo esseri immortali caduti nelle tenebre, destinati a errare nei secoli dei secoli... Che siamo angeli caduti in terra dall'eterno senza più memoria: per secoli fino a completa guarigione.


 


 
 
 

EPATER LES BOURGEOIS N°2

Post n°317 pubblicato il 25 Aprile 2021 da ElettrikaPsike
 

 

DAL MOMENTO CHE LIBERTA' E COERENZA NON SONO SEMPRE AMICHE,

MA LIBERAZIONE E LIBERTA' NON POSSONO CHE ESSERE SINONIMI,

OGGI, 25 APRILE,

VOGLIO TRASLARE LA FESTA DELLA LIBERAZIONE,

PARLANDO DI COERENZA...

 

La tanto stimata e declamata virtù viene sventagliata con orgoglio e proclamata come la perfetta sincronia tra credenza e azione, nonchè l'equivalente del perseguire le proprie idee con forza e determinazione ammirevoli. 

Ma riflettiamo un secondo.

Per carità, nessuno dice che sia auspicabile volere una cosa e fare il suo opposto; ma è pur vero che non è neppure necessario ingoiarsi un palo d'inflessibilità per dimostrare a se stessi e al mondo che si è in grado di mantenere un filo conduttore delle proprie idee e delle proprie azioni.

Perchè, diciamola tutta, la coerenza ad ogni costo non solo non è un sintomo di spiccata intelligenza creativa o flessibilità; ma non è neppure...coerente! Perchè non ci permette di essere fedeli alla nostra complessità che, per forza di cose, necessita di mutamenti, evoluzioni e, in definitiva, anche di apparenti contraddizioni.

L'unica coerenza possibile, quindi, a meno che non si stia cercando un deliberato suicidio mentale, è proprio quella di essere autenticamente coerenti nell'assecondare anche la più deliberata incoerenza.

Quindi, ecco un ottimo consiglio direttamente dal paese delle meraviglie di Alice…

"Sii quel che sembri di essere o, se ti piace che te lo dica con parole più semplici, non immaginarti mai di non essere altrimenti che ciò che può apparire agli altri che ciò che tu fosti o potresti essere stato non fosse altrimenti che ciò che tu eri stato sarebbe apparso a loro essere altrimenti."

...Chiaro, no?

 

“25 Aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita.” 

E. Biagi

 

 
 
 
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