Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

AMARE E ODIARE L'ESTATE

 

 

Bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa,

le luci delle barche sul mare,

a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.

(Michele Serra)

 

 

 

 

Flaiano scriveva che alla fine non c’è che una stagione: l’estate.

Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca e la primavera la invidia, tentando puerilmente di guastarla.

Fatta eccezione per la primavera - sono sinceramente convinta anche io che sia una fata verde  piuttosto narcisista e un po' invidiosa  - rispetto alle altre stagioni, però, e soprattutto al mio desiderato autunno, non posso dire di ritrovarmi in lui. 

Sì, è vero, l'estate è stata - e talvolta sa essere ancora - una bella donna in festa; ma in troppe altre occasioni è un artificioso bagatto che esaspera colori e profumi mentre il grido delle cicale (se e quando ancora ci sono) trafigge l'aria afosa, nemmeno fosse un ago al lavoro sopra un panno troppo spesso. E su questo Yukio Mishima aveva una indiscutibile ragione...

Così, di quelle tante estati un po' sdrucite e un po' macchiate, resta sempre forte il crepitio dei brutti dolori folgorati sulla graticola appesa al miasma della vita. Ed alcune di quelle estati, davvero, hanno ormai assunto nella memoria un colore unico.

C'è, però, sempre il desiderio, e con lui la speranza, a portare nuovo stupore, ricomparendoci tra lo stomaco e il cuore proprio quando, invisibili e sonnecchianti, li credevano davvero troppo lontani.

E dunque diventa sufficiente una parola, uno sguardo posato sulla lucentezza di un colore fresco ed un sapore che ti ricompone l'anima nelle giuste dimensioni ed i sentimenti nelle giuste proporzioni di bellezza, perchè si riaccendano - improvvisi - l'incredulità e la gioia in un  solo momento.

C'è un'immagine in particolare che spiega bene l'incoscienza estatica del volto di ogni bella estate.

E l'ha descritta Pavese. 

 

A quei tempi era sempre festa.

Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte,

e tutto era bello, specialmente di notte,

che tornando stanche morte speravamo ancora che succedesse qualcosa,

che scoppiasse un incendio,

che in casa nascesse un bambino,

o magari venisse giorno all’improvviso

e tutta la gente uscisse in strada

e si potesse continuare a camminare fino ai prati

e fin dietro le colline.

 

Questo accade se e quando dentro di sè ci sono libertà, giovinezza e bellezza.

Ed è solo questo trittico a farci essere innamorati (di nulla e di tutto, di nessuno e di noi stessi) facendoci desiderare di essere vivi.

L'estate è bella se e quando è un libro pieno di speranza.

Ed ecco perché, ora, esattamente come Sáenz, anche io posso dire che ho amato e odiato le estati.

Perché anche quando mi hanno di molto deluso, ad un certo punto mi hanno sempre fatto tornare la voglia di crederci... 

 

                   

 


 
 
 

LO SCIENZIATO E LO SCRITTORE

 

Tempo d'estate e di finestre spalancate sulle notti

che si sperano stellate.

Ma ogni tanto, mentre si è distratti,

la domanda ritorna

a bussare.

E dal momento che io amo le notti,

(e quando poi sono tiepide, luminose e con un po' di vento,

siamo proprio al colpo di fulmine che taglia il respiro...)

mi piace ascoltare tutte le storie che abbiano la voglia di raccontarci.

 

Dunque, questa notte di neonata estate

lunga,

tiepida

e con un sussurro di vento,

 è proprio magnifica per ascoltare...

 

 

 

 

“PERCHE' IL CIELO E' BUIO DI NOTTE?” 

 

 

"Mi piace la notte ascoltare le stelle… sono come cinquecento milioni di sonagli." 

(Antoine de Saint Exupery)

 

Non é solo una questione da bambini, anche se forse sono solo i bambini a chiederlo.

Sulla domanda, infatti, s'interrogarono moltissimi uomini ma un giorno, nel diciannovesimo secolo, uno ci pensò forse un pochino più degli altri: fu l'astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers, ed è grazie a lui se oggi il nostro quesito iniziale ha potuto ricevere anche un suo bel nome -  il "Dark Night Sky paradox" - sebbene, poi, venga da tutti semplicemente ricordato come il "Paradosso di Olbers".

E' senza dubbio evidente che la risposta più immediata alla domanda é quella ovvia che, dopo appena qualche lezione di scienze, potrebbe darci anche un bambino. Vale a dire che, se la nostra irrequieta Gaia ruota instancabilmente su se stessa, una sua parte si rabbuia proprio nel momento in cui il Sole ne sta illuminando l’altra metà.

Allo stesso modo, però, quello stesso bambino ancora oggi può obiettare che se è pur vero che in mancanza del Sole ci sono le stelle nel cielo a portarci luce, ed altrettanto vero che dal momento iniziale in cui è una sottile falce perlacea fino al lucente culmine del plenilunio, c'è lei, la nostra regina - satellite, a rischiarare brillantemente la notte fonda, tuttavia questi sonagli luminosi e questa Signora d'argento non sono sufficienti a dissipare il buio. Il cielo resta ugualmente scuro e l'atmosfera che si vive è di tutt'altra gloria rispetto a quella del giorno.

In realtà, fino all'epoca di Olbers, nella prima metà dell’Ottocento, quando si riteneva che l'universo fosse isotopo – osservato su larga scala appariva omogeneo – ed immutabile oltre che d'infinita estensione, la domanda aveva davvero una sua legittima pertinenza.

Con tali premesse, infatti, ci si dovrebbe giustamente aspettare un cielo notturno  luminoso come durante il giorno, e questo perchè appellandosi a quell'infinito numero di stelle impegnate a riempire di luce in modo ordinato tutta la volta celeste, nel cielo non dovrebbe esistere alcun punto privato della sua luminosa e tremante porzione stellare.

E per quanto si consideri anche l’attenuante della distanza - la luce delle stelle,  benché fulminea, non è infinita e ci mette comunque il suo bel tempo ad arrivare - ci sarebbe ancora da chiedersi come potrebbe, tale luce stellare, non pervenire puntualmente in un universo comunque infinito.

Da qui il paradosso; ma la soluzione (a seconda di come si voglia considerare la cosa…) si manifesta proprio nel fatto che le premesse che lo sostengono -  di un universo statico, omogeneo ed infinito - di fatto, vanno riviste.

Collocando, infatti, una data d’inizio dell’universo - all'incirca 14 miliardi di anni fa, giusto per farcene un’immagine - e considerandolo tutt’altro che statico ed immutabile, ma in una continua e fervida espansione, le cose cambiano. In questo modo, infatti, se anche la velocità della luce diventa limitata (vale a dire non infinita), nel cielo notturno non si potrà mai osservare altra sorgente all'infuori di quelle provviste di una radiazione tale da poter giungere fino ai nostri occhi. Inoltre non dimentichiamo che poi c'è anche l'elemento umano di cui dobbiamo tener conto: anche l'occhio, difatti, è soggetto ai suoi bravi limiti e non è stato programmato per percepire indifferentemente tutte le lunghezze d'onda. Così, alle frequenze più piccole, quando i fotoni ricadono nella banda dell'infrarosso, i nostri occhi non sono più in alcun modo in grado di vederli.

Fin qui la scienza ha fatto il suo dovere, e ci ha spiegato – a noi e ai bambini che se lo chiedevano – perché tutto quel fibrillare di luci proveniente dalle galassie lontane lontane non sia osservabile con i nostri occhi, pur avendo avuto tutto il tempo necessario per giungere a noi; ma la cosa più sorprendente è un’altra, perché non riguarda la scienza.

Il motivo per cui il cielo notturno è oscurato, in realtà, non sono neppure in molti a saperlo; eppure lo aveva già ipotizzato e spiegato un artista, in un suo scritto del 1848.

Era il visionario Edgard Allan Poe, lo scrittore maledetto dell’Ottocento, colui che fu iniziatore del racconto poliziesco, della letteratura dell'orrore e del giallo psicologico e proprio lui, con il suo Eureka, ha nascosto all’interno della sua opera letteraria una teoria di divulgazione scientifica, dettando le leggi di confine tra la fisica e la metafisica.

E così accadde che non fu uno scienziato ma l'autore del Manoscritto trovato in una bottiglia, che dei Racconti del grottesco e dell’arabesco fece la sua vita, in uno stato depressivo spirituale - invano soggiacente alla malinconia e sempre miserabile, in cerca di consolazione - proprio lui che chiedeva “Consolatemi Voi che lo potete e abbiate di me pietà perché io soffro in questa depressione di spirito che se prolungata, mi rovinerà” ad aver intuito tutto ciò che l’astronomo Edwin Hubble avrebbe poi dimostrato soltanto nel Novecento.

 

In effetti forse ci vuole un'anima visionaria e flessibile, un po' disperata ed un po' bambina per sciogliere un paradosso.

Ed in effetti non sono neppure mai solo una questione da bambini, tutte quelle domande che - probabilmente - tutti elaborano ma hanno il coraggio di porre soltanto i bambini. 

 

 

 

 

"So poco della notte ma la notte sembra sapere di me,

ed in più, mi cura come se mi amasse,

mi copre la coscienza con le sue stelle."

(Alejandra Pizarnik)

 


 

 
 
 

SCIA DI UNA STELLA

Post n°288 pubblicato il 14 Giugno 2019 da ElettrikaPsike

 

 

 

10/06/2019

 

 

“Una persona non muore subito per noi,

ma resta immersa in una specie di aura di vita

che non ha nulla di una reale immortalità

ma che fa sì che essa continui a occupare i nostri pensieri

proprio come quando era viva.

È come in viaggio.”

 

MARCEL PROUST

 

 

 

Buon viaggio...

 

 

 

 

 
 
 

Europa non è solo mitologia, ma un continente abitato

Post n°287 pubblicato il 27 Maggio 2019 da ElettrikaPsike
 

 

 

Εὐρώπη

- leggasi Europa -

principessa di Tiro e regina di Creta,

venne amata da Ζεύς e con lui concepì, fra gli altri, anche Μίνως

- leggasi Minosse -

colui che, fra le altre cose,

architettò il famoso labirinto

entro il quale nascose

la propria vergogna...


 


 

Ma tu fammelo sapere se domani ci sarà ancora l'Europa, chiedeva l'amico woodenship nel suo blog, giorni fa.

Ed io ho letto i suoi versi, e poi ho letto anche molti fra i commenti lasciati ai piedi del suo scritto. E molti erano lamenti e sentenze, scontenti e registrazioni amarissime di uno scenario anch'esso amaro. Ma io penso che prima di parlare di un territorio geografico e recriminare lamentando il proprio disgusto  - anche quando è legittimo e di fatto un'onta c'è - si dovrebbe parlare di uomini.

In sintesi, si dovrebbe parlare delle persone che lo vivono e lo compongono, o davvero non si continuerà a far altro che restare perennemente nell'ideale astratto di un nome mitologico indipendente da chi lo vive.

Non rinnego quella sensazione d'impotenza nel vedersi governati o indirizzati da chi non reputiamo all'altezza e non sono qui a negare quanto possa farci snervare il sentirsi in una condizione di cattività (di qualsiasi natura) e quindi come sia facile perdere di vista anche la sensatezza. Perché è evidente quanto sia istintivo cadere nella banale trappola dell'atteggiamento qualunquista che ci fa sempre guardare verso il fuori, non riuscendo a capire che non si può non considerare che comunque ognuno di noi nel proprio piccolo è giá quell'Europa.

Sarò un'illusa ammalata di filosofia per qualcuno, e mi sta bene; ma io la penso sempre nello stesso modo a questo proposito, e credo che se essere realisti o pragmatici significhi essere ciecamente ottusi, allora ben venga chi dice che solo quando si comprenderà che il mondo è un riflesso di noi stessi, ne potremo essere definitivamente liberi.

Quello che vediamo quando guardiamo le cose non è tanto una mappa per capire le cose che vediamo accadere ma un tracciato per capire chi siamo.

Il punto é uno solo, il singolo che fa? Quando abbiamo davvero l'opportunità di mettere in pratica, cadiamo rovinosamente calpestando i fondamentali. Indignarsi e lamentarsi sono due malattie estremamente contagiose e non meno pericolose di altre, anche se non regolarmente classificate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

L'Europa non è solo mitologia, è anche un continente abitato.

A chi inforca - ed in qualunque ambito - lamentele e indignazione per quello che non va nel mondo, mi verrebbe da rispondere sempre e solamente questo: un giorno, quando conoscerai te stesso, capirai anche perchè il mondo è come è.

Cambia te stesso, intanto. E fallo possibilmente in silenzio. 



 

 

 
 
 

POETESSA MALEDETTA... O MALEDETTA POETESSA

 

Dalla cenere io rinvengo,

e con le mie rosse chiome,

divoro uomini come aria di vento.

- Sylvia Plath -

 

 


Più di una persona a me vicina, nel tempo, mi ha espresso preoccupata molteplici perplessità riguardo alla mia stranezza - o meglio, alla pericolosità della mia stranezza! - ma in particolare una persona importante ha speso una buona percentuale della sua vita a decantarmene i motivi. E l’ultima volta è accaduto in tempi recenti.

Non lo so perché, in realtà forse questa volta potrei appellarmi all’astronomia e dire che magari le congiunzioni astrali erano più favorevoli, o semplicemente le circostanze propizie erano divenute mature al punto che la mia attenzione decidesse di coglierne i frutti; ma certo è che rispetto alle altre precedenti milionesime volte, la richiesta di riflessione è stata accolta.

Come sia o non sia, però, è bene che inizi dal principio spiegando che l’azzardo imputato ai miei atteggiamenti riguardava la sconsiderata mancanza di riguardo nei confronti della mia incolumità; vale a dire una scarsa autoprotezione rispetto alla salvaguardia della mia già poca salute.

Le accuse erano sostanzialmente rivolte verso il mio disordine di vita comprensivo di una rischiosa tendenza all'estraniazione ma la causa di questi miei aspetti - come sempre... -veniva rinvenuta in quel mio noto e profondo disgusto verso la moltissime volte citata indole borghese-mediocre-convenzionale.

Questa mia (innegabile) idiosincrasia verso il conformismo, infatti, secondo l'"accusa" non farebbe che enfatizzare altri atteggiamenti in profumo borderline già fin troppo delineati.

Le imputazioni mi hanno convinta a riflettere e così ho ottenuto le mie risposte. Ma prima di procedere con le mie discolpe, ancora una piccola (davvero piccolissima) premessa:

 

Lungi da me il voler enfatizzare modelli da “poeti maledetti” per aderire alla controcorrente del convenzionalismo,

dal momento che l’atteggiamento eterodosso da anarchico sregolato 

 di chi si atteggia ad originale per forza 

mi risulta stomachevole esattamente quanto il più invalso conformismo.

Pertanto, se proprio dev’essere, credo di trovarmi più a mio agio con chi si definisce

una "maledetta poetessa"

piuttosto che

una "poetessa maledetta"…

Ed ironia a parte, la differenza non è affatto sottile.

 

 

Fatta questa essenziale precisazione arriviamo al punto.

Naturalmente anche io - proprio come molti di voi e come chi mi ha avanzato le sue rimostranze - sono convinta che aderire a comportamenti come quelli delle malaugurate figure di poeti ed artisti nefasti non sia una grande mossa, e che non possa certo fare granché bene per qualsivoglia igiene mentale ed integrità fisica - a medio se non proprio a brevissimo termine si andrebbe necessariamente a distruggere entrambe - ed il fatto di restare totalmente e troppo al di fuori dalla realtà non farebbe che accelerare il passo verso lo strapiombo segnalato. Su queste ovvietà cristalline, ripeto, non c'è alcunché da eccepire.

Sicuramente se si vuole sopravvivere e non ci si vuole dare alla devastazione in nome dell'arte o per vocazione puramente scismatica è necessario darsi una quadra e seguire comunque alcune regole; ma allo stesso modo e con identica convinzione, ritengo che per quanto sia necessario dormire, mangiare, preservarsi ed essere presenti a se stessi per non incorrere in gravi conseguenze (leggi: sofferenze), anche la capacità di abbandonarsi al fluire delle sensazioni psichiche, vale a dire il metafisico cullare dell'anima, faccia bene al cuore. Ed alla fine, si prenda cura di noi proprio come - e forse anche un velo di più -  farebbe un'ora di sonno o un buon pasto, completo nutriente e caldo…

D’altro canto, per quanto insofferente ai dettami, alle preconfezionate certezze e a tutti i percorsi schematici - e sì, lo ammetto, non così di rado affetta da facile disinnamoramento per la vita nella sua strutturata e rigida forma materiale - e per quanto non poche volte, ma probabilmente troppe, mi estranei in atteggiamenti di alienazione, straniera nel nome e anche di fatto (quando si dice che la scelta di un nome alla nascita non va mai sottovalutata…) pure nella mia imprevedibile disaffezione, io non sono una outsider.

Forse una outlander si, ma non outsider.

Perché il mio volere o saper essere (anche) altrove, non interferisce totalmente con la mia capacità di poter essere anche al'interno dei margini.

 

Mio malgrado (e per mia salvezza) sono perfettamente inserita in un lavoro che richiede la massima attenzione, la cura, la lucidità ed anche la responsabilità verso persone che hanno un disagio quando non stanno propriamente male.

Molto spesso gran parte di loro sono bisognose di particolari riguardi perché non autonome e per questo in gran parte dipendenti; sole, ammalate, anziane o semplicemente perché del tutto analfabete oppure con situazioni problematiche - detenuti o ai domiciliari - oppure, ancora, semplicemente spaesate perchè di culture straniere e non ancora inserite.

Anche io, come quasi ognuno di noi, sono piena di regole da seguire che aleggiano nei polmoni insieme all'aria e devo rispettarle tutte.

Ed in più, come accade anche a molti, al di là dei tempi spesi per il lavoro, al di là dei pazienti, divento io stessa una paziente.

Così devo rispettare le scadenze dei farmaci, delle flebo, delle iniezioni, dei dosaggi e trovare anche  i tempi del recupero biologico necessario (tempi nettamente differenti rispetto a chi sta "normalmente bene"). Ed al di là di un più che lecito "chissenefrega" che potrebbe giustamente arrivare a questo punto da chi sta leggendo, tutto questo è solo per dire che le cose elencate servono a tenere esclusivamente il mio corpo vivo.

Ma come tutti, poi, devo anche trovare i tempi per esistere.

E nel mio caso significa poter scrivere, oltre nutrire gli spazi per gli affetti - fisici e ideali - e tenere quindi anche la mia mente, il mio cuore e tutto il resto di me vivo…

Quindi, alla fine, anche io sono come tutti, imperfetta ma perfettamente in grado di essere perfettamente organizzata. E perfettamente in grado di essere dentro i margini di questa giostra della società.

Ma naturalmente a modo mio, e forse con percentuali diverse da quelle che probabilmente chi mi ama riterrebbe più opportune per me.

Però, alla fine, nonostante io accetti tranquillamente di avere una variabile di ore al giorno obbligate alle regole che mi permettono di poter guadagnare un compenso, stare in questa società e curarmi, nel restante tempo non riesco e non voglio avere regole da giostra.

In quei momenti sono libera ed allora lì, davvero, non ho più chiostri, calendari e direttive e lì, non voglio né posso mettere alcun timer all'anima.

Io penso solamente che, alla fine dei giochi, anteporre più o meno automaticamente le regole mettendo a tacere l'anima, anche quando questa ha lo spazio per scorrere libera e piena, forse ci farà dormire di più e ci proteggerà meglio il sistema immunitario ma ci renderà anche più depressi.

Sterilizzare il povero Pathos (forse) ci farà vivere biologicamente a lungo, ma alla fine in che modo?

Io non penso che si possa mettere l'anima in stand-by e che abbiano costruito mai cronoscopi per le emozioni.

Le mie impressioni sono l'orologio e sono loro le mie scadenze, certo non la luce del sole, il buio quando viene notte o qualche sveglia che mi dice che ora è.

E questo per spiegare che cosa io intenda per convenzioni.

E quando mi si dice che la cosiddetta mediocrità non va poi del tutto demonizzata, mi dispiace, ma rispondo che non sono affatto d'accordo.

Non credo, infatti, che sia necessario accettare la mediocrità ad ogni costo per riuscire a sopravvivere. Esistono molti compromessi ben più plausibili.

E sia chiaro: io non sono e non voglio essere Jeanne Hébuterne, Modigliani o J. K. Toole - né vivere e morire come loro - ma vorrei ricordare che anche rigidi inquadramenti e vite trascorse sulle righe di binari forzatamente borghesi non hanno evitato che altri - Sylvia Plath, Virginia Woolf - s'infilassero la testa dentro un forno o si annegassero con i sassi in tasca...

E benchè tutto questa sia - o dovrebbe essere - di un'evidenza accecante, meglio sempre rimarcare una volta di più che l'eccesso di rigidità e di ordine e la repressione della passione sono nocive quanto la peste dell'anarchia…

Ma che dire, ancora? Io non rinnego nessunissimo grammo delle mie anomalie ma, in tutta onestà, preferisco sentirmi strana quanto i pensieri di una Frida (Kahlo) che non quanto una Sylvia (Plath).

E sicuramente, anche durante i miei lunghi esili da Persefone, mi sento più vicina alle parole della pittrice, perché anche le mie, magari ferocemente risentite contro il dolore e contro la parte più artificiosa e prosaica della vita, sono pur sempre parole combattenti.

Guerriera, in fondo, è un'altra espressione del mio nome.

 

Un'ultima cosa...

Io voglio assolutamente vivere, ma come l'artista messicana, spudoratamente risoluta e (in)sofferente, ammetto di poter dire: 

Spero che la mia uscita di scena sia gioiosa; ma spero, comunque, di non ritornare più.

 

 

 

La vita scorre, ed apre sentieri che non si percorrono invano

ma nessuno può trattenersi e liberamente giocare su quel sentiero,

perché così facendo ritarda o devia il viaggio atomico  generale.

La vita insiste per essere mia amica

ed il destino mio nemico.

 

- Frida Kahlo -

 



 
 
 
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