Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

LA LUNA E IL SOLE SONO TE

 

 

 

 

A volte, quando ti manca una persona che hai amato, sembra inevitabile dire che tutte le cose intorno a noi ci raccontino di lei.

 

Le poesie ce lo confermano, ma lo si trova scritto anche nei testi di molte canzoni che non esitano ad intonare come il sole ci parli di lei e come anche la luna e il vento facciano altrettanto...Ma in realtà io non credo neppure che sia questa la vicinanza che avvertiamo.

Con il tempo, infatti, mi sono convinta che accade l'esatto contrario:

sono le persone

- e siamo anche noi stessi, con ogni risvolto della mente ripiegato su chi non c'è -

a parlarci attraverso le cose.

Ed anzi, ancor meglio, non solo sono loro a parlarci attraverso le cose; ma sono proprio queste stesse a diventare le nuove forme, oltre che i custodi, di ogni nostra essenza amata. Di ogni persona fisicamente lontana ma di cui si sente forte la presenza dell'assenza.

Così la luce diventa luce che illumina o colora ma solamente secondo il "suo" nome; ed una casa, una porta o le venature nel legno di un armadio diventano la piega e il disegno del suo sorriso piuttosto che del suo sguardo caldo, ed anche quella strada che appena s'intravede oltre il davanzale, con quel velo di vento che dal vicolo della memoria spalancata ti solleva le tende, ti riporta improvvisamente il suo profumo.

Perché è il profumo la vera voce dell'anima, ancor prima degli occhi.

No, le cose non ci dicono proprio nulla, siamo noi a parlare attraverso di esse.

E quando siamo fortunati, perché abbastanza empatici da saperli accogliere, allora coloro che non sono con noi ritornano, e lo fanno attraverso il mondo.

Non ho bisogno che ogni mia assenza amata sia un racconto che mi suggeriscono la luna o il sole, perché saranno invece loro - la luna ed il sole - spontaneamente ad eclissarsi per prestare a chi amo un nuovo aspetto.

Così adesso posso dirtelo che luna, vento, sole e pioggia, nel tempo sono stati anche te

ed ogni tanto lo sono ancora.

Proprio come il calore dorato delle focacce uscite dal forno di notte sono l'estate e come le risa abbronzate dei ragazzini, i baci di vetro delle bottiglie quando vengono dilatati nella notte o la corsa roca di un motorino lungo il viale che non vediamo

- ma che immaginiamo sorridendo al buio appena prima di sorridere al sonno -

diventano in una sola eco la storia completa di tutte le giovinezze del mondo.

 

Tutte le giovinezze del mondo poi perdute,

ed abbandonate in unico giorno di serietá e prudenza, su di un'isola che non c'è.

 

 

 

 

 
 
 

Una di quelle sere

 

 

 

 

..Cosí, anche quella, era stata una delle tante sere in cui, indipendentemente dalle indicazioni segnalate dal calendario, ho sentito il mese di settembre scorrermi nel sangue.

Perchè, per me, Settembre torna ogni volta in cui la vista è rischiarata e percepisco senza possibilità di errore che la magia esiste ancora, mentre spazio libera ed assorta dentro un tempo senza il tempo.

E mentre passeggio tra i ricordi del tutto orfana di filtri, in benedetta ed omogenea continuità, posso toccare anche la giovinezza "meravigliosamente giovane" - quella, per intenderci,  dei primi baci e delle prime letture dei poeti maledetti - per poi, ad un tratto, ritrovarmi iscritta in quarta ginnasio e immediatamente al liceo senza nessuna segnaletica da seguire. 

Ed é in una sera come quelle che mi posso vedere a 16 anni, quasi 17, seduta sul letto ad attendere il mio compleanno, una telefonata, un'interrogazione di arte.

Mi vedo e sono davvero lì, perché dopotutto quella ragazzina sono ancora io.

Guardandola, però, calcolo che sono passati...quanti? Più di una ventina d'anni.

E se li conto so ancora piú precisamente che ne sono trascorsi 28 da allora, da quella mia giovinezza  meravigliosamente adolescente e, ad un tratto, penso che una decade, in fondo, trascorre in una notte e che "vent'anni fa" sono pochi ed anche trenta lo sono, ma non solo...

Forse anche quando saranno 40 e poi 50 anni fa, non sembreranno mai tanti.

Essere ragazze divenute donne, talvolta, ci fa realmente sentire tanto più vecchie e in alcuni casi più sagge della celtica Cailleach, eppure in altri momenti e sotto differenti luci, ci fa guardare dentro ad uno specchio con stupore, convincendoci di trovarci forse sulla Luna, perché il Tempo realmente ci ha graziato, facendoci restare proprio com'eravamo, pur non chiedendoci - almeno esplicitamente - l'anima in cambio.

Ma altre volte ancora, accade che si faccia impercettibilmente intuire, nella stanchezza o nel dolore dentro gli occhi, il futuro di una vecchiaia che sarà, ed allora si profila netta e fredda la paura che l'incantesimo possa infrangersi.

E nonostante non si creda alle regole di coloro che pensano sia indiscutibilmente obbligatorio invecchiare, e non si voglia affatto dare un credito allo scorrere di Messere Tempo, ugualmente si teme che alla fine del giorno possa vincere l'incredulitá sulla fiducia spropositata e che, con essa, possano trionfare anche le convinzioni rassegnate di chi crede soltanto a quel che vede o può contare con le dita. 

E forse lo si teme perchè, in buona sostanza, si ha una sola livida paura:

quella che la magia smetta di esistere.

Perchè intimamente si é consapevoli che se questo mai accadesse nulla potrebbe avere piú un senso, dacché tutte le cose, anche le più concrete, solide ed apparentemente lontanissime dall'utopistico immateriale, sono comunque sottomesse ad essa. 

Ed intimamente si sa che è solo credendoci che si può restare giovani per sempre.

Perché, semplicemente, tutto è asservito alla magia.

E prima di ogni altra cosa l'incantesimo più grande ed il più antico. Quello che per tutto segnò un inizio ed una fine, che da tutti noi viene protratto, e che tanto tempo fa, dal soffio di un respiro, venne chiamato Vita.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

RI-VERSANDO ESTATE

 

 

 

Come una festa oltre la finestra, il fiume d’estate:

una felicità con i sandali in mano,

felicità degli spazi,

grandi mattini astrali

e la certezza di sole che dal tuo cielo trabocca.

 

Giorno radioso che dai oro ai più vasti sogni

e porti la luce a distendere il tempo

di là dai confini del giorno,

sembri mettere qualche indugio

nell’ordine che procede

ed io vorrei baciarti.


Distesa in riposi verdi nell’aria chiara,

da tempo avevo presentito questo giorno,

come una festa oltre la finestra.

 

Strugge,

beve fiumi,

macina scogli,

splende:

è l’ardente stormire dell’estate

prostrata in riposi enormi.

 

 

Gli alberi così verdi

nell'aria chiara:

 

su di un carro portano i rami tagliati

 

ed io 

 

- di là dai confini del giorno -

 

vorrei baciarti,

sopra quei rami.



 

 
 
 

AMARE E ODIARE L'ESTATE

 

 

Bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa,

le luci delle barche sul mare,

a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.

(Michele Serra)

 

 

 

 

Flaiano scriveva che alla fine non c’è che una stagione: l’estate.

Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca e la primavera la invidia, tentando puerilmente di guastarla.

Fatta eccezione per la primavera - sono sinceramente convinta anche io che sia una fata verde  piuttosto narcisista e un po' invidiosa  - rispetto alle altre stagioni, però, e soprattutto al mio desiderato autunno, non posso dire di ritrovarmi in lui. 

Sì, è vero, l'estate è stata - e talvolta sa essere ancora - una bella donna in festa; ma in troppe altre occasioni è un artificioso bagatto che esaspera colori e profumi mentre il grido delle cicale (se e quando ancora ci sono) trafigge l'aria afosa, nemmeno fosse un ago al lavoro sopra un panno troppo spesso. E su questo Yukio Mishima aveva una indiscutibile ragione...

Così, di quelle tante estati un po' sdrucite e un po' macchiate, resta sempre forte il crepitio dei brutti dolori folgorati sulla graticola appesa al miasma della vita. Ed alcune di quelle estati, davvero, hanno ormai assunto nella memoria un colore unico.

C'è, però, sempre il desiderio, e con lui la speranza, a portare nuovo stupore, ricomparendoci tra lo stomaco e il cuore proprio quando, invisibili e sonnecchianti, li credevano davvero troppo lontani.

E dunque diventa sufficiente una parola, uno sguardo posato sulla lucentezza di un colore fresco ed un sapore che ti ricompone l'anima nelle giuste dimensioni ed i sentimenti nelle giuste proporzioni di bellezza, perchè si riaccendano - improvvisi - l'incredulità e la gioia in un  solo momento.

C'è un'immagine in particolare che spiega bene l'incoscienza estatica del volto di ogni bella estate.

E l'ha descritta Pavese. 

 

A quei tempi era sempre festa.

Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte,

e tutto era bello, specialmente di notte,

che tornando stanche morte speravamo ancora che succedesse qualcosa,

che scoppiasse un incendio,

che in casa nascesse un bambino,

o magari venisse giorno all’improvviso

e tutta la gente uscisse in strada

e si potesse continuare a camminare fino ai prati

e fin dietro le colline.

 

Questo accade se e quando dentro di sè ci sono libertà, giovinezza e bellezza.

Ed è solo questo trittico a farci essere innamorati (di nulla e di tutto, di nessuno e di noi stessi) facendoci desiderare di essere vivi.

L'estate è bella se e quando è un libro pieno di speranza.

Ed ecco perché, ora, esattamente come Sáenz, anche io posso dire che ho amato e odiato le estati.

Perché anche quando mi hanno di molto deluso, ad un certo punto mi hanno sempre fatto tornare la voglia di crederci... 

 

                   

 


 
 
 

LO SCIENZIATO E LO SCRITTORE

 

Tempo d'estate e di finestre spalancate sulle notti

che si sperano stellate.

Ma ogni tanto, mentre si è distratti,

la domanda ritorna

a bussare.

E dal momento che io amo le notti,

(e quando poi sono tiepide, luminose e con un po' di vento,

siamo proprio al colpo di fulmine che taglia il respiro...)

mi piace ascoltare tutte le storie che abbiano la voglia di raccontarci.

 

Dunque, questa notte di neonata estate

lunga,

tiepida

e con un sussurro di vento,

 è proprio magnifica per ascoltare...

 

 

 

 

“PERCHE' IL CIELO E' BUIO DI NOTTE?” 

 

 

"Mi piace la notte ascoltare le stelle… sono come cinquecento milioni di sonagli." 

(Antoine de Saint Exupery)

 

Non é solo una questione da bambini, anche se forse sono solo i bambini a chiederlo.

Sulla domanda, infatti, s'interrogarono moltissimi uomini ma un giorno, nel diciannovesimo secolo, uno ci pensò forse un pochino più degli altri: fu l'astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers, ed è grazie a lui se oggi il nostro quesito iniziale ha potuto ricevere anche un suo bel nome -  il "Dark Night Sky paradox" - sebbene, poi, venga da tutti semplicemente ricordato come il "Paradosso di Olbers".

E' senza dubbio evidente che la risposta più immediata alla domanda é quella ovvia che, dopo appena qualche lezione di scienze, potrebbe darci anche un bambino. Vale a dire che, se la nostra irrequieta Gaia ruota instancabilmente su se stessa, una sua parte si rabbuia proprio nel momento in cui il Sole ne sta illuminando l’altra metà.

Allo stesso modo, però, quello stesso bambino ancora oggi può obiettare che se è pur vero che in mancanza del Sole ci sono le stelle nel cielo a portarci luce, ed altrettanto vero che dal momento iniziale in cui è una sottile falce perlacea fino al lucente culmine del plenilunio, c'è lei, la nostra regina - satellite, a rischiarare brillantemente la notte fonda, tuttavia questi sonagli luminosi e questa Signora d'argento non sono sufficienti a dissipare il buio. Il cielo resta ugualmente scuro e l'atmosfera che si vive è di tutt'altra gloria rispetto a quella del giorno.

In realtà, fino all'epoca di Olbers, nella prima metà dell’Ottocento, quando si riteneva che l'universo fosse isotopo – osservato su larga scala appariva omogeneo – ed immutabile oltre che d'infinita estensione, la domanda aveva davvero una sua legittima pertinenza.

Con tali premesse, infatti, ci si dovrebbe giustamente aspettare un cielo notturno  luminoso come durante il giorno, e questo perchè appellandosi a quell'infinito numero di stelle impegnate a riempire di luce in modo ordinato tutta la volta celeste, nel cielo non dovrebbe esistere alcun punto privato della sua luminosa e tremante porzione stellare.

E per quanto si consideri anche l’attenuante della distanza - la luce delle stelle,  benché fulminea, non è infinita e ci mette comunque il suo bel tempo ad arrivare - ci sarebbe ancora da chiedersi come potrebbe, tale luce stellare, non pervenire puntualmente in un universo comunque infinito.

Da qui il paradosso; ma la soluzione (a seconda di come si voglia considerare la cosa…) si manifesta proprio nel fatto che le premesse che lo sostengono -  di un universo statico, omogeneo ed infinito - di fatto, vanno riviste.

Collocando, infatti, una data d’inizio dell’universo - all'incirca 14 miliardi di anni fa, giusto per farcene un’immagine - e considerandolo tutt’altro che statico ed immutabile, ma in una continua e fervida espansione, le cose cambiano. In questo modo, infatti, se anche la velocità della luce diventa limitata (vale a dire non infinita), nel cielo notturno non si potrà mai osservare altra sorgente all'infuori di quelle provviste di una radiazione tale da poter giungere fino ai nostri occhi. Inoltre non dimentichiamo che poi c'è anche l'elemento umano di cui dobbiamo tener conto: anche l'occhio, difatti, è soggetto ai suoi bravi limiti e non è stato programmato per percepire indifferentemente tutte le lunghezze d'onda. Così, alle frequenze più piccole, quando i fotoni ricadono nella banda dell'infrarosso, i nostri occhi non sono più in alcun modo in grado di vederli.

Fin qui la scienza ha fatto il suo dovere, e ci ha spiegato – a noi e ai bambini che se lo chiedevano – perché tutto quel fibrillare di luci proveniente dalle galassie lontane lontane non sia osservabile con i nostri occhi, pur avendo avuto tutto il tempo necessario per giungere a noi; ma la cosa più sorprendente è un’altra, perché non riguarda la scienza.

Il motivo per cui il cielo notturno è oscurato, in realtà, non sono neppure in molti a saperlo; eppure lo aveva già ipotizzato e spiegato un artista, in un suo scritto del 1848.

Era il visionario Edgard Allan Poe, lo scrittore maledetto dell’Ottocento, colui che fu iniziatore del racconto poliziesco, della letteratura dell'orrore e del giallo psicologico e proprio lui, con il suo Eureka, ha nascosto all’interno della sua opera letteraria una teoria di divulgazione scientifica, dettando le leggi di confine tra la fisica e la metafisica.

E così accadde che non fu uno scienziato ma l'autore del Manoscritto trovato in una bottiglia, che dei Racconti del grottesco e dell’arabesco fece la sua vita, in uno stato depressivo spirituale - invano soggiacente alla malinconia e sempre miserabile, in cerca di consolazione - proprio lui che chiedeva “Consolatemi Voi che lo potete e abbiate di me pietà perché io soffro in questa depressione di spirito che se prolungata, mi rovinerà” ad aver intuito tutto ciò che l’astronomo Edwin Hubble avrebbe poi dimostrato soltanto nel Novecento.

 

In effetti forse ci vuole un'anima visionaria e flessibile, un po' disperata ed un po' bambina per sciogliere un paradosso.

Ed in effetti non sono neppure mai solo una questione da bambini, tutte quelle domande che - probabilmente - tutti elaborano ma hanno il coraggio di porre soltanto i bambini. 

 

 

 

 

"So poco della notte ma la notte sembra sapere di me,

ed in più, mi cura come se mi amasse,

mi copre la coscienza con le sue stelle."

(Alejandra Pizarnik)

 


 

 
 
 
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