**TEST**
Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

E LA GENTE RIMASE A CASA...

Post n°300 pubblicato il 21 Marzo 2020 da ElettrikaPsike
 

 

 

 

 

AND THE PEOPLE STAYED HOME

 

"E la gente rimase a casa.

E lesse libri,

ed ascoltò,

si riposò e fece esercizi

e fece arte e giocò

ed imparò nuovi modi di essere.

E poi si fermò

ed ascoltò più profondamente.

Qualcuno meditava,

qualcuno pregava,

qualcuno danzava. 

Ed alcuni incontrarono la propria ombra.

La gente cominciò a pensare in modo differente,

e la gente guarì.

E in assenza di persone che vivessero

in modi ignoranti,

pericolosi

senza senso e senza cuore,

anche la terra cominciò a guarire.

E quando il pericolo passò

e le persone si riunirono ancora,

si addolorarono per i morti

e fecero nuove scelte,

 sognarono nuove immagini

e crearono nuovi modi per vivere

e la terra guarì completamente,

proprio come erano guariti loro."

 

 

Erroneamente attribuita alla poetessa ottocentesca

la paternità della poesia è, invece, riconducibile a K.O’Meara. 

 

L'immagine utilizzata per il post è il quadro di Edward Hopper

"Una finestra sulla solitudine".


 
 
 

Buon compleanno nella stagione del virus

 

 

 

 

Premesse:

Lavoro in un centro diagnostico di ricerca e sono a contatto tutti i giorni con pazienti - il più delle volte tutt'altro che pazienti - e con altrettanti in ospedale;

Ho un sistema immunitario non propriamente reattivo, e la salute non è il mio asso vincente;

Mi relaziono fin troppo intimamente con il dolore fisico, con quello mentale e con quello dell'anima che ti sbrandella il cuore, o del cuore che si fa stracci dell'anima;

Conosco la forza che tutto illumina, l'amor che move il sole e l'altre stelle e da brava strega confido nella metafisica dell'istinto...

Ma credo anche nei paradossi e seppur strega, sono una strega cartesiana, pertanto la ragione mi ha educata alle sue leggi.

Tutto questo per dire?

Per dire che la precauzione è sana, l'attenzione è giusta, la coscienziositá è saggia, ma é nel discernimento tra queste tre cose ed una becera psicosi collettiva che t'impedisce di considerare qualsiasi situazione con un minimo di obiettività, che sta l'intelligenza di un individuo.

E la situazione, nuda e crudamente senza filtri, è solo data dalla matematica - dai numeri, dalle percentuali - e dal significato delle parole.

Analizziamo i dati:

Secondo le statistiche mondiali aggiornate in tempo reale sul Coronavirus, siamo sulle 79.000 persone infette, tra le quali si calcolano circa 2.400 decessi.

Nessuno, certo, puó dire che siano pochi o che siano una stima che possa lasciare indifferente; ma restiamo ai numeri e consideriamone la percentuale.

Si sta parlando di un 3% (circa) di decessi provocato esclusivamente in pazienti fragili e già predisposti a facili condizioni di aggravamento a causa di patologie pregresse all'insorgere del virus e/o a causa di un'età avanzata.

Le banali - o meglio dire, più familiari - influenze causano circa 400 decessi all'anno solo in Italia, e circa 200 sono i morti stimati solo per la polmonite virale. 

Ora, è certamente vero che il quantitativo di decessi dovuti ai comuni malanni stagionali non suscita attenzione né scompiglio e nessun particolare share televisivo, pur accrescendosi notevolmente con il ragguardevole numero d'infezioni contratte durante i conseguenti ricoveri ospedalieri, e questo soprattutto perchè resta comunque e, di fatto, nettamente minore rispetto ai decessi provocati da questo specifico virus; ma d'altro canto va ricordato anche che la Sars - oggettivamente molto più grave della maggior parte delle altre infezioni da Coronavirus, che invece provocano soltanto sintomi simil-influenzali - non aveva provocato gli stati di emergenza sanitaria simili a questo che stiamo incontrando oggi, benchè detenesse un tasso di decessi superiore all'odierno Coronavirus, vale a dire pari al 9%.

Il COVID -19 vanta fondamentalmente tre aspetti per i quali merita una particolare attenzione:

1. l'indubbia alta contagiosità, anche se 19 casi su 60.000.000 di abitanti non è, da un punto di vista puramente matematico e scientifico, obiettivamente, neppure un rischio così elevato d'infezione (ciò non toglie che comunque un livello medio-alto non sia poca cosa);

2. il fatto che una percentuale - tra l'altro piuttosto contenuta (circa il 4%) - di pazienti infettati necessita di un ricovero in terapia intensiva;

3. il fatto che non esiste ancora un vaccino che estingua il rischio d'infezione.

Il vero problema è che se il contagio dovesse espandersi a dismisura, il personale sanitario si troverebbe in serie difficoltà, sia da un punto di vista numerico - tanto il personale, quanto i posti letto nelle rianimazioni risulterebbero insufficienti dovendo far fronte alle accresciute esigenze dovute all'aumento dei pazienti contagiati con complicazioni respiratorie gravi - sia per il fatto che qualora non dovessero esserci un quantitativo di respiratori sufficienti, potrebbero venire rimandati anche una parte di interventi nelle sale operatorie a causa del blocco.

Contagioso, però, sia chiaro non è sinonimo di letale...

Nell'81% delle persone contagiate dal coronavirus si è trattato finora di casi lievi e soltanto una piccola percentuale manifesta sintomi gravi d'insufficienza respiratoria o shock settico. Quindi, quarantene, precauzioni e accorgimenti posti in atto per arginare il contagio non significano obbligatorie conseguenze da colera e peste e non sono affatto una cronaca di morte annunciata. Significano semplicemente quello che sono: precauzioni e accorgimenti di buon senso per evitare di espandere un contagio di un virus particolarmente infettivo.

Chiarito, quindi, che il fatto di contrarre il virus non è di per sè una condanna, dal momento che salvo per la piccola percentuale di casi per i quali è necessaria la terapia intensiva ed un 10% circa di pazienti in condizioni già precarie e sfavorevoli in cui il virus può degenerare in polmonite, per tutte le rimanenti categorie d'individui non "a rischio" -  e si parla, quindi, del restante 80/90% della popolazione - la malattia ha un normale decorso totalmente benigno, con una sintomatologia anche lieve/moderata, il problema su cui ci si deve concentrare è arginare il contagio.

Tutto il resto è fantascienza e panico sociale fuori luogo. 

Come gli isterismi che inducono a fare razzia di supermercati e ad ipotecare la casa per acquistare un disinfettante che fino a 3 giorni prima si era lasciato tranquillamente scadere in fondo all'armadietto dei medicinali...

Nessuno muore per un raffreddore, per un mal di gola, per una tosse o per un rialzo di temperatura provocati da un virus, anche se incoronato...Si può morire, invece, per l'aggravamento di condizioni patologiche già preesistenti ed innescate da quel virus.

Pertanto, no, una persona in condizioni di salute favorevoli non muore per un virus, a meno che, come sottolinea acutamente Pamio in un suo articolo "il patogeno non sia appiccicato al paraurti del camion che la investe..." 

Ma come l'intelligenza ci dissuade da atteggiamenti d'isteria di massa e di fobie irrazionali, la coscienza umana, civile e sanitaria ci impone di mantenere le più chiare ed evidenti regole precauzionali per noi stessi e per non esporre le persone maggiormente fragili a rischio di contagio, creando disagi a catena e bloccando l'intera sanità. 

Questo è.

Nonostante tutto, però, se c'è stato amore ai tempi del colera, credo ci possa tranquillamente stare anche un (mio) buon compleanno ai tempi del Coronavirus...

 

 


                                   https://blog.libero.it/Tirillio/14813123.html

 

 

Ed un...esponenziale grazie per i fiori...

                                                    

direttamente da Tirillio!

                                                       

 

                                                              BUON COMPLEANNO A ME...

 

PER LA CRONACA: I DATI RIPORTATI NEL POST HANNO UNA COLLOCAZIONE CRONOLOGICA. PERTANTO NON ERANO AGGIORNATI ED ERANO RIFERITI AL QUADRO SOCIALE E ALLO SPAZIO TEMPORALE IN CUI IL POST E' STATO SCRITTO.

 
 
 

SULLE PAROLE BRUTTISSIME - Estetica del linguaggio -

 

 

 

 

 

Davvero esistono parole “belle” e parole “brutte”?

Ma se esistono, che cosa le rende tali?

Non certo o non solo un punto di vista contenutistico legato al messaggio che la parola ci vuole portare, perché se ogni termine legato a situazioni e condizioni spiacevoli dovesse essere considerato una brutta parola, allora anche utilizzare vocaboli quali “violenza”, “odio”, “disgusto” piuttosto che “tristezza” o “angoscia”, letteralmente, significherebbe “dire parolacce” e, in uguale misura, anche farcire un discorso con accademici rivestimenti di realtà niente affatto belle - utilizzando, ad esempio, termini quali “stupro”, “tumore” o “neoplasia” - sarebbe, comunque, un abbandono al turpiloquio...

Quindi, appurato che non è un significato spiacevole a rendere “brutta” una parola, dobbiamo ammettere  che non è, però, nemmeno il suo aspetto a renderla tale.

Proviamo a scrivere:

ll termine “felicità” non è graficamente meno bello di “ansia” e, sinceramente,  “mielite” non è una parola esteticamente più spaventosa di “miele”, eppure la prima indica una sindrome clinica immuno-mediata del sistema nervoso centrale, mentre la seconda ci riconduce ad un nettare dolce e nutriente prodotto dalle api.

Probabilmente, allora, verrebbe da chiedersi se non sia il suono a rendere disprezzabile una parola invece di un’altra. Quest'ipotesi potrebbe anche avere un senso, eppure, di fatto, le cose non stanno nemmeno in questo modo perché non sono neppure poche le parolacce di una qualsiasi lingua che possono risultare anche gradevoli nel suono o per l'aspetto dei caratteri - pensiamo anche solo ai logogrammi - a chi è estraneo a quel linguaggio e non ne conosce il significato. 

Ed inoltre, sono molte anche le parole non propriamente musicali o melodiose e magari aspre, gutturali o dal suono secco, asciutto, intransigente (anche tra quelle propriamente onomatopeiche) ad essere largamente utilizzate ed onorate in una classificazione lontanissima dalle parolacce; mentre altre, magari fluide, ammalianti, ipnotiche e dolcissime, come le sirene, con i loro suoni portano altrettante terribili promesse.

Ci sono, però, alcune parole che sembrano essere fatte apposta per enfatizzare la loro esistenza. Si tratta, infatti, di tutti quei termini che abitualmente esprimono in modo basico e crudo - e con evidente intento offensivo - le pulsioni fondamentali dell'uomo, dall’impulso sessuale alle necessità biologiche fino ad ogni sfumatura di contrarietà e aggressività.

Le “parolacce” diventano, così, le armi verbali per esprimere nel modo più immediato e primitivo possibile la necessità, il disgusto, la rabbia, il dolore e la paura.

Fino a non molto tempo fa, le “parole volgari”, letteralmente erano quelle attribuibili al “volgo” - inteso con un’accezione marcatamente dispregiativa per indicare la classe popolare più arretrata all’interno di una collettività sociale - pertanto, utilizzare le parole volgari altro non era se non un sinonimo di povertà intellettiva, di carenza di linguaggio e di pigrizia, oltre che di evidente sguaiatezza. Oggi, però, le cose sembrano stare diversamente.

Tra una contraddizione e l’altra, infatti, la psicologia moderna (Richard Stephens) sostiene che l’utilizzo del turpiloquio possa addirittura aiutare a meglio sopportare il dolore, inducendo all’analgesia e a compiere sforzi più grandi.

Io credo che, tanto per il linguaggio come per ogni altro ambito (parola, azione…), sia il contesto a stabilire l’efficacia e la pertinenza di una scelta.

Sul Corriere della Sera, Nicola Cardini una volta scrisse una bellissima affermazione: Un vocabolo è bello quando rende belli tutti gli altri, ed il loro insieme si dimostra armonioso e logico.

E’ così, il senso non sta mai tutto in una sola parte.

Anche gli dei della lingua italiana - da Dante a Niccolò Machiavelli (et cetera) -  utilizzavano termini postribolari; ma la differenza tra una parolaccia volgare ed una parolaccia sensata ed appropriata sta nell’intelligenza di chi la dice. Quando serve è giusto che ci sia ma è solo l’acutezza di chi sceglie di utilizzarla a decidere se, quando e come serve.

C’è però un’ultima cosa che voglio aggiungere sulle brutte parole…Tutto quello che si è detto finora sui cosiddetti “termini volgari”, a mio avviso, si può tranquillamente riferire anche alle parole abusate, e a tutte quelle estrapolate dalla grande distribuzione organizzata a basso costo di alcuni spot e blog che “influenzano” il mercato.

Mi riferisco a termini tanto usurati da centinaia di pseudo giornalisti da essere ormai guasti, come l’immancabile aggettivo “solare” per descrivere una persona ilare e socievole, fino ai più recenti e ferocemente infettivi tre moschettieri del circuito della cura estetica - “beauty routine”, “skincare” e “texture” - che, per il loro utilizzo indiscriminato e reiterato, si dimostrano evidentemente qualificativi d'indubbia povertà linguistica, di conformismo subordinato e di una pedissequa accettazione, oltre che di una pigrizia intellettuale imbarazzante.

Talmente imbarazzante da farli rientrare a giusto titolo in tutti quei criteri d’idoneità che classificano le brutte parole.

Mi permetto, quindi, di lasciare qualche suggerimento a tutti coloro che li propagano, nel caso in cui, pur decidendo di redimersi - e riconoscendo, finalmente, la bruttezza del linguaggio fino ad ora utilizzato - non riuscissero, comunque, a superare l'assuefazione alla pigrizia.

Ecco, dunque, i sinonimi:

Invece di "Beauty routine" si possono decisamente utilizzare: "consuetudini", "iter", "pratiche", "gesti", "abitudini", "prassi di bellezza";

Anzichè ostinarsi a scrivere "Skincare" solo perché è stato inserito nella grande famiglia della nomenclatura tecnica e collettiva del settore, apparirebbe un pò meno scontato optare qualche volta per i semplici "trattamento" o "attenzione, protezione e cura" della pelle…che saranno anche ugualmente banali ma, fidatevi, rispetto a quante volte si legge lo stesso significato mascherato in lingua inglese, diventano quasi musica (e, per chi non lo sapesse ancora, riportare un termine in una lingua differente dalla propria, non lo rende improvvisamente inaudito o neurotonico...);

Per quanto riguarda "Texture", riferito al derma, poi, di alternative meno nauseanti ne abbiamo a profusione: da "trama" a "struttura", da "grana" a "consistenza" in avanti…Tanto vale cambiare di volta in volta.

Sia chiaro, io non sono una purista della lingua, anzi...E riconosco che ogni parola nasce da una madre di origini lontanissime e di difficile collocazione, quindi accetto con piacere contaminazioni e affiliazioni... ma non faccio sconti di nessun tipo per gli abusi che deteriorano gli occhi e le orecchie.

“Solare”, infatti, come “interessante”, sono solo due tra i numerosi termini incontestabilmente italiani di cui è stato fatto scempio. E sono entrambi lisi, né piú né meno, ma in tutto e per tutto quanto la sopracitata "texture" e le sue sorelle straniere...

 

 

 

 

 
 
 

We don’t need no thought control

Post n°297 pubblicato il 03 Gennaio 2020 da ElettrikaPsike
 

 

Tempo fa leggevo un post nel blog di un utente amico, ed ho pensato che parlare di muri, facesse bene anche qui, nel mio Labirinto.

 

 

"I don’t need no arms around me

And I don’t need no drugs to calm me

I have seen the writing on the wall

Don’t think I need anything at all"


Una veloce stima:

Nel 1989, dopo la caduta del più celebre - il muro di Berlino - se ne contavano quindici.

Poi siamo arrivati a più di 60. Una ventina solo negli ultimi anni.

Qualcuno dice che si può legittimamente parlare di quella attuale come l’era dei muri…ma questa “Age of walls”, a parer mio, è un’era infinita. Perché dove non si parla di quelli fisici ne abbiamo altrettanti se non di più, di muri metaforici, mentali, culturali, emotivi.

Un terzo dei Paesi del mondo presenta recinzioni di diverso tipo lungo i suoi confini (nel continente africano se ne contano 12, due sono i muri che dividono l’America, separando gli Stati Uniti dal Messico, e quest’ultimo dal Guatemala, 36 quelli che frammentano l’Asia e il Medio Oriente e 16 sono le recinzioni che attraversano l’Europa, la maggior parte delle quali localizzate nella parte orientale del vecchio continente).

Dal 2000 in poi circa diecimila chilometri di cemento e filo spinato hanno confinato territori, s’innalzano recinzioni di ogni tipo e ci si blinda per arginare i flussi migratori e per proteggersi dal terrorismo ma anche per separare gli abitanti di una zona ricca residenziale da quelli della baraccopoli limitrofa (tra l’altro in uno Stato che solo nel 1994 riuscì a scrollarsi il marchio dell’apartheid).

C’è un muro per ogni gusto, religione, popolo…dal muro che separa la Repubblica Greca di Cipro dalla Repubblica Turca di Cipro, alla “Peace-Line” di Belfast per separare in Irlanda la Belfast cattolica da quella protestante; c’è la barriera del 38esimo parallelo che frammentò la Corea del Nord e la Corea del Sud; ci sono i muri eretti dall’India al confine con il Pakistan e al confine con il Bangladesh; ci sono i confini militarizzati fra l’Arabia Saudita e lo Yemen.

E poi c'e l’iconica situazione d’Israele… che ha letteralmente recintato se stessa, circondata da barriere che la isolano sia all’esterno dalle nazioni limitrofe, sia all’interno rimarcando gli eterni conflitti della Terra di Canaan.

E per ogni muro solidificato ci sono stati migliaia di piccoli e grandi muri mentali a preparare il lavoro… In Giappone, migliaia di adolescenti - definiti hikikomori - vivono in disparte, affetti da una sindrome da isolamento volontario, all'interno della loro stanza, a consumare una vita virtuale in un rifiuto silenzioso del mondo. Il loro è un confine tanto fisico quanto interiore ed il muro che innalzano è probabilmente fatto di paura. Tutto sommato, quindi, anche loro soltanto un altro mattone nel muro…

Eppure, come ogni altra cosa, anche un mattone può trasfigurarsi: i Pink Floyd, nel 1979, questa barriera mentale e psicologica la fecero diventare musica, erigendo un muro fatto di note e di parole che divennero una parte privilegiata della storia del rock.

Io credo che ognuno di noi possa scegliere di dire "Ho capito quello che sta succedendo. Dopo tutto erano solo mattoni nel muro. Dopo tutto eravate tutti solo mattoni nel muro".

 

 

"Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”

(Gal 3:25-28)


 
 
 

Autunno, sempre con me

Post n°296 pubblicato il 09 Dicembre 2019 da ElettrikaPsike
 

 

 

  Manca davvero poco ma, di fatto, almeno a sentire i brividi di freddo che pungono sotto le sciarpe e a vedere gli alberi che mimetizzano la perdita del fogliame con le luci d'oro degli addobbi di Natale, ci siamo già, quindi...

 

Au revoir, automne, toujours avec moi.

 

Finché ci sarà l‘autunno, diceva van Gogh, non avrò abbastanza mani, tele e colori per dipingere la bellezza che vedo.

 

 

Ma l’autunno non è sempre, pur tornando per sempre (personalmente io stessa desidererei vivere come se fosse, in me, sempre settembre…) e difatti van Gogh scelse (o forse non fu lui a scegliere, ancora non è così chiaro) di non aspettarlo più, morendo nel mese di luglio - in estate piena - allo sfacciato sole che esaspera ogni aridità, nelle sensibilità più estreme. E probabilmente ormai del tutto sperduto in quel lungo vuoto d'autunno durato per troppi mesi dentro la mente…

Io capisco chi ama l’autunno, e per me quegli sfarzi di luci ambrate e sanguigne, di sfumature migranti, scarlatte e imporporate fino allo sfrigolio increspato del ruggine e del giallo amamelide o cadmio sono crampi al cuore, che epurano estromettendo sfoglie di angoscia, mentre gli spasmi acuti che sento scricchiolare, nelle croccanti fragilità di tante foglie scivolate lungo il vento dai rami, sono calorosi scoppiettii di fuochi accesi negli occhi della mente e nel sorriso.

Grazie Autunno, d'incendiarmi l'anima.

 

E grazie alla poesia di wood che mi ha dato modo di celebrare ancora un po' la mia passione per questa stagione stregata... 

Grazie allo splendido artista John Bramblitt - ed al riguardo, dal momento che mi sono scordata di precisarlo - ecco la nota aggiuntiva e doverosa di misteropagano che ha postato nei commenti:

"Val la pena ricordare che John Bramblitt è un artista non vedente...il che la dice lunga su come possono essere recepite e trasmesse le emozioni che descrivi.. sono colori della mente. Quindi dell'abilità di immaginazione e non di meno di sentirsi parte della natura nella misura in cui il nostro animo non ne dimentica i pattern".

E poi, grazie ancora a lei, alla nostra misteropagano per tutti gli addobbi natalizi senza i quali...il Libero-Natale non sarebbe mai così libero...

 

 

 

 

 

 

                                                                               AUGURI A TUTTE/I, 

                                                                                                       EleP.


 
 
 
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