Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

LA CONTAMINAZIONE DEI SENSI

 

 

ΣΥΝΑΙΣΘΆΝΟΜΑΙ

 


Sinestesia:

Una parola che significa letteralmente "percezione unita e simultanea".

E che mi riguarda. Da sempre. Anche senza saperlo.

 

 

 "Alcune persone si stupiscono e non capiscono le mie domande quando chiedo loro cose come:

che colore ha la vocale A, per te?"

 

Riconosciuta nel XIX secolo come una vera e propria patologia neurologica, in realtà è semplicemente un fenomeno ultrasensoriale che stabilisce interferenze piuttosto sorprendenti tra i nostri cinque sensi. Poco, però, se ne parla, raramente si conosce e probabilmente anche una parte di individui che ne sono affetti (o arricchiti, a seconda da come la si guarda), ne è cosciente e sa di cosa realmente si tratti.

O, almeno così è stato per me, che dai miei tre-cinque anni fino ad una decina di anni fa non ho mai saputo che fosse una condizione caratterizzata anche da un nome.

Ma un nome ce l'ha e si parla di sinestesia quando una stimolazione sensoriale viene percepita dall’organo interessato alla percezione suscitando contemporaneamente anche ulteriori rappresentazioni associate ad altri organi di senso. In sostanza, i soggetti sinestetici (o altrimenti detti sinestesici) vivono esperienze sensoriali definite complesse perchè multidimensionali e contaminate.

Accade, così, che la vista di una lettera e di un numero possano evocare associazioni con un colore o con un profumo, e sentire una musica possa produrre specifiche immagini oppure richiamare sensazioni al palato nel momento in cui la si ascolta.

Se piuttosto celebre è la frase del matematico e filosofo Wittgenstein al riguardo "Alcune persone si stupiscono e non capiscono le mie domande quando chiedo loro cose come: che colore ha la vocale A per te?"  di fatto non è però poi così insolito questo suo quesito per chi - come me ed un altro 15% circa degli individui accertati dalle stime della ricerca come sinestetici - compie da sempre ed involontariamente questo genere di associazioni.

Vecchio (quasi?) come il mondo, il fenomeno è stato però considerato e studiato con una certa assiduità solo da tempi relativamente brevi. La causa di questo processo, rivelata dalle ricerche, sarebbe riconducibile non tanto alla presenza di un numero maggiore di connessioni neurali nel cervello sinestetico, quanto ad uno scarso isolamento di quelle reti neuronali che determinano la capacità di creare collegamenti sinaptici fra i concetti, anche quando questi si trovano ad essere piuttosto lontani tra loro.

In realtà, grazie alla capacità di produrre associazioni, più o meno tutti sono in grado di richiamare alla memoria esperienze che riguardano altri sensi, lo stesso cervello umano è organizzato in modo tale da permettere di richiamare alla memoria immagini di situazioni vissute e poi di associarle liberamente con notevoli possibilità di creare nuove e incommensurabili combinazioni; nonostante questo, però, per la maggior parte delle persone le informazioni rimangono chiaramente separate e filtrate, ed inoltre questa facoltà che tutti - in modalità differenti - possediamo, non richiede che i sensi registrino realmente la presenza di oggetti o di suoni.

Per i sinestetici, invece, la questione è un pochino differente perché tutte queste associazioni vengono percepite in un modo così reale da poter essere quasi paragonate a stati alterati di allucinatori.

Le percezioni dei sinestetici, difatti, sono il risultato di un incrocio particolare tra le fibre neuronali del cervello che, probabilmente, dipende dalla prossimità fra alcuni centri nervosi. La vicinanza del centro dell'udito con alcune aree coinvolte nella percezione del colore, ad esempio, potrebbe così spiegare la sinestesia che include suono-colore e lo stesso discorso varrebbe per tutte le altre combinazioni sensoriali.

 

Al contrario esistono alcune patologie che, nel causare allucinazioni spontanee, pongono realmente l’individuo in una dimensione intermedia fra l'immaginazione e la realtà empirica. Per questo è impossibile non domandarsi come - e se - le predisposizioni sinestetiche piuttosto che le vere e proprie patologie psichiche che sollecitano percezioni senza oggetto possano, in qualche modo, essere anche d'aiuto alla creatività.

Durante l'allucinazione il cervello, infatti, si attiva in modo imprevedibile.

Prendendo un caso conosciuto ed accertato come quello di De Chirico ed analizzandolo, possiamo facilmente dimostrare come gli stati allucinatori dell'artista inducessero percezioni che possedevano la medesima qualità nitida della visione normale ma che potevano essere localizzate nello spazio esterno piuttosto che all’interno delle aree cerebrali (come avviene invece nel caso dell’immaginazione).

Solitamente, infatti, quando si osserva un volto ed i suoi lineamenti, viene attivata quell’area del cervello preposta all'elaborazione dei volti che permette di prenderne coscienza; se durante un’allucinazione, però, quest’area si attiva autonomamente, ne conseguirà allo stesso modo un’esperienza sensoriale e si avrà la percezione di un volto anche quando nessun volto è presente davanti ai nostri occhi.

E' abbastanza chiaro, quindi, come questo tipo di situazioni possano evidentemente influenzare un artista e tornargli tecnicamente utile nel ritrarre ciò che la mente gli mostra, poiché per l’artista - di fatto - si tratta di un’esperienza reale e incontrollabile.

Ma ritornando al fenomeno sinestetico - che ripeto non è affatto rarissimo e può riguardare, infatti, fino al 4% della popolazione - se, in particolar modo, il cervello dei creativi o degli scienziati sembra essere il più predisposto ad essere interconnesso rispetto a quello delle persone più strutturate in discipline differenti, un motivo c'è ed è riscontrabile proprio in questa maggiore idoneità nel mettere in correlazione idee e concetti anche molto distanti tra loro che inevitabilmente la sinestesia comporta.

E se va da sè che non tutti i sinestetici siano necessariamente celebrità geniali (magari fosse così semplice...) è però piuttosto logico e vero il contrario, vale a dire che molte celebrità geniali sono - di fatto - state beneficiate dalla sinestesia. 

Proprio la sinestesia spiegherebbe, quindi, la maggiore predisposizione all'ars combinatoria che sempre ha accompagnato l'inventiva delle menti di Charles Baudelaire o del Nobel per la fisica Richard Feynman, di Vincent Van Gogh o del musicista jazz Duke Ellington, non tralasciando W. Amadeus Mozart ed il pittore Vasilij Kandinskij, che diceva di voler "creare quadri che si potessero ascoltare e musiche che si potessero vedere".

     

Eppure non è tutto un arcobaleno questo universo neuronale.

Infatti, proprio i quattro i geni preposti a regolamentare la sinestesia risulterebbero  essere anche quelli coinvolti nella determinazione di alcune condizioni cliniche quali l'autismo, l'epilessia ed altre patologie di matrice neurologica. Ed inoltre, ma questo è facilmente intuibile data la plasticità del cervello umano, la sinestesia risulta essere anche una condizione frequente negli individui non vedenti.

La sinestesia, infatti, può frequentemente insorgere in caso di cecità proprio in virtù del fatto che il sistema nervoso dimostra di sapersi riorganizzare funzionalmente in seguito ad una lesione traumatica, trasferendo direttamente le funzioni che un organo leso ha perduto dall'area danneggiata ad un’altra zona cerebrale esente da trauma. E la corteccia occipitale dei non vedenti, infatti, è capace di un notevole cambiamento dinamico e di un successivo adattamento in seguito alla perdita della vista. 

In particolare, la sinestesia non è quindi da considerarsi propriamente come un'anomalia ma come una sorta di allegramente e riccamente disordinata condizione aggiuntiva, che provocando la contemporanea stimolazione di più canali sensoriali ci permette di percepire il mondo oltrepassando i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerlo. E se per Kandinskij questo significa intravedere il contenuto del futuro, io sinceramente vorrei dare ragione a qualcun altro, e dire che superando i imiti nei quali il tempo vorrebbe tenerlo costretto, ci indica che il tempo stesso non esiste...

 

 

 

«Fino a 15 anni ho pensato che tutti vedessero, nelle cose, i colori. Colori nei libri, colori nelle formule matematiche, colori ai concerti. Ma quando finalmente ho chiesto a mio fratello di che colore era la lettera C (giallo canarino) ho realizzato che la mia mente non era così normale come avevo pensato.»  Melissa McCracken, pittrice.

 

 
 
 

Qualcuno le chiama streghe

 

 

 

 

Qualcuno le chiama streghe, per altri sono angeli. Ma sempre, comunque, e tutte, sono le creature predilette da Dio.

Perché? - potreste chiedervi - Lasciate che ve ne elenchi i motivi...

Perché sono possedute dall'invasamento e spingono follia e fede, sconsideratezza e coraggio, scaltrezza e umiltà oltre ogni limite, tanto da poter vedere quello che gli altri non vedono, ascoltare quello che gli altri non sentono, provare quello che gli altri non percepiscono.

E perché sanno amare più di quanto non credano di saper odiare.

Quando parlano con Dio - e si lasciano invadere dalla passione spirituale, facendosi trafiggere i sensi dalle spade infuocate impugnate dagli arcangeli, o incendiare su di un rogo avvampando in rivoltosa sottomissione alla propria fede ed alla propria vocazione, al proprio sogno, ideale o amore metafisico - sono chiamate mistiche visionarie.

Quando consacrano i loro corpi intatti, immolando la verginità alla luna per farsi inviolabili e caste agli sguardi degli uomini, profetiche vestali di un tempio o energie ninfiche di un bosco, sono chiamate sacerdotesse.

Se scelgono di essere seguaci della metafisica di Sofia, in un evangelismo gnostico, sono riconosciute come angeli.

E sono poi curatrici benefiche, sorelle e compagne di spiriti raminghi, amiche degli umili e dei reietti, dispensatrici di sollievo e riposo, guaritrici, confidenti e alleate.

Sono sempre lì, negli spiriti al confine di questa e quella terra, dei poeti e delle muse; si trovano nelle note di uno spartito e dentro il suono di un violino, in quello di un flauto, nelle percussioni e nel battito di un cuore.

Sono nell'energia di in lampo e nella forza elettrica di un tuono. Sono nelle danze dionisiache bagnate di pioggia, nella luce del fuoco, negli occhi e nei nomi delle stelle.

E poi ci sono anche quelle anime sperdute nelle regioni dell'angoscia o sedotte da un inferno preso in prestito, nell'attesa di in paradiso perduto: quelle sono le streghe traviate lungo le strade della notte ed hanno lunghe ali spezzate ad avvolgerle, mentre scambiano sogni sintetici e corpi freddi con amanti rinnegati nel cielo.

E vengono chiamate prostitute, cortigiane o più dettagliatamente le puttane di Satana.

Ma anche queste, alla fine, hanno l'ultima parola.

Regine degli inferni per poter servire in cielo, sono comunque destinate a dare scacco al re. Perché se è vero che il demonio è condannato ad ingannare, è anche vero che il suo inganno non è mai completo. Il suo dazio è l'imperfezione, la stonatura, l'anomalia. Il dettaglio che lo rivela e lo smaschera.

Ma la strega no...la strega infedele non è vincolata alla sua stessa imperfezione: così il suo compito è anche quello di mostrare al mondo i coperchi che il demonio ha tralasciato fabbricando le pentole.

Alcune volte sono considerate angeli, sante, mistiche e benefattrici, artiste e muse; altre volte sono chiamate meretrici, pazze, visionarie, anime traviate. E si, sono ai margini, afflitte e peccatrici.

Ma una cosa è certa: hanno sofferto ai limiti della follia ed hanno amato anche di più. Hanno curato, sfamato e difeso gli ultimi, e sono state simili ai fanciulli riuscendo a vedere il regno dei cieli.

Ed è per questo che, insieme a tutti gli altri ultimi e ai reietti che conoscono il vero senso di bellezza e amore, anche loro, sono figlie predilette.

 

 

 

 

 

E poi...

In questa notte, sul finire dell'inverno

e a qualche passo dalla primavera...

 

BUON COMPLEANNO A ME!

                                                     

 

ED UN GRAZIE SPECIALE PER LA CORONCINA DI MARGHERITE

-OLTRE CHE PER UN POST MONUMENTALE-

REGALATA DALLA MIST!

 


 

 
 
 

PARADISI SENZA DENARO

 

 

Si dice che tutte le cose che meritino d'essere vissute realmente, siano completamente esenti da un dazio.

Ed io la penso esattamente così.

 

Si potrebbe, infatti, lasciarsi facilmente ingannare pensando alle innumerevoli associazioni di contorno; ma in realtà se si considera esclusivamente l'essenziale, fatta eccezione per la farina e poco altro - fatti salvi il riscaldamento nella stagione invernale e la possibilità di curarsi e di curare la propria igiene personale - tutte le altre cose veramente importanti, credetemi, sono veramente gratuite sotto il sole e sotto la luna.

E questi paradisi senza denaro hanno una forma ed un nome.

 

Si chiamano:

 

Pensare

Ricordare

Immaginare

Creare

Sognare

Sperare/avere fede

Immergersi nel mare/in un fiume/in un lago

Toccare la neve

Ballare sotto la pioggia

Ascoltare il ticchettio delle gocce

Passeggiare in un bosco

Respirare il vento

Sdraiarsi sopra un prato per contare il bianco latte delle nuvole

Specchiarsi in un cielo stellato

Tingersi di un tramonto invernale

Vestirsi di un'alba estiva

Guardare le luci accendersi nelle sere d'autunno

Farsi sorprendere da un'opera d'arte all'aperto

Lasciarsi sedurre da una musica lontana

Respirare il profumo di fragranze nuove

o avvolgenti e confortanti

Accarezzare un randagio

Osservare la città dai tetti di una casa.

 

E più in generale,

Guardare, Ascoltare,  Sentire, Parlare, Camminare, Correre, Cantare, Ridere, Sorridere.


Fare l'amore

Amare

Essere amati.

 


 

 

E se tutto questo elenco, per qualcuno, non significa ricchezza...allora le motivazioni possono essere solamente due (e non ci sono scuse, tertium non datur):

Una totale mancanza di sensibilità estetica

- oppure -

una grave mancanza d'ingegno.

 

 

E la brutta notizia per loro è che, purtroppo, né l'una né l'altro si possono in alcun modo comprare...

 

 

 

 

 

 
 
 

Felici e contenti, nei palazzi stregati della fantasia

 

 

 

 

 

L’ho sempre pensato che talvolta è meglio il "rimpianto" del "rimorso", qualche volta l’ho anche detto, ed anche  poco tempo fa parlando ad un amico. Ma non ricordo se ne ho mai scritto qui...

Dal momento, però, che adesso persino la stagione è quella perfettamente adatta - con il suo  pungente profumo di freddo nell’aria e le stelle che hanno riacceso tutti i loro fuochi - per parlare di essere e di non essere, di ciò che si deve preservare e di ciò che è meglio abbandonare, ma soprattutto é perfetta  per immaginare, eccomi qui.

Pronta a dire che, a dispetto di tutti i mementi per l’avvenire riguardo al "non lasciare i sogni sigillati in un cassetto" e delle facili esortazioni a "sfidare ogni titubanza per aggirare i rimpianti", ci sono momenti in cui il fatto stesso di conservare un sogno senza metterlo al mondo, resta la cosa migliore che si possa fare per non perderlo del tutto.

Mi spiego: Non è tanto l’essere o il non essere il punto di domanda della questione, ma la scelta di preservare o abbandonare un sogno (o un’idea...)

Quando si presta un corpo ad un sogno, infatti, quello smette immediatamente d’essere un ideale inviolato ed improvvisamente diventa mortale - e va da sé che, una volta divenuto mortale, se malauguratamente dovesse morire, lo si perderebbe del tutto - con tutto l’impoverimento che può conseguire nel nostro spirito.

Ma il guaio non è, però, poi neppure questo: il problema centrale è che, in ogni caso, ogniqualvolta offriamo un corpo al sogno, non soltanto quello diventa mortale ma diventa - comunque ed obbligatoriamente - anche qualcos'altro da ciò che era stato in origine.

Prendiamo a titolo esplicativo una favola, la mia preferita: La Bella e la Bestia.

Ma, attenzione, perché nella mia versione ideale, se l'avvenenza fisica della "bella" può anche essere del tutto opinabile, la non trasmutazione della "bestia" diventa, invece, insindacabile.

Pensiamoci per un istante: Se lei – la Bella - s'innamora di lui – la Bestia – proprio in virtù di tutti i tratti fondamentali della sua esclusiva soggettività, che nel tempo (anche se attraverso la paura, il dolore, gli scontri, la diffidenza e l'estraneità reciproca) si sono risolti in una magnetica empatia complementare, perché mai, alla fine della favola, dovrebbe essere felice di ritrovare uno sconosciuto al posto di quell’individuo che aveva nascostamente imparato ad apprezzare al punto d’innamorarsene?

Il nuovo arrivato – la Bestia trasfigurata nell’elegante Principe – infatti, se da un lato è pur sempre la stessa persona che lei ha conosciuto ed iniziato ad amare al segreto del palazzo stregato, d'altro canto, però, è anche decisamente un estraneo.

E la sua alterità lo rende necessariamente molto distante dalla creatura con cui la Bella aveva iniziato il percorso empatico.

I perbenisti, a questo punto, ci potrebbero rispondere che il problema non esiste, raccontandoci che il "Principe" altro non è se non la versione depurata dai tratti meno nobili della Bestia e che, proprio grazie a quell’amore ricevuto e provato, viene liberata dai vincoli della bestialità per rinascere (o ritornare) alla condizione più favorevole edauspicabile. E, forse, ci ricorderebbero anche di come la bellezza estetica del “trasformato” non puó che parafrasare l’animo ingentilito dal sentimento.

Certo, il tutto è corretto e facilmente comprensibile; ma resta un minuscolo dettaglio ad impedire la quadratura del loro cerchio. E questo minuscolo dettaglio inizia con il punto di domanda lasciato senza risposta qualche riga fa.

Perchè, liberato dai vincoli delle sue passioni non proprio cristalline, o ingentilto nell'aspetto che sia, in ogni caso il nostro Principe non ha nemmeno più la piega del sorriso in comune con la Bestia. 

E la domanda, pertanto, non è affatto sciolta.

Per quale effettuale motivo, dunque, la Bella dovrebbe salutare per sempre e con gioia una creatura che –  per quanto sgraziata anziché affascinante e scontrosamente maldestra piuttosto che delicata e sinuosa – innegabilmente le ha comunque fatto salire i battiti dal cuore fino in gola, arrestandole il respiro e spezzandole la voce?

Ed in più, dovendo considerare addirittura come un premio, invece di un impoverimento devastante, l'edulcorata alternativa...

Per quanto allettante, infatti, il "nuovo arrivato", pur mantenendo tratti affini con la precedente versione di sè, ha comunque perso tutti gli altri caratteri che, seppur discutibili, erano tuttavia riusciti a smuoverle gli animi...

Così, in definitiva, nella favola avviene l'identico procedimento che accade per tutti i sogni: incarnandosi per venire al mondo, per quanto belli e soddisfacenti potranno risultare, in ogni caso i nostri desideri non saranno mai (più) quello che erano stati in origine.

A questo punto bisogna solo chiedersi con disarmante onestà quali siano i sogni ai quali ognuno di noi voglia (e possa) rinunciare in favore di un'incarnazione sostitutiva - sicuramente differente ma altrettanto accettabile ed apprezzabile - e a quali, invece, non sia proprio possibile abdicare. Sia per la loro bellezza metafisica irraggiungibile, sia per la particolarità.

Una particolarità, sia chiaro, magari distantissima dalla perfezione, ma proprio per questo irrefutabilmente perfetta. Un po' come quella della Bestia nella favola.

Se La Bella e la Bestia, infatti,  è un racconto romanticamente splendido, lo è proprio perché narra la storia di un amore anomalo, ed esclusivamente in virtù di questo anche assolutamente unico.

Esaminiamolo. Di fatto é occultato, e per questo incontaminato dalla dispersività del mondo; è protetto, perchè comunque circoscritto nell'egida della reclusione; infine è segreto, perché taciuto, e per tutti questi motivi preservato.

Ma il suo preservamento perdura solo fintanto che non viene dato alla luce - di una lanterna, come del sole – esattamente come quello di Eros e di Psiche o di Persefone e Ade.

Ed è inevitabilmente una tipologia d'amore con il potenziale seduttivo superiore ad ogni altra proprio perché, letteralmente, riesce a trascinare in un universo a parte.

Così, la magia d’amore continua e si autoalimenta finchè la lanterna di Psiche non illumina Eros e fintanto che la Bestia non perde le sue prerogative (l’ombrosità malinconica, la passionalità tormentata, e tutti i suoi intrecci complicati ma incantevoli d'introversione e apertura, diffidenza e fiducia, ingenuità disarmante e audacia) per diventare solamente un lineare e prevedibile principe, più o meno azzurro.

Il punto - si sa - è che, a volte, il cielo indossa uno sguardo più elevato proprio nelle asperità. E questo la nostra Bella, proprio come Persefone nel Regno dei morti, era riuscita ad intuirlo egregiamente, lasciandosi stregare prorio dall’oscurità stratificata dell'amato.

Ma a conti fatti, nel finale della fiaba, tutto quel fascino notturno della Bestia viene meno di colpo, con l’apparizione del Principe.

E chi può davvero sapere se la sfavillante lusinga e la limpida coerenza del nuovo arrivato avrebbero realmente sortito la stessa fascinazione agli occhi della Bella, e se sarebbero davvero riuscite a compiere un medesimo incanto?

Dopotutto, non si dice che il colore della primavera è dato dai fiori, ma quello dell’inverno dalla fantasia?

Ed allora lo confermo e l’accendo: io terrei il sogno.

Perché vorrei poter dire alla Bestia una frase che suoni pressappoco come questa:

Desidero che tu venga da me in una sera d’inverno; e dietro i vetri prendere tutto il nostro stupore per portarlo sotto la luce ambrata delle candele, lasciando che ci racconti qualcosa di bello... In modo che un giorno lo si possa ricordare come gli inverni delle favole, dove forse si visse insieme, senza saperlo.

 

 

Vedrò passare primavere, estati, autunni;

e quando arriverà, con le sue nevi monotone, l’inverno,

serrerò porte e finestre,

fabbricherò nella notte i miei palazzi stregati.

(Charles Baudelaire)

 

 

 

 

 

 

27 gennaio

 

Del male la memoria si sa, anche quando momentaneamente sembra sbiadirsi, non dura solo un giorno, inondandoci in volute gli occhi, il torace e lo stomaco anche quando in apparenza è adombrato. Non solo un giorno, ma ogni giorno resta. E si vorrebbe fosse vivo, il ricordo. Deve essere vivo, bisogna che lo sia. Per darci modo di sapere, di imparare e di arginare. Ma nel contempo, per sopravvivere, e per provare a respirare, è anche necessario riuscire a sedare quel dolore pur mantenendo tutte le croci trapuntate in cicatrici sulla pelle. Croci a forma di stelle. Stelle di morte; ma anche di una continua inarrestabile rinascita. Nulla è niente.

 

 

 
 
 

MA NON SONO LA SOLA

 

 

YOU MAY SAY I'M A DREAMER, BUT I'M NOT THE ONLY ONE...

 

 

 

 

Si dice con estrema disinvoltura che tutto può cambiare, volendolo, o sapendolo immaginare.

E lo si dice parafrasando facilmente John Lennon e un tantino forzatamente principi di fisica, prendendo in ostaggio stati quantistici e appellandosi a Bose e ad Einstein per spiegare la New (e la post New) Age, ma con ogni probabilità senza neppure aver aperto mai un solo testo di fisica della materia condensata.

Io sono solo una visionaria, una strega a tre passi dal rogo, una normalissima pazza, una divinità impaurita ed una fragile e devastata anima fra miliardi di anime; ma non credo che sia sufficiente immaginare qualcosa per cambiarla.

Credo, però, che tutto quello che viene ad esistere venga scaturito esclusivamente da quello in cui crediamo, nel momento in cui lo esterniamo e lo diamo al mondo.

Ogni cosa in questa vita riceve la sua presenza da qualcun altro o qualcos'altro, esterno da sè.

Noi tutti siamo fatti di credenze, fedi, convinzioni, volontà e sogni individuali ispirati dall'anima stessa. E sono proprio questi sogni, convinzioni, volontà, fedi e credenze a plasmare il mondo ogni qualvolta portiamo alla luce, dal nostro segreto, un'idea o un'immagine, facendoci diventare co-creatori di questo luogo primigenio e sferico. 

Così accade. E riempito di tutte le nostre certezze, il mondo prende forma solo in base ai nostri accomodamenti. E tutto ciò che è, diventa tale perché è stato allattato, alimentato e cresciuto dalle nostre immagini.

Le convinzioni che tutti potessero conoscere hanno plasmato un mondo di analfabetismo profondo e oscuro in un mondo in cui sono sempre di più le persone che leggono, scrivono, studiano ed esercitano diritti civili, indipendentemente dal sesso, dal ceto che li qualifica o dalla scelta che determina ogni loro credo - e per quanto non sia ancora abbastanza - ricordiamoci che solamente nell'ultimo secolo la scienza ha dato un contributo di conoscenze superiore a quelle accumulate durante tutti i secoli precedenti.

Qualcuno ci ha creduto, molti ci hanno creduto ed hanno disseminato i loro convincimenti fino a che i loro passi non hanno smosso i pesanti graniti delle precedenti scenografie terrestri.

Le convinzioni protratte e sedimentate vengono accolte come in un contagio - talvolta sono accettate pedestremente, non capite e neppure condivise; altre volte, invece, autenticamente adottate, integrate - ma in un modo o nell'altro diventano inevitabilmente effettive. Diventano esistenti. Diventano una forma della realtà.

E purtroppo (a volte) o meno male (altre volte), è comunque la collettività a determinarne l'assetto, perchè alla fine quelle migliaia di voci diventano una.

Ed è il modo in cui guardiamo insieme il mondo, il modo in cui pensiamo alla realtà, annaffiandola ogni giorno con un po' delle nostre credenze e cospargendola di parole,  disegni, note o movimenti a cambiarne la scenografia. Solo un poco alla volta, sì; ma sempre in modo inarrestabile.

Io sono una sognatrice, ma non sono la sola. E per questo spero che un giorno vi unirete a noi...

 

 

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one...


I hope someday you'll join us and the world will be as one.

 

 


 

 

 

 

 

 

 
 
 
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