Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

Ciò che piace...è più di bello!

 

La Bellezza è una forma del Genio e addirittura - almeno, così pensava Oscar Wilde - anche più alta del Genio, perché non necessita di spiegazioni.

Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell’acqua scura di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna. 

Pertanto sono piuttosto comprensibili tanto il nostro continuo parlarne quanto l'assiduo e instancabile corteggiamento adoperato nei suoi illustri e ragguardevoli riguardi.

Se c'è la bellezza di forme e di lineamenti ne esiste, però, anche un'altra,  solo apparentemente più inusitata e composta da pensieri, movimento, allusioni.

Ma questa bellezza in realtà si chiama fascino.

 

 

 

 

Ed il fascino, si sa, è molto spesso una bellezza anomala, perchè è essenzialmente screziato da innegabili difetti.

E' dalle irregolarità, infatti, che trae la sua forza caratterizzante ed è grazie ad ogni sua singola difformità che si eleva a livelli esponenziali, ed incredibilmente anche più in alto della bellezza stessa.

Ma se è pur vero quanto sosteneva Proust, vale a dire che talvolta accade che le stranezze di cui si pregiano le creature affascinanti possano pure esasperare, non va nemmeno scordato che la stranezza è un requisito di cui il fascino non può fare a meno, in quanto è impossibile che non ci siano persone fascinanti che non siano, del resto, anche strane...

L'avvenenza senza appello è stata creata per essere guardata imprescindibilmente. Ed in questo senso non si scappa, non esistono attenuanti alcune, perchè necessita di tutti quei requisiti che la fanno essere perfettamente adeguata ai parametri di riferimento che la storia umana ha cercato di individuare di volta in volta per ogni epoca, nei secoli.

E' una sovrana rispettosa e devota alle regole auree che si pregia di soddisfare ogni suo fruitore per il solo fatto d’essere presente al suo cospetto.

Alla bellezza, fondamentalmente, non si chiede altro.

In ultima analisi può addirittura non agire, può anche non parlare. Anzi, talvolta, proprio il fatto di esentarla da qualsiasi espressione differente dalla sua compostezza di forme diventa il modo più opportuno per preservarne integralmente l’iconicità in tutta la sua magnifica eccellenza.

Il godimento del bello, infatti, è sempre fine a se stesso, strettamente legato ad una pratica contemplativa che riempie ma nello stesso istante rasserena.

Il bello allieta, spesso assolutizza ed innalza al senso del sublime, predisponendo implicitamente anche alla benevolenza.

Cos'altro, dunque, potremmo ancora chiedere?

Ma se la bellezza è una regalo di armonie, il fascino è una sorpresa di tutt'altro tipo perchè è un dono impreziosito dal carattere della novità.

Ecco perchè ci disarma: ci seduce disorientando, convincendoci a seguirlo per comprenderlo meglio e lasciandoci con mille e una domande per ogni suo indizio non svelato.

Il bello, dal canto suo, intimidisce sempre. Anche quando, prodigo delle sue grazie, si esibisce alla vista dei suoi beneficiari con magnanima disinvoltura. Lo si guarda ammirandolo e senza dubbio attrae, eppure la sua è una lusinga che nonostante tutto ci allontana, disegnando distanze di soggezione e di asservimento che in un certo senso intimoriscono.

Il fascino, al contrario, non appare in modo così fulmineo, non abbaglia e raramente si nota nell'immediatezza. Si percepisce a piccoli sorsi, con tratti di volta in volta sempre meno in ombra perchè, essenzialmente, invece di spogliarsi, preferisce nascondersi.

Si percepisce solo con il tempo e solo indovinandolo; eppure, ignoto e riposto, impone il suo gioco occultamente. E' lui che, furtivo e nebuloso, alla fine trionfa sui canoni più splendenti, dettando ogni legge. E lo fa pur non essendo misurabile in nessuna proporzione e, paradossalmente, non rispettando alcuna regola. Anzi, il più delle volte, sovvertendole proprio del tutto.

Perchè se la bellezza è un mirabile quanto statico ordine di perfezione, una compiutezza incantevole di equilibri e principi, il fascino è il movimento che ammalia in un’armonia di contrasti, è disordine calcolato, allusività e fuggevolezza.

Così, mentre capita che una creatura bella sia oggetto d'istintiva venerazione, sontuosamente consacrata ad icona devozionale, succede anche che una creatura affascinante la si voglia scoprire e vivere.

Su cento bambini ce n'è sempre uno che attrae più degli altri - spiega Giovanni Gurisatti, docente di Estetica contemporanea - e non è detto che sia il più bello o il più allegro.

E non è neppure detto che sia il più meritevole, si potrebbe anche aggiungere. Perchè il fascino non si alimenta di facile aspettative nè si risolve in logiche e prevedibili equazioni.

Ed allora, se per la bellezza accettiamo il principio l'ellenico del καλός καὶ ἀγαθός che pretende la congiunzione tra l'estetica e l'etica in un ideale di bello e buono, per il fascino accogliamo, invece, l'ottocentesco suggerimento wildiano che li disgiunge.

E’ assurdo dividere le persone in buone e cattive - sosteneva, infatti, Wilde - le persone o sono affascinanti o sono noiose. Ed io la penso allo stesso modo.

 

 

 

 
 
 

MIRACOLI O LABIRINTI?

 

 

Il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi.

-Bertrand Russell-

 

 

 

Dai tempi dell’ultima rivelazione pubblica - vale a dire da quei processi comunicativi tra entità divina e creature umane - e risalente, secondo la dottrina cristiana, ai tempi dell’ultimo apostolo, ci sono state innumerevoli dichiarazioni di visioni, apparizioni e rivelazioni private. Alcune sono state incredibilmente prive di ogni possibile criterio plausibile, mentre altre si sono mostrate affabilmente affabulanti, tanto da trarre in inganno anche le persone assennate.

Tra queste ultime dichiarazioni - vale a dire le più affabulanti - la chiesa cattolica, pur se in aperto contrasto con i Testi cristiani ai quali dovrebbe costantemente attenersi (dal momento che, come sappiamo, dovrebbero essere gli unici fondamenti sui quali dichiara d’essersi edificata), ha invece deliberatamente deciso di riconoscere l’autenticità di alcune e quindi di acclararne la provenienza divina.

In sintesi, la possibilità che si verifichino tali apparizioni non viene invece affatto messa in dubbio aprioristicamente dalla teologia cattolica. Ed in modo particolare, poi, se queste visioni riguardano, sopra ogni altra, la figura di Myrhiàm, Mater Christi.

Per quanto, nel corso della storia, l’atteggiamento assunto dalla gerarchia ecclesiastica nei confronti delle apparizioni sia stato fondamentalmente scettico, la decisione clericale d'incoraggiare comunque l'esistenza di tali rivelazioni, e soprattutto quelle riconducibili alla Madre di Cristo, viene spiegata da quel Louis-Marie Grignion de Montfort, missionario apostolico di papa Clemente XI, che fu anche il fondatore dell’istituto religioso di diritto pontificio Societas Mariae Montfortana.

Egli, infatti, dichiarava che la plausibilità delle frequenti apparizioni della Vergine agli uomini, nonostante l’evidente e netto contrasto con la nota riservatezza e l’estremo ed umile riserbo con cui la Madre di Cristo viene da sempre contraddistinta per tutta la sua vita terrena, fosse riconducibile alla precisa volontà del Signore di farla meglio conoscere agli uomini come intermediaria, affinchè Ella potesse divenire una via diritta oltre che immacolata per ritrovare il Cristo in noi.

La chiesa cattolica considererebbe, pertanto, alcuni interventi della Vergine come realisticamente possibili in quanto interposizioni tra l’uomo e Suo figlio, vale a dire il Figlio di Dio, nonché Dio stesso.

 

Questa è la premessa.

E pure un po’ più lunga di quanto desiderassi, tuttavia necessaria, almeno per capire la netta discrepanza tra il pensiero cristiano originario e la deviazione cattolica, anche in questo ambito.

 

Come ho già detto in altri contesti disseminati nel web, dai Vangeli si apprende un messaggio alquanto differente. Si legge chiaramente, infatti, che va del tutto disconosciuto qualsiasi profeta o veggente che presuma di apportare ancora - in qualsiasi modo e attraverso qualsiasi tramite - la parola del Signore dopo di Lui, in quanto Dio ha già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri ed ha inequivocabilmente - senza eccezioni, senza deroghe e senza proroga alcuna - concluso e compiuto in modo definitivo la trasmissione del Suo Verbo proprio con l’avvento del Figlio.

Ogni ulteriore differimento, infatti, sarebbe solo superfluo.

Si legge, poi, chiaramente dai Testi il come, ma soprattutto il perché, dall’avvento di Cristo in poi non debba avere più alcun senso parlare ancora di profeti o di veggenza dal momento che il Padre ha già detto tutto quello che doveva dire all’uomo, parlando ad esso per mezzo del Figlio.

Di fronte a questa constatazione, sarebbe, dunque, piuttosto interessante chiedere a qualsivoglia fedele o a qualsivoglia fervido veggente, prescelto, profeta (o in qualunque altro modo desideri essere appellato) ed ancor di più alla stessa chiesa cattolica romana, da quando, esattamente, i Vangeli non siano più da considerarsi i Testi ufficiali da cui attingere il Logos di Dio...

Perché è  proprio da quegli stessi testi che si legge esplicitamente che il Figlio di Dio fatto uomo è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre ed è sempre da quegli stessi testi che si dichiara come solo in Lui ed attraverso di Lui, il Padre dica tutto.

Pertanto, di fronte a queste asserzioni evangeliche, come si può coniugare tutta la serie di eccezioni presentate sotto forma di fenomeni di profetismo o veggenza clericalmente riconosciute? Come possiamo assimilare messaggi metafisici e le profezie con l'esistenza di quella visibilissima parte dei Vangeli in cui, inequivocabilmente, si dichiara che non ci sarà mai più altra verità svelata o parola rivelata se non quella già portata dal Cristo?

I testi biblici, infatti, sembrano non considerare proprio nessuna potenziale digressione in questo senso, dal momento che sono categorici nell'affermare che il Padre ha donato il Figlio per parlare all’uomo e che quella è stata - ed è, è sarà - la Sua unica e definitiva Parola, in quanto il Figlio ha già detto ogni cosa necessaria in una sola volta e non c'è più nulla da aggiungere. Sarebbe, dunque, proprio il caso di allegare ancora una volta, anche qui, il famoso "chi ha orecchie per intendere, intenda..." ripetuto in abbondanza nei passi nei Vangeli.

O, se preferite, anche "les jeux sont faits, rien ne va plus!". 

Disarmante, semplice e difficilmente equivocabile.

E proprio a causa di questa trasparenza incontrovertibile che emerge senza appello dalle Scritture, risulta ancora più fuori luogo anche solo pensare che, da un punto di vista cristiano, qualsivoglia persona o entità possa essere ancora attendibile nell’accennare a segreti svelati e nel comunicare rivelazioni, proclamando dichiarazioni scioccanti ed illuminanti.

Ed ugualmente risulta inattendibile anche qualsivoglia persona o entità che si mostri in grado di compiere prodigi per avvalorare la sua credibilità.

Quindi, non solo dal sospettoso punto di vista della scienza o dell’agnosticismo, questi fenomeni sembrano essere altamente improbabili, ma anche da quello esclusivamente e squisitamente teologico risultano essere analogamente inverosimili, perché completamente in disaccordo con ciò che è riportato nei Vangeli stessi.

Basterebbe solo leggerli...

E’ certo non poco bizzarro pensare di dover ricordare ai più appassionati e vividi cattolici proprio il contenuto di quei libri sui quali hanno impostato la nascita della loro chiesa; ma volendo dare per assunto che il Nuovo Testamento sia stato, di fatto, da tutti  integralmente letto, è anche vero che, talvolta, è proprio ciò che ripetutamente capita sotto lo sguardo più fervido ad apparire stranamente invisibile…o incomprensibile.

Sarà, forse, accaduto questo a mille migliaia e più, di pellegrini devoti alle apparizioni?

Non ne ho davvero idea. Ma dal momento che qualcuno sostiene che uno scisma abbia sempre bisogno d'un popolo e dal momento che il popolo delle apparizioni, delle catene dei rosari e delle terre miracolate, di fatto, esiste, allora anche quello diventa, per conseguenza diretta, un popolo che merita cura ed attenzione, al di là del fatto, poi, che i suoi idoli siano presumibilmente veri oppure falsi.

Personalmente penso che ognuno possa e debba essere libero di credere, vedere e soprattutto perare in ciò che vuole. In fondo siamo noi a scegliere cosa guardare e come guardarlo, ogni giorno. E certamente sull’effetto convinzione - sia fede sia placebo - non si discute. Ma credo anche che sia comunque necessario almeno dare la possibilità di capire a chiunque di noi che cosa si sta guardando. Anche al di là di ogni personale necessità di conforto, e al di là del fatto che la propria desiderata risposta la si cerchi in un santuario o nella pillola rossa di Matrix.

La forza di una convinzione – vera, falsa, pretesa, traviata o pura – è certamente innegabile. Tutto, però, sta nel vedere se si tratta di una convinzione sana o di un’ossessione che ci droga e, drogandoci, ci deruba.

Quindi è un’ottima cosa che ognuno sia liberamente responsabile delle proprie convinzioni; ma sarebbe ancora meglio se prima di scegliere fosse libero di conoscere entrambe le versioni. E soprattutto conoscere per chi suona e per chi non suona la campana che sta ascoltando…

Nei testi che i devoti delle apparizioni dicono di seguire, infatti, c’è scritto anche questo: che chiunque volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, e chiunque creda a chicchessia quando parla in nome di Dio in termini di presunte visioni e rivelazioni, non solo commette una stoltezza, ma – ancora e sempre secondo le parole delle Scritture – offende la parola di Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente sulle parole eterne e già esaustive riportate da Cristo ma va cercando cose diverse ed ulteriori novità in aggiunta a quanto ha già rivelato il Figlio di Dio.

E quindi la mia domanda finale è: quanto, all'uomo, realmente interessa Dio e quanto, invece, gli interessano i miracoli?

Forse alle mie altre domande nessun cattolico devoto alle apparizioni vorrà rispondermi mai, o forse si, chissà, io sono possibilista…In compenso, però, a quest'altra ha risposto per noi tutti già Dostoevskij più di cento anni fa, quando ammetteva che l'essere umano non cerca tanto Dio, quanto ogni sorta di miracoli, ma non avendo sufficiente forza per rinunciare a questi, ne creerà sempre di nuovi, suoi propri, inchinandosi ai prodigi di un guaritore quanto alle stregonerie di una fattucchiera…

Penso che sia così.

E penso anche che quasi duecento anni fa sia stato, inaspettatamente, proprio Feuerbach a darci una definizione impeccabile del paradosso della fede e dei miracoli, nonostante la sua conclamazione di ateismo e la sua sovversione totale dei parametri religiosi (Dio era, per lui, solo il risultato di una proiezione compiuta dall’uomo per attribuire al di fuori di se stesso tutti i parametri di una perfezione che non potrà mai raggiungere).

E lo fece affermando che il miracolo è solo l’aspetto esteriore della fede ma, al contempo, dicendo anche che è la fede ad essere l’anima interiore del miracolo…

 

 

 

 

Dal Vangelo secondo Matteo:

“E Gesù rispose: Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome e trarranno molti in inganno, sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre; sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti di voi. Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o è là, ma voi non ci credete. Verranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e falsi miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l'ho predetto. L'avvento del Figlio dell'uomo sarà manifestato. Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, voi non ci andate; Se essi vi diranno: E' in casa, non ci credete. Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo.”

 

 

 
 
 

LA FONTANA DELLA VITA

 

E’ luogo comune affermare che la differenza tra l’esistere ed il vivere sia una partita che termina con la vittoria della seconda a discapito della prima.

Credo, in parte, perché erroneamente è stato accomunato al concetto di esistere quello passivo di vegetare, inteso come il condurre una vita in stato d’inerzia e d’incoscienza nella quale vengono esplicate esclusivamente le proprie funzioni basiche ed essenziali, parimenti (o quasi) ad un qualsiasi organismo vegetale che in un terreno argilloso si alimenta, cresce e respira; ma al di là del fatto d’essere in grado di sintetizzare le proprie molecole organiche da sostanze inorganiche non fa poi molto per spassarsela.

O, almeno, dal nostro soggettivo punto di vista.

Ma è indubbio che, se da un lato l'emissione di molecole per ottenere difesa in caso di pericolo, lo scambio d’informazioni attraverso l’utilizzo di miceli, il propagare segnali elettrici simili a neuroni cerebrali o la stessa capacità di chiudere le foglie in risposta all’ambiente circostante, per una pianta non sono affatto cose di trascurabile valore,  dall'altro, per noi creature umane, risulterebbe decisamente penalizzante il limitarci a queste aspirazioni…

Pertanto sì, vegetare non è un gran bel vivere per un essere umano: “Mi mancan le parole per costruire torri in faccia al sole - scriveva il cantautore Pierangelo Bertoli - sarà perché son stato troppo tempo a vegetare e l'ho chiamato spesso riposare”; ma vegetare non è sinonimo di esistere.

Penso, però, che anche la letteratura abbia fatto il suo, alimentando non di poco l’equivoco, se lo stesso Wilde convintamente scriveva che per essere felici è necessario essere capaci di vivere, non dimenticandosi di aggiungere che la maggior parte degli uomini si limita solo ad  esistere e nulla più, perché il saper vivere è la cosa più rara al mondo.

Eppure, riflettiamo: vivere non è altro che la condizione di poter esplicare le funzioni vitali primarie, e questo indipendentemente dalla specie di appartenenza a cui si faccia riferimento, tanto che si parli di vegetali, funghi, licheni, animali o uomini, infatti, è sempre lo stesso sottofondo musicale.

Anche le nostre amiche verdi o fiorite, nel loro stato vegetale, conducono comunque una vita.

Vivere è, infatti, questo, vale a dire semplicemente stare al mondo.

E’ l’esistenza, invece, ad essere qualcosa di differente, perché in sé l'esistere implica un carattere di trascendenza.

Ma anche al di là dell’esistenzialismo ontologico o fideistico, un ente che esiste sta necessariamente sempre al fuori di se stesso, non fosse altro per il fatto che non è mai solamente quello che si trova ad essere in atto. Al contempo, infatti, è anche quello che potenzialmente sarà e che, pur nel presente, sta già progettando di voler essere nel suo prossimo o remoto futuro.

La vita, infatti, può anche essere passata in un letto o in un carcere o spesa in quattro mura timbrando sempre alla stessa ora la propria entrata e la propria uscita, mangiando, dormendo e garantendo le funzioni necessarie per la propria sussistenza organica, ma per quanto poco coinvolgente ed anche al di sotto di ogni lecita attesa possa essere - in ogni caso - è sempre vita. Vivere, quindi non è indicativo di null'altro.

Esistere, invece, è tutt'altra storia. Perché implica una promessa d'infinito che non ci limita al solo significato di curare il nostro organismo biologico - proprio come fa ogni specie sulla terra - ma permette all’essere umano di non esaurirsi mai del tutto in se stesso.

Una buona parte di letteratura e tutti i luoghi comuni del mondo, invece, continuano a tramandare la fola che esistere significhi vegetare, ovverosia esplicare un mero atto di passiva comparsa - perlopiù incosciente - in questo mondo, e che sia il vivere, invece, ad essere un qualcosa di più, perché oltre ad essere comprensivo dello stare al mondo viene considerato legittimo sinonimo della capacità di sentire, pensare, sperimentare ogni emozione, momento e moto dell’anima.

Ecco, io credo sia esattamente il contrario.

Ed il perché, lo chiarirà in immagini verbali Milan Kundera al mio posto.

 

 

 

Nel vivere non c’è alcuna felicità.

Vivere è soltanto portare il proprio io dolente per il mondo.

 

Ma essere è felicità.

 

Essere significa trasformarsi in una fontana e in una vasca di pietra,

nella quale l’universo cade come una tiepida pioggia.

 

M. Kundera

 

 

 

 

 
 
 

A proposito di tolleranza mal tollerata

 

Peccato non poter rispondere al post di Alfio Squillaci direttamente su La Frusta Letteraria, un blog - leggasi - di “Critica letteraria, culturale in genere e note di costume” all’interno di Linkiesta.it - di nuovo, leggasi - un “giornale digitale indipendente, libero da ideologie e posizioni precostituite”; ma pare non sia contemplata la sezione commenti.

Non è, tuttavia, un problema.

Siamo - bene o male - in un contesto di democrazia, ed è ancora possibile - in un modo o nell’altro - esternare i nostri pensieri, e così, anche se mi è capitato di leggere un suo articolo che non prevede la possibilità di accogliere commenti, dirò semplicemente qui quello che penso, non trovandomi d’accordo con il suo esposto.

Qui di seguito, a chi interessa, il link che riporta al testo integrale a cui faccio riferimento:

http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2013/01/14/voltaire-non-ha-mai-detto-non-sono-daccordo-con-quello-che-dici-ma-dar/13767/

Iniziamo dal principio.

Il perno intorno al quale il signor Alfio Squillaci ha deciso di imbastire la sua disquisizione per poi farne un ricamo lungo un post, è la presunta attribuzione al signor Voltaire della sputtanata frase-parametro per ogni tolleranza universale, vale a dire la pluri menzionata "Detesto le tue idee, ma darei la mia vita affinché tu potessi continuare ad esprimerle in eterno."

Per buona parte dell'articolo (la prima) vengono impugnati i testi da cui si estrapola il come, il quando ed il perché la citazione sopracitata, al pari di altrettanto famose considerazioni di Galileo e di Niccolò Machiavelli, sia un falso storico della portata dello Ius primae noctis.

Tutto molto interessante, canticchierebbe a questo punto il furbo nerd musicale Fabio Rovazzi,  e probabilmente con ragione, perché quel post sarebbe stato davvero convincente...ma con un se.

Vale a dire se la questione posta in essere da Squillaci, che avrebbe potuto avere il suo discreto senso di per se stessa, si fosse limitata ad una semplice funzione ripristinatoria di eredità intellettuale, ed avesse avuto come unico scopo quello di sollevare il filosofo settecentesco dalla paternità di affermazioni mai concepite.

In realtà, però, così non è stato ed il senso dell'articolo si va destrutturando cammin facendo.

Tutte le prove da lui raccolte, infatti, divengono una questione secondaria e pusilla nel momento in cui la rimanente parte del post si dimostra essere un incerto tentativo di detrazione a livello semantico della frase stessa.

Difatti, rivolgendo la sua attenzione puramente al senso della citazione, il direttore della rivista web ad un certo punto scrive:

"Ancora oggi viene ribattuta con grande enfasi e magnanimità citrulla tutte le volte che si fa mostra di elegante tolleranza nei confronti del proprio avversario. Essa è tanto pregna di un fair play vanitoso quanto logicamente destituita di senso solo se ci si pone a pensare che se concediamo al nostro avversario la libertà di poter dire tutto, anche l’intenzione di uccidere... etc."

E poi ancora:

"L’idea di tolleranza non può che partire da un 'minimo etico' e non può non essere che reciproca, ovviamente, ma non può ammettere nell’interlocutore idee di sterminio o altri abomini, che pertanto nessuno, e per giunta a sacrificio della propria vita, può consentire di dire ad alcuno."

Concludendo, infine, con una tesi alquanto deviante:

"Se infatti si deve essere tollerante coi tolleranti, viceversa non si può essere che intolleranti con gli intolleranti."

Ecco.

Ed ora mi domando se l'autore finga di non capire o davvero trascuri il nucleo della questione.

Perchè il punto non è il rimarcare l'assenza di una logica accettata dal buon senso umano all’interno di un’espressione che predica la libertà come principio fondante, e nemmeno il cercare di contestualizzarla, ma semplicemente dare per assunto che quella tolleranza predicata dalla frase erroneamente attribuita a Voltaire  è - al pari della libertà o dell'amore - una categoria caratterizzata dall'assolutezza.

E questo va mantenuto. Al di là del fatto che, nel momento in cui poi vengono tradotte in atto e contestualizzate, queste categorie risentano - o possano risentire - di varie ed eventuali delimitazioni provenienti dalle leggi fisiche e dalle situazioni determinanti.

Ma la libertà, in quanto principio, è - e dev'essere - inviolabile di per sè.

 

 

 

E nel suo presupposto va in ogni caso preservata, proprio come ogni altro parametro intoccabile,  già naturalmente limitato dai condizionamenti storici, economici, sociali e religiosi.

Esiste una regola, ovvio, ma certamente poi esistono anche le eccezioni, ce lo insegnano fin da bambini. E la tolleranza e la libertà non ne sono minimamente esentate.

Perché scendendo appena  al di sotto, o salendo appena oltre la loro soglia di definizione, ci si ritroverebbe comunque e sempre pericolosamente al di fuori di un sistema liberal-democratico; sta quindi a noi, di volta in volta, comprendere come praticarle, in modo da non sterilizzarle nè strumentalizzarle.

Il principio della libertà di parola e di pensiero, espresso da quella non volteriana dichiarazione, è basato su questo e finalizzato a questo, affinché non solo il signor Squillaci, ma anche io, e chiunque altro in questo preciso momento, possa avere il diritto di parlare.

E se poi le nostre libere e liberate parole saranno bugiarde, violente o persino ottuse, saranno pur sempre parole (e concetti) che si potranno altrettanto liberamente non ascoltare, non condividere e non accettare.

Tuttavia, è stabilito - e questo indipendentemente dal fatto che ci piaccia oppure no - da un preciso articolo, vale a dire il numero 21 della nostra Costituzione, che proprio tutti, a prescindere, come direbbe Totò, abbiano il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione.

Perché la libertà di manifestare un pensiero - fosse anche bugiardo, aggressivo, meschino o discutibile -parimenti alla libertà di coscienza, sono semplicemente previsti come diritti riconosciuti di tutti quegli ordinamenti politici considerati democratici.

D'altro canto, però, è la stessa giurisprudenza a prevedere anche l'esistenza di casi delittuosi per i quali la legge autorizza e predispone una limitazione nell'espressione individuale.

Gioberti si domandava dove finisse il dominio della libertà e incominciasse, invece, quello della legge...Ecco, io credo che non saremo certo noi, con questi post, a stabilirlo.

Ed anche se, personalmente, nella mia ben poco onorata intolleranza, sono intimamente d'accordo con il fatto che la libertà inizi solo laddove l'ignoranza finisce, e mi senta, altresì, notevolmente rallegrata dal fatto che ci sia una legge preposta ad arginare e reprimere gli abusi, tutto questo non cambia di una sola virgola l'esigenza del presupposto di una "libertà libera" e di sicuro non lo renderà meno indispensabile per noi tutti...

Quindi no, il principio è quello che permette che si possa esprimere qualsiasi idea e poi, naturalmente, dell'utilizzo che di questa idea se ne possa o non possa fare, ognuno sceglierà per sè. E nel caso, pagherà il proprio dazio con la società e con se stesso (non però obbligatoriamente in quest'ordine).

Ma tutto questo è già stato previsto, e proprio in nome di quella salvaguardia del 'minimum etico' che il preoccupato signor Squillaci chiamava in causa nel suo articolo.

Il punto, in definitiva, è solo il capire questa frase...

Inoltre, mi domando: ma poi, il fatto che quell'affermazione l'abbia o non l'abbia partorita la levatura intellettuale del nostro Voltaire, cosa dovrebbe mai cambiare nel signor Squillaci o in noi tutti?

Conoscere o meno l’autore, cosa toglie o cosa accresce alla sostanza di un esposto?

Per rendere maggiormente credibile l'intento d'essere una sagace, caustica e dissacratoria penna - almeno da come l'autore del post scrive, infatti, questo sembrerebbe essere un suo proponimento - forse Squillaci avrebbe fatto meglio a tralasciare simili ingenuità da groupie...

D’accordo, non l'ha scritto Voltaire. E dunque?

Altri personaggi sicuramente meno eleganti e con ogni probabilità meno colti del giornalista – ma pur sempre intellettualmente onesti – forse risponderebbero con un chiarificatore detto romanesco, da me lasciato sottinteso, che inizia con "'sti ca..."

Il paradosso, infatti, è che, lungi da essere dissacratorio, il fair play enfatizzante che Squillaci vorrebbe castigare, in questo modo, lo ha dimostrato lui.

Più che una frusta, a me sembra un paravento di letteratura.

E dal momento che lo scrittore è laureato in filosofia, potrà capire se aggiungo con rammarico "fosse stato almeno un paravento di un boudoir..."

 

 

 

 

 
 
 

SE NE RIDE CHI ABITA I CIELI, LI SCHERNISCE DALL’ALTO IL SIGNORE

 

I sorrisi più autentici sono quelli che illuminano i nostri volti

quando nessuno ci guarda.

(Minhal Mehdi)

 

Una volta si diceva che ridere eccessivamente e a sproposito fosse, nella “migliore” delle ipotesi segno evidente di sguaiatezza, mentre nella peggiore un segnale piuttosto inequivocabile d’imbecillità e accertata demenza.

Ma anche al di là del proverbio popolare che, con il suo risus abundat in ore stultorum, sanciva inequivocabilmente il concetto, e al di là del fatto che la chiave di lettura di una risata inappropriata stia appunto nell’essere “a sproposito”, sicuramente una larga e insistente espressione ridanciana, proprio al pari di un’incalzante mitragliata di facezie, alla lunga stanca tutti e, almeno per quanto mi riguarda, stanca anche a breve.

E c’è pure di più. Stanca quando non trasmette anche una sorta d’inquietante e inaspettata agitazione.

 

 

E’ vero anche che, inevitabilmente, in risposta ai sostenitori della teoria che la sovrabbondanza di risate sia prerogativa delle bocche stolte, altre fazioni contrattaccano chiamando in causa tutti quei litri di buon sangue che il riso – ma qui se la contende con il vino – produrrebbe. Però, forse, per far buon sangue è meglio distinguere risate sane da frustrazioni e tristezze mistificate o lasciarlo perdere e dedicarsi solo al vino (parola di quasi astemia).

Ed anche se, insieme all’acqua calda e al fatto che sono scomparse le stagioni intermedie, la psicologia e la medicina da web hanno sentenziato che bisogna ridere il più possibile – di tutto e tutti, con tutto e tutti – meglio se sfrenatamente, convulsamente e senza soluzione, per riuscire a stare meglio ed uscire dallo stress, (aggiungendo anche che, seppure non c’è un motivo per farlo, è raccomandabile farlo ugualmente perché il motivo seguirà) io mi trovo molto distante dal considerare sane le forzature. 

E sono convinta che questo antistress sia uno fra i più stressanti.

Una frase molto popolare da cui prendo considerevoli distanze è anche quell’invito a sorridere pur se di un sorriso triste, perché -la citazione sostiene- non esiste tristezza più grande del non saper sorridere.

Ecco, evidentemente chi l’ha detto, e non voglio proprio risalire alla fonte, non conosce affatto il carico d’angoscia che bussa dietro ad un sorriso composto di tristezza…perché altro non è se non una preannunciata cronaca di un’esplosione di buio accecante.

Però, sia chiaro, la mia avversione non deriva solo dal fatto che questi inviti ad oltranza al sorriso mi suonano stucchevoli e opprimenti quasi quanto il politicamente corretto, nonché evidentemente per me controproducenti. C’è anche una matrice logica a muovere le mie idiosincrasie.

Distinguiamo le risate una volta per tutte:

Una cosa sono quelle che rispondono al nostro cuore illuminato, quando s’incendia ed esplode di lucciole; ma decisamente un'altra sono le corse artificiose verso l’appropriazione di una frenesia di suoni che, per la loro totale assenza di pertinenza, possono ricordare vagamenente alcuni sintomi epilettici.

Queste corse alla risata senza fine non rientrano in nessuna aura di ben accetta ilarità e sembrano piuttosto nascondere tutt’altro buio. Quello che comunicano – o rischiano di regalare – è, infatti, piuttosto lontano dalla gaiezza luminosa che professano ed è pericolosamente molto vicino ad un nervosismo ansioso e capace d’innescare – una risata (e/o, talvolta, battuta) dopo l’altra - un climax di claustrofobica apnea.

Ed il risultato è davvero ben lontano da qualsiasi “suono di uno scontro fra stelle” che, invece, l’essenza della risata più autentica riesce a farci ascoltare.

Quindi, non sarebbe poi un gran male ricordarci - e magari ricordarcelo anche prima di farci sommergere da una convulsione di suoni nevrotici che costringono a felicità comandate - che quel magnifico “imprevisto capace di far volare via gli strati di tedio depositati dai giorni”, è sì, la grazia di un sorriso…ma pur sempre di un sorriso intelligente!

 

 

 

 

 
 
 
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