Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

ESSERI UMANI O VACCHE (DI HEGEL)?

 

Ogni singolo essere umano vivente (personalmente lo estendo anche agli animali, che non considero inferiori all'uomo e alla donna) merita pari opportunità, rispetto, dignità e tutela. E per affermarlo va riconosciuta una comunanza data da un'unica matrice: l'esistenza. Per questo ci si è appellati al principio di uguaglianza.

Peccato, però, che con il tempo l'uguaglianza sia stata abbondantemente travisata fino a diventare, paradossalmente, discriminatoria: perché, giusto per intenderci, se ci si aspetta che un uomo paraplegico si alzi in piedi in nome della similarità o che, in virtù della sacrosanta parità, faccia le scale come il fratello che cammina, non ci siamo molto.

E così, fin troppo spesso, anziché predisporre una norma che abolisca le barriere architettoniche a favore di chi, alla faccia del principio di uguaglianza, di fatto non è in grado di camminare, non solo non si tutela come merita la persona, ma non la si sta nemmeno rispettando per la sua legittima necessità individuale. Ed il suo diritto ad essere considerata diversa. 

Siamo tutti uguali, quindi? Si, nella misura in cui siamo tutti esseri umani. Ma abbiamo tutti le stesse esigenze? No. Affatto.

E non rispettare le singole particolarità e le peculiari disabilità, può diventare quanto di più spietatamente razzista, discriminatorio e storicamente nazista esista al mondo (la razza ariana promulgata dal folle con gli imbarazzanti baffetti, ve la ricordate?)

Ecco cosa accade nel perseguire ottusamente l'uniformità e l'indifferenzazione. Si arriva, senza accorgersene, al punto di sterminare chiunque non rientri nel "modello unico"...

Perchè rispettare la parità tra gli esseri vuol dire rispettare le differenti esigenze di ognuno. Mentali, emotive e psichiche (oltre che fisiche).

Alzi la mano chi pretende di far urinare una donna in piedi o chi vorrebbe far allattare un bambino al seno di suo padre. Probabilmente pochini. Però le domande erano piuttosto facili.

Vediamo, invece, chi alza la stessa mano perchè si aspetta (leggasi "pretende") che il proprio figlio diventi un affiliate manager e si sposi con la signorina Tizia Caia, coetanea, fertile e con 10 decimi d'italianità, invece di rispettare il suo desiderio di diventare maestro elementare (ops, di "scuola primaria") convivere con un signor Sempronio dai natali oscuri che il Natale nemmeno lo festeggia,  ha 15 anni in più ed una protesi al ginocchio. E che magari lo colpevolizzi (più o meno esplicitamente) per aver chiaramente scelto di non riprodursi, neppure per la gioia dei nonni.

Secondo me qualche mano in più al cielo si leva. Ed in alcuni casi anche entrambe le mani, anche oggi, anche in questa estate 2022. 

Non siamo uguali.

E per quanto tutti noi sappiamo molto bene che un arcobaleno include più spettri di colore, alcune sfumature si temono come fantasmi.

I fiori sono tutti fiori, lo sappiamo, nonostante Margherita e Viola non siano Narciso. Però, di fatto, l'ovvio non fa una piega solo quando ci fa constatare la singolare eccezionalità delle infiorescenze. Eppure è strano, a pensarci bene, perchè tutta la nostra uguaglianza consiste nell'essere diversamente unici.

Nonostante l'ovvietà, però, qualsiasi giardino variopinto risulta ricco e affascinante solo se variegato di petali; ma non accade lo stesso quando si tratta di esseri umani.

D'altro canto, è anche altrettanto evidente il motivo, dal momento che ogni emarginazione nasce proprio dalla paura della conoscenza.

La discordanza porta con sè l'ansia dell'impareggiabilità e l'uomo insicuro o incattivito (leggasi "in cattività") preferisce sempre vivere in un villaggio di timbri da discount piuttosto che riconoscersi unico. Fa paura il confronto. E l'insicuro non è un animale idoneo per l'agonismo sportivo. Non si mette in gioco. Al limite tifa, in poltrona o allo stadio. Passivo o aggressivo, o entrambi, ma sempre vigliaccamente in mutande. 

Occhio, quindi, a far diventare l'uguaglianza una penalizzazione anzichè l'agevolazione. Ed attenzione a non trasformare il diritto all'unicitá in una ghettizzazione. Perchè in un mondo di individualità si dovrebbe esaltare la bellezza dell'eclettismo per garantire la giustizia e per eliminare il sospetto emarginante.

Non è abolendo la storia di come sia nata la letteratura italiana nel 1200 o sacrificando la mitologia Bantu dell'Africa subsahariana che azzereremo le differenze discriminatorie. Ma, piuttosto, nel darci la possibilità di comprendere i kaidan nella cultura giapponese o di conoscere l'arte turca ed islamica accanto a Michelangelo e alla Land Art industriale. Perché, in caso contrario, finiremo semplicemente in un mondo sempre più emule del Kamikaze o del marito che si evira per punire la moglie infedele.   

"Tau tau" era il termine (onomatopeico) per descrivere, a Tahiti, l'usanza di bucare la pelle con un ago per produrre scritte e disegni; ma se il capitano Cook l'ha scoperta approdando sull'isola nel XVIII secolo dopo Cristo, già nel 3300 prima di Cristo esistevano i tatuaggi. Non parlerei, quindi,  di una moda esattamente nuova o innovativa. Al limite potrei definirla ripetitiva, visto che è una consuetudine piuttosto anziana.

Ciononostante, non ci fu un posto per i tatuaggi nel mondo della moda fino a quando non venne presentata una collezione Tattoo Autunno-Inverno, nella New York nel 1971. E da allora sono diventati un'abitudine sempre più assidua al punto che oggi è sempre più difficile trovare un lembo di pelle, adolescente o matura, nuda o vestita, coperta da tailleur o da canottiere della salute, che sia esente da tatuaggi. Chi non li ha è l'eccezione. 

Perché, lo sappiamo, è solo la consuetudine che stabilisce cosa sia trasgressivo della regola.

Quindi credo sia molto più sensato educare ad una logica, ad un linguaggio e ad una visione che accolgano l'aspetto variegato e multiforme della natura umana come consuetudine, senza che ci si debba aspettare il modello univoco, anziché offrire un impoverito standard per azzerare le differenze che, di fatto, esistono. E non possono non esserci, a meno che non si voglia forgiare un allegro villaggio di dannati, tutti uguali e monotematici.

Ma, anche qui, educare non significa vestirci con i panni di Torquemada e impalare in pubblica piazza o sul web ogni fantasma di scorrettezza.

Perché accettare la varietà significa anche capire quando l'uguaglianza può diventare un fantasma piuttosto violento. E' proprio il suo fantasma, infatti, ad autorizzare il fanatico a buttare in lavatrice il bambino giudicato indemoniato. Ed è ancora il mito dell'uguaglianza a suggerire all'omofobo di aggredire chi non ha gusti eterosessuali. E' l'ideale di un'omogenea ed universale condizione di perfezione a guidare l'annoiato figlio di chissà quale padre a bruciare un clochard. Ed è quel fantasma a guardare e giudicare con gli occhi di un genitore che non accetta il figlio per come è.

La soluzione non è spegnere la luce. Ricordate Hegel e la notte in cui tutte le vacche sono indifferenziate?

Io amo i patchwork e la joie de vivre dei pennelli fauves, e così scelgo di pensare al mondo. Per questo non credo che l'omogeneità sia il solo mezzo per promuovere una parità di diritti. Credo, invece, alla libertà che esalta l'eccezionale unicità nell'infiorescenza umana.

E, di certo, un "villaggio di dannati", dove tutti hanno la stessa voce, la stessa faccia e sono indistintamente uno il replicante dell'altro, non lo guardo neppure nei film horror.

 

 
 
 

WEEKEND PLURALISTA PER CASSETTA

 

 

Non so se fosse seria o faceta ma, una decina di giorni fa, Cassetta2 mi ha incautamente fatto una richiesta inerente ad un post sul pluralismo (ovviamente, accolta).

Non ho avuto, però, altre indicazioni più specifiche, quindi procederò come viene.

 

Non so se intendesse la questione in termini filosofici o in altre prospettive ma anche da un punto di vista molto banalmente "sociale", il termine trova comunque la sua identità nella concezione filosofica, vale a dire in quell'atteggiamento che indaga la realtà come costituita da principi plurimi, andando a contrapporsi alle convinzioni del monismo (che considera un unico principio fondante) e del dualismo.

Quindi, come già preannunciato, accantonando ogni questione giuridica e politica in senso specifico e abdicando a discorsi riguardanti partiti, sindacati e forme associative plurime inseribili nella conduzione di uno stato dal potere altrimenti centralizzato, accostiamoci ancora per un attimo alla filosofia. Il pluralismo, come facilmente intuibile, nega l'esistenza di una verità oggettiva, universale ed assoluta (e qui ci ricolleghiamo al post precedente sul relativismo) pertanto non è mai stato benvoluto dal fanatismo dogmatico ed è sicuramente poco amato dalle autorità. 

Teoricamente, infatti, il pluralismo dovrebbe armonizzare più posizioni differenti ed apparentemente inconciliabili. In sostanza, ciò che vuol essere è l'incarnazione della temperanza, la messa in atto del processo alchemico di trasmutazione degli elementi perché, senza voler assimilare ogni posizione e senza eliminare le diversità riducendo tutto ad un colore indifferenziato (e qui torna Hegel con la sua notte delle vacche nere, dove ogni cosa scompare in una indeterminazione annichilente) tenta di conciliare le parti, salvando le differenze in qualità di unicità preziose e trovando uno spazio per tutti. Un "aggiungi un posto a tavola" perché dove si mangia in due si può mangiare in tre, in quattro e pure in cinque. Certo, a patto che non si voglia essere ingordi. 

Il desiderio di un pluralismo - e quindi una sorta di villaggio globale - è la risposta inevitabile all'impero fanatico dell'autorità politica, religiosa e culturale. Laddove c'è un padrone, infatti, c'è un ribelle: è la storia che lo insegna.

Ma il fatto di voler, giustamente, poter parlare tutti e diversificare la cultura oltre che suddividere i compiti di un'organizzazione, porta con sè, comunque, lo spettro di un monomorfismo incapace di essere davvero temperanza. Perché, in definitiva, se si parla di una sola civiltà e di un solo villaggio con tanti confortevoli spazi dove tutti possono liberamente e felicemente coesistere, prosperando nell'orticello fatto a propria immagine e somiglianza - ad  esempio uno spazio per i fedeli di quel culto, ma anche uno per i fedeli di quell'altro ed un altro ancora per gli agnostici - deve logicamente presiedere la temperanza.

Allo stesso modo, se c'è un posto dove non viene imposto nulla e c'è spazio per tutti, deve esistere anche l'autocritica. Ed allora qui ritorniamo ad un altro post, quello della libertà e dell'anarchia, ed ancor prima a quello su madonna Tolleranza.

E ritorna anche la stessa, identica, domanda: siamo davvero disposti a tollerare tutto se in quel tutto viene compreso il fanatismo, l'intollerante e chi non è d'accordo a fare spazio a tavola aggiungendo una seggiolina ed un piatto in più?

Come, giustamente, ci ricorda Panikkar, esiste un numero di pluralismi accettati oggi. Il pluralismo filosofico, ad esempio, difatti un filosofo può essere in totale disaccordo con le teorie professate da un altro, ma essere entrambi considerati buoni filosofi, e così quello scientifico ed anche il pluralismo della comunicazione: diversi canali informativi che si possono reperire indifferentemente su Internet, sulla carta stampata o in televisione. Ma il pluralismo religioso e quello culturale, a conti fatti, sono un po' meno accettati. Siamo allora, forse, nella sfera della pluralità ma non ancora del pluralismo. Riconosciamo la pluriformità e iniziamo a venirne a patti (meglio tardi che mai) imparando che il turchese ha una tonalità diversa ma non meno gradevole del verde e dell'azzurro, ed anche che il rosso non è più bello del giallo; ma manca ancora un tassello. Ed è sempre il tassello del prospettivismo.

Lo stesso Panikkar ci propone l'esempio calzante della favola indiana dei filosofi e dell’elefante nella stanza buia, ricordando come uno dei filosofi sostenesse che ciò che percepiva dell'elefante fosse qualcosa di simile ad un osso spolpato, mentre altri ritenessero, rispettivamente, che fosse una pesante colonna oppure una grossa scatola e così via. E con questo ritorniamo ancora al post precedente. Il prospettivismo è il senso comune. Le persone guardano necessariamente (ed obbligatoriamente) da prospettive tutte differenti e la difficoltà risiede nel fatto che, in qualche maniera, debba effettivamente esserci qualcuno depositario della conoscenza al di fuori della stanza buia. Qualcuno consapevole che la risposta è l'elefante. Perchè solo se c’è qualcuno che conosce l’elefante, si può affermare che un individuo ne sta effettivamente descrivendo la zanna, un altro la zampa ed un altro ancora un'ulteriore parte. Al contrario, se nessuno conoscesse l’elefante, come si potrebbe non solo parlare, ma anche difendere, il prospettivismo? 

Così come pluralità non è pluralismo, la relatività non è relativismo. Il relativismo, abbiamo visto, si confuta da solo, difatti se non ci sono criteri per giudicare, neppure il relativismo può essere un criterio.  La relatività, al contrario, ci dice che ogni cosa dipende da un insieme di riferimenti rispetto ai quali quella particolare affermazione o circostanza  possono essere non soltanto espresse e verificate ma anche falsificate. E, allo stempo, bandisce qualunque tipo di dichiarazione assoluta. 

Il pluralismo fa lo stesso. Difatti, non significa una riduzione della pluralità ad una illusoria unità, anche perchè non considera affatto l’unità un ideale indispensabile, nemmeno se questa unità lascia spazio a delle variazioni al suo interno. Accetta, invece, gli aspetti inconciliabili senza ignorare ciò che essi hanno in comune, non approdando ad un sistema universale. Un sistema pluralistico, infatti, sarebbe una contraddizione in termini perché la stessa incommensurabilità fondamentale dei diversi sistemi non può essere oltrepassata. Il pluralismo, quindi, è anche incompatibile con l'assunzione monoteistica di un Essere totalmente intelligibile ma, al contempo, non rifugge dall’intelligibilità.

In sintesi, la  posizione pluralista cerca di raggiungere tutta l’intelligibilità possibile senza, però, richiedere una comprensibilità totale della realtà. Così il vero pluralismo non può affermare né che la verità sia una, né che ce ne siano molte proprio perchè, per l'appunto, pluralismo non  è sinonimo di pluralità.

Per questo il pluralismo è la sola risposta possibile. E lo è in virtù del fatto che non dà risposte. Ma se non dà risposte è perchè, di per sè, il pluralismo equivale semplicemente all’atteggiamento di colui che si è totalmente spogliato dalla presunzione di essere depositario della verità e colloca l’altro sul suo stesso piano, convinto che seppur non si possa arrivare ad una definitiva intesa, sia comunque possibile giungere ad un accordo. Un accordo che non costringe nessuno ad alzarsi da tavola a stomaco vuoto.

 

 

 
 
 

IL RELATIVISMO SI AUTODISTRUGGE

Post n°332 pubblicato il 23 Maggio 2022 da ElettrikaPsike
 

 

 

Il relativismo più sfrenato ed estremo,

esattamente per gli stessi meccanismi del paradosso della temperanza,

è destinato a suicidarsi.

Non può semplicemente esistere perché,

nel momento in cui si afferma,

scompare…

 

Dopo secoli di relativismi filosofici più o meno provocatori, il relativismo globale postmoderno che ammette ogni cosa come relativa, negando l’esistenza di fatti assoluti per promuovere solamente teorie soggettive ed ugualmente valide, è fondamentalmente una contraddizione in termini.

In effetti il relativismo contraddice il relativismo stesso, affermando implicitamente la veridicità assoluta di ciò che confuta: in poche parole esprime l’esistenza di un fatto in modo assoluto (e cioè l'esistenza del relativismo).

D'altro canto, anche se l’affermazione fosse relativa si autodistruggerebbe, perchè ovviamente perderebbe la validità che si propone di manifestare.

Ma al di là di una mera analisi logico-linguistica, se tutte le teorie sono davvero ugualmente valide e tutto ciò che possiamo dire sul mondo è sempre relativo, altro non resta da fare se non restare in un immobile stato di atarassia e tacere finchè morte non ci sotterri.

Portare alle estreme conseguenze il relativismo globale, infatti, come alcune volte si tenta di fare, non ci condurrebbe a grandi risultati: significherebbe semplicemente smettere di pensare, parlare, interagire.

La filosofia stessa, intesa come indagine ininterrotta su di un mondo fondamentalmente a noi sconosciuto, perderebbe la sua ragione d'essere e, con essa, qualsiasi ricerca scientifica, qualsiasi volontà o azione umana.

Allo stesso modo è del tutto impossibile anche pretendere di sospendere un giudizio critico (occhio, perchè "giudicare" è un verbo fondamentalmente differente da "sentenziare" o "condannare").

Ed è altrettanto impossibile sospendere di esprimere le proprie valutazioni, sempre che ci interessi essere vivi ed autocoscienti, dal momento che l’alternativa sarebbe sparire nell’assoluto indeterminato, in quella omogenea notte già splendidamente mostrata da Hegel, dove tutte le vacche sono indistintamente nere.

Ed allora, posto che la salvaguardia dell’unicità sia cosa buona e giusta (per me lo è, ma se per qualcuno non lo è, scriva serenamente un post, è libero, proprio come il portale che ci ospita) e che il relativismo, così come ci viene presentato, non significhi davvero nulla, va però detto che la verità assoluta non si può cogliere, desnuda, in questo mondo.

Per il senso comune di oggi - e per la quasi totalità di ieri - la realtà consisterebbe in ciò che effettivamente e concretamente percepiamo al di fuori di noi, nel nostro vasto mondo. Vale a dire, in quell’ambiente esterno (ed apparentemente oggettivo) composto di forme, oggetti ed eventi in cui noi tutti ci ritroviamo immersi, vivendo. E questo perché le percezioni sembrerebbero testimoniare che esista davvero questa realtà esterna disposta ad offrirsi ai nostri sensi.

Eppure, per non poche religioni (di ieri) e per un bel po’ di persone al di fuori dal senso comune (di oggi) oltre che per una buona fetta di scienza, filosofia e letteratura (di ieri e di oggi) l’ambiente, così come noi lo percepiamo, è semplicemente il frutto di una nostra invenzione. Vale a dire il risultato di elaborazioni interne scaturite dal flusso di stimoli esterni e veicolato dai recettori sensoriali.

Se la fisica tradizionale aveva considerato l’uomo come un semplice osservatore esterno ed assolutamente neutrale rispetto al mondo, la fisica dei quanti lo ha reintrodotto  all'interno dello spettacolo come attore, sceneggiatore ed anche regista, andando a scoprire che, essenzialmente, non esiste minimamente un “fuori" dalla totalità delle cose.

Un punto di vista ipotizzabile dall’esterno, quindi, per la teoria quantica non c’è, perché il mondo visto da un fantomatico "al di fuori", semplicemente, non può essere colto. Esistono, infatti, solo innumerevoli prospettive sviluppate in seno ad una conoscenza individuale e soggettiva del mondo e tutte, ovviamente, parziali.

Secondo Heinz von Foerster, filosofo e fisico dell'intelligenza artificiale, all’esterno dell’individuo non ci sono né la luce, né i colori, né i suoni; ma solo onde elettromagnetiche e variazioni periodiche nella pressione dell’aria.

Non resterebbero, quindi, il caldo o il freddo ma solo  molecole dotate di una maggiore o minore energia cinetica e tutti gli uomini sarebbero sistemi chiusi ed autoreferenziali in cui non c’è una distinzione tra interno ed esterno perchè quello che l'uomo conosce del proprio ambiente sarebbe solamente (e sempre) la sua peculiare risposta alle varie perturbazioni.

Quelle che, comunemente, ogni essere umano ritiene caratteristiche oggettive della realtà esterna, risulterebbero invece sue personali costruzioni, nonchè operazioni di stabilizzazione interna di un ambiente - già di per sé - privo di forma e pienamente caotico.

Per uscire dallo spettro di un solipsismo assoluto, però, lo scienziato ci fornisce anche una chiave.

Sebbene, infatti, nulla possa essere comunicato, è pur vero che le reciproche e ricorsive interazioni tra gli uomini condurrebbero verso una certa stabilizzazione comune riguardo agli argomenti e ai contesti trattati inducendoli a mantenere atteggiamenti stabili e ad imbastire un certo equilibrio reciproco.

Per von Foerster, quindi, gli uomini penserebbero soltanto di abitare all'interno di una realtà indipendente da loro, mentre vivrebbero all’interno delle proprie elaborazioni cognitive, organizzando un mondo che loro stessi costruiscono.

Sarebbe il sapere umano, dunque, a riordinare il flusso informe in esperienze ripetibili e soprattutto valide. Ma questo non significa che non esista una realtà al di fuori della nostra conoscenza umana. Essa esiste; semplicemente non la possiamo cogliere nella sua essenzialità pura ed oggettiva. Il mondo fuori da noi, infatti, si manifesterebbe nella sua oggettività disgiunta soltanto come una forma intuita.

Già Vico, nell'età dei lumi, affermava il suo verum ipsum factum - si conosce solo ciò che si crea - ma la conoscenza del mondo per lui risultava essere esclusiva prerogativa di Dio mentre all’uomo non restava che la possibilità di conoscere quelle porzioni limitate da lui  create.

E lo stesso Kant, poi, con la frattura gnoseologica tra pensiero e realtà, confinava la conoscenza umana nell'esclusiva sfera del fenomenico, eliminando del tutto  la possibilità da parte dell’uomo di conoscere il noumeno: la cosa in sé che, tuttavia, esiste.

Ma benché il relativismo, così come viene presentato, non possa significare nulla nemmeno per se stesso e benché esistano innumerevoli punti di vista totalmente incapaci di cogliere un’oggettività al di là di essi, è altresì vero che cercare di raggiungere il più possibile la verità che non possiamo cogliere è comunque un nostro compito.

E qualsiasi sforzo, alla fine, è pur sempre apprezzabile ed apprezzato.

Se non fosse altro per il fatto che qualsiasi passo che ci riesca ad avvicinare ad essa, anche solo di un millimetro, è già qualcosa. O, meglio, tanta roba.

 

 

 

 

N.B.

Le immagini utilizzate sono state reperite da internet ma non è stato possibile risalire alla loro fonte. Qualora il legittimo proprietario ne rivendicasse la proprietà, verrebbero immediatamente rimosse. 


 
 
 

LIBERTA’E ANARCHIA NON SONO GEMELLE

Post n°331 pubblicato il 25 Aprile 2022 da ElettrikaPsike
 

 

 

 

 

Come già esposto in altri momenti, sarei curiosa di sapere quanti fra coloro che predicano sentitamente come integerrimi pastori, saccheggiando parole qui e là, conoscono poi anche il significato di ciò che effettivamente affermano.

Oltre alla precedente “tolleranza”, anche “libertà” è una delle tante parole abusate quanto mistificate.

Dal dizionario, semplicemente si legge: "stato di autonomia essenzialmente sentito come diritto e, come tale, garantito da una precisa volontà e coscienza di ordine morale, sociale, politico."

Ma la libertà non implica un’assenza di regole ed un’accettazione incondizionata del caos.

Difatti si distingue nettamente da un'altra parola, quell’anarchia che, al contrario, è l’ideologia sociale e politica che propugna l’abolizione totale dell’autorità costituita ed accentrata nonchè ogni forma di costrizione esterna, promuovendo al loro posto l’assenza di un governo e di un ordine regolamentato.

Se, da un lato, gli atteggiamenti che promuovono la libertà umana riconoscono l’esigenza fondamentale di una condizione grazie alla quale ogni individuo possa decidere di pensare ed esprimersi senza costrizione, ricorrendo alla possibilità d'ideare e svolgere azioni mediante la scelta autonoma dei fini e degli strumenti che ritiene più utili; dall’altro, dovendo necessariamente salvaguardarla per la totalità dei soggetti (e quindi non garantirla soltanto per alcuni) tali atteggiamenti devono necessariamente mantenere, seppure riducendola al minimo indispensabile, anche la possibilità di una coercizione.

Se la totalità (e, lo ripeto ancora, tutti, non solo qualcuno, pochi o tanti che siano) deve essere quanto più possibile libera, la limitazione non può essere totalmente evitata e questo proprio al fine d’impedire a chicchessia di esercitare una costrizione arbitraria a danno di altri. Ammettendo anarchicamente un'assoluta libertà, infatti, si dovrebbe ammettere anche il libero omicidio, la libera sopraffazione e, in definitiva, la libera distruzione da chiunque ne avesse desiderio e volontà.

Così va da sé che, mentre l’anarchia tenderebbe all’annullamento radicale di tutte le leggi, i movimenti che salvaguardano i principi liberali richiedono, invece, una correzione del tiro verso una loro minimizzazione, relativa alle sole norme fondamentali.

Ed ora, già anticipando obiezioni fuorvianti, cavillose e, permettetemi, talora lievemente ottuse (se non si conosce il significato, prima di risentirsi sarebbe il caso di scoprirlo) mi porto avanti rispondendo subito alle sepolcrali rimostranze “ma se si inizia a fare leggi in maniera arbitraria, benché minime, allora…et cetera).

E' infatti piuttosto chiaro che, così facendo, si stanno volutamente ponendo premesse scorrette. Perché, di fatto, non siamo costretti in un mondo in bianco e nero o chiusi in un rigido aut-aut che ci chiede di scegliere tra la mamma e il papà.

Le norme non devono essere decise in maniera arbitraria o costruttivista e sono suscettibili di essere scoperte. E non lo devo sicuramente dire io, qui ed oggi nel 2022, dal momento che ci ha già pensato meglio e prima (di me e di noi tutti) Hayek, con il suo Nobel per l’Economia, nel ’74.

La stessa fede - leggasi riconoscimento - nell’esistenza di normative di mera condotta suscettibili di essere scoperte (e, quindi, non frutto di costruzione arbitraria) poggia sul fatto che la grande maggioranza di queste norme sia assolutamente accettata. Vale a dire, nello specifico, quelle norme individuali sulle quali ci troviamo tutti piuttosto d'accordo (al di là naturalmente dei sofisti, sorprendentemente provocatori nel VI secolo a.C. o dei loro pretestuosi imitatori odierni nei ragionamenti per assurdo e fatta la dovuta eccezione dei casi limite riguardanti i criminali ed alcuni ambiti psichiatrici).

Di conseguenza, paradossi e casi clinici esclusi, è comune ritenere illecito l’omicidio, il furto, il sopruso etc.

E benché per qualche secolo, pur non essendo le gemelline di Shining, Libertà e Anarchia si siano comunque tenute per mano nel fine comune di ottenere una diminuzione della burocrazia, un'abbassamento del carico fiscale et similia, resta invariabilmente fermo che se libertà si vuole e se libertà dev’essere, per evitare che si verifichi una coercizione, sarà sempre implicitamente richiesta quella minima forma di limitazione che garantisca il rispetto delle norme di mera condotta.

E lo sta affermando un'insofferente, una che si arrampica ogni giorno sulle barricate con il fantasma del dandismo per épater les bourgeois, una che vive male anche solo l’esistenza della regola di un badge aziendale ed è innamorata, da sempre, di capitan Harlock...

Quindi, vi prego, basta cavilli che ci arenano in un baratro inutile ed oltremodo noioso.

Basta nascondersi dietro il bon ton ad ogni costo, accettando di farci calpestare scarpe nuove e sogni con la scusante di dover rispettare prepotenze maleducate e malamente truccate da forme fasulle di libertà.

Basta giustificare atti rovinosamente sopraffattori in nome di un'irragionevole liceità a distruggere ogni diritto o concetti zen e cristiani, estratti come conigli o fazzoletti bianchi senza essere mai neppure entrati nel cilindro del buon senso.

Una cosa è ignorare e non raccogliere le provocazioni, altra cosa è subire reiteratamente che il proprio orto venga ridotto in immondizia, continuando a raccogliere l'altrui letame. Perchè se una cosa è tentare di guarire il veleno dell’odio versando sangue compensativo, ben altra, però, è farsi uccidere.

E se proprio vogliamo, anche lo spirito cristiano incarnato nella figura del Nazareno, pronto al sacrificio per portare un esempio ed un messaggio in un mondo incredulo, ci dice altro. Difatti, quando vide calpestati e stravolti dai profanatori i significati etici di cui era il Verbo, lo stesso Gesù non disse esattamente “bravi, fratelli, continuate così” ma rovesciò i tavoli dei cambiavalute e cacciò i mercanti (dal tempio dello spirito) senza troppi eufemismi.

Quindi, basta. Se qualcuno vorrà enucleare concetti nuovi ben venga, ma rimestare tra il già detto e il decomposto non è salutare e, per di più, a dirla tutta anche maleodorante.

 

 

 

 

IL SUO TESCHIO E' UNA BANDIERA

CHE VUOL DIRE LIBERTA'...

 

 


 

 
 
 

UCRAINA 2022

Post n°330 pubblicato il 26 Marzo 2022 da ElettrikaPsike
 

 

(...)

LA GUERRA NON È ADDESTRAMENTO…

QUI UCCIDONO DAVVERO

QUESTI SONO I TUOI FRATELLI E FIGLI.

VERRÀ INSEGNATO LORO A SPARARE ALLE PERSONE CON UN CANNONE.

I FIGLI DOVREBBERO NASCERE PER QUESTO?

METTI CROCI AL COLLO DEI RAGAZZI

PER IL BENE DI IDEE BIZZARRE.

 

ALCUNI NON TORNERANNO MAI A CASA, I CAMPI SONO PIENI DI TOMBE,

I VIVI SONO STORPI

UCCELLI SENZA ALI.

 

STORMI DI SANGUE NERO…

 

INTORNO AL VIBURNO BRUCIAVA E BRUCIAVA,

 

COSTOLE ROTTE,

TEMPIE TAGLIATE,

 

TUTTI I RAMI SONO DANNEGGIATI E CADDERO GOCCE DI ROSSO

E DI SALE.

 

“NON DORMIRE, AIUTO. CI SPARANO ALLE SPALLE."

 

MANCA UNA LETTERA SCRITTA,

PER LA SUA SINCERITÀ,

COSCIENZA NON CORROTTA

CHE ANCHE NEL FUOCO NON BRUCI…

 

 

Dai versi di Lyudmila Legostaeva


 


 
 
 
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