Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

« Tra inverno e primaveraParlando con l’IA dell’IA »

LA BELLEZZA DELL'EFFIMERO

Galeotto fu il mio compleanno, la quasi primavera

ed un piccolo supermercato…

dove l’anno scorso conobbi le Kalanchoe Rosalina!

Perché mi sono a tal punto innamorata di queste piante succulenti e coloratissime da spingermi a cercarne altre (e questa ricerca è diventata ossessiva nel momento in cui le mie piantine hanno iniziato a deperire pericolosamente, una delle quali è quasi certamente defunta già da mesi; ma mi rifiuto ancora di ammetterlo…)

 

 

Nel tentativo di reperire le Kalanchoe della varietà desiderata ho incontrato, però, molti sbarramenti – tantissimi, infatti, sono i siti che le mostrano tra i prodotti in vendita ma, di fatto, nessuna è acquistabile dai privati – e nel mio peregrinare ho avuto modo di chiedere informazioni al vivaista perfetto direttamente dall’Olanda che, non solo ha risposto alle mie richieste via mail e mi ha offerto il suo aiuto e più di un consiglio, ma ha soprattutto dimostrato che un’anima sensibile e l’amore incondizionato verso un lavoro che prima di tutto è una passione, rende ancora più speciale e diversa l’espressione di “esperto nel settore” delle piante e dei fiori.

Leggendo alcuni suoi blog e siti, vengono chiaramente individuati alcuni temi che meritano attenzione e sicuramente lo spazio, il tempo e la considerazione che un post in profumo di primavera astronomica può sicuramente concedergli, con giusta e sacrosanta pertinenza.

Iniziamo con il dire che, sebbene la schiacciante logica antropocentrica ci faccia considerare assoluta la nostra consapevolezza, esistono altre esperienze di coscienza che includono anche quegli esseri viventi che non sono dotati di un sistema nervoso centrale.E se questa mancanza ha indotto l’essere umano a sancire che le piante non potessero essere considerate senzienti e intelligenti, ci sono ben altre evidenze che hanno suggerito tutta un’altra verità e l’ammissione di una complessa sensibilità in questi verdi organismi (uni o pluricellulari).

Pertanto, non sono soltanto i bambini, gli ecologisti naif o le streghe verdi a considerare la flora con una sua anima e dignità.

Le piante, infatti, possiedono meccanismi di percezione e risposta a stimoli ambientali che possono tranquillamente essere paragonati ad una forma primitiva di sensibilità. Percepiscono la luce, la gravità, la temperatura ed il contatto fisico e possono reagire agli stimoli modificando la propria crescita, il movimento e la produzione di sostanze chimiche. E, per quanto sia ancora oggetto di dibattito all’interno della comunità scientifica e filosofica se la natura di questa risposta implichi o meno una forma di coscienza o di esperienza soggettiva, va comunque attestato che una risposta da parte loro esiste. Considerandone la notevole capacità di adattamento agli stimoli ambientali, poi, non è così irragionevole pensare che le loro capacità di integrare informazioni provenienti da più fonti, di elaborare complessi segnali chimici e di comunicare attraverso sostanze chimiche e segnali acustici sia davvero una legittima forma di “intelligenza”.

Pensiamo un attimo a quante personeconsiderate con estrema disinvoltura “intelligenti”, risultano poi effettivamente in grado di modificare così facilmente il loro comportamento in risposta a condizioni ambientali mutevoli e di ottimizzare l’allocazione delle risorse per massimizzare la loro sopravvivenza e crescita…Non così tante, vero?

Sicuramente l’“intelligenza” o “senzienza” delle piante sono concetti diversi da quelli che applichiamo agli animali e agli esseri umani e potrebbero dover richiedere un nuovo quadro concettuale per essere compresi pienamente; ma se alcuni scienziati ritengono che sarebbe più accurato descrivere le loro capacità in termini di adattamento evolutivo e di risposta ambientale, per altri, invece, la nozione di pianta intelligente non è affatto una metafora.  E come sottolinea perfettamente il vivaista, elencando alcuni punti essenziali per i quali le persone tendono a non raccogliere il guanto di sfida con il mondo vegetale, l’interazione con un essere vivente che comunica in modo completamente differente dal nostro – se per molti individui può essere un pesante deterrente – è sicuramente anche un’occasione propizia per un nuovo tipo di apprendimento.

Come accade, infatti, con ogni creatura che non può esprimersi con un linguaggio verbale – pensiamo agli animali, agli infanti, ma anche a chi parla una lingua differente dalla nostra e a noi sconosciuta o a chi, per qualsiasi motivo, è impossibilitato a comunicare con le parole – il solo modo per farci comprendere (e per comprendere) è affidato all’osservazione e all’interpretazione di altri differenti segnali. Ma questo tipo di comunicazione, per la quale è richiesta concentrazione, diligenza e sensibilità, è davvero una pregevole opportunità per imparare ad osservare quei dettagli che abitualmente tralasciamo e per ascoltare ciò che le parole non dicono, adattando, in questo modo, il nostro usuale modo d’essere alle esigenze di altri esseri viventi.

Ogni diversa comunicazione ci costringe ad uscire dal comodo paradigma umano-centrico per riconsiderare il mondo da una prospettiva diversa ed imparare a leggere i segnali sottili che le piante ci inviano per mostrarci le loro esigenze attraverso la crescita, il colore delle foglie o la loro forma diventa un processo creativo e sorprendente che ci può stupire rinnovandoci, se solo glielo permettiamo. Inoltre, è importante riconoscere la soggettività nel nostro modo di interagire con loro, perché più ancora di un rigido manuale d’istruzione, proprio come avviene nella medicina, è importante rispettare la particolare unicità della pianta. Ed anche ogni approccio alla loro cura, in definitiva, è unico ed influenzato dalla nostra esperienza, personalità e stile di vita.

Così, forse, smettere di confrontare le nostre piante con standard irrealistici di perfezione, apprezzandole invece nella loro singolarità di essere vivente, può aiutarci a stabilire una giusta misura per rapportarci con loro in modo costruttivo. Ognuna, difatti, ha il suo specifico fascino, la sua imperfetta bellezza, il tratto distintivo che la rende personale e riconoscibile agli occhi di chi la cura, un po' come ci insegna il Piccolo Principe quando descrive l’unicità della sua rosa.

Ma imparare ad interagire con le piante non fa bene solo alle piante. Attraverso la loro cura e coltivazione, infatti, ci educhiamo necessariamente all’arte della pazienza ed iniziamo ad apprezzare il valore della perseveranza. Inoltre, prenderci cura di loro ci rende, automaticamente, anche più consapevoli di tutto l’ambiente circostante. Ci insegna ad essere flessibili e adattabili, sviluppando un maggiore rispetto per la diversità biologica e per la complessità della vita. Capire che hanno esigenze e modi unici di comunicare, infatti, non può che farci sentire inevitabilmente più empatici e consapevoli della bellezza e della varietà del mondo naturale. Sempre che l’empatia, la curiosità e la bellezza, in qualche misura, già ci appartenga...In caso contrario, come esprime l’incontrovertibile metafora vegetale, “non si può cavare sangue da una rapa”. Ma questa è un’altra storia.

Un altro punto evidenziato, neanche a dirlo, tocca invece la paura. E nello specifico la paura di fallire. Il timore del fallimento accompagna da sempre pressoché tutti – anche se, ad essere obbiettivi, un po’ di più caratterizza i perfezionisti, gli ansiosi e gli spiriti empatici – e non tralascia nessun contesto nella vita dell’uomo; ma quando si tratta di assumersi la responsabilità del benessere di un altro essere vivente (ed in questo caso, poi, letteralmente della sua vita e della sua morte) può diventare davvero paralizzante. La paura di sentirsi impotenti, incapaci o, comunque, non sufficientemente idonei, è sicuramente una delle emozioni umane più pervasive e potenti.

Il fallimento nella loro coltivazione può avere, ovviamente, conseguenze tangibili ed irreparabili come la morte della pianta stessa e, quindi, generare un’ansia tale da poter indurre ad una vera e propria paralisi decisionale al solo fine di evitare qualsiasi rischio. In più, il successo o l’insuccesso nella cura può diventare un ulteriore riflesso della nostra autostima ed, in tal modo, l’esperienza fallimentare può provocare non solo una delusione o un dispiacere per la perdita; ma anche un più o meno distinto senso di colpa e di vergogna.

Queste emozioni, quindi, in alcuni individui possono essere così sopraffacenti da impedire loro di prendere ulteriori iniziative botaniche. Il senso d’impotenza nel controllare completamente l’ambiente da cui le piante sono influenzate – come la luce solare, l’umidità, il terreno o le temperature – diventano, così, un freno particolarmente resistente. Ovviamente va detto che nulla, a questo mondo, è esente da rischi e che niente è garantito, pertanto è da mettere tristemente in conto che nonostante tutti gli sforzi e le cure premurose, le piante – come è accaduto alle mie strepitose Kalanchoe – possano comunque patire o morire per cause al di fuori del nostro controllo; ma allo stesso modo, possono anche (e, contro ogni aspettativa!) riservare inaspettati successi, come le primule acquistate per pochi euro l’anno scorso, di cui era stata annunciata una cronaca di morte certa ma che, a dispetto di tutto e tutti, hanno resistito al caldo estremo dell’estate e per il mio compleanno sono fiorite a dismisura, moltiplicandosi e mostrandosi in un tripudio rigoglioso e brillante di bellezza. Uno scoppio di colore opulente e incredibile.

Non esiste calcolo. E non c’è garanzia, né cronaca di morte annunciata che tenga. Questa è la vita. Ma l’incertezza unita all’inevitabilità della morte non hanno mai fermato l’uomo che, da sempre, porta avanti il suo duro lavoro, senza avere certezza sul domani.

L’inesperienza, la mancanza di un talento naturale o di un’innata familiarità possono certamente intimidire – proprio come lo spauracchio dell’impegno costante che induce i più riluttanti a desistere e a rinunciare ad un impegno che richieda cure per un tempo indeterminato – ma non devono per questo dissuadere, perché non sono affatto ostacoli insormontabili. Per quanto ragionevoli ed innegabili possano essere tutte queste motivazioni, infatti, non  dovrebbero essere ragioni sufficienti per privarsi della bellezza di una pianta. Questa paura, inoltre, non è davvero giustificata, tanto più se si considera che sono davvero innumerevoli le persone che non si preoccupano della durata dei fiori recisi che acquistano abitualmente, non precludendosi la loro fruizione nonostante siano consapevoli che avranno una vita brevissima e che, inevitabilmente, moriranno.

Di fatto siamo tutti a scadenza, ma non per questo ci priviamo di vivere relazioni ed esperienze. Non smettiamo di farlo anche se sappiamo che tutto sarà destinato a finire e che ogni cosa che stiamo vivendo potrebbe essere soggetta ad accidentalità, problemi, scosse, fratture e lacerazioni. Ogni essere umano vive apprezzando la bellezza del momento che gli è concesso, assumendosi coscientemente la pena di sperimentare e di apprezzare ogni sua esperienza, benché temporanea.

Esiste un’espressione giapponese – Mono no aware – che sta proprio a significare “la bellezza dell’impermanenza”. Ma per accettarla è necessario affrontare la paura del fallimento. Ed è questo è il primo passo per diventare un giardiniere consapevole e appassionato. Di piante, di bellezza e soprattutto di vita.

 

 

 

 
 
 
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